La formazione dell’insegnante di lettere, 4 / Marisa Salabelle

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di Marisa Salabelle

[Questo è il quarto articolo della rubrica La formazione dell’insegnante di Lettere, che si pubblica in vibrisse il mercoledì. Gli insegnanti che volessero partecipare possono scrivere al mio indirizzo, scrivendo nella riga dell’oggetto: “La formazione dell’insegnante di lettere”. Ringrazio Marisa per la disponibilità. gm]

marisa_salabelleAvevo dodici anni quando uscì Lettera a una professoressa. La prima volta che ne sentii parlare fu dalla mia insegnante di italiano, in seconda media. La piccola signora coi riccioli era indignata: quel libro era offensivo nei confronti della classe insegnante. «È un libro che trasuda odio» commentò mio padre. Ero molto giovane e del tutto ignara del modo in cui andava il mondo e presi per buoni i loro giudizi. Solo alcuni anni dopo, grazie alla mia capo-scout, potei avvicinare quel volumetto dalla copertina bianca. Per me, cresciuta in mezzo ai libri, in una famiglia certo non ricca ma di buon livello culturale, per me da sempre prima della classe, che correggevo con la penna rossa le lettere di mia nonna e delle mie zie, che non riuscivo a capire come mai certi miei compagni di classe fossero irrimediabilmente asini, fu una rivelazione. Uno shock. Avevo sempre creduto che andare a scuola, leggere e scrivere senza errori, imparare poesie e nomi di catene montuose, risolvere espressioni algebriche fosse per tutti facile come lo era per me, e che quei miei compagni che prendevano sempre brutti voti fossero semplicemente dei ragazzi svogliati e fannulloni.
Lettera a una professoressa mi svelò la realtà che avevo sempre avuto sotto gli occhi ma che non ero stata in grado di decifrare, in quelle ragazze dall’aspetto adulto che mi dicevano bonariamente «Tu sei piccola» quando cercavo di inserirmi nei loro discorsi; in quei ragazzi vestiti da uomini, goffi nei modi, che non sapevano mai la lezione, che si esprimevano in un linguaggio rozzo e stentato, ben diverso dall’italiano perfetto che si parlava in casa mia. Erano stati nella mia stessa classe, alle elementari, alle medie: in seconda elementare (non ho frequentato la prima) c’erano, in classe con me, delle bambine di dieci, undici anni contro i miei sei. Alle medie c’erano, in classe mia, ragazzi che venivano dai paesini più sperduti della montagna pistoiese, si alzavano alle sei del mattino, avevano le mani rosse dal freddo, portavano abiti che sprigionavano un forte odore di fumo. Erano gli anni Sessanta e il mondo intero veniva in classe con me, ma io non avevo occhi per riconoscerlo. Ci volle Lettera a una professoressa.

Ecco, credo che sia stata la lettura di quel libro a decidere quale sarebbe stata la mia vita futura. Avrei insegnato, avrei insegnato italiano, e avrei redento i tanti bambini e ragazzi che non avevano la lingua, quella lingua che, come si diceva nella Lettera, è la sola che ci fa eguali. C’è da dire che in questa fase della mia esistenza ero probabilmente altrettanto ingenua che in quella precedente, caratterizzata da tanta cecità: tuttavia, per quanto naif, questo ideale mi sostenne durante gli anni del liceo e dell’università, in cui dedicai una parte consistente del mio tempo a un doposcuola da me organizzato e diretto, rivolto ai bambini più derelitti, immigrati dal Meridione, abitanti in case fatiscenti nel centro storico di Pistoia, ripetenti e straripetenti nelle scuole elementari e medie della città. Infaticabile, andavo a cercare gli allievi casa per casa, organizzavo lezioni pomeridiane, reclutavo volontari per coprire i turni, mi recavo ai colloqui con le maestre e le professoresse. È sulla pelle di quei bambini che ho imparato a insegnare. A spiegare con parole semplici e chiare, a escogitare modi e stratagemmi, ad avere pazienza, a essere esigente, a essere severa, ad avere l’umiltà necessaria per scendere al livello dei più sprovveduti, dei meno capaci, senza pretendere che fossero loro a doversi alzare al mio livello per capirmi. È stata una grande palestra.

Intanto i miei studi universitari andarono avanti, iniziai filosofia, poi mi spostai a lettere per laurearmi in storia. L’Università mi ha dato tanto, lo studio della storia mi ha aiutato a essere dentro la realtà, data la mia naturale propensione alla contemplazione e alla fantasticheria. Certo però non è stata l’Università a darmi gli strumenti per svolgere la professione di insegnante.

Dopo essermi laureata in storia moderna mi iscrissi alla scuola di studi teologici presso il Seminario di Firenze e quasi subito ebbi un incarico per l’insegnamento di religione. Era il 1979, i preti cominciavano a scarseggiare, io e alcuni amici siamo stati i primi insegnanti laici nella provincia di Pistoia. Insegnare religione era bello, a modo suo, ma non era come insegnare italiano. Era una via di mezzo tra intrattenimento, conforto psicologico agli alunni, eroico e fallimentare tentativo di fornire agli studenti minime conoscenze in materia. In ogni caso non era insegnare italiano.
Passarono alcuni anni, ci furono concorsi, partecipai. Gli scritti li superavo con facilità, agli orali andavo con l’incoscienza di chi si fida della sua preparazione complessiva ma non ha avuto il tempo materiale di cimentarsi con l’enciclopedico programma d’esame: tutta la letteratura dalle origini ai nostri giorni, tutta la storia universale, la geografia di tutto il mondo, grammatica italiana e storia della lingua, legislazione scolastica, Costituzione della Repubblica italiana… Un colloquio lo sostenni col pancione, una altro con una gamba ingessata, i commissari mi rivolgevano domande assurde (“Quali letture critiche sul Verga ha fatto ultimamente?”, “Qual è il titolo delle liriche giovanili di Giuseppe Parini?”, “Chi ha inventato il feudalesimo?”) ma a furia di insistere riuscii a vincere una cattedra nella scuola media. Finalmente avrei fatto il mestiere che amavo e che desideravo fare. Non fu facile, all’inizio. E neanche dopo, devo dire.

Le persone che mi hanno aiutato sono state delle colleghe più esperte di me. Mi hanno insegnato tutto, dalle cose più banali alle più complesse. Poi ho provato, sperimentato, inventato cose sempre nuove. Alcune le ho lette in qualche libro o articolo, altre le ho copiate da insegnanti che mi parevano brave, altre ancora le ho escogitate io. La formazione dell’insegnante, per me, avviene sul campo e non finisce mai.
Le cose che per me sono importanti, quelle in cui mi spendo e in cui credo di poter essere di aiuto ai miei studenti sono:

Fare in modo che possano ampliare le loro conoscenze. Per me la conoscenza è importante e non credo in coloro che sostengono che si possa raggiungere la competenza scavalcando la conoscenza. Se non si sa nulla non si è competenti in nulla.
Aiutarli a migliorare la loro padronanza della lingua sia parlata che scritta.
Insegnare ad argomentare, a ragionare con chiarezza, a evitare la banalità e l’eccesso di semplificazione.
Insegnare a studiare con metodo e in modo proficuo