La formazione dell’insegnante di Lettere, 3 / Maria Luisa Mozzi

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di Maria Luisa Mozzi

[Questo è il terzo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che uscirà ogni (si spera) mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Maria Luisa per la disponibilità. gm]

marialuisa_mozziNon ho scelto di studiare: sono nata in una famiglia colta nella quale la scuola era la cosa più importante. Non ho neanche scelto di iscrivermi a lettere classiche: mi ci sono trovata, costretta da problemi esistenziali che poi, nel tempo, non ho più neppure cercato di affrontare. Non ho scelto, infine, di insegnare: è uscito un concorso poche settimane dopo la mia laurea e ho avuto la fortuna di vincerlo.
Lo studio è stato per me principalmente una grande fatica, che ho voluto compiere per sentirmi simile ai miei genitori e ai miei fratelli, che mi parevano allora e mi paiono ancora adesso sinceramente e ottimisticamente dominati dalla curiosità e dal sapere.
La mia vita è stata un continuum di piccole cose: mangio/non mangio, fumo/non fumo, perchè sono nata, non mi vuole nessuno, non riesco, devo fare la spesa, la cena, le pulizie.
Ha avuto però anche dei picchi, dei periodi in cui ho letto e studiato cose che mi hanno appassionata e che mi sono sembrate importanti, ma che non sono entrate nella mia vita. Si sono imbozzolate, e forse quei bozzoli sono ancora dentro di me, ma di sicuro non hanno sfarfallato.
Dentro questa inettitudine, c’è sempre stata in me una ridicola disponibilità totale agli altri, non per grandi progetti, ma per servizi umili, di quelli che ti svuotano l’anima e ti sottraggono la vita. In modo meno tragico: mi sono sempre accollata tutti i lavori di casa, come se marito e figli non avessero le mani, molti lavori a scuola, come se i colleghi fossero intoccabili, molte ripetizioni ai figli degli amici, come se non ci fossero neolaureati in cerca di guadagnare qualche soldo dando lezioni.
Ho raccontato queste cose in modo un po’ lunghetto, come dice Giulio, perchè non apparisse inaspettato o incomprensibile il fatto che io non abbia mai curato veramente neppure la mia formazione di insegnante e sia adesso in grado di parlarne solo perché, essendo ormai alla fine della carriera, posso voltarmi indietro e ricostruirne il percorso.

I corsi di formazione che mi ha fornito il Miur sono solo due.
Il primo era un corso di una sessantina di ore, in parte in aula e in parte online, a cui mi hanno invitata a partecipare durante l’anno di prova e nel quale mi hanno sostanzialmente fatto leggere i programmi del 1979, che allora erano una novità. Questo corso mi è stato utile, perché mi ha fatto capire che avrei insegnato nella scuola statale e che lo Stato mi assegnava precisi e articolati compiti formativi nei confronti delle classi in cui avrei insegnato. Da sola non l’avrei colto con la doverosa intensità.
Il secondo era un corso per Funzioni obiettivo, ora Funzioni strumentali, anche questo in parte online, che mi ha formata a passare da una didattica per obiettivi ad una didattica per progetti, cosa interessante e forse opportuna, ma che nella maggior parte delle scuole in cui ho insegnato non è stata capita e non è stata valorizzata. Ancora oggi spesso ci sono il Pof da una parte e le programmazioni per obiettivi dei singoli insegnanti dall’altra, e l’attuazione dei progetti non si integra con i percorsi didattici previsti dalle programmazioni.
Di recente ho frequentato corsi di aggiornamento organizzati da enti diversi e finalizzati a formare docenti di italiano come L2. Questi corsi, assieme a materiali trovati in rete e pubblicati spesso da Comuni (anche quello di Padova), mi hanno consentito di affrontare con un briciolo di competenza il mio lavoro nella scuola in cui insegno adesso, che è di fatto multietnica.
Per quanto riguarda l’autoformazione, le letture più significative per me sono state quelle di alcuni manuali sulla valutazione e, fra questi, soprattutto quelli di Benedetto Vertecchi, che mi hanno insegnato cose basilari come la differenza misurazione/valutazione e la valutazione per obiettivi come parte integrante della programmazione.

