Posts Tagged ‘Giovanni Accardo’

Un’altra scuola, di Giovanni Accardo

6 maggio 2015

[Giovanni Accardo è insegnante di Lettere presso il Liceo Pascoli di Bolzano. Oggi arriva in libreria, pubblicato da Ediesse nella collana Carta bianca curata da Angelo Ferracuti, il suo libro-diario Un’altra scuola. Ecco le prime pagine. Chi preferisce, può prelevare l’estratto in pdf gm].

Ottobre

Lunedì 1

Leggi la scheda

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Cominciano le riprese di Aquadro, così s’intitola il film, scritto e diretto da Stefano Lodovichi, prodotto dalla Mood Film, in coproduzione con Rai Cinema. Per tutta la settimana con la collega Ieraci siamo esonerati dalle lezioni, il nostro compito sarà quello di assistere la troupe e seguire gli studenti delle due classi che faranno da comparse. Chiedo alla preside se mercoledì la collega può stare da sola per le prime due ore perché devo interrogare su I promessi sposi in seconda e D’Annunzio in quinta.
Ieri mi è arrivato un sms di Elizabeth, la responsabile del cast: mi chiedeva se sono disponibile a fare la comparsa in alcune scene in cui serve un insegnante. Non ci penso neppure un secondo e do la mia disponibilità. È la prima volta che vedo un set.
Alle 8.00 del mattino, con la collega Ieraci e gli studenti delle due quinte che faranno da comparse, ci troviamo al terzo piano del liceo. Un’aula è stata trasformata in sartoria e sala trucco. Non va bene come sono vestito, hanno deciso che i costumi dovranno essere omogenei e su tonalità del grigio o del blu. Niente colori accesi, niente magliette con scritte, niente camicie a righe o a quadri.
Non vorrete mica dare l’immagine di una scuola grigia?, dico, questa è una scuola allegra e colorata. Ginevra, la costumista, mi sorride, ma mi chiede di cambiare la maglia. Mi cambio e aspetto il mio turno. Intanto i ragazzi domandano come funzionerà col pranzo, visto che per una settimana dovranno restare a scuola fino alle 18.00. Chiedo al produttore, se hanno previsto un cestino per gli studenti. Non abbiamo soldi, mi dice, non riusciamo a pagare il pranzo, però possono prendere da bere, ma anche il caffè e le merendine che il catering mette a disposizione durante le riprese. Spiego la situazione alla preside, non mi sembra giusto che i ragazzi stiano qui mattina e pomeriggio e si devono portare il pranzo da casa, oppure pagarselo al bar, dico. Senta la segretaria, se abbiamo soldi.
«Professore», mi fulmina la segretaria, «non ci sono soldi».
«Su, faccia la brava, provi a cercare qualcosa».
Mi guarda e ride, dopo si avvia verso la cassaforte.
«Ci sono le cauzioni delle chiavi degli armadietti, quelle degli anni precedenti che non abbiamo restituito perché non hanno riconsegnato la chiave alla fine dell’anno scolastico».
«Ha visto che qualcosa c’era», le dico.
Proviamo a contare, ma non c’è molto. Vado al bar, chiedo quanto costa uno sfilatino con salame e formaggio o prosciutto e formaggio, me ne servono quarantacinque, dico a Piero, il barista. Riusciamo a coprire soltanto tre giorni. I ragazzi ringraziano comunque. Vedrò di inventarmi qualcosa per gli altri giorni, prometto.
Dopo una giornata ad aspettare, non arriva il turno delle mie riprese. Restituisco la maglia in sartoria e alle 18.30 me ne torno a casa.

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La formazione dell’insegnante di lettere, 5 / Giovanni Accardo

3 dicembre 2014

di Giovanni Accardo

[Questo è il quinto articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Giovanni per la disponibilità. gm]

