Posts Tagged ‘Mario Luzi’

Considerazioni sparse e provvisorie in vista di una qualche modesta proposta per riuscire a fare a scuola gli autori del nostro tempo senza rinunciare ai classici (e viceversa)

23 giugno 2017

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La formazione dell’insegnante di lettere, 5 / Giovanni Accardo

3 dicembre 2014

di Giovanni Accardo

[Questo è il quinto articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Giovanni per la disponibilità. gm]

Giovanni_AccardoSono cresciuto in un minuscolo paesino della provincia di Agrigento, Villafranca Sicula, dove non c’era né una libreria né una biblioteca. Nonostante i miei genitori fossero entrambi maestri elementari, per casa non giravano molti libri. Mia madre è stata per tanti anni insegnante di scuola materna, impegnata soprattutto a crescere me e mia sorella. Mio padre divideva il suo tempo libero tra il calcio e il poker, però aveva anche una grande passione per la politica, perciò non perdeva un telegiornale, sia a pranzo che a cena, e leggeva i giornali. Così, a tredici anni (nel frattempo in paese avevano aperto un’edicola), incominciai a leggere i giornali e ad interessarmi di politica: ricordo perfettamente i comizi per le elezioni regionali del 1975. Il mio futuro era stato già deciso: avrei fatto il medico, per diventare ricco ed essere rispettato in paese. Avrei studiato a Roma o in una città del Nord. Così aveva stabilito mio padre. Ho frequentato il liceo classico, ma di cultura classica ne ho respirata davvero poca, parte per colpa mia, parte per colpa degli insegnanti: freddi, distanti e autoritari. Della maggior parte di loro non ricordo neppure il nome. Della scuola, a dire il vero, non me ne importava molto, in testa avevo soprattutto le ragazze, la musica rock e la politica. In quarta ginnasio faticavo a parlare e scrivere in lingua italiana, la mia lingua madre era il dialetto siciliano, i miei compagni di gioco erano per lo più figli di pastori e di contadini. Al ginnasio, la gran parte dei miei compagni di classe, alcune ragazze in particolare, parlavano un buon italiano e mi mettevano soggezione. Avevo quattro nello scritto, ma mi tiravo su con l’orale, grazie all’ottima memoria e alla voglia di non sfigurare, nonostante la mia paralizzante timidezza. Di studiare, però, non m’importava nulla. Guardavo le ragazze e sognavo la mia prima esperienza sessuale. Alla fine dell’anno scolastico, la professoressa di lettere disse che non mi rimandava perché andavo bene nell’orale ed ero molto educato, però durante l’estate dovevo leggere e prenderla come abitudine, perché avevo pochissimo lessico e una fantasia limitata. Non mi disse né cosa leggere né dove prendere i libri. In paese l’unico che leggeva e che possedeva una biblioteca era il prete, andai a chiedere consiglio a lui. Mi fece abbonare al Club degli Editori, che ogni mese mi spediva un libro a casa. Ma l’unica cosa che continuava ad appassionarmi erano i giornali, leggevo “Paese Sera”, “La Repubblica”, “L’Espresso”, “Ciao 2001”. Al prete rubai due libri di Marcuse: L’uomo a una dimensione e L’autorità e la famiglia, che lessi l’ultimo anno di liceo e che mi furono utilissimi per il tema della maturità, soprattutto il primo, citato a piene mani. Ogni tanto mio padre portava un libro a casa, prestato da chissà chi, fu così che lessi Padre padrone di Gavino Ledda, Giovanni Leone: la carriera di un presidente di Camilla Cederna, Arcipelago Gulag di Solženicyn, Il giorno della civetta, Dalle parti degli infedeli e L’affaire Moro di Sciascia; di quest’ultimo ci capii davvero poco, nonostante avessi seguito il sequestro Moro sui giornali e alla televisione. Cosa cercavo in quei libri non saprei dirlo, forse la voglia di crescere. Invece so benissimo cosa cercavo nei libri della beat generation, la vera scoperta letteraria che segnò la mia adolescenza, grazie all’amicizia con un giovane del paese di dieci anni più grande di me e che era andato a vivere a Londra: la voglia di scappare. Quando lessi Sulla strada di Jack Kerouac, nell’estate del 1978 o del 1979, capii che da quel paese e dalla Sicilia dovevo andar via. Ci sarà poi un tragico avvenimento personale che nel 1980 confermerà e aumenterà questo desiderio di fuga.

