La formazione dell’insegnante di Lettere, 7 / Luca Tedoldi

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di Luca Tedoldi

[Questo è il settimo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Luca per la disponibilità. gm]

luca_tedoldiUna formazione si dice in molti modi. Liceo classico, odiato e amato: belle le lezioni di Italiano, non tutte quelle di Filosofia, pochissimo tutto il resto. Al classico, ma che dico, a Giovanni Valle che venne a farci il corso, devo soprattutto l’amore per il teatro, un’arte che è insieme parola, voce, gesto, letteratura, musica, pittura, ginnastica. Primo anno d’università a Lettere, esami di Letteratura italiana e Storia moderna. Dopo il galleggiamento disanimato del liceo arrivano i primi trenta; ringalluzzito mi metto a studiare davvero ed ogni esame diventa il pretesto di dibattiti infiniti con amici e compagni di facoltà, tanto più che dal secondo anno faccio il passaggio a Filosofia. Alla fine di quelle discussioni non c’era alcun voto, nessuno pensò di riconoscerci un titolo, ma sono state tra le esperienze più formative mai vissute. Peccato per chi, laureato abilitato masterizzato, non ne ha goduto. Molto più utili dei monologhi frontali della Silsis, frequentata sia per Lettere che per Scienze umane (quattro anni di maledizioni), ma meno del tirocinio fatto a scuola (nella trincea della contrapposizione sapere-potere contra diritto all’ignoranza), a vedere quali errori non ripetere. Di primo istinto, dopo aver assistito a tanti, non intenzionali, atti di vandalismo culturale senza poter intervenire, è facile cadere nella forma imperativa e non chiedere, ma pretendere, che chi osi parlare da una cattedra debba fare questo e quello, respingere quell’altro e non dimenticarsi quest’altro ancora. Ad esempio evitare monologhi di un’ora nel silenzio pericoloso dell’aula, decodifiche del testo poetico in cui per quindici minuti si passano in rassegna tutte le versioni di un termine latino nelle lingue romanze, o sette citazioni di testi differenti in sette minuti. Insomma, rigettare come la peste l’autorefenzialità. L’alunno abbagliato accerta la competenza del docente e contemporaneamente nessuna fioritura d’idee o nozioni avviene nella sua mente, aratro senza buoi / che pare dimenticato.

Se proprio desidera che quel minorenne che ha davanti diventi un essere pensante metta da parte la formazione per conferenzieri o comizianti; accenda la televisione, navighi senza perdersi in rete, conosca i Simpson ed i Griffin, i videogiochi e la musica o presunta tale che ascoltano i ragazzi: il docente non deve spiegare la lezione al proprio ombelico, ma intercettare la dodicenne che in quell’istante sta giudicando il suo colletto della camicia stropicciato o il sedicenne che, senza cautele silenzianti, sta facendo del suo cul trombetta. Dietro la cattedra l’ombelico si compiace della sua lanetta narcisistica, i ragazzi non capiscono e giocano alla scuola tecendo ma annoiandosi. Per non annoiarsi gli allievi devono essere interessati e curiosi (prima ancora che motivati ad apprendere e partecipativi). A cosa s’interessano mai se non a te? Ai miti greci, all’Iliade, a Dante, all’ortografia, alle subordinate concessive, al narratore omodiegetico? Facezia debole o illusione colpevole. Innanzitutto s’interessano alla tua persona, poi a quello che dici (le ore si chiamano con i cognomi dei prof).

Perciò tocca aggiungere un altro punto, sempre ignorato e snobbato: bisogna essere spiritosi. Non c’è alternativa; non si può essere semplicemente di buon umore, sorridenti o allegri; non basta. Non hai remota idea di come si faccia una battuta efficace? Conficcati agli antipodi dalle aule scolastiche, lontano dai discenti, da tutte le sedi d’apprendimento, via da chi necessita della certezza che cultura non significhi agonia, noia, disagio. Non ne posso più di colleghi che ti rifilano il sedicente motto di spirito e prima che tu l’abbia capito ti investono con una risatona da schiaffi. Non basta che tu sia colto, non è sufficiente che tu sia brillante, devi essere colto e brillante, sapiente e arguto; studia, insieme a Montessori e Tagore, Lenny Bruce e Groucho Marx. Batti la loro difficoltà di concentrazione con battute di spirito o tu sarai la battuta d’arresto della loro umana curiosità. Una lettura pubblica di poesie, teatralmente organizzata, crea trepidazione, euforia e desiderio d’apprendere perfino in sedicenni dalla pelle forata che reputano Alda Merini e Bukowski grandi poeti.

