La formazione dell’insegnante di Lettere, 10 / Daniela Grandinetti

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di Daniela Grandinetti

[Questo è il decimo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Daniela per la disponibilità. gm]

daniela_grandinettiNe La lingua salvata Elias Canetti dice che “la diversità degli insegnanti è la prima forma di molteplicità di cui si prende coscienza nella vita”. Questa rubrica lo dimostra.
Non sono frequenti le occasioni per raccontare le esperienze, i dubbi, le scelte che accompagnano il viaggio di un insegnante – tra entusiasmi e frustrazioni – quindi ben venga questa occasione che può servire, in primis, a chi scrive, come momento di riflessione, “un fare il punto”.
Si sente dire che la scuola è rimasta forse l’unica agenzia culturale a difendere l’ultimo baluardo di formazione, oggi che gli adolescenti spesso non hanno significative esperienze di vita associata ispirata a un ideale o a uno stile di vita. Le forme associative più diffuse sono quelle legate alla pratica di uno sport, quando praticato, né più oratori né politica; è quindi forse vero che la scuola ha questo ruolo più che in passato.
Io appartengo alla schiera di insegnanti che ancora crede nel ruolo educativo della scuola. Mi sono formata alla scuola della letteratura più che della pedagogia.
Sono stata un’adolescente inquieta e curiosa, nata in un piccolo centro in provincia di Catanzaro, dove sono cresciuta a pane musica e cinema e dove con un piccolo gruppo facevo teatro. Ricordo ancora una sera nel teatro della nostra città uno spettacolo che scandalizzò la platea: era l’Antigone del Living Theater, una di quelle esperienze che ti indicano la strada per capire che respiro vuoi seguire.
Ho frequentato il liceo classico e quando mi sono iscritta all’università avevo in testa una sola cosa: non volevo insegnare, quindi ho scelto Lingue. Ero una studentessa fuori sede a Firenze con grandi aspettative, ma l’esperienza universitaria in parte è stata deludente, contrassegnata da un grande confusione e, poiché non ero sicura di ciò che avrei voluto fare, ho fatto ciò che mi piaceva fare. Mi sono iscritta ai corsi di inglese e russo più per studiare la letteratura che non la lingua, ho cominciato a dare esami in libertà (allora i piani di studio lo permettevano con i cosiddetti esami facoltativi) passando per estetica, storia del cinema, storia del teatro, storia del giornalismo e così via. Strada facendo però ho capito che le lingue non erano la mia strada, anche se poi le ho imparate, e mi sono laureata in Lettere. Da sempre sono stata una lettrice onnivora, appassionata di cinema, musica, teatro, scrittura, ma anche sport (soprattutto atletica) e danza, da quella tribale a quella contemporanea.

Poco prima della laurea per caso mi sono imbattuta in un corso molto lontano da ciò per cui avevo studiato: Pianificazione e organizzazione di eventi, l’ho frequentato per un anno e con quel diploma ho lavorato per circa dieci anni organizzando eventi, culturali e scientifici.
Finché un giorno mi sono trovata a insegnare proprio quello che stavo facendo in un corso parauniversitario: trovarmi di fronte a una classe con tutti quegli occhi puntati addosso è stato dapprima uno shock, poi una sorpresa piacevole: ho scoperto che mi piaceva, mi stimolava, mi spingeva a migliorarmi, mi sfidava. Ed è così che sono approdata all’insegnamento: per scelta.
Ho iniziato insegnando in un corso serale per adulti e l’ho fatto per due anni. Nel mio bagaglio questa sì è stata un’esperienza formativa: si trattava in gran parte di adulti che tornavano sui banchi di scuola per una scommessa con sé stessi e non solo per il bisogno di un titolo di studio, pertanto avevano delle aspettative elevate. Questo mi ha costretto a riprendere e misurarmi con i miei saperi, e a metterli a frutto efficacemente, cercando di individuare metodologie per un apprendimento rapido, ma non banale, visto che tutti svolgevano attività lavorativa a tempo pieno. I risultati sono stati appaganti.
La mia è stata una formazione “sul campo”, fatta di incontri ed esperienze. Non ho trovato né scelto di frequentare iniziative di formazione, niente che mi stimolasse davvero, nella scuola la formazione è lasciata alla scelta, alla tasca e alla buona volontà degli insegnanti. Gli unici corsi che ho frequentato, rigorosamente a pagamento (costretta dal mercato dei punteggi nelle graduatorie, un meccanismo perverso che costringeva a “comprare” corsi presso la facoltà di Scienze della formazione) sono stati un’esperienza a dir poco avvilente: E-learning (forse il meno peggio, giusto perché ho incontrato due colleghe con le quali abbiamo lavorato a un portale su Petrarca). Poi Educazione alla cittadinanza, pressoché insignificante. Infine Educare alla lettura, e qui speravo in qualcosa di meglio: dirò soltanto che l’unica lezione che ne abbiamo avuto è stata quella di una giovane dottoranda dell’università di Pisa che ci ha intrattenuto sul ruolo della cacca in non ricordo più quale romanzo della Pitzorno; i testi per l’esame finale li ho rimossi, cose tipo come proporre Il giovane Holden e Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Una pena irritante costata 350 euro.

