La formazione dell’insegnante di lettere, 5 / Giovanni Accardo

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di Giovanni Accardo

[Questo è il quinto articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Giovanni per la disponibilità. gm]

Giovanni_AccardoSono cresciuto in un minuscolo paesino della provincia di Agrigento, Villafranca Sicula, dove non c’era né una libreria né una biblioteca. Nonostante i miei genitori fossero entrambi maestri elementari, per casa non giravano molti libri. Mia madre è stata per tanti anni insegnante di scuola materna, impegnata soprattutto a crescere me e mia sorella. Mio padre divideva il suo tempo libero tra il calcio e il poker, però aveva anche una grande passione per la politica, perciò non perdeva un telegiornale, sia a pranzo che a cena, e leggeva i giornali. Così, a tredici anni (nel frattempo in paese avevano aperto un’edicola), incominciai a leggere i giornali e ad interessarmi di politica: ricordo perfettamente i comizi per le elezioni regionali del 1975. Il mio futuro era stato già deciso: avrei fatto il medico, per diventare ricco ed essere rispettato in paese. Avrei studiato a Roma o in una città del Nord. Così aveva stabilito mio padre. Ho frequentato il liceo classico, ma di cultura classica ne ho respirata davvero poca, parte per colpa mia, parte per colpa degli insegnanti: freddi, distanti e autoritari. Della maggior parte di loro non ricordo neppure il nome. Della scuola, a dire il vero, non me ne importava molto, in testa avevo soprattutto le ragazze, la musica rock e la politica. In quarta ginnasio faticavo a parlare e scrivere in lingua italiana, la mia lingua madre era il dialetto siciliano, i miei compagni di gioco erano per lo più figli di pastori e di contadini. Al ginnasio, la gran parte dei miei compagni di classe, alcune ragazze in particolare, parlavano un buon italiano e mi mettevano soggezione. Avevo quattro nello scritto, ma mi tiravo su con l’orale, grazie all’ottima memoria e alla voglia di non sfigurare, nonostante la mia paralizzante timidezza. Di studiare, però, non m’importava nulla. Guardavo le ragazze e sognavo la mia prima esperienza sessuale. Alla fine dell’anno scolastico, la professoressa di lettere disse che non mi rimandava perché andavo bene nell’orale ed ero molto educato, però durante l’estate dovevo leggere e prenderla come abitudine, perché avevo pochissimo lessico e una fantasia limitata. Non mi disse né cosa leggere né dove prendere i libri. In paese l’unico che leggeva e che possedeva una biblioteca era il prete, andai a chiedere consiglio a lui. Mi fece abbonare al Club degli Editori, che ogni mese mi spediva un libro a casa. Ma l’unica cosa che continuava ad appassionarmi erano i giornali, leggevo “Paese Sera”, “La Repubblica”, “L’Espresso”, “Ciao 2001”. Al prete rubai due libri di Marcuse: L’uomo a una dimensione e L’autorità e la famiglia, che lessi l’ultimo anno di liceo e che mi furono utilissimi per il tema della maturità, soprattutto il primo, citato a piene mani. Ogni tanto mio padre portava un libro a casa, prestato da chissà chi, fu così che lessi Padre padrone di Gavino Ledda, Giovanni Leone: la carriera di un presidente di Camilla Cederna, Arcipelago Gulag di Solženicyn, Il giorno della civetta, Dalle parti degli infedeli e L’affaire Moro di Sciascia; di quest’ultimo ci capii davvero poco, nonostante avessi seguito il sequestro Moro sui giornali e alla televisione. Cosa cercavo in quei libri non saprei dirlo, forse la voglia di crescere. Invece so benissimo cosa cercavo nei libri della beat generation, la vera scoperta letteraria che segnò la mia adolescenza, grazie all’amicizia con un giovane del paese di dieci anni più grande di me e che era andato a vivere a Londra: la voglia di scappare. Quando lessi Sulla strada di Jack Kerouac, nell’estate del 1978 o del 1979, capii che da quel paese e dalla Sicilia dovevo andar via. Ci sarà poi un tragico avvenimento personale che nel 1980 confermerà e aumenterà questo desiderio di fuga.