Ma come, qui si parla di formazione ed invece di snocciolare corsi, tesi e nomi alati parli di umorismo, di dibattiti senza fine, di teatro? Certo, aggiungo anche che eviterei di presentarmi in classe vestito come la mia bisnonna quando andava in chiesa o come mio cugino quando va allo stadio. Sarà un dettaglio ma sposta l’attenzione dall’abito alle pagine, che magari ci scappa anche un po’ di ampliamento dello spirito in virtù della letteratura. Quando leggo in classe devo fare in modo che a distanza di tempo mi chiedano ancora di leggere, se correggo un tema devo svelare la bellezza ed il godimento della parola, letta e scritta. Dunque, per riassumere: mi sarò anche laureato, ma per fare questo mestiere favoloso ho a lungo dialogato e analizzato insieme; ho visto Report, Blu Notte, Mixer, i Maurizio Costanzo Show con Carmelo Bene e Aldo Busi, ho ascoltato Radiotre. Ho letto Hegel, Nietzsche e Kant, ma so anche cos’è una rabona, un doppio passo, un no look. La parola in classe raramente è cartacea; è sempre incarnata, fatta di silenzi, finestre, circolari da dettare, cadute di penne e di tensione, spazi ristretti. Forse non ho ancora capito come si possa far amare la parola, ma in questi undici anni ci ho provato; con qualche risultato, tanti fallimenti, molto spasso. E porgo le mie più serie e sincere condoglianze a chi insegna a leggere e scrivere senz’aver apprezzato a voce alta Dante e Shakespeare, Pirandello e Woody Allen.

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11 Risposte to “La formazione dell’insegnante di Lettere, 7 / Luca Tedoldi”

  1. Giovanni Accardo Says:

    “il docente non deve spiegare la lezione al proprio ombelico”: perfettamente d’accordo!
    E aggiungo che non si fa lezione ad un alunno ideale ed astratto, magari ripensando e rimpiangendo la scuola dei propri tempi andati, ma agli alunni che ci si trova di fronte: qui e ora. Per questo non si può ripetere tutti gli anni la stessa pappetta e l’insegnante dovrebbe sentire l’obbligo di aggiornarsi ed autoaggiornarsi costantemente, con curiosità, passione e creatività, la stessa che vorremmo dai nostri studenti.

  2. Daniela Grandinetti Says:

    Sintonia perfetta. Concordo parola per parola, da insegnante. La noia dei ragazzi: una cosa di cui non si parla mai, bravo!

  3. deborahdonato Says:

    Sull’essere spiritosi condivido in pieno. È il canale che ti porta ai ragazzi e che consente loro di fidarsi. Purché si faccia loro avvertire che dietro la maschera di scherzo ci sta una persona serissima. In questi anni, mi sono sorpresa ne constatare il bisogno che hanno i ragazzi non solo di ridere, ma anche di avere delle regole. Si finisce per fare lo sparring partner, il più delle volte, ma alla fine si è ricompensati.

  4. enrico ernst Says:

    M pensa Luca il teatro, che scherzi fa! Viva!

  5. Giulio Mozzi Says:

    Occhio, Enrico, che domani tocca a te.

  6. teresaz Says:

    Tedoldi ha ragione. L’insegnante deve essere uno che sa vendere bene la sua merce e c’è molto dell’intrattenitore in questo mestiere.

