La formazione dell’insegnante di Lettere, 12 / Monica Cerroni

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di Monica Cerroni

[Questo è il dodicesimo articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse quasi tutti i mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Monica per la disponibilità. gm]

monicacerroniQuesto è il mio tredicesimo anno d’insegnamento: l’ottavo in un liceo di Roma, dove curo l’italiano e le discipline umane.
Quando ripenso agli inizi, si spalancano davanti a me gli sguardi dei primi alunni, come una voragine. E li rivedo uno per uno dal rettangolo della porta, mentre avanzo celando la mia paura di giovane laureata in un nerissimo tailleur da signora. Uscita da anni di studi e ricerche, avevo appena vinto la cattedra e dal silenzio operoso dei miei libri mi tuffavo nell’oceano scuola. Dopo aver tessuto parole di carta, giunsi nel regno della parola viva. Fu un approdo eccitante e fortuito, per il quale dovetti chiamare a raccolta tutte le mie forze: culturali e umane. Non potevo contare su nient’altro.
Nonostante la paura e la solitudine della novizia, varcata quella soglia scoprii il lavoro che non sapevo di amare. E fu una rivelazione: autentica, fulminea, inesorabile.
Da allora, di anno in anno, senza altro supporto che quello frammentario di qualche collega più esperto, ho navigato divenendo più consapevolmente appassionata.
Insegnare è per me un altro modo di vivere: arrischiarsi, inciampare, rialzarsi. Ho imparato ascoltando gli sguardi dei miei alunni. Ho imparato a leggere e a pronunciare parole invisibili; ad essere l’arciere e l’armatura; ho imparato a far parlare chi non ha più voce. Il mio è il lavoro dell’impossibile. E questo mi elettrizza o sconforta, a seconda degli incontri, delle occasioni, dei bilanci.
La scuola mi appare un infaticabile laboratorio: si sperimenta quasi ogni giorno, senza avere mai la certezza dei risultati e neppure il conforto d’essere stati indispensabili a raggiungerli. Quando poi devi andar via, può capitare che il lavoro che hai fatto svanisca con te in un pulviscolo di ricordi.

L’algida burocrazia ministeriale mi è stata matrigna: dei cosiddetti corsi di formazione neppure uno ha nutrito la mia professione. L’ultimo in ordine di tempo si è appena concluso, lasciandomi un senso di amarezza profonda e anche di vuoto. Dopo mesi, sono diventata docente CLIL, senza che neppure uno dei relatori, cui il ministero aveva affidato le lezioni, abbia mai davvero spiegato cosa significhi insegnare la propria disciplina in una lingua diversa da quella materna.
Insomma, c’è una costante in tutte queste fasi della mia formazione: l’aver fatto da sola. Ho imparato da autodidatta a insegnare l’italiano, la storia, la geografia, il latino. E ora, da autodidatta, mi preparo ad insegnare alcune di queste materie in inglese. Senza alcun riconoscimento, com’è ovvio.
Del resto, certi maestri che un tempo potevano aiutare gli inesperti sembrano non dire più nulla della scuola di oggi. È il caso di don Milani. La scuola che vedo ogni giorno non è più quel luogo oppressivo e cinicamente elitario evocato nelle celebri pagine di Barbiana. Oggi le classi pullulano di ragazzi che non vedono un senso nella fatica di studiare.

