Posts Tagged ‘Ludovico Ariosto’

Complesso non coincide completamente con complicato

21 aprile 2017

L’attuale Biblioteca universitaria alessandrina

di Fiammetta Palpati

[Gli altri articoli della discussione in corso].

Provo a contribuire con una digressione a questo interessante dibattito innescato da Policastro, rilanciato da Mozzi e ripreso, nei suoi diversi addentellati, dai numerosi e rilevanti interventi.

Molto interesse hanno suscitato in me – per ragioni anche personali – soprattutto i contributi che, esplorando le coppie antinomiche «facile/difficile» e «semplice/complesso», hanno cercato di distinguere e semplificare una materia che è – appunto – complessa. Tanto più se si estende l’osservazione al di fuori dall’ambito letterario e si instaurano parallelismi tra diverse forme artistiche, o mezzi espressivi, o di dichiarato intrattenimento (e con questo ultimo termine ho già evocato, senza distinguere, ahimè, annose questioni sul «valore» del mezzo, quando non dell’opera). Mozzi ha sostenuto che si è generata una certa confusione (e se lo dice lui sarà bene fidarsi) tuttavia se semplificare è l’atto di ridurre dal molteplice all’unico (il semplice è, primariamente, il costituito da un unico elemento – il «piegato una sola volta» dell’etimologia – e solo secondariamente – in modo figurativo – sinonimo del facile) io sono ben contenta che tutto ciò che ho letto in questi giorni, e su cui ho ragionato, abbia contribuito innanzitutto a rendere più complesso – e quindi più ricco, più sfaccettato, più piegato – il mio pensiero in merito a certe questioni letterarie. Farò del mio meglio per contribuire alla confusione.

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Diffida di Angelica a Orlando (Lettere delle eroine, 21)

19 agosto 2016
Angelica e Medoro, di Simone Peterzano (1535-1599)

Angelica e Medoro, di Simone Peterzano (1535-1599)

di Paola Malaspina

[Le Regole del gioco].

ATTO FORMALE DI DIFFIDA

da parte della Signora Angelica, Principessa del regno del Catai,

nei confronti del Signor Orlando, Conte di Chiaromonte, prefetto di Bretagna, nonché paladino di Sua Maestá Carlo Magno.

Premesso, in fatto e in diritto, che:

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La formazione dell’insegnante di Lettere, 11 / Emanuela Scicchitano

4 febbraio 2015

di Emanuela Scicchitano

[Questo è l’undicesimo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Emanuela per la disponibilità. gm]

Emanuela_ScicchitanoSono cresciuta dentro una biblioteca di ciliegio, divisa fra pannelli chiusi e varchi aperti che si alternavano fra loro in un gioco di pieni e vuoti, fra i quali mi perdevo. Puntualmente alla ricerca di un libro che fosse sempre più nascosto e impolverato di quello che la mia mano riusciva a raggiungere. Quale fosse l’ordine per cui un libro potesse essere disposto e disponibile sullo scaffale a vista o adagiato e dormiente nella pancia di quella libreria ancora mi sfugge. E i cambiamenti che i libri hanno subito nel tempo fra traslochi, dismissioni e acquisizioni mi hanno sempre depistata, fin quando non sono stata abbastanza matura per far miei i libri attraverso alcuni adolescenziali criteri di sistemazione: tutti basati su istintive modalità di abbinamento, che nessun sistema Dewey tiene in conto. Una volta affinate, non permisi più a nessuno di metterle in discussione: mi erano costate anni di ripensamenti ed esplorazioni, tutte elaborate dal mio punto di osservazione privilegiato: la neoclassica poltrona di pelle punzonata che fiancheggiava la libreria e mi permetteva di vivere, lì seduta, le mie pigre avventure di pensiero di bambina molto lettrice e poco saltellante. Eppure ero contenta di avere ciò che allora mi bastava: mi bastava stare in compagnia di me stessa e dei miei libri: ovvero, dei libri che mia madre, insegnante di italiano, aveva accumulato nel suo tempo. Ma anche nelle case altrui cercavo i miei libri: mia nonna li teneva accatastati dietro al divano del suo soggiorno e cercavo sempre di acquisirli a me. Tutte queste letture, bulimiche e poco consapevoli, me le tengo dentro come l’odore di cuoio della poltrona di casa mia o del sugo caldo di pomodoro che mia nonna mi faceva assaggiare, prima di condirci la pasta, mentre leggevo i libri che, a casa sua, i figli avevano deposto nel tempo.