Ho sempre insegnato nei professionali e nei tecnici e ho maturato la mia esperienza soprattutto nel biennio del professionale, dove gli studenti sono spesso alla ricerca di una motivazione, hanno personalità difficili da intercettare. E’ soprattutto a questo che mi sono dedicata e tutto il mio eclettico bagaglio mi è tornato utile. Ho messo in campo progetti teatrali e laboratori di lettura espressiva, ho imparato quanto l’uso dell’espressione corporea possa essere proficuo e l’educazione al linguaggio ne tragga infinti benefici. Il teatro è lavoro di parola e di comunicazione, di gruppo, di responsabilità e disciplina. Quando si riesce a far convergere le energie comuni verso un unico obiettivo, in un contesto di relazioni complesse, i risultati dimostrano che in classi difficili, come spesso è nei professionali, ciò ricade sulla motivazione e sulla fiducia, che sono i due aspetti più spesso carenti, fonte di disagio e dispersione.
L’esperienza mi ha poi insegnato che non sono i ragazzi che devono adeguarsi a me (anche se devo rappresentare un modello da seguire) ma sono io che devo cercare il metodo per tentare di spezzare le difficoltà che li separano dal successo scolastico, questo è un mestiere per empatici curiosi, per chi non ama fermarsi e non si solidifica in un metodo o un modello. Diffido di entrambi.
Una tra le esperienze più positive è stata lavorare, ormai più di dieci anni fa, con un gruppo di insegnanti con il quale ho condiviso un pezzo di strada entusiasmante: abbiamo lavorato in forte sinergia e collaborazione partendo dalla semplicissima premessa che i ragazzi devono poter venire volentieri a scuola. Lo spirito di gruppo all’interno del quale ognuno svolgeva il proprio ruolo senza alcuna prevalenza sull’altro, l’affiatamento maturato, l’intendere la professione come impegno quotidiano, il continuo confronto teso alla comune volontà di recupero dei soggetti a rischio, ha reso possibile risultati insperati, con ricadute spesso molto positive sull’andamento didattico. Questo bagaglio però è andato perso, perché l’organizzazione scolastica così com’è spesso non tesaurizza le esperienze. Adesso è tutto molto diverso, tant’è che ormai agisco nella solitaria convinzione che il mio lavoro è nella classe, fuori, nella “scuola” sono una monade vagante.

Sono ormai venti anni che si susseguono riforme scolastiche che si abbattono sulla scuola mentre nella totale impotenza assistiamo al suo lento degrado. Sono convinta che la pedagogia per obiettivi abbia introdotto una concezione tecnocratica dell’educazione, non si parla più di insegnamento, ma di formazione e di ambiti di formazione in termini di gestione, quasi una concezione manageriale che ha influenzato tutto l’universo scolastico. Noi prepariamo la giusta miscela delle polpette perché a uno stimolo si ottenga la risposta, il famoso riflesso condizionato del cane di Pavlov.
“L’istruzione e’ l’arte di rendere l’uomo etico” diceva Hegel: questo invece è sempre stato per me il principale obiettivo dell’insegnamento.