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La formazione della scrittrice, 17 / Rosaria Lo Russo

5 maggio 2014

di Rosaria Lo Russo

[Questo è il diciassettesimo articolo di una serie che spero lunga e interessante. Ringrazio Rosaria per la disponibilità. Chi volesse proporsi, mi scriva mettendo nell’oggetto le parole “La formazione della scrittrice”. gm]

RosariaLoRussoDieci anni

Annusare la carta, sfiorarla con le dita, strusciare la pagina contro una guancia. Pagine ingiallite e sottilissime, un libro grosso, la copertina rossa. Le Mille e una notte a casa di mio nonno nella campagna toscana e i lunghi pomeriggi solitari di una bambina che amava molto leggere favole e poesie, e a casa di mio nonno c’erano anche molti libri di poesia. Nonno leggimene una. Nonno leggimene una. Ma soprattutto nonno Renato aveva un cofanetto, color porpora e ricami dorati, contenente una selezione del Reader’s Digest della più grande poesia italiana, dai siciliani a Montale, accompagnati da 45 giri in cui questi testi lapidari erano declamati dai grandi attori all’antica italiana, Gassman, Foà, Edmonda Aldini… Il cofanetto Le pagine d’oro della poesia italiana è un cimelio polveroso che sta sullo scaffale più basso nella parte della mia libreria dedicata interamente alla poesia, come un grande rettangolo genitoriale. I vinili a 78 giri ivi riposano in pace ma nescit vox missa reverti citando Ovidio. E la musica lirica. Mio nonno era un melomane straordinariamente appassionato. A casa sua ho conosciuto da bambina tanti cantanti lirici e lui spesso mi portava con sé all’opera. Ancora il ricordo di un grande sonno, un sonno cullato e interrotto dalle versioni filologiche di Riccardo Muti al Comunale di Firenze, sei ore di Guglielmo Tell di Rossini. Un sonno beato dal canto e turbato dal canto: croce e delizia. E poi i Quindici, i due volumi, quello con la costa rosa e quello con la costa viola, solo quelli sempre quelli. Il loro odore fortissimo. Avevo dieci anni e il 21 giugno era il compleanno di mia madre. La famiglia andò a pranzo da La Beppa, un ristorante famoso allora a Firenze, sui Viali dei Colli, ombreggiato dal tigli. L’odore dei tigli era fortissimo, il pranzo era stato buonissimo. Tornata a casa ero piena di sensi buoni e questi diventarono una poesia niente affatto ingenua. Una poesia dedicata a mia madre, nella sonnolenza meridiana di un primo giorno d’estate pieno di sensi buoni. Mamma, mi leggi una favola? Anzi, me ne racconti una? La poesia nasceva come risultato dei sensi appagati. Ascoltare, annusare, assaporare. Ma il mio nome calabrese, imposto dalla nonna paterna, non piaceva alla mia mamma fiorentina, che aveva dovuto accettare Rosaria per evitare Concettina, il nome di mia nonna (l’insopportabile suocera perennemente a lutto). Rosaria per Rosarina, Rina, la primogenita di mia nonna Concettina, morta a dieci anni per una malformazione cardiaca congenita. La foto del suo piccolo viso ingoiato dalle occhiaie nere e dal baschetto dei capelli neri incombeva consumandosi di anno in anno, ingiallendo, sparendo: io ero nata perché lei fosse ancora. Io non ero io, ero lei, morta a dieci anni. Il mio primo libro, L’estro, lo ha scritto lei, una bambina di dieci anni, una bambina morta che cantava arie d’opera.

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