Sì, sono stata una bambina “poco uscita”: me lo ricorda, ridendo, il mio fidanzato, anche lui insegnante, che ha trascorso la sua adolescenza in un’isola del Mediterraneo simile a quella di Arturo. Ma io gli inseguimenti sugli scogli o la noia della pesca non li ho vissuti uscendo, ma solo entrando in un libro che me la raccontasse. L’isola di Arturo della Morante, appunto. Ma non rimpiango l’essere “poco uscita”: ci rido sopra con nostalgia e consolidata abitudine. E con lo sguardo retrospettivo di chi, poi, è diventato insegnante di lettere e si è ritrovata un deposito di letture a cui attingere e con cui confrontarsi. A volte, molto aspramente.

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La formazione dell’insegnante di lettere, 1 / Deborah Donato

5 novembre 2014

di Deborah Donato

[Questo è il primo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di lettere, che uscirà ogni (si spera) mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Deborah per la disponibilità. gm]

Deborah DonatoInsegno Lettere, adesso ho scelto.
Forse sono un’insegnante di Lettere un po’ atipica, perché ho a lungo studiato la letteratura da un’altra prospettiva. Mi sono laureata in Filosofia nel 1997, con una tesi sull’estetica e la semiotica di Umberto Eco. Fin da quei tempi, il mio interesse era “imparare a leggere”. La mia tesi, infatti, nasceva dall’interesse verso la figura del lettore modello e della cooperazione fra autore e lettore nei testi. Mi sono addentrata non solo nella filosofia di Eco e nella letteratura di Borges e Calvino, per fare la tesi, ma ho preso dimestichezza con Roland Barthes e la semiologia, Derrida e il decostruzionismo. L’interesse per il fenomeno del linguaggio mi ha poi portato a svolgere un dottorato sulla filosofia di Ludwig Wittgenstein e a indagare la differente concezione di linguaggio in filosofi quali Croce, Russell, Frege, Gadamer, Morin. Il lavoro accademico, proseguito con una borsa post-dottorato, si alternava all’apprendistato di insegnante. Nel 2004, infatti, presi l’abilitazione per insegnare filosofia e storia nei licei.
L’attenzione verso la lingua si è imposta anche attraverso il mio lavoro di traduzione di alcuni testi di Hegel e di Schrödinger; mi sono resa conto che la traduzione è un genere sommo di scrittura, che coinvolge non solo competenze grammaticali, ma conoscenza degli stili, delle pause di un autore, del suo lessico e perfino della sua cattiva punteggiatura.

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Tipi umani, 26 (con miniera)

19 giugno 2013

di giuliomozzi

   Altri in amar lo perse, altri in onori,
io per la fica il senno mio ho dissolto:
gioia m’ha dato, intelletto m’ha tolto
questa passion per gl’inguinali afrori.
   Altri dalle ricchezze de’ signori
hanno sperato godimento molto,
e chi più li ha adulati, più ha raccolto:
io godo solo di quei certi odori
   che dalle cosce d’una ballerina
– come di rose già disfatte al sole,
come di tigli nell’estate prima –
   promanano e risvegliano le sole
funzioni che dell’anima mia ima
vivono ancora e fan, come si suole
   dire, drizzar l’alzabandiera
a questa nave un tempo, ahimè, si fiera,
carcassa ora di ruggine e lamiera.

Miniera

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