Dalla mia esperienza ho osservato che in molti casi la scuola è vissuta come una forzatura o con indifferenza, non sempre in modo interessato e partecipe; il compito di un insegnante diventa spesso complesso in quanto deve lavorare sempre più a fondo sulla struttura motivazionale dell’allievo, nell’individuazione di ciò che è in grado di coinvolgerlo. Per insegnare bisogna comunicare, cioè capire il mondo dei ragazzi e introdurli nel mondo del sapere organizzato, facendone cogliere il valore, la problematicità, l’utilità per la comprensione di sé e per il miglioramento della propria vita e della collettività in senso generale; ma bisogna anche ascoltare i valori, i bisogni, le domande, talvolta i pregiudizi di cui i giovani sono portatori. Bisogna usare la voce, il corpo, il movimento, bisogna saper coinvolgere ed entusiasmare.
Io ho letto Don Milani e anche Paola Mastrocola (il suo La scuola raccontata al mio cane non è tutto da buttare, è il seguito che è discutibile) tanto per citare due che su questa rubrica sono stati richiamati. E tutto mi è servito, niente è applicabile tout-court fuori dal suo contesto, ma nella formazione di un insegnante sono passaggi utili e necessari, da tutto si può prendere quel che serve.
Vorrei concludere dicendo che per garantire il successo formativo e una reale crescita per me la scuola dovrebbe dare meno progetti e più cultura, formare individui con mente aperta, critica, disponibile. Questa è oggi la scommessa della scuola che deve ripensare individui responsabili che si riapproprino del senso dell’etica e della partecipazione del singolo in rapporto alla comunità. Questo considero sia innanzi tutto il mio lavoro.
Purtroppo dobbiamo impiegare una grande quantità di energia per far fronte a una misura crescente di adempimenti, con un lessico – mi si perdoni la vena polemica – di chiara provenienza: monitorare, debito, credito, computi, conteggi, certificazioni, competenze e via discorrendo. Tante volte preferirei spendere il mio tempo a preparare una lezione, a cercare idee, spunti, testi di interesse, perché la didattica è mobile: non hai mai un bersaglio fisso da colpire, si sposta continuamente, i soggetti coinvolti sono persone, e le persone hanno le loro storie, i loro vissuti, diversi gradi di comprensione, sono materia in evoluzione costante. La scuola è fatta come è sempre stata fatta: da insegnanti e studenti. Ci si può inventare di tutto, ma alla fine quando ti chiudi la porta alle spalle è quello. Perfino le tecnologie: aiutano, ma non sono determinanti. E’ alla scuola del libro che abbiamo imparato a sviluppare abilità e competenze attraverso le conoscenze, se le statistiche dicono che queste sono sempre più inadeguate, forse bisognerebbe fermarsi e porsi qualche domanda.

Negli ultimi anni, inoltre, ci è stato detto che il sapere non basta, ma bisogna insegnare a saper fare. Tradotto significa che è inutile leggere Calvino o cogliere la bellezza di un verso qualsiasi se poi non si sa leggere l’orario degli autobus. Quindi bisogna insegnare a leggere l’orario dell’autobus, a scrivere una lettera, un fax, un telegramma. Il sapere deve essere spendibile, altro termine fortemente in uso: ciò che non uso non serve.
Credo, in sintesi, che se tutto può essere imparato e acquisito, un solo, vero requisito indispensabile debba essere richiesto a un insegnante: la passione e l’amore per quello che fa. Il sapere è un abito mai finito: è questa la vera formazione dell’insegnante, che non finisce mai di adattarsi e adattare ciò che conosce a situazioni diverse..
Ritengo infine che il congedo più opportuno da questi miei appunti personali – molte parole per esprimere pensieri, consapevolezze, dubbi, tentativi, a volte sbagli, comunque onestà di fondo nell’affrontare un’attività così delicata come quella di contribuire a formare “individui”, non ingranaggi di una macchina – possa essere sintetizzato in una frase di Danilo Dolci: Ciascuno cresce solo se sognato.
E, – un po’ come Goldoni la cui fonte di ispirazione sono Mondo e Teatro – quale altro luogo di sogni e realtà ha un insegnante di Lettere se non i Libri e la Letteratura?
Tutto il resto…. È noia.

(P.S.: ebbene sì, perfino Califano può servire!)

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23 Risposte to “La formazione dell’insegnante di Lettere, 10 / Daniela Grandinetti”

  1. deborahdonato Says:

    “Sono convinta che la pedagogia per obiettivi abbia introdotto una concezione tecnocratica dell’educazione, non si parla più di insegnamento, ma di formazione e di ambiti di formazione in termini di gestione”. Daniela, ne sono convinta anche io. Tutti gli stimoli che stanno venendo fuori in questa rubrica, tutta la nostra insoddisfazione per il modo in cui una certa pedagogia ha inteso trasformare la scuola, spero possano organizzarsi in modo propositivo. Complimenti.