Ma tutto questo cosa c’entra con la scuola? Dove si colloca la formazione dell’insegnante? La scuola, infatti, non c’entra nulla. Tolta la professoressa della quarta ginnasio, che in qualche modo mi ha avvicinato alla lettura, nessun insegnante ha lasciato un segno dentro di me.

Quasi tutti i giorni, quando entro in classe (insegno al Liceo delle Scienze Umane/Economico Sociale “Pascoli” di Bolzano), ripenso allo studente che sono stato e, proprio come racconta Eraldo Affinati ne La città dei ragazzi e in Elogio del ripetente, cerco in loro quel ragazzo annoiato, disinteressato e inquieto che sono stato. Parlo soprattutto a lui attraverso di loro e cerco di salvarli dalla noia, dall’apatia, dal disinteresse. A salvare me è stata l’inquietudine.

Finito il liceo andai a studiare Medicina all’Università di Padova, così come aveva previsto mio padre. Mi sono ritrovato iscritto a Medicina senza neanche pensarci, soprattutto senza pensare minimamente se mi piaceva oppure no. Durante le lezioni mi sentivo spaesato, estraneo, non ero io a faticare sulle formule di chimica o fisica, era un altro. Io ero da un’altra parte, anche se non sapevo dove. Le lezioni di Fisica le seguii tutte, mi pare fossimo in quattrocento dentro un’aula enorme. Giunti all’esame, fui tra i pochi a superare la prova scritta, sia pure con un misero 18/30. Al colloquio orale il professore mi chiese di disegnare un circuito elettrico. Lo feci, ma era un corto circuito. Il professore si limitò a confermarmi il 18, però mi disse, con la sua faccia austera e vagamente minacciosa, che di fisica non avevo capito nulla e che secondo lui avrei fatto meglio a cambiare facoltà. Io, invece, m’intestardii con Medicina, dove restai per cinque anni facendo pochi esami, quasi tutti ripetuti almeno due volte e superati con voti piuttosto bassi. Mentre preparavo l’esame di Anatomia, passavo le sere a leggere Kafka, soprattutto i Diari e poco alla volta sentii nascere il desiderio di studiare letteratura. Ci pensai ancora qualche settimana e dopo lo comunicai a mio padre, il quale minacciò di tagliarmi i viveri. Ma io non mi arresi. Intanto da Kafka ero passato, chissà per quali vie, a Cesare Pavese, di cui divorai un libro dopo l’altro, e poi a Vasco Pratolini (Metello, Lo scialo, La costanza della ragione, Il quartiere, Le ragazze di San Frediano). Kafka aveva rappresentato la sofferenza e il conflitto, Pavese la paura e la sconfitta, Pratolini il ritorno alla vita. Era maggio, andai alla segreteria di Medicina, feci domanda di ritiro dagli studi e andai ad iscrivermi a Lettere.

Aspettai con ansia l’inizio delle lezioni e a novembre incominciai a frequentare tre materie: Teoria e metodologia della letteratura, Estetica e Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea. Qui c’è stato l’incontro più importante degli anni universitari, quello col prof. Silvio Ramat, che quell’anno teneva un corso su Montale, le poesie scritte tra gli anni ’20 e ’40. Ricordo quei pomeriggi nell’aula di palazzo Maldura come il ritorno alla vita dopo tanta morte, mi sentii invadere da una passione mai provata prima. Spesso, finita la lezione, mi fermavo a parlare col professore, lo accompagnavo fino al suo studio, volevo comunicargli la mia gratitudine e il mio desiderio d’imparare. E proprio mentre parlavo con lui, misuravo la mia ignoranza. Ramat credo che allora fosse l’unico docente ad invitare dei poeti a lezione, fu così che incontrai Maurizio Cucchi, Luciano Erba, Giuseppe Conte, Alessandro Parronchi e poi Mario Luzi. Seguii un secondo corso con Ramat, dedicato ai Canti orfici di Dino Campana e con lui mi laureai, ma con una tesi di narrativa, sull’opera di Luigi Malerba. Ramat, inoltre, organizzava degli incontri al Caffè Pedrocchi, mettendo a confronto due poeti di diversa generazione. Ricordo Zanzotto e Magrelli, Loi e Luzi, Giudici e Lamarque, e poi Spaziani, Sanguineti, Raboni. Insomma, da quegli incontri capii che la letteratura non è solo studio sui libri, ma che è molto importante incontrare scrittori e poeti, ascoltarli e interrogarli. Come vedremo, quest’insegnamento ha avuto un effetto fortissimo su di me. All’università, oltre che con Ramat, ho fatto esami con studiosi davvero importanti – Mengaldo, Bandini, Renzi – che però di tutto si preoccupavano tranne che della didattica. A dire il vero, in quegli anni non pensavo minimamente di fare l’insegnante, mi sarebbe piaciuto restare all’università, soprattutto dopo la bellissima esperienza della tesi di laurea (un anno intensissimo di ricerca, letture e scrittura), per continuare a ricercare e scrivere. Riuscii a fare soltanto una ricerca, per conto di Ramat, curando gli apparati bio-bibliografici del volume Romanzieri tra realismo e decadenza, pubblicato dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, in una collana diretta da Walter Pedullà. La mattina stessa in cui consegnai il lavoro al professore e ritirai l’assegno col mio compenso, mi chiamarono per una supplenza alla Scuola alberghiera di Merano, non una scuola statale, ma una scuola provinciale che faceva parte del Centro di Formazione Professionale.