  7. enrico ernst Says:

    Giulio sono pronto!… e sai che anch’io con il teatro c’ho una storia… concordo con Luca: l’antica arte teatrale, multimediale, e allo tesso tempo “povera”, è un incontro che può risultare straordinariamente formativo… sto all’occhio comunque…

  8. LucaTedoldi Says:

    Torno da scuola (giuro, ho finito alle 18) e trovo questa bella sorpresa. Mi accorgo di aver tralasciato, dandole per ovvie, alcune premesse: preparazione solida, eloquio appropriato ma non incomprensibile, capacità di fermarsi e tornare indietro, senza santificare il divino Programma (o il satanico genitore che pretende completezza).
    Ed i punti che ho sollevato sono tramutabili in domande: come trattare il pop? come spostare l’interesse per la tua persona all’interesse per la disciplina? come usare l’umorismo didatticamente, come mezzo e non come fine (come vorrebbero molti discenti) ? come far fiorire lo spirito (se è solo germoglio) in chi non sa neanche scrivere il proprio nome e cognome?

    @Accardo: l’alunno singolo, verissimo. Ogni anno delle scoperte meravigliose. A volte li scopri diversi ogni mese. E se non vai a conoscerli tu, non sarà facilmente visibile il loro essere speciali.
    @Daniele: quanto mi sono annoiato io a scuola… Quanto!
    @Deborah: concordo in pieno. Serietà e non seriosità. Nessun narcisismo televisivo, la cattedra non è un palcoscenico.
    @teresaz: più che di intrattenimento parlerei di traduzione.
    @ernst: direi ancora di più: l’umanesimo è corpo, voce, gesto; dunque teatro!

  9. enrico ernst Says:

    Una cosa volevo raccontare (sulla domanda del pop): un professore del figlio dodicenne di un’amica dà come tema la pagina di diario. Il giovane scrive di giochi elettronici, che fa da solo e con i suoi amici (tra le altre cose). A un tratto racconta di aver trovato un elemento chimico sia nel gioco elettronico sia sulla tavola degli elementi. Per il ragazzo è una scoperta densa di significato. Il tema prende un voto molto basso. Soprattutto perché non ci sono “nessi logici” (ah già!). La madre va a parlare, e l’insegnante: “Signora, le parlerò francamente, a me dei giochi elettronici di suo figlio – non li conosco e non mi può importare di meno… se io non insegno greco e latino ai ragazzi, perché suo figlio deve parlarmi dei suoi video giochi?…” Interessante no, Luca?

  10. acabarra59 Says:

    “ 3 aprile 1994 – Nella vecchia libreria falso-cinquecento che è rimasta nella vecchia casa vuota che non vorrei abbandonare ma dove assolutamente non abito ci dev’essere ancora anzi c’è senz’altro la monumentale Storia del teatro di Silvio D’Amico. La regalò il babbo alla mamma, credo intorno al ‘43. Io l’ho sempre vista lì, ricordo da bambino di aver sfogliato per ore i cinque tomi blu affascinato dalle belle immagini di scenografie, di antichi teatri, di maschere tragiche. Per lungo tempo ho creduto che il teatro fosse la mia vocazione, ma non ho fatto mai niente per sa-pere se avevo ragione. Nella mia carriera non professionale ho poi avuto anche degli infortuni, brutte serate, « cadute », né sono mancati i fischi, a causa anche, va detto, di pubblici male intenzionati. (È da allora che ho incominciato a interrogarmi sul concetto di claque). Ma quello che, una volta ritiratomi da ogni scena possibile, ho cominciato a capire è il motivo per il quale il babbo fece quel regalo alla mamma, il primo penso della loro storia. E cioè che il teatro, in un certo senso, è tutta una storia di attrici. “. [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 172

  11. LucaTedoldi Says:

    Sì Enrico, interessante e angosciante, anche perchè sono gli stessi che attribuiscono la colpa della loro impreparazione pop ai ragazzi che sono lavativi, ai genitori troppo buoni ed alle mezze stagioni che non ci sono più. I videogiochi non c’entrano coi classici, il calcio non ha niente a che fare con l’estetica, le serie tv con la narrazione, lo sport con l’epica, il corpo con la scuola …

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