Giovanni_AccardoSono cresciuto in un minuscolo paesino della provincia di Agrigento, Villafranca Sicula, dove non c’era né una libreria né una biblioteca. Nonostante i miei genitori fossero entrambi maestri elementari, per casa non giravano molti libri. Mia madre è stata per tanti anni insegnante di scuola materna, impegnata soprattutto a crescere me e mia sorella. Mio padre divideva il suo tempo libero tra il calcio e il poker, però aveva anche una grande passione per la politica, perciò non perdeva un telegiornale, sia a pranzo che a cena, e leggeva i giornali. Così, a tredici anni (nel frattempo in paese avevano aperto un’edicola), incominciai a leggere i giornali e ad interessarmi di politica: ricordo perfettamente i comizi per le elezioni regionali del 1975. Il mio futuro era stato già deciso: avrei fatto il medico, per diventare ricco ed essere rispettato in paese. Avrei studiato a Roma o in una città del Nord. Così aveva stabilito mio padre. Ho frequentato il liceo classico, ma di cultura classica ne ho respirata davvero poca, parte per colpa mia, parte per colpa degli insegnanti: freddi, distanti e autoritari. Della maggior parte di loro non ricordo neppure il nome. Della scuola, a dire il vero, non me ne importava molto, in testa avevo soprattutto le ragazze, la musica rock e la politica. In quarta ginnasio faticavo a parlare e scrivere in lingua italiana, la mia lingua madre era il dialetto siciliano, i miei compagni di gioco erano per lo più figli di pastori e di contadini. Al ginnasio, la gran parte dei miei compagni di classe, alcune ragazze in particolare, parlavano un buon italiano e mi mettevano soggezione. Avevo quattro nello scritto, ma mi tiravo su con l’orale, grazie all’ottima memoria e alla voglia di non sfigurare, nonostante la mia paralizzante timidezza. Di studiare, però, non m’importava nulla. Guardavo le ragazze e sognavo la mia prima esperienza sessuale. Alla fine dell’anno scolastico, la professoressa di lettere disse che non mi rimandava perché andavo bene nell’orale ed ero molto educato, però durante l’estate dovevo leggere e prenderla come abitudine, perché avevo pochissimo lessico e una fantasia limitata. Non mi disse né cosa leggere né dove prendere i libri. In paese l’unico che leggeva e che possedeva una biblioteca era il prete, andai a chiedere consiglio a lui. Mi fece abbonare al Club degli Editori, che ogni mese mi spediva un libro a casa. Ma l’unica cosa che continuava ad appassionarmi erano i giornali, leggevo “Paese Sera”, “La Repubblica”, “L’Espresso”, “Ciao 2001”. Al prete rubai due libri di Marcuse: L’uomo a una dimensione e L’autorità e la famiglia, che lessi l’ultimo anno di liceo e che mi furono utilissimi per il tema della maturità, soprattutto il primo, citato a piene mani. Ogni tanto mio padre portava un libro a casa, prestato da chissà chi, fu così che lessi Padre padrone di Gavino Ledda, Giovanni Leone: la carriera di un presidente di Camilla Cederna, Arcipelago Gulag di Solženicyn, Il giorno della civetta, Dalle parti degli infedeli e L’affaire Moro di Sciascia; di quest’ultimo ci capii davvero poco, nonostante avessi seguito il sequestro Moro sui giornali e alla televisione. Cosa cercavo in quei libri non saprei dirlo, forse la voglia di crescere. Invece so benissimo cosa cercavo nei libri della beat generation, la vera scoperta letteraria che segnò la mia adolescenza, grazie all’amicizia con un giovane del paese di dieci anni più grande di me e che era andato a vivere a Londra: la voglia di scappare. Quando lessi Sulla strada di Jack Kerouac, nell’estate del 1978 o del 1979, capii che da quel paese e dalla Sicilia dovevo andar via. Ci sarà poi un tragico avvenimento personale che nel 1980 confermerà e aumenterà questo desiderio di fuga.

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“La nostra vita quotidiana è fatta di corpi”

2 settembre 2012

di Giovanni Accardo

Oggi, domenica 2 settembre alle 18.30, nella piazzetta del Municipio di Laives (Bz), si parlerà del romanzo di Alessandra Sarchi Violazione. Giovanni Accardo converserà con l’autrice. Suoneranno dal vivo Francesca Schir (chitarra e voce) e Michele Parigino (chitarra e voce). Una versione più breve di questa intervista di Accardo a Sarchi è apparsa nel quotidiano L’Alto Adige. [gm]