Quando misi piede in aula, non avevo assolutamente idea di cosa fare, l’unico modello di insegnamento di cui avevo esperienza era quello universitario. Difatti, dopo qualche giorno mi convocò il coordinatore di classe per dirmi che gli studenti di quarta, dove finalmente insegnavo la letteratura italiana, non capivano le mie lezioni, usavo parole e concetti troppo difficili. Semplifica, mi consigliò. D’altronde la parola d’ordine al CFP era descolarizzare, anche se il direttore della Scuola alberghiera disattendeva volentieri quella richiesta. Si era laureato anche lui a Padova, discutendo la tesi in Storia della lingua italiana con Gianfranco Folena. Forse per questa ragione entrammo subito in perfetta sintonia. Ma al CFP di Bolzano – dove insegnai per altri sette anni, quasi tutti nel corso per elettromeccanici e per automeccanici, con una parentesi con i grafici e le estetiste – non volevano sentire la parola scuola, quello che i ragazzi dovevano imparare era solo una professione. A me, invece, sembrava che i futuri elettricisti, automeccanici, estetiste avessero bisogno di essere scolarizzati e liberati dalla condizione di perdenti con la quale giungevano dalla scuola media. Ci arrivavano solo studenti apatici, demotivati e che avevano in odio la scuola e gli insegnanti, avendo collezionato più provvedimenti disciplinari che regole di grammatica. La prima materia che insegnai si chiamava educazione linguistica e sociale, destinata poi, grazie all’elevazione dell’obbligo scolastico a 15 anni, a sdoppiarsi in italiano e storia, ma solo al primo anno. Non c’erano né programmi né libri di testo, ognuno insegnava quel che voleva. Dopo i primi giorni andai dal direttore, persona di assoluto buon senso e di grande gentilezza, e gli dissi che bisognava comprare almeno un’antologia d’italiano. La buttai in politica, gli dissi che non potevamo formare degli eterni perdenti, che senza un adeguato patrimonio lessicale quei ragazzi non sarebbero stati in grado di far valere i propri diritti né nel mondo del lavoro, né nella vita. Il direttore mi diede il via libera e per la prima volta arrivarono i libri, addirittura comprati dalla scuola e dati in comodato gratuito ai ragazzi.

Quando arrivò anche l’insegnamento di storia, capii che con quegli studenti serviva una didattica appropriata e allora m’iscrissi ad un corso di aggiornamento curato da Ivo Mattozzi, docente di storia dell’Università di Bologna, che col gruppo Clio aveva elaborato una didattica per temi, al posto di quella rigidamente e aridamente cronologica. Feci acquistare i loro quaderni e infine il libro di grammatica. All’inizio tanti colleghi anziani mi guardarono con sospetto, ma poco alla volta si adeguarono. Proprio in quegli anni fu bandito un corso-concorso, cioè un concorso per essere assunti a tempo indeterminato, preceduto da un lunghissimo corso di formazione: 400 ore! Non mi dilungherò raccontando quali erano le materie di studio, quali le nostre relazioni coi docenti e a quanti e quali tentativi di manipolazione fummo sottoposti, dico soltanto che tra tante cose inutili (e che cosa potevano insegnarci dei professori universitari che neppure sapevano quanti anni avevano i nostri alunni?) imparai molto sulla progettazione e l’organizzazione aziendale, una competenza che ancora oggi mi è molto utile. Due avvenimenti assolutamente “trasgressivi” che organizzai in quegli anni di Formazione Professionale: una visita al MART di Rovereto con una classe di automeccanici e l’incontro di una classe di grafici con un giovanissimo Carmine Abate, dopo aver fatto leggere i racconti de Il muro dei muri, suo libro d’esordio.