Molti dei contenuti che passo ai miei scolari li ho imparati al liceo e all’università, sia per quanto riguarda la letteratura che le strutture linguistiche. Al liceo ho imparato anche a leggere le opere per intero e a non accontentarmi delle antologie; all’università ho studiato anche molta antropologia culturale, Mauss, Lévi-Strauss, Durkheim, non so bene con quale esito sulla mia formazione. Quello che ho imparato al liceo classico e poi all’università di lingua, cultura e letteratura greche e latine non l’ho mai insegnato in classe, ma ha fatto da humus alle altre mie conoscenze.
Ripasso spesso piccole porzioni dei contenuti che devo trasmettere, ogni volta che preparo le lezioni per il giorno dopo. Leggere un sonetto di Francesco Petrarca per sé e leggerlo perchè il giorno dopo lo si deve fare conoscere a dei ragazzi di dodici anni non è la stessa cosa. Per porgerlo ai ragazzi bisogna essere in grado di leggerlo a voce alta, di focalizzare con precisione il tema, di guidare a una parafrasi che non sia banale, di trovare il lessico adatto a una sua trasformazione in italiano contemporaneo, di scegliere un paio di figure retoriche importanti per lavorare solo su quelle, perchè troppe cose insme creerebbero confusione. Bisogna anche trovare il modo di arrivare ai ragazzi, di fare loro provare piacere e anche un po’ di stupirli.
Questo “ripassare” è stato ed è la parte più importante della mia formazione di insegnante, la più dinamica, attiva, vivace perchè sempre in divenire.
E’ anche la parte più faticosa, ma è sostenuta da quella mia disponibilità totale agli altri di cui parlavo prima, che è, come ho scritto, ridicola, ma che cerco di gestire con buon senso e che mi consente di svolgere il mio lavoro. Mi interessano i ragazzi, e questo interesse mi aiuta a tirare fuori le risorse necessarie.
Una parte anche se piccola della mia formazione è stata curata ormai moltissimi anni fa da un Preside di buona volontà, che mi ha insegnato ad usare internet e a migliorare la mia cpacità di usare programmi di videoscrittura, e da alcuni colleghi più scaltri di me in questo tipo di cose, che mi hanno aiutata a portare a termine con buon profitto tutte le litigate con la Lim di questi ultimi anni di insegnamento.

Ho visto in vibrisse che si è parlato di rapporto insegnante di lettere/scrittura. Io non mi sono mai cimentata con la scrittura creativa, ma so scrivere un verbale e stendere un progetto, e tanto a un insegnante di lettere può bastare. So anche gestire esercitazioni di scrittura in classe, nel senso che so assegnare istruzioni ai ragazzi, esempi e strumenti per scrivere un piccolo testo in un certo modo e poi so discuterne con loro.
La maggior parte degli stimoli al cambiamento nel campo della didattica negli ultimi anni mi sono arrivati non cercati. Per esempio, un articolo di qualche anno fa sulla rivista Wired a cui è abbonato mio figlio, mi ha suggerito di provare a rovesciare la logica dell’insegnamento tradizionale in classe, nella maniera in cui si parla in La classe capovolta. Innovare la didattica con la flipped classroom di Maurizio Maglioni, Fabio Biscaro, Erikson. Questo cambiamento è stato veramente significativo nel mio modo di lavorare con i ragazzi.
Il peso che, in generale, ha avuto la lettura nella mia formazione di insegnante di lettere è, per forza, molto rilevante, ma questo mio intervento è già abbastanza noiosetto e quindi mi fermo qui.

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18 Risposte to “La formazione dell’insegnante di Lettere, 3 / Maria Luisa Mozzi”

  1. monicawinters Says:

    a me non è sembrato noiosetto, e nemmeno lunghetto, anzi mi è piaciuto, soprattutto l’inizio

  2. acabarra59 Says:

    “ Venerdì 15 novembre 2002 – « Herzog non sapeva bene che cosa pensare di quegli scarabocchi. Si abbandonava all’eccitazione che li dettava, e sospettava, talora, che fossero un sintomo di disgregazione. Non che la cosa lo spaventasse. Sdraiato sul sofà del monolocale più servizi che aveva preso in affitto nella 17th Street, qualche volta si immaginava di essere un’industria per la produzione di racconti autobiografici, e si ripassava in rassegna completamente, dalla nascita alla morte. Su un foglietto arrivò ad ammettere: Non trovo giustificazione. Riconsiderando la propria intera esistenza, s’accorse di aver sbagliato tutto – tutto. La sua era una vita – come si suol dire, rovinata. Ma siccome neppure agli inizi era stata un gran che, perché prendersela? Riandando, su quel sofà puzzolente, ai secoli del passato, all’ottocento, al cinquecento, al settecento, si sovvenne di un detto settecentesco che gli piaceva: Il dolore, o Signore, è una sorta di ozio. » (Saul Bellow, Herzog, 1964 [1965]) “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 96

  3. Daniela Grandinetti Says:

    nè lungo nè noioso, come insegnante mi sono ritrovata simile in alcuni passaggi, dunque grazie per una testimonianza vera, fatta “sul campo”.