Il primo nemico di un insegnante è l’indifferenza. Non c’è passione, non c’è cura che possa scalfirla.
Indifferenza e apatia attraversano il corpo esausto della nostra società giovanile come una ferita che non conosce distinzioni di classe o confini geografici. I ragazzi oggi non vogliono imparare. Non ne vedono il senso, l’utilità, la bellezza. Anche se provengono dalle fasce meno agiate, sono stracolmi di gadget-zavorre, il cui sinistro tintinnio ricorda l’unica appartenenza che per loro conti qualcosa: alla tribù dei vincenti. E di fronte all’inevitabile smacco, niente paura: l’alcool e la droga presteranno il pronto soccorso.
Molti di loro sono inebetiti dal sostegno incondizionato delle famiglie, chiamate oggi a scegliere il meglio per il figlio, come in un supermercato. Così, non appena una sufficienza tarda a venire, i genitori accorrono all’ora di ricevimento come all’ufficio reclami, non di rado lamentandosi dell’esiguità del tempo a loro disposizione. Se ne avessero di più, sono certi, convincerebbero l’ottuso insegnante che il loro figlio è il gioiello inestimabile che sanno d’aver meritato.
Il figlio non avrà altra occupazione che lasciarsi andare al viaggio. I dirigenti, spaventati all’idea di spettinare le fasulle certezze dei clienti, spesso richiamano i professori a smussare gli ostacoli, a riconoscere gli sforzi degli alunni più inoperosi, anche se volti a un nulla di fatto.
Oggi i ragazzi di Barbiana non ci sono più. Ci sono i nuovi reietti, che finiscono nella bolgia del denaro facile, a far carne da macello dei loro coetanei e ad ultimare la loro vocazione a un suicidio da sballo.

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4 Risposte to “La formazione dell’insegnante di Lettere, 12 / Monica Cerroni”

  1. LetturAttiva Says:

    Peccato che non ci siano nemmeno più gli insegnanti di Barbiana.
    Dov’è lo sguardo ‘amoroso’ verso i giovani, gli studenti? Che cosa si può insegnare loro se ci si porta dietro una tale zavorra di preconcetti, di opinioni svalutanti nei loro confronti?
    Che dire , poi, di qualcuna che si è fatta da sola? Monade irrelata. Davvero non è riuscita ad imparare nulla dai suoi colleghi,dalle sue colleghe? Non perda altro tempo, apra una delle loro porte, si sieda ad un banco e si predisponga all’ascolto. Forse può ancora farcela. Auguri.

  2. Maria Luisa Mozzi Says:

    “I ragazzi oggi non vogliono imparare. Non ne vedono il senso, l’utilità, la bellezza”.

    Forse basterebbe che la scuola desse insegnamenti di base, per accompagnare i ragazzi verso l’autonomia nell’accesso al sapere. E’ l’autonomia che fa crescere la curiosità e la voglia di imparare.

    Con i ragazzini di prima media succedono cose di questo tipo: se leggi un brano antologico alla settimana e fai fare esercizi, sempre quelli, di lessico (sottolineamo le parole difficili; le interpretiamo; cerchiamo conferma nel dizionario; proviamo a riusarle in frasi diverse), di sintesi, di manipolazione/riscrittura, se fai ogni settimana, come dicevo, le stesse tipologie di esercizi, i ragazzi ti seguono, lavorano sempre più da soli, imparano e sono contenti.

    Spesso ti dicono: ma perchè qui è così difficile fare il riassunto? Perchè qui ci sono così tante parole strane? Perchè…?

    Se fai leggere un testo nuovo a lezione e metti in evidenza tu dalla cattedra le stesse cose, i ragazzi non memorizzano quasi nulla, si disorientano e anche si rompono le scatole.

    Non hai mirato all’autonomia, non li hai fatti lavorare, non hai dato ritmo e metodo.

    Per i ragazzi più grandi temo che sia un po’ lo stesso.
    Il libro di letteratura latina di mia figlia contiene tante di qulle nozioni e tante di quelle chiacchiere da fare spavento. Oggi stava leggendo e studiando Catullo e non ne veniva a capo. A cosa mi serve ‘sta roba? diceva. Allora abbiamo letto i testi, abbiamo sintetizzato i contenuti, abbiamo dato un’occhiata alla metrica e un’occhiata alle figure retoriche. Con calma e con ordine. E Catullo è piaciuto.

  3. deborahdonato Says:

    Brava Monica! È vero: Il primo nemico di un insegnante è l’indifferenza.

  4. Benedetta Saglietti Says:

    L’ha ribloggato su Benedetta Saglietti.

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