Proprio in quegli anni, a novembre o a dicembre del 2000, al Premio Loria, a Carpi, dove si erano date convegno alcune scuole di scrittura creativa, conobbi Giulio Mozzi. Mi spiace parlarne proprio nel suo blog e spero che la cosa non lo imbarazzi, ma l’incontro con Giulio è stato un momento fondamentale per la mia formazione e un’occasione per tirarmi fuori dall’abbrutimento nel quale stavo precipitando. Hai voglia di dire cambiamo il mondo, stiamo dalla parte degli ultimi! Io, a forza di insegnare a chi non voleva imparare, cominciavo ad esaurire le mie energie creative ed intellettuali. Eppure, in quegli anni alla Formazione Professionale ho imparato due cose fondamentali per il mio mestiere: di fronte ad una difficoltà non serve a nulla lamentarsi, bisogna soltanto trovare la soluzione; se vuoi che uno studente ami la scuola, almeno una volta devi fargli sperimentare il successo.

Proposi all’UPAD (Università Popolare delle Alpi Dolomitiche), dove avevo tenuto dei corsi di letteratura, di organizzare un laboratorio di scrittura creativa; nel maggio del 2001 partimmo con i corsi di scrittura creativa, sfociati poi in una scuola di scrittura che si chiama Le Scimmie, attiva tutt’ora, e che ha il suo assunto didattico proprio in un testo di Giulio intitolato “L’imitazione non è una limitazione” (lo trovate nel volume Lezioni di scrittura, pubblicato da Fernandel). Da Giulio ho imparato moltissimo, sia per la mia scrittura che per la mia didattica. Se c’è una competenza di cui tutti gli insegnanti hanno assoluto bisogno, secondo me, è la creatività, soprattutto in una scuola, come quella italiana degli ultimi anni, che taglia sempre di più ogni forma di creatività per dare spazio al nozionismo e alla scrittura normativa, molto comoda per trasformare gli studenti in pappagalli o in scimmiette ammaestrate. Ecco che ritorna fuori la mia prima formazione (o autoformazione), quella politica. O forse si tratta di Céline, Viaggio al termine della notte:

Non ti serviranno a niente qui i tuoi studi, ragazzo! Mica sei venuto qui per pensare, ma per fare i gesti che ti ordineranno di eseguire… Non abbiamo bisogno di creativi nella nostra fabbrica. È di scimpanzé che abbiamo bisogno… Ancora un consiglio. Non parlare mai più della tua intelligenza!