  4. Carlo Capone Says:

    “ogni volta che preparo le lezioni per il giorno dopo”

    Questa affermazione, all’interno di un testo di invidiabile asciuttezza, mi rincuora, Maria Luisa. Perchè testimonia di docenti che fanno di una lezione un progetto.
    Progettare è vita, speranza nel futuro, volontà di fare al meglio il proprio lavoro.

  5. manu Says:

    fuori dalla formazione

    era da un po’ che mi chiedevo come poter definire la disponibilità totale agli altri, quella ‘per servizi umili, di quelli che ti svuotano l’anima e ti sottraggono la vita’. mai mi sarebbe venuto in mente di definirla ‘ridicola’. è una definizione coraggiosa. impietosa e coraggiosa. anche dirlo è coraggioso. deduco che mi sono rammollita, e non poco.
    chapeau maria luisa

  6. enrico ernst Says:

    fuori dalla formazione (ma siamo così sicuri?)

    pensavo, Maria Luisa, a marito e figli, che leggono quando scrivi che ti accollavi (o ti accolli?) impegni in casa “come se marito e figli non avessero le mani”; è molto potente! e in questo forse c’è anche in ballo un elemento “educativo” in senso lato… mi veniva da dire, che tutti dovrebbe poter rientrare in possesso della parte terminale degli arti (a meno dico che non l’abbiano già fatto), anche per loro e benessere e autonomia, dico… ma perdona l’intrusione in una sfera così delicata, così personale… grazie per questo incantevole, modesto, denso contributo!

  7. Guido Sperandio Says:

    Letto molto volentieri.
    Per me, lontano dall’ambiente, anche istruttivo.

  8. Maria Luisa Mozzi Says:

    Enrico: sì, ho fatto danni nella mia famiglia. E non riesco a perdonarmelo.

  9. enrico ernst Says:

    Non so Maria Luisa. La tua capacità di farti consapevole, e di essere sincera, è ammirevole, comunque. E se posso dire: esemplare. Tutti sbagliamo, e di continuo, ma ammetterlo, con serietà… è un’altro paio di maniche… grazie (volevo aggiungere qualcosa sul perdono. Questa immensa possibilità di liberazione – ma bene magari qualcun altro potrà dire…)

  10. Maria Luisa Mozzi Says:

    Càspita, le parole possono ancora stupire e imbarazzare.
    Siamo ancora vivi, allora.

  11. enrico ernst Says:

    … e sono vive le parole… non sono solo – strumenti…

  12. acabarra59 Says:

