Posts Tagged ‘Enrico Brizzi’

La stitichezza della letteratura italiana

19 aprile 2018

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La formazione dell’insegnante di lettere, 5 / Giovanni Accardo

3 dicembre 2014

di Giovanni Accardo

[Questo è il quinto articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Giovanni per la disponibilità. gm]

Giovanni_AccardoSono cresciuto in un minuscolo paesino della provincia di Agrigento, Villafranca Sicula, dove non c’era né una libreria né una biblioteca. Nonostante i miei genitori fossero entrambi maestri elementari, per casa non giravano molti libri. Mia madre è stata per tanti anni insegnante di scuola materna, impegnata soprattutto a crescere me e mia sorella. Mio padre divideva il suo tempo libero tra il calcio e il poker, però aveva anche una grande passione per la politica, perciò non perdeva un telegiornale, sia a pranzo che a cena, e leggeva i giornali. Così, a tredici anni (nel frattempo in paese avevano aperto un’edicola), incominciai a leggere i giornali e ad interessarmi di politica: ricordo perfettamente i comizi per le elezioni regionali del 1975. Il mio futuro era stato già deciso: avrei fatto il medico, per diventare ricco ed essere rispettato in paese. Avrei studiato a Roma o in una città del Nord. Così aveva stabilito mio padre. Ho frequentato il liceo classico, ma di cultura classica ne ho respirata davvero poca, parte per colpa mia, parte per colpa degli insegnanti: freddi, distanti e autoritari. Della maggior parte di loro non ricordo neppure il nome. Della scuola, a dire il vero, non me ne importava molto, in testa avevo soprattutto le ragazze, la musica rock e la politica. In quarta ginnasio faticavo a parlare e scrivere in lingua italiana, la mia lingua madre era il dialetto siciliano, i miei compagni di gioco erano per lo più figli di pastori e di contadini. Al ginnasio, la gran parte dei miei compagni di classe, alcune ragazze in particolare, parlavano un buon italiano e mi mettevano soggezione. Avevo quattro nello scritto, ma mi tiravo su con l’orale, grazie all’ottima memoria e alla voglia di non sfigurare, nonostante la mia paralizzante timidezza. Di studiare, però, non m’importava nulla. Guardavo le ragazze e sognavo la mia prima esperienza sessuale. Alla fine dell’anno scolastico, la professoressa di lettere disse che non mi rimandava perché andavo bene nell’orale ed ero molto educato, però durante l’estate dovevo leggere e prenderla come abitudine, perché avevo pochissimo lessico e una fantasia limitata. Non mi disse né cosa leggere né dove prendere i libri. In paese l’unico che leggeva e che possedeva una biblioteca era il prete, andai a chiedere consiglio a lui. Mi fece abbonare al Club degli Editori, che ogni mese mi spediva un libro a casa. Ma l’unica cosa che continuava ad appassionarmi erano i giornali, leggevo “Paese Sera”, “La Repubblica”, “L’Espresso”, “Ciao 2001”. Al prete rubai due libri di Marcuse: L’uomo a una dimensione e L’autorità e la famiglia, che lessi l’ultimo anno di liceo e che mi furono utilissimi per il tema della maturità, soprattutto il primo, citato a piene mani. Ogni tanto mio padre portava un libro a casa, prestato da chissà chi, fu così che lessi Padre padrone di Gavino Ledda, Giovanni Leone: la carriera di un presidente di Camilla Cederna, Arcipelago Gulag di Solženicyn, Il giorno della civetta, Dalle parti degli infedeli e L’affaire Moro di Sciascia; di quest’ultimo ci capii davvero poco, nonostante avessi seguito il sequestro Moro sui giornali e alla televisione. Cosa cercavo in quei libri non saprei dirlo, forse la voglia di crescere. Invece so benissimo cosa cercavo nei libri della beat generation, la vera scoperta letteraria che segnò la mia adolescenza, grazie all’amicizia con un giovane del paese di dieci anni più grande di me e che era andato a vivere a Londra: la voglia di scappare. Quando lessi Sulla strada di Jack Kerouac, nell’estate del 1978 o del 1979, capii che da quel paese e dalla Sicilia dovevo andar via. Ci sarà poi un tragico avvenimento personale che nel 1980 confermerà e aumenterà questo desiderio di fuga.

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La Santa

13 settembre 2010

di Veronica Tomassini

[Questo racconto di Veronica Tomassini, autrice del romanzo Sangue di cane da qualche giorno in libreria, fu pubblicato nell’“Officina” di Enrico Brizzi].

Veronica Tomassini

Era la festa della patrona e la città era piena di luce. Il vecchio ponte aspettava il venerato simulacro, la calca era impressionante, c’era odore di cero e di brustolini. Siracusa si accendeva come il fuoco d’artificio che irrorava la volta sul Porto Grande. I palloncini volavano in cielo, malgrado Altana li trattenesse con forza. Succedeva. Sfuggivano al controllo, propendevano verso l’alto. Altana alzava lo sguardo e li vedeva sfumare dietro una schiera di nuvole che coprivano la marina vetusta e annoiata. Da lontano si udiva la litania degli omaccioni con il fercolo in spalla, baldanzosi attraversavano il corso principale del quartiere storico, e la gente dietro ad acclamare.
I religiosi attendevano al corteo, le donne di borgata erano le più devote. Con i piedi scalzi e la tunica verde, recitavano l’orazione mantenendo fede alla grazia, alla promessa, al desiderio di penitenza.
Altana era musulmana. Lei apparteneva ai rom della ex Jugoslavia, con Sofia a braccetto si facevano tutti i giorni segnati in rosso sul calendario, percorrendo a mano tesa l’isolotto su cui Siracusa si affacciava discretamente. Sofia era tisica, aveva la pelle grinzosa, le orecchie flaccide, i lobi allungati dai pesanti sonagli che abitualmente indossava. Era vestita di azzurro Sofia. Era uscita dal convento di suore dove era costretta da mesi. L’enclave viveva in un campo paludoso, una vera bomba batteriologica, che sorgeva nella zona periferica. Era la terra di nessuno, dove non arrivava nemmeno la carità. Ed era per questo che occorreva adoperarsi e raggiungerla laddove la medesima poteva alimentarsi. Anche Giulia e tutti i Bellulihi erano stati divisi, negli istituti di accoglienza del capoluogo. C’era stato un violento temporale nel mese di agosto che aveva inzaccherato ulteriormente la vita di quei miseri. Quella mattina Altana dormiva con Mario, il figlioletto di cinque anni, si svegliarono con uno strano sibilo che attraversava l’aria. E l’aria era compressa e ingannevole. Suggeriva il disastro con labili lamenti che giungevano da fuori. Poi l’acqua irruppe, travolse la bicocca, spazzando tappeti e chincaglieria, bruciando la TV e l’impianto stereo di Skenden, il paranoico. L’uomo di Altana. Dieci anni da recluso per tentata rapina, poi l’attenuante, dopo il finto suicidio: il cucchiaino ingoiato che digerì ottimamente. E che invece dovette fare una grande impressione al giudice, talmente da spingerlo a scagionare il pover’uomo.

Continua a leggere il racconto.