Dopo aver superato l’ultimo concorso ordinario per esami e titoli, nel 2004 passai al liceo e fu come lanciarsi senza paracadute. Se è vero che i nove anni di Formazione Professionale mi avevano dato una grande solidità nelle competenze sociali e relazionali, mi sentivo deficitario sul versante linguistico. La letteratura avevo continuato a coltivarla, grazie ai saggi che avevo ricavato, continuando a lavorarci, dalla tesi di laurea e che ho pubblicato su diverse e prestigiose riviste. E grazie anche ai corsi di letteratura che avevo cominciato a tenere, ad un pubblico di adulti, all’UPAD: il Romanticismo, il Neorealismo, la letteratura comica del ‘900 e altro. La preside del liceo mi accolse benissimo, non altrettanto posso dire dei colleghi, soprattutto quelli di lettere, che mi guardarono con fastidio, non perché arrivavo dalla scuola degli ultimi, come avevo temuto, ma per il mio eccessivo attivismo. Infatti, dopo appena un mese dal mio arrivo proposi di organizzare incontri di approfondimento, per i docenti e gli studenti, invitando studiosi e scrittori. La preside mi sostenne immediatamente, gran parte degli insegnanti, in particolare, lo ripeto, quelli di lettere, non ne furono per nulla contenti, difatti molti di loro non parteciparono a nessun incontro, o ignorandolo, oppure giustificandosi col programma. Cioè, non potevano interrompere lo svolgimento del programma ministeriale per far incontrare ai loro studenti degli scrittori in carne ed ossa. Qualche tempo dopo ho scoperto che molti di quei colleghi vedevano nelle attività che organizzavo soltanto un’occasione per mettermi in mostra, bollandomi come narcisista ed esibizionista, cosa che in parte è vera, però il narcisismo e l’esibizionismo, dopo lunghi anni di paralizzante timidezza e solitudine, oggi sono il mio propellente. Sono orgoglioso di avere portato a scuola e fatto incontrare ai miei studenti scrittori come Eraldo Affinati, Antonia Arslan, Massimo Carlotto, Antonella Cilento, Valerio Magrelli, Umberto Fiori, Michele Mari, Marcello Fois, Matteo B. Bianchi, Andrea Bajani, Giorgio Vasta, Paolo Nori, Angelo Ferracuti, Francesco Costa, Enrico Brizzi, Laura Pariani e studiosi come Antonio Prete, Niva Lorenzini, Silvio Ramat, Andrea Cortellessa, Mario Isnenghi. E di tanti altri sicuramente mi dimentico.

A spezzare la mia solitudine di insegnante e a dare forza alla mia didattica fatta di progetti, incontri con gli autori e letture interdisciplinari è stata la bellissima esperienza delle scuole trentine chiamata “Scuola d’autore”, ideata dal collega Amedeo Savoia (alla quale collaborava anche Giulio Mozzi), vera e propria fucina di didattica attiva e innovativa, basata sulla condivisione di idee, materiali ed esperienze. “Scuola d’autore” aveva l’obiettivo di mettere in contatto e collaborazione diretta gli insegnanti e le classi con autori contemporanei di narrativa, poesia, teatro e documentario cinematografico, curando la definizione della proposta didattica delle loro opere e la sua realizzazione nelle classi; di proporre laboratori di scrittura pensati per gli studenti ma praticati anche dagli insegnanti; di aprire spazi di riflessione sulla didattica e sul canone della storia della letteratura italiana. Dopo aver partecipato da esterno per un paio d’anni ai seminari residenziali che si svolgevano a Candriai, chiesi ad Amedeo e a Giulio di portare l’esperienza a Bolzano. Il mio liceo si è caratterizzato per il taglio decisamente interdisciplinare, indirizzando le proposte a tutti i docenti e non solo a quelli di lettere, in una prospettiva che coinvolgesse quante più discipline possibili. Per me è stata l’occasione per conoscere nuovi colleghi e nuove esperienze didattiche, per aggiornare i miei programmi e le mie metodologie, spesso con difficoltà e al prezzo di tante ore di studio. Ma so che ho da colmare un lungo gap culturale, quello dei miei anni siciliani, senza che ciò voglia essere un’accusa alla Sicilia, si tratta solo di un riferimento cronologico.

È questa la mia formazione, uno studio e un aggiornamento continuo, fatto di dubbi, domande, letture, incontri, libri, esperienze e talvolta conflitti. L’ultima opportunità di formazione è ancora una volta con dei colleghi di Trento, colleghi molto più preparati di me, con i quali condivido l’esperienza di un nuovo manuale di letteratura per le scuole superiori: Attraverso la letteratura, che sarà pubblicato da Garzanti/De Agostini, diretto da Claudio Giunta, docente di Letteratura italiana all’Università di Trento, e per il quale un gruppo di docenti, tra i quali il sottoscritto, sta preparando gli apparati didattici.

Se sono stato prolisso, vi prego di scusarmi. Se invece nel racconto delle mie esperienze avete trovato qualcosa di utile per la vostra professione, vi prego di farne buon uso.

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13 Risposte to “La formazione dell’insegnante di lettere, 5 / Giovanni Accardo”

  1. deborahdonato Says:

    Caro Giovanni, per nulla prolisso. Inoltre, con la citazione di Céline mi hai proprio preso il cuore. L’interesse di questa rubrica è vedere quanta pluralità vi sia in quella che l’opnione pubblica considera una tinta unita: la “classe insegnante”.