    ” Senza data [1994] – Un diario che non è un diario – Blanchot (1959) è acido e liquidatorio: « C’è, nel diario, la felice compensazione reciproca di una duplice nullità. Chi non fa niente della sua vita, scrive che non fa niente, e così si trova di fronte ugualmente a qualcosa di fatto. Chi non scrive perché si lascia sviare dalle futilità della giornata, si volge a questi niente per raccontarli, denunciarli o compiacervisi, e la giornata è riempita. È la “ meditazione dello zero su se stesso “ di cui spavaldamente parla Amiel »; al contrario, Musil (1904) è possibilista e depresso: « Diari? Un segno del tempo. Diari se ne pubblicano tanti. È la forma più comoda, più indisciplinata. Bene. Forse si finirà con lo scrivere soltanto diari, perché si trova insopportabile tutto il resto. Ma poi a che scopo generalizzare? È l’analisi stessa; – né più né meno. Non è arte. Non deve esserlo. A che serve parlarne tanto? ». E oggi? Ha ancora senso parlarne, c’è, aperta da qualche parte, una « questione-diario »? Si direbbe proprio di no. Chi scrive più diari? Non diciamo i monumentali celeberrimi Journal di Gide, di Du Bos o di Green, che cinquant’anni fa ebbero la stessa « fortuna » delle opere letterarie più famose, ma anche « diari politici », come quello di Ciano o quello del « Che », oppure « notturni », come quello di Flaiano, « romani », come quello di Brancati. Pavese è morto mezzo secolo fa, e sfidiamo chiunque a trovare ancora una fanciulla più o meno bennata che abbia un quadernetto segreto su cui tracciare le linee incerte della cronaca intima. A maggior ragione lascia sinceramente stupefatti l’uscita di un libro come questo La visione del mondo / Diario 1973-1983, per l’editrice Colibrì di Avezzano, voluminoso, imbarazzante, quasi maniacale esempio del ritorno di una maniera che credevamo morta e sepolta. L’autore, Adriano Barra, è sconosciuto. Anzi, era. Dalla breve nota di introduzione risulta infatti scomparso nel 1983, non si dice però a quale età. Nemmeno ci vengono forniti lumi su quale fosse l’attività del Barra, personaggio eccentrico quant’altri mai se si sta a questa Visione, destinato sicurissimamente a restare sconosciuto, o conosciuto esclusivamente per quest’opera, della quale già sappiamo che sarà la sola della sua misteriosa carriera. Un diario? I diari sono molti più d’uno, anzi moltissimi. La verità è che le quattrocento e passa pagine del libro consistono di una strepitosa mole di brani di diario, testi buffi o curiosi, lacerti, brandelli, lampi di diario. Si va dal diario della dama di corte giapponese del decimo secolo a quello del bambino della campagna toscana del secondo dopoguerra, dalle note eleganti del londinese James Boswell, agli appunti « azzurri » del milanese Carlo Dossi, agli scritti in trincea, in prigione, in campo di concentramento, in clinica. Diari in campagna e in città, in segreto e in pubblico, in giovinezza e in vecchiaia; di donne, di uomini, di bambini, di oggetti (c’è anche il Diario di un diario). Diari « americani », « pisani », « africani ». Dai diari « falsi », che sono in realtà romanzi, ai testi strappati in mattine che supponiamo livide alla carta ruvida dei quotidiani. Dal diario di Cavour al giornale (ino) di Gian Burrasca. Dal diario di Trotskij esiliato in Messico a quello di Giovanni Pibiri, carabiniere in Africa. E poi ci sono i parenti: le figlie di Hugo e di D’Annunzio, la sorella di Wordsworth e la sorella di James, il fratello di Svevo e quello di Malaparte. Ci sono i diari di tutti: da Hawthorne a Rilke, da Burroughs a Thovez, a Gavazzeni, a Dalì, Dos Passos, Kierkegaard, Sterne, Stuparich, Larbaud, Landolfi, Michelet, Hegel, Hebbel, Linati, Constant, Von Hofmannstahl, Morselli, Morante, Apollinaire, Benny Lai, Nenni, Nin (Anaïs)… Fino al diario, sempre evocato ma forse mai veramente letto, dell’adolescente ebrea olandese Anna Frank. È una sorta di assemblea plenaria degli scrittori del giorno-per-giorno, un giudizio universale dei diaristi, un coro di voci minime (o massime in tono minimo), un’adunata di gente che, nelle maggior parte dei casi, se c’era, ormai non c’è più. A cominciare dall’autore di questo libro che chiamare « strano » è poco, questo ipotetico Adriano Barra, che fra mezzo a una tale pletora di spunti, note, schizzi, frammenti, giorno-per-giorno trova il tempo di scrivere anche lui il suo diario, le sue note, i suoi frammenti. La sua voce è un misto di ironia e di amarezza. « Scrivo nei ritagli di tempo. – dice Barra – Ormai il tempo per me è sempre a ritagli. » Malinconico ma anche loquace, sia pure per interposta persona, l’autore tenta di