  2. Giovanni Accardo Says:

    “L’esperienza mi ha poi insegnato che non sono i ragazzi che devono adeguarsi a me (anche se devo rappresentare un modello da seguire) ma sono io che devo cercare il metodo per tentare di spezzare le difficoltà che li separano dal successo scolastico…”
    Sono reduce da una lunga e frustrante riunione del consiglio di presidenza del mio liceo, in cui abbiamo tentato di far capire quanto scrive la collega Daniela Grandinetti alle due colleghe di diritto ed economia, nelle cui classi le insufficienze solitamente arrivano al 70%. Non c’è stato verso! Il problema non sono loro, non è la loro didattica inadeguata, vetusta e noiosa, il problema sono gli studenti. In questi casi io invoco la scuola-azienda per poter licenziare chi non sa fare questo mestiere, non accetta il confronto o l’autocritica, la formazione e l’aggiornamento, chi non sa lavorare in gruppo.
    Così come sono perfettamente d’accordo con daniela che bisognerebbe abolire ogni pratica burocratica che spesso sottrae tempo inutilmente al nostro lavoro, fino ad arrivare all’abolizione del ministero, dando la scuola in gestione direttamente agli insegnanti: i soviet della scuola. Vabbe’, scherzo, ma non troppo!
    Un preside di liceo, mio caro amico e persona di enorme cultura, passato dal ruolo di insegnante a quello di dirigente, perfettamente integrato nel meccanismo burocratico, ha tentato di convincere gli insegnanti di italiano circa l’importanza di insegnare agli studenti come si prepara un curriculum vitae…

  3. Michela Fregona Says:

    Grazie, Daniela! Tante, tantissime cose condivise e condivisibili: cose belle, della scuola; cose forti, cose importanti. Empatia, conoscenza, curiosità, etica, spirito di gruppo: ecco, parole che mi fanno l’effetto di aria buona. Ce n’è bisogno, di questi tempi… (io per i soviet degli insegnanti ci sto, eh, Giovanni!)

  4. Sono un’insegnante | Camminando a parole... Says:

    […] https://vibrisse.wordpress.com/2015/01/28/la-formazione-dellinsegnante-di-lettere-10-daniela-grandin… […]

  5. Daniela Grandinetti Says:

    A questo punto forse dovremmo fondare una specie di movimento, magari evitiamo la parola soviet che, si sa, è pericolosa, ma rifondare la professione non sarebbe male (scherzo, ma non troppo)

  6. Pensieri Oziosi Says:

    Mi posso permettere un’osservazione dall’esterno del mondo scolastico?

    Negli ultimi anni, inoltre, ci è stato detto che il sapere non basta, ma bisogna insegnare a saper fare. Tradotto significa che è inutile leggere Calvino o cogliere la bellezza di un verso qualsiasi se poi non si sa leggere l’orario degli autobus. Quindi bisogna insegnare a leggere l’orario dell’autobus, a scrivere una lettera, un fax, un telegramma. Il sapere deve essere spendibile, altro termine fortemente in uso: ciò che non uso non serve.

    Non vedo che cosa ci sia di male ad insegnare sia ad adoperare la lingua per fini pratici sia a conoscere ed apprezzare la letteratura. «Il sapere non basta, ma bisogna insegnare a saper fare» mi sembra voglia dire questo, no?

    La motivazione di questa recente attenzione verso questi fini pratici va evidentemente ricercata nel fatto che solo di recente si è cominciato ad avere un riscontro effettivo della diffusione dell’analfabetismo funzionale nella popolazione adulta. Penso che chiunque tra noi abbia accumulato sufficiente evidenza aneddotica sulla realtà del fenomeno.

    Accardo scrive:

    Un preside di liceo, mio caro amico e persona di enorme cultura, passato dal ruolo di insegnante a quello di dirigente, perfettamente integrato nel meccanismo burocratico, ha tentato di convincere gli insegnanti di italiano circa l’importanza di insegnare agli studenti come si prepara un curriculum vitae…

    Di nuovo, faccio fatica a capire perché dovrei sentirmi in disaccordo con il preside, come Accardo sembrerebbe invece suggerire debba essere la reazione naturale.

    L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, e di lavoro ve ne sono di tre tipi: il lavoro nello stato il cui accesso è regolato per concorso, il lavoro autonomo, il lavoro dipendente nel settore privato. Il primo passo per accedere a quest’ultimo prevede la redazione di un CV e la composizione di una lettera di introduzione. Ora se all’interno di una scuola di un qualche grado o livello ho un docente di italiano che tra le altre cose insegna anche a far ciò è una cosa buona oppure no? Se gli altri insegnanti non lo fanno mettono in posizione di svantaggio i propri studenti sì o no? E il preside che dovrebbe fare, accettare la disparità, convincere il primo a non farlo, o convincere gli altri a farlo anche loro?

