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La formazione dell’insegnante di lettere, 4 / Marisa Salabelle

26 novembre 2014

di Marisa Salabelle

[Questo è il quarto articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Marisa per la disponibilità. gm]

marisa_salabelleAvevo dodici anni quando uscì Lettera a una professoressa. La prima volta che ne sentii parlare fu dalla mia insegnante di italiano, in seconda media. La piccola signora coi riccioli era indignata: quel libro era offensivo nei confronti della classe insegnante. «È un libro che trasuda odio» commentò mio padre. Ero molto giovane e del tutto ignara del modo in cui andava il mondo e presi per buoni i loro giudizi. Solo alcuni anni dopo, grazie alla mia capo-scout, potei avvicinare quel volumetto dalla copertina bianca. Per me, cresciuta in mezzo ai libri, in una famiglia certo non ricca ma di buon livello culturale, per me da sempre prima della classe, che correggevo con la penna rossa le lettere di mia nonna e delle mie zie, che non riuscivo a capire come mai certi miei compagni di classe fossero irrimediabilmente asini, fu una rivelazione. Uno shock. Avevo sempre creduto che andare a scuola, leggere e scrivere senza errori, imparare poesie e nomi di catene montuose, risolvere espressioni algebriche fosse per tutti facile come lo era per me, e che quei miei compagni che prendevano sempre brutti voti fossero semplicemente dei ragazzi svogliati e fannulloni.
Lettera a una professoressa mi svelò la realtà che avevo sempre avuto sotto gli occhi ma che non ero stata in grado di decifrare, in quelle ragazze dall’aspetto adulto che mi dicevano bonariamente «Tu sei piccola» quando cercavo di inserirmi nei loro discorsi; in quei ragazzi vestiti da uomini, goffi nei modi, che non sapevano mai la lezione, che si esprimevano in un linguaggio rozzo e stentato, ben diverso dall’italiano perfetto che si parlava in casa mia. Erano stati nella mia stessa classe, alle elementari, alle medie: in seconda elementare (non ho frequentato la prima) c’erano, in classe con me, delle bambine di dieci, undici anni contro i miei sei. Alle medie c’erano, in classe mia, ragazzi che venivano dai paesini più sperduti della montagna pistoiese, si alzavano alle sei del mattino, avevano le mani rosse dal freddo, portavano abiti che sprigionavano un forte odore di fumo. Erano gli anni Sessanta e il mondo intero veniva in classe con me, ma io non avevo occhi per riconoscerlo. Ci volle Lettera a una professoressa.

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Masterpiece / Le emozioni, il coraggio e la paura

22 gennaio 2014

di Marisa Salabelle

[Ricevo e volentieri pubblico. gm]

Ho letto con molto interesse gli articoli dei partecipanti a Masterpiece pubblicati su vibrisse (Stefano Trucco, Pierluigi Lupo, Raffaella Silvestri); in particolare mi hanno colpito i commenti all’articolo di Raffaella, sui quali vorrei fare alcune osservazioni.

Ho notato che nella maggior parte di essi l’autrice del testo viene elogiata perché ha saputo suscitare delle emozioni nel lettore: è davvero impressionante notare come ricorrano, nei commenti, espressioni quali: “Sei davvero brava a trasmettere emozioni”; “C’è qualcosa di vivo che vibra ed emoziona in queste righe”; “Articolo stupendo, un vero assaggio delle emozioni…”; “Riesci a trasmettere forti emozioni”; “Nelle righe ho trovato tante emozioni”; “Bellissimo pezzo leggero ed emozionante”; “Un articolo che emoziona davvero”; “Brava! Mi hai trasmesso più emozioni tu in poche righe…”; “Le emozioni vissute sulla propria pelle…”; “Esprimere le proprie emozioni attraverso la scrittura e saperle trasmettere…”; “Devi continuare ad esprimere le tue emozioni ed a trasmetterle…”; “Il tuo articolo trasmette tanta emozione”.

I lettori di Raffaella, dunque, hanno apprezzato il testo in quanto ha saputo: a) esprimere emozioni; b) trasmettere emozioni.

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