trascinarci lungo quattrocento pagine di scrittura fitta e assolutamente priva di contenuto, ma raramente, va detto, noiosa. L’euforia e la solitudine: sono questi i due numi tutelari dell’opera di Barra che, pare, per nulla al mondo rinuncerebbe alla divina facoltà dell’ascoltare. C’è un testo che può essere illuminante. Scrive Barra alla data 9 aprile 1974: « A scuola stavo bene. Mi piaceva ascoltare. Ascoltando imparavo, senza fare fatica. Io stavo fermo, zitto, e le voci mi entravano dentro. Entravano e lasciavano le parole, in una folla ordinata, tranquilla, variopinta. Ero bravissimo a stare fermo. Immobile, disincarnato, strano. Come un fachiro. Non sarei uscito mai da quella trance uditiva. Non ero di quelli che aspettavano solo la campanella. Ora non ricordo quasi niente di quelle voci, scomparse nel fondo di lontanissimi inverni. Ricordo solo la beatitudine. Dell’ascoltare. ». Dunque la Visione può essere letta anche come uno stralunato Temps retrouvé; e, proseguendo nella traiettoria proustiana, non dobbiamo chiederci se siamo di fronte a un intrattenimento favoloso e necessario, qualcosa come I mille e un diario? Dunque Barra è soprattutto un ascoltatore, un « auditore » indomito che non arretra di fronte all’enormità dell’universo del Rumore. Il suo diario vuole esserne la registrazione fedele, la « santificazione », forse, se è vero che l’esercizio dell’ascolto – che si realizza nella trascrizione – emancipa i testi dalla loro finitezza e occasionalità componendoli in una « forma » che è mosaico, affresco, collage, patchwork. (Un « ascolto » che ogni volta si organizza intorno a un centro di gravità, un occhio magnetico, un punto di attrazione: una parola, una sola, che Barra scrive in neretto, e che in una nota viene, con discutibile audacia, assimilata al punctum del Barthes osservatore di fotografie). Quando non copia i diari degli altri – « amanuense elettronico », così si presenta – Barra, l’abbiamo detto, scrive il suo. « Scrive »? sarebbe meglio dire: « copia ». C’è, sembra, da qualche parte una voce, irriconoscibile come sua, che, emergendo da un silenzio abissale – il silenzio di un taciturno, ma anche il silenzio di un dormiente (di un morto?) – parla, anzi emette proposizioni fatte anche di una sola parola, o che di una sola parola vogliono essere l’irradiazione, l’alone. Barra l’ascolta e la trascrive fedelmente, sempre perplesso, sempre fra invisibili virgolette. Forse a Adriano Barra è capitata una metamorfosi inedita: un giorno si è svegliato e non aveva più la voce. Così, per parlare – perché lui voleva parlare – ha deciso di farlo con la voce di un altro, anzi di molti altri. Si è fatto ventriloquo, insomma. Che cosa spinge questo insolito grafomane – insolito per lo meno nei modi – in questa affannosa, ossessiva raccolta di brani di diario? Perché dopotutto siamo di fronte a un collezionista, a una di quelle figure, stravaganti e comuni, di posseduti da un daimon, di soggiogati da una idée fixe, inchiodati alla ripetizione-accumulazione. Scrive Barra: « La visione del mondo può essere letta come una serie di inizi, un elenco di risvegli. ». È’ vero: ognuno dei frammenti di diario rappresenta un inizio possibile per una storia che non è stata narrata ma potrebbe ancora esserlo. Uno spunto, un avvio, la cui prosecuzione è per intanto affidata al lettore. Il diario è sempre il diario di uno scrittore, anzi di un narratore, anche quando questo non sa di esserlo? Facile a questo punto mettere il naso nell’imponente magazzino della teoria letteraria, al comparto « narrabilità », evocare il Calvino di Se una notte d’inverno un viaggiatore o il Perec de La vie mode d’emploi. Ma evitiamo di far dire al Barra quello che certamente non poteva dire. Lasciamolo lì, in mezzo ai suoi diari, elucubrante, meditabondo, attento e stupefatto, laconico e ciarliero. Fotografiamolo un’ultima volta mentre « spavaldo », come un ipnotizzato o un sonnambulo, procede fra queste macerie nate macerie, marcia in questo illimitato animatissimo niente, naviga in questo « mar dei Sargassi » (cfr. Gadda, Giornale di guerra e di prigionia, citato a pag. 156) della letteratura diaristica, fisso a una allucinata, paradossale visione del vivere come scrivere, e dello scrivere come scrivere giorno-per-giorno. Ne risulta un’impressione di colossale liberatorio silenzio: comico. Che forse è esattamente quello che l’autore voleva. // Ndr. La visione del mondo non esiste. Tantomeno l’editore Colibrì di Avezzano. Così come non è mai esistito Adriano Barra. Fino a prova contraria. ” [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 104