  7. Giovanni Accardo Says:

    @pensieri oziosi
    L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, ma forse il compito principale (nella continua riduzione di ore e nell’aumento di prestazioni richieste) di un liceo classico (tale è la scuola di cui parlo) non è preparare gli studenti al mondo del lavoro, né dare loro competenze praticamente spendibili, ma strumenti per lo studio e la ricerca. Altrimenti trasformiamo tutte le scuole, licei compresi, in un centro di formazione professionale. Chi si iscrive in un liceo sa, o dovrebbe sapere, che ha scelto un percorso scolastico che si concluderà con l’università, non è un percorso pratico o lavorativo. Come si compila un curriculum vitae, insomma, non mi pare tra gli obbiettivi prioritari di un insegnante di lettere di un liceo, così come non lo è l’educazione stradale, per fare un esempio di una delle tante richieste che anno dopo anno vengono appioppate alla scuola. Ci sono competenze che gli adolescenti possono acquisire benissimo fuori dalla scuola, senza sottrarre continuamente tempo e spazio al sapere disciplinare, spesso banalizzandolo o appiattendolo unicamente sul suo uso pratico. Detto questo, come sa chi mi conosce o chi ha letto la mia formazione dell’insegnante di lettere, lavoro in un liceo aperto a continue collaborazioni con musei, teatri, biblioteche, istituzioni del territorio, università, dove si sperimentano percorsi innovativi e pluridisciplinari e dove in quarta gli studenti vanno in stage per due settimane. Ma sono tutte attività aggiuntive ed extracurricolari che si sommano al percorso scolastico, senza portare altrove la scuola, cosa che penso farebbe comodo a tanti altri, scaricando su di essa compiti che dovrebbero essere assunti da altre istituzioni o che gli studenti possono assolvere autonomamente. Il problema sorge quando alle competenze disciplinari si sottraggono ore per sostituirle con altro, con competenze pratiche, da formazione professionale, appunto. Io ho insegnato in un centro di formazione professionale e insegnavo a scrivere un curriculum o a simulare un colloquio di lavoro. Ma in un liceo classico, a mia figlia, preferirei che insegnassero altre cose e che il preside non lo chiedesse agli insegnanti di italiano, riducendo la materia ad un sapere meramente utilitaristico.
    Racconta la giornalista francese Anniek Cojean che un preside di un liceo americano aveva l’abitudine di scrivere, ad ogni inizio di anno scolastico, una lettera ai suoi insegnanti:
    “Caro professore,
    sono un sopravvissuto di un campo di concentramento. I miei occhi hanno visto ciò che nessun essere umano dovrebbe mai vedere:
    camere a gas costruite da ingegneri istruiti; bambini uccisi con veleno da medici ben formati; lattanti uccisi da infermiere provette;
    donne e bambini uccisi e bruciati da diplomati di scuole superiore e università. Diffido –quindi – dall’educazione.
    La mia richiesta è: aiutate i vostri allievi a diventare esseri umani. I vostri sforzi non devono mai produrre dei mostri educati, degli psicopatici qualificati, degli Eichmann istruiti.
    La lettura, la scrittura, l’aritmetica non sono importanti se non servono a rendere i nostri figli più umani.”

  8. Subhaga Gaetano Failla Says:

    Testo molto interessante, soprattutto nella parte dove si parla dell’insegnante ridotto quasi al ruolo di stimolatore di riflessi condizionati: una specie di robot-manager elaborato per inserire dati nei piccoli robot-subalterni.
    Bisogna far rilevare, inoltre, il grave decadimento dell’istituzione scolastica italiana causato anche dalla Riforma Gelmini; intervento che ha colpito soprattutto la scuola primaria, oggi del tutto abbandonata al proprio infausto e ignorato destino.
    E a proposito della questione giustamente sollevata da Daniela Grandinetti, relativa all’attuale enfasi del “saper fare”, consiglio un testo di Nuccio Ordine letto recentemente: “L’utilità dell’inutile”, Bompiani, 2014.
    (Segnalo un refuso nel testo: Living Theater = Living Theatre)

  9. LucaTedoldi Says:

    Sì, Daniela, questo “è un mestiere per empatici curiosi”, proprio così. Se non ti affezioni ad una storia e se non t’immagini un percorso futuro, no, lascia perdere; fai l’informatore, fai il dispensatore di nozioni, ma lascia perdere l’insegnamento. Ogni anno ce n’è una nuova, nelle prime settimane quelle facce goffe non ti dicono nulla e poi pian piano si riempiono di vita, di esigenze, di necessità e noi abbiamo il dovere e l’occasione magnifica di provare a rispondere a queste chiamate. Si tratta di un mestiere fondato sull’incontro (come il teatro!), non sul sapere autoreferenziale, non sulla valutazione vendicativa, non sulla corsa a finire il programma. Siamo responsabili di quella fioritura dell’anima. Se non accade, ANCHE noi ne dovremmo rispondere. Ma si tratta anche di incontri basati sulla condivisione di gioie e piaceri: le poesie di Leopardi, le commedie di Goldoni, i ragionamenti di Pirandello, i quadri di Schiele, i concerti di Mozart, etc producono, oltre che l’uscita dalle caverne, platoniche e digitali, della mediocrità e dell’ignoranza, benessere e letizia, “crescendo sognati”!