  2. GattoMur Says:

    Bellissimo testo, Giovanni. Grazie.

  3. paolab Says:

    questa rubrica è bellissima. e il tuo racconto, caro giovanni, pure! «se vuoi che uno studente ami la scuola, almeno una volta devi fargli sperimentare il successo» è un perfetto esempio di come il fine-feticcio dei nostri tempi piuttosto bui (il successo!) possa essere trasformato in mezzo per un fine fin troppo sconfessato (la scuola = la cultura = la libertà). un grazie a tutti i bravi insegnanti!

  4. acabarra59 Says:

    ” Mercoledì 3 dicembre 2014 – La scuola che ho fatto io, nei sideralmente lontani anni Cinquanta del secolo scorso, non era un pranzo di gala, lo ricordo benissimo. I miei ricordi di scuola sono anche ricordi terribili, ricordi di stragi sanguinose, di efferati massacri. I professori, le professoresse, in epoca ante-obbligo, non erano quasi mai « buoni », magari erano bravi, ma buoni no. Io, che avevo la fortuna di essere figlio di una professoressa, e per di più di una piuttosto « buona », che dunque della scuola sapevo tutto, che anche per questo a scuola « andavo » benissimo, vedevo scorrere sotto i miei innocenti ma non inconsapevoli occhi i fotogrammi di un film colossale, esotico, pauroso. Come-in-un-film, i « selvaggi », gli indiani, gli Zulu, tentando di introdursi nella casamatta dell’istituzione scolastica, cadevano, a decine, a centinaia, a migliaia, sotto il fuoco di armi automaticamente spietate. Quello che vedevo era una specie di genocidio. Che tuttavia non mi riguardava. Perché, fra le moltitudini dei « sommersi », io ero sempre il « salvato ». Intendiamoci: io, a differenza di altri, a differenza anche di qualche professore, cioè di qualche professoressa, non ci prendevo per niente gusto. Io prendevo atto, constatavo, « assistevo », con un senso di lieve raccapriccio, e di infinito stupore. Mi chiedevo anche perché tutto quello accadesse. Ora, dopo tanti anni, mi sono quasi convinto di saperlo – ma forse lo sapevo anche allora. Detta in due parole: ciò che conduceva tanti miei compagni a quegli esiti disastrosi non era tanto il fatto che provenissero da famiglie poco « acculturate », oppure che avessero poca « voglia di studiare », oppure che si « presentassero » male, cioè non avessero le physique du rôle dell’alunno ministerialmente corretto, ma, piuttosto, che non sapevano ascoltare, proprio così: ascoltare. Perché, in quella scuola post-bellica, pre-televisiva, pre-consumistica, si trattava soprattutto di far funzionare il senso dell’udito. Quello che si veniva a sapere, che si era messi in condizione di « apprendere », giungeva a noi in forma di parole, cioè di voce, soprattutto di voce. Potevano piacere o no, quelle voci, quasi sempre di donna, di professoressa, mai di mamma – a parte me, a parte la mia -, ma si trattava, comunque, di ascoltarle, di discernere quello che volevano dire, di « leggerle », diciamo così. Ecco: io, anche allora, avevo notato che le disgrazie dei miei compagni disgraziati nascevano quasi sempre dal fatto che non sapevano leggere. Ma devo dire meglio: io, anche allora, non mi sentivo di non avere il sospetto che lo facessero apposta, cioè che non volessero leggere, cioè – vedi sopra – ascoltare. Oppure che, per qualche oscuro – fisiologico? antropologico? – motivo, non fossero in grado di farlo. Mah. Boh. « Via, ora ‘un facciamola tanto lunga », come direbbe la mamma di Benigni. Che è uno che non ho ancora capito se sia più da vedere o più da ascoltare. Magari non lo sa nemmeno lui. [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 138

  5. Beatrice Geroldi Says:

    Grazie alla fertile inquietudine di Giovanni Accardo.

  6. donatella Says:

    Grazie a Giovanni, a Deborah, a Maria Rosa, a Maria Luisa e a Marisa! Come insegnante, mi sono sentita commossa, stimolata, confortata e incoraggiata dalle vostre esperienze. E grazie a Giulio, che ha riconosciuto il senso del nostro lavoro.