  13. Maria Luisa Mozzi Says:

    La linea dolore-ozio-diario non mi appartiene del tutto.
    Sto bene, faccio molte cose specialmente a scuola, mi prendo delle responsabilità.
    Penso però che le cose a volte semplicemente accadono. Puoi perciò fare un discorso su te stesso solo girandoti indietro e guardando il percorso che hai compiuto. Lo hai compiuto in parte in base a una mappa che avevi in testa, in parte lasciando che la strada guidasse i tuoi passi.
    La mia mappa era -è- molto semplice, ecco tutto.
    In questo sono forse diversa da molti altri che hanno scritto sulla loro formazione.

    Riportiamo, vi prego, l’attenzione sulla formazione.

  14. deborahdonato Says:

    Mi interessa molto l’aspetto dell’insegnamento in classi multi-etniche. Mi diresti qualcosa, gentilmente, sui corsi per formare docenti di italiano L2? Grazie.

  15. Maria Luisa Mozzi Says:

    La mia scuola è capofila di una rete che opera a Vicenza e si chiama “Intreccio di fili colorati”. Tale rete è nata nell’a.s. 2004-2005 per volontà dei Dirigenti scolastici degli 11 Istituti comprensivi di Vicenza e successivamente si è allargata a quasi tutte le Scuole secondarie di secondo grado della città. Tutte questa scuole si sono messe in rete perchè in questo modo è più facile accedere a finanziamenti ministeriali “a progetto”, ma soprattutto per collaborare e creare una cultura diffusa e condivisa dell’insegnamento dell’italiano L2 a scuola.
    Una parte dei finanziamenti ministeriali che ogni anno vengono stanziati va spesa in formazione dei docenti, una parte per mediatori culturali, una parte per docenza con i nostri alunni.
    Per la formazione, all’inizio abbiamo chiesto aiuto al CILS di Siena, che ci ha presentato i livelli di riferimento del Quadro comune europeo e ci ha insegnato a somministrare prove per capire se un alunno sia A1, A2, B1.
    Successivamente, con l’aiuto di Gabriella Debetto, sfruttando anche l’opportunità di un progetto europeo, abbiamo costruito e imparato a usare una serie di griglie per la correzione e la valutazione degli elaborati scritti. E’ stato un lungo lavoro e ancora stiamo promuovendolo, perchè diventi strumento comune per una equa valutazione delle prove scritte.
    Contemporaneamente, la rete si è data una programmazione in verticale, che tiene conto del livello di partenza e che segna le tappe con lessico, strutture, conoscenze morfologiche che gli alunni devono via via acquisire.
    Un aiuto a ragionare sugli italiani che si parlano in contesti diversi e sulle tipologie di esercitazioni da proporre agli ospiti stranieri c’è venuto, negli anni scorsi, da una serie di lezioni di Lorenzo Rocca, dell’Università per stranieri di Perugia.
    Quest’anno, fra pochi giorni, cominceremo, con l’aiuto di Enrico Lovato ed Enrico Simonato, un corso di aggiornamento su come si possa usare il fumetto nell’insegnamento dell’italiano L2. I due Enrico hanno pubblicato per Alma edizioni alcuni libretti di fumetti per stranieri, in cui hanno scelto di presentare in modo divertente ai loro lettori contenuti significativi della cultura italiana, con testi di livello A1 e A2. Il loro lavoro ci è sembrato utile e bello e gli autori volentieri hanno accettato di collaborare con noi.

    Mi piacerebbe molto confrontarmi in Vibrisse su come si lavora per l’insegnamento dell’italiano come L2 a scuola.

    Ringrazio Deborah per avermi dato l’occasione di parlarne.

  16. deborahdonato Says:

    Grazie a te, Maria Luisa. Solitamente siamo abituati a pensare ai problemi che hanno i ragazzi italiani quando imparano una lingua straniera; è ora di iniziare anche a riflettere sull’insegnamennto dell’italiano come “lingua straniera”, problema che qui in Sicilia è molto avvertito soprattutto nelle provincie meridionali (Agrigento, Ragusa) che si confrontano più delle altre con i flussi migratori.

  17. acabarra59 Says:

    “ 2 dicembre 1986 – Facevo il prof alle Magistrali. Incontravo David Niven cui sorridevo e che stava dicendo un oscuro Shakespeare a una gentile signora – qualcosa sul non farsi ascoltare dagli stranieri che fraintendono. (Un sogno) [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 105

  18. Le dieci caratteristiche che dovrebbe avere un libro per essere adatto nel 2016 a dei ragazzi di 14-16 anni | vibrisse, bollettino Says:

    […] libri che è indispensabile far leggere ai ragazzi che frequentano la scuola secondaria superiore, Maria Luisa Mozzi, di professione insegnante di Italiano nella secondaria inferiore, ha […]

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