Tema centrale del romanzo mi pare il rapporto, ma forse sarebbe meglio dire il conflitto, che c’è tra l’uomo e la Natura: la ricerca di uno spazio naturale a misura d’uomo, senza la preoccupazione di piegare la Natura ai bisogni umani, magari violandola, come recita il titolo. È così?
Il tema della natura è uno di quelli di lungo corso nella cultura occidentale. Dall’equilibrio instabile e presidiato da infinite divinità del mondo pagano, quando la sopravvivenza umana era fortemente minata dagli agenti di natura, all’antropocentrismo rinascimentale in cui il creato pare fatto per la centralità dell’agire umano, fino alla correzione della natura che l’illuminista Voltaire auspicava per rendere migliore il mondo, scorre una dinamica dialettica e oppositiva fra uomo e natura, come se si trattasse di entità distinguibili e spesso nemiche. La realtà che viviamo oggi sul pianeta sembra essersi ribaltata, come testimonia il fiorire di una riflessione sui temi ecologisti e globali. L’agire umano è in grado di provocare cambiamenti perfino più grandi e irreversibili di quelli causati dai fenomeni atmosferici o tellurici. Da ciò dovrebbe conseguire una grande responsabilità nel pensare il mondo e gestirne le risorse. Il dominio sulla natura così tenacemente perseguito dall’uomo ha lati oscuri e in larga misura ingovernabili, e singolarmente l’idea di natura ha preso lo spazio che un tempo occupava l’idea di Dio. Basti pensare alla quantità di occasioni in cui la parola ‘natura’ o l’aggettivo ‘naturale’ vengono invocati per comprendere come si tratti di un orizzonte concettuale che riassume un’aspirazione di integrità e salvezza (rispetto alla capacità distruttiva umana). Nel mio romanzo ogni personaggio rappresenta una diversa e possibile declinazione del rapporto con ciò che chiamiamo naturale. La conflittualità dei rapporti fra i personaggi e l’impossibilità di distinguere con una linea netta è in realtà metafora di una più originaria dialettica: il confine fra ciò che è natura e ciò che non lo è, per l’animale uomo, si sposta di continuo. La violazione, come superamento del confine, del pezzo di terreno assegnato, dei diritti ad esso connessi, è d’altronde alla base dei miti fondativi di molte civiltà (si pensi alla fondazione di Roma, ad esempio) dunque a ben vedere anche questa è una dialettica di lungo corso.

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Non potete dire: non lo sapevamo

4 settembre 2009

di Giovanni Accardo

G. Accardo

G. Accardo

Lo confesso: non sono un gran frequentatore dei blog letterari, un po’ perché ce ne sono troppi e il tempo a disposizione è poco, un po’ perché non si sa chi siano tutti questi critici letterari che affollano ogni angolo della rete, di quali strumenti tecnici e intellettuali dispongano, quali siano le loro finalità, quale la loro Weltanschauung. Per cui sto seguendo il dibattito che va avanti da qualche mese su vibrisse, a proposito della narrativa italiana e del suo rapporto con la realtà, passando dall’indifferenza allo sconcerto, dalla rabbia alla disperazione. La domanda è sempre la medesima: gli scrittori italiani contemporanei raccontano solo di sé? I loro romanzi sono soltanto una sterile navigazione attorno al proprio ombelico? Cosa sa del mondo chi si occupa di finzioni letterarie? Come interviene sulle dinamiche sociali e politiche della quotidianità? Dove vive lo scrittore?

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Otto anni non sono pochi / 13

13 giugno 2009

[Ci affascinarono subito, del romanzo di Giovanni Accardo Un anno di corsa, due caratteristiche: la velocità della scrittura – davvero un romanzo che si leggeva di corsa – e il continuo andare e venire della narrazione tra realismo, grottesco, e fantastico puro. La copertina, che piaceva molto in redazione, a me sembra una delle più infelici: ma cosa fatta capo ha. Questo articolo di Antonella Cilento apparve nel quotidiano Il Mattinodel 24 gennaio 2006].

Mentre, proprio in questi giorni, la politica italiana discute invano delle problematiche lavorative delle ultime generazioni, la letteratura, che ha sempre l’occhio più lungo, ha cominciato a esaminare l’argomento già da un po’: «Indicativo Presente», la collana di Sironi diretta da Giulio Mozzi, che ha già prodotto i racconti di Giorgio Falco, Pausa caffè, dedicati al lavoro-non lavoro, a precari, interinali, lavoratori a contratto, porta ora in libreria, il giorno 26, Un anno di corsa (euro 14.50), esordio narrativo di Giovanni Accardo, siciliano trapiantato a Bolzano, che al tema della ricerca del lavoro dedica pagine tragicomiche e dolenti. In Un anno di corsa si corre con le gambe e con la testa, dietro a lavori sempre più improbabili e incerti, ostentando efficienza e competenze che quasi mai corrispondono a pagamenti rispettosi o sicuri.

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