  7. Edvige Vono Says:

    Il racconto di Giovanni mi riporta al mio passato. Anch’io figlia di due maestri, anch’io cresciuta in un paesino del sud privo di biblioteche. Non è a scuola che ho imparato a leggere: i miei primi libri li ho scovati in casa. Allora frequentavo le scuole medie. Avevo una sorta di timore, quasi di vergogna, nel provare un piacere che sembrava sconosciuto ai più: nessuno intorno a me leggeva, almeno non con quell’avidità. La mia formazione è partita da Dostoevskij. Gli anni universitari, poi, li ho trascorsi leggendo, più che studiando: sprofondavo nei mondi paralleli delle mie letture, soprattutto in prossimità degli esami, senza che peraltro la mia preparazione ne risentisse. Divenuta insegnante per caso, riconosco oggi il valore della mia solitudine.
    Leggere per i miei ragazzi è e rimane un piacere inenarrabile. Si diventa forse egocentrici. Ma che male c’è a donare agli altri la parte migliore di sé?

  8. mariagiannalia Says:

    “Cioè, non potevano interrompere lo svolgimento del programma ministeriale per far incontrare ai loro studenti degli scrittori in carne ed ossa. Qualche tempo dopo ho scoperto che molti di quei colleghi vedevano nelle attività che organizzavo soltanto un’occasione per mettermi in mostra, bollandomi come narcisista ed esibizionista, cosa che in parte è vera, però il narcisismo e l’esibizionismo, dopo lunghi anni di paralizzante timidezza e solitudine, oggi sono il mio propellente. ”

    Bellissima formazione, la tua, Giovanni Accardo. Queste tue parole, che ho voluto citare, mi confermano sempre di più nella mia convinzione che gli insegnanti non sono tutti uguali, come d’altra parte càpita per tutte le altre categorie di lavoratori. Ma spesso noi ci segnaliamo per questo orribile atteggiamento: snobbare e livellare al basso quelli che “osano”. E invece no, bisogna osare. Nel nostro mestiere i nemici più efferati, paradossalmente, possono essere i colleghi senza entusiasmo che preferiscono praticare la rassicurante strada della routine, piuttosto che mettersi in gioco attraverso metodologie che interessino davvero i ragazzi. E non per nulla questi colleghi si ritrovano nei licei- in particolare classico e scientifico- baluardi della scuola della conservazione ( fatte sempre le dovute eccezioni). Molto, molto meno nei tecnici e nei professionali e, soprattutto, nelle medie, dove bisogna necessariamente mettersi in gioco giorno per giorno, pena l’insuccesso assoluto. Ecco, quando si parla di valorizzazione del merito dei docenti, è a questo tipo di merito che bisognerebbe guardare.

  9. Fabio Bernardi Says:

    che dire caro Giovanni: la strada che stai “camminando” mi sembra proprio quella giusta! Bravo.

  10. Giovanni Says:

    Grazie a tutti per i commenti e gli apprezzamenti.

  11. Carlo Capone Says:

    Io di Giovanni Accardo ho letto “Un anno di corsa”, di Sironi. Mi piacque un pozzo, come tutti o quasi i libri della collana Indicativo Presente diretta da Giulio. Li conservo allineati in una mia liberia.

    E a proposito, ma perchè diavolo si interruppe quella collaborazione tra GM e Sironi? per me è stata una delle poche idee buone dell’editoria italiana degli anni zero. Oddio, una spiegazione l’avrei pure. Rendono molto di più i test di esercitazione per gli esami di ammissione alle varie facoltà. Vabbè.

  12. Giovanni Says:

    Caro Carlo Capone ti ringrazio molto. Dispiace anche a me la chiusura della collana Indicativo Presente. Spero di tornare presto in libreria con un libro sulla scuola.

  13. Un’altra scuola, di Giovanni Accardo | vibrisse, bollettino Says:

    […] [Giovanni Accardo è insegnante di Lettere presso il Liceo Pascoli di Bolzano. Oggi arriva in libreria, pubblicato da Ediesse nella collana Carta bianca curata da Angelo Ferracuti, il suo libro-diario Un’altra scuola. Ecco le prime pagine. Chi preferisce, può prelevare l’estratto in pdf gm]. […]

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