  10. Giulio Mozzi Says:

    Vorrei evitare il formarsi di contrapposizioni inutili. Mi pare che prevenire l’ “analfabetismo funzionale nella popolazione adulta” sia un lavoro necessario. Mi pare che dopo il liceo classico l’università non sia obbligatoria (almeno: io non l’ho fatta, e sono sopravvissuto ugualmente). Sospetto che la lettura accurata e ben guidata di ottime opere letterarie possa (se si vuole: come effetto secondario) favorire anche un interesse per la lingua e la scrittura in sé stesse – interesse che potrebbe contribuire anche a prevenire la caduta degli studenti, negli anni successivi, nell’analfabetismo funzionale. Per mia esperienza lavorativa, so che c’è una differenza tra un comunicato stampa qualsiasi e un comunicato stampa scritto con consapevolezza della lingua. Ecc.

    Giovanni: mi pare infelice la riduzione a roba “da formazione professionale” di tutte le competenze pratiche. Esistono anche gli Istituti tecnici, i corsi di laurea in Scienze forestali o in Ingegneria meccanica, e così via.

    Peraltro, per quanto mi riguarda, non conosco uso più pratico della lingua – cioè non conosco uso con più forte determinazione orientato a uno scopo, e ben deciso a usare per raggiungere quello scopo tutto l’armamentario tecnico disponibile – di quanto sia l’uso artistico.

  11. acabarra59 Says:

    ” 15 maggio 1985 – Uso la lingua come una volontaria camicia di forza cintura di castità. Scrivo pudibondamente. ” [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 204

  12. Giovanni Accardo Says:

    Giulio, non voglio neppure io fare polemiche o contrapposizioni. Ho espresso la mia idea parlando di un liceo classico, in un momento in cui dal Ministero arrivano chiari segnali di riduzione del sapere ad un uso sempre più pratico e immediatamente spendibile nel mondo del lavoro. E’ stata tagliata la storia dell’arte e fonti attendibili mi dicono che prevale un orientamento a ridurre la filosofia e ridimensionare l’italiano, riducendo la letteratura a vantaggio dell’educazione linguistica. Quando insegnavo alla formazione professionale la materia non si chiamava italiano, ma educazione linguistica. Io francamente mi allarmo e in questo caso mi contrappongo ad un’idea di scuola come formazione professionale.

  13. Pensieri Oziosi Says:

    Accardo, diciamo anche che forse non è il caso di perdere il senso delle proporzioni. Dedicare alcune ore alla scrittura di un curriculum o una lettera di presentazione non significa ridurre «la materia ad un sapere meramente utilitaristico». Certo fare spazio a tre ore da dedicare a questa attività significa sottrarre tre ore da altro, e l’accumulazione di simili iniziative può effettivamente essere un’eccessiva distrazione da un programma già piuttosto denso. Tuttavia un po’ di sano pragmatismo non dovrebbe mai essere perso di vista nell’affrontare simili questioni: in fin dei conti riassumere una biografia in uno schema di due pagine ed una lettera è comunque un buon esercizio di analisi e sintesi e non mi sembrerebbe così fuori luogo in un contesto scolastico, fosse anche quello di un liceo classico.

    Mi sembra anche un tantinello esagerato volere sottendere che ciò possa essere invece il primo passo verso la creazione di un ambiente in cui possa fiorire una cultura deumanificante come il nazismo. Suvvia.

    Concludo notando che in altri paesi europei l’educazione stradale viene effettivamente fatta a scuola, non dagli insegnanti di altre materie ma da educatori specializzati o dai vigili. E’ un bene, è un male? Se ne può discutere. Con le statistiche sugli incidenti stradali sottomano, io propendo però per il primo.

  14. Daniela Grandinetti Says:

    Innanzi tutto mi scuso perché il link del mio blog è finito qui e non so come, non era mia intenzione🙂
    Nessuno ha niente contro l’insegnamento pratico della lingua, ma credo che tutti quelli dotati di buon senso sanno anche che ciò che hanno appreso a scuola è trasversale, ha cioè ricadute pratiche. Personalmente questa è anche la mia esperienza: con il mio diploma di maturità classica (non ero ancora laureata) ho svolto per lungo tempo una professione per la quale erano richieste competenze specifiche (dalle pubbliche relazioni, alla promozione, a saper stilare uno studio di fattibilità, ai preventivi economici per manifestazioni etc.) cose che non avevano in senso stretto a che fare con la mia formazione. Ma è stata quella che mi ha permesso di essere duttile, di imparare e mettere in pratica. Noi oggi assistiamo a un progressivo impoverimento culturale, lessicale etc. a fronte di una scuola dove si dovrebbe fare di tutto, perfino – appunto – l’educazione stradale (ma a pensieri oziosi dico che c’è educazione alla cittadinanza che è l’equivalente della vecchia educazione civica, poi non sta a me insegnare i cartelli stradali)
    L’analisi di Giovanni nasce dall’esperienza e aggiungo che lui parla dei licei, io ancora di più difendo strenuamente il diritto degli studenti dei professionali di accedere a contenuti che non siano limitati alla pratica. Paradossalmente 50 anni fa il figlio dell’operaio – per intenderci – con sacrificio accedeva a un’istruzione che poteva portarlo a fare l’insegnante il medico l’ingegnere. Oggi no. Io la vorrei una statistica che raccontasse questo nella scuola dell’obbligo e del diritto all’istruzione!!! Ci accorgeremmo che a 13 anni si sceglie per appartenenza culturale, familiare ed economica molto più che in passato e nonostante gli sforzi messi in campo il problema sta lì: ciò che insegniamo (a cominciare dalle scuole medie) e come lo insegniamo che spesso lascia indietro allievi capaci ma problematici. Io quando entro in classe non penso mai che sono di fronte a futuri camerieri o cuochi o meccanici. Sono di fronte a individui che chiedono di sapere (il saper fare lo imparano altrove) perché quello farà parte di loro qualsiasi cosa faranno, magari, perché no, anche l’astronomo o lo scrittore. Scusate la lunghezza e lo “sfogo”

  15. Giulio Mozzi Says:

    Daniela: non capisco se fai riferimento a una ricerca statistica effettivamente svolta (nel qual caso: puoi dare un riferimento?), o se stai immaginando che le tue impressioni personali potrebbero essere confermate da una ricerca statistica ancora da fare.

  16. Daniela Grandinetti Says:

    la seconda Giulio, l’intuito mi dice che sarebbe una sorpresa, forse amara

  17. Pensieri Oziosi Says:

    Ribadisco, forse bisognerebbe mantenere un po’ il senso delle proporzioni. Io ho detto che secondo me un po’ di zucchero in più sulla torta del liceo sarebbe meglio. Voi reagite come se io vi stessi dicendo che tutte le torte, quelle dei licei e quelle dei professionali, vadano coperte con uno strato di due dita di zucchero e che il mio obiettivo sia quello di causare una pandemia di diabete.

    Io sono assolutamente d’accordo sulle vostre considerazioni sugli istituti professionali. Mi domando: dire che non ha senso perder tempo con i curriculum al liceo non è forse analogo a dire che non ha senso perder tempo coi Promessi Sposi ai professionali?

  18. Giulio Mozzi Says:

    Però, vedi, Daniela, tra dire

    Se esistesse un lavoro scientifico (ma, che io sappia, non c’è), immagino che confermerebbe ciò che sostengo,

    e dire

    Esiste un lavoro scientifico (citazione bibliografica o link) che conferma ciò che sostengo,

    c’è una bella differenza. Più o meno come tra dire:

    Se avessi cinquanta centesimi (ma mi frugo nelle tasche, e non li trovo), comprerei un lecca-lecca,

    e dire

    Ho cinquanta centesimi e mi compro un lecca-lecca.

    Dal sito dell'Istat

    Dal sito dell’Istat

    Dal sito dell'Istat.

    Dal sito dell’Istat.

  19. Carlo Capone Says:

    I primi miei mesi alla facoltà di Ingegneria furono un calvario. Provenivo dal Liceo Classico e di Analisi Matematica non ci capivo una mazza. I colleghi usciti dal Tecnico con cui studiavo mi trattavano con sufficienza, loro quella roba l’avevano fatta e procedevano spediti. A volte gli ponevo domande sugli aspetti della materia allo scopo di capire, e in quest’opera dovevo apparirgli poco piu’ di un cercopiteco, perché quegli aspetti erano come “dati”, dunque non c’era niente da spiegare. In un primo tempo pensai che ciò dipendesse dal gap conoscitivo che ci divideva. E tuttavia, dopo qualche mese, pur continuando a non capire una maledetta cippa, mi accorsi di una cosa. Mentre io cercavo di penetrante intimamente quella disciplina, essendone il più delle volte respinto, loro il problema della riflessione, del conflitto lacerante con sé stessi, non se lo ponevano proprio. Procedevano dando i concetti come impressi a furia di cieche martellate. Basta, non li volevo piu’ tra le palle, primo perché non mi servivano a niente e poi perché sentivo sempre più’ forte il bisogno di misurarmi a mani nude, faccia a faccia, con quella roba, rovistandola come un solitario cane da tartufo. Il miracolo avvenne dopo cinque mesi di sanguinoso conflitto, quando un giorno non provai terrore nel cimentarmi col concetto di limite di una funzione. E per un motivo molto semplice: avevo capito dal di dentro il vero significato di funzione, e lo avevo capito talmente bene che, qualunque fosse l’uso cun fosse destinata, l’applicazione mi riusciva invariabilmente chiara. Risultato, a luglio do Analisi Matematica e dopo un esame durato due ore prendo 29 (puerca vaca!). I colleghi del Tecnico, uno viene bocciato con ignominia, l’altro piatisce in lacrime un dignitoso 18. Poverini, non si erano mai cimentati con la selvaggia durezza della grammatica greca, con l’impenetrabilita’ del pensiero di Parmenide e con l’incomprensibile banalità del male attuato da Jago.

  20. Maria Luisa Mozzi Says:

    Speriamo che gli strumenti di accesso alla cultura di oggi non inducano anche i liceali a navigare troppo in superficie. Il rischio c’è.

  21. claudiosalvi Says:

    Carlo Capone, esiste un concetto di funzione per una frase?
    p.es.
    che funzione ha questa frase?

  22. Carlo Capone Says:

    @ claudiosalvi

    Eh, bella domanda. Il concetto di funzione in matematica nasce nel XVII secolo e poi si afferma e si modifica attraverso sentieri abbastanza complicati. Vibrisse, dunque, non è la sede deputata per discuterne. O almeno: non lo è in un post dedicato alla formazione dell’insegnante di lettere.
    Il mio era solo un esempio per far capire che un Liceo lavora sugli universali, serve cioè a formare delle attitudini: alla riflessione, all’analisi e al confronto con sé stessi.
    In questa fase il “saper fare” c’entra poco, anzi nulla. Il mondo del lavoro non ha bisogno di robottini impacchettati che sappiano risolvere un problema predefinito, ma di donne e di uomini che siano in grado di affrontare e risolvere tematiche sconosciute grazie alle attitudini che ho descritto. In poche parole entra in gioco la cosiddetta “forma mentis”.
    By the way, tornando brevemente a quanto poni, la funzione matematica esprime una relazione tra una variabile che nell’ambito di un preciso dominio fa ciò che le pare e un’altra che si comporta di conseguenza ai voleri della prima (esempio brutale: se la pressione atmosferica aumenta sale la temperatura al suolo). Non credo perciò che la definizione sia estendibile nella medesima forma e negli stessi contenuti al concetto lessicale di “funzione di una frase”. Per me “funzione di una frase” vuole dire “scopo”, null’altro.

  23. Carlo Capone Says:

    Maria Luisa Mozzi, scrivi: “Speriamo che gli strumenti di accesso alla cultura di oggi non inducano anche i liceali a navigare troppo in superficie. Il rischio c’è.”

    Non metto in dubbio, ma è un rischio in parte evitabile con l’impegno, l’empatia e la gioia del trasmettere i saperi dell’insegnante. Un lavoro duro, a tratti infame, che mette a serio rischio la sua sanità mentale, e mi spiego.

    Quando è in aula il docente accurato ha l’obbligo – dovere di porsi in sintonia con un uditorio di immaturi (immaturi in senso tecnico, dico). Perchè sarà quella sintonia il veicolo di trasfusione dei saperi che egli intende porre in essere. La condizione affinchè si attui questa sintonia è una regressione spontanea ma controllata all’età dei suoi allievi. Però attenti, una regressione, sia pure consapevole e pilotata, è sempre fonte di tanto, poco o il diavolo sa quanto logorio psichico. Ma andiamo avanti, e chiediamoci se il docente possa permanere in quello stato regressivo anche quando sarà uscito dall’aula e lo aspetti, che so, una lunga discussione in consiglio di classe, o il colloquio con un genitore ostile o semplicemente il reingresso in famiglia. Evidentemente no, non può attardarsi in quella condizione dell’Io, non può perchè la vita non glielo consente, neppure per un attimo.

    Siamo al nocciolo della questione. Abbiamo dimostrato che il lavoro dell’insegnare pretende una certa serie di quotidiane regressioni che si alternano al rientro nella sfera di adulto. Sarò paradossale, forse mi sbaglierò: tutto questo non è un continuo e doveroso attentare al personale equilibrio? Nessun problema se lo si sa, ma dolori e spine se quel mondo di regressioni e ritorni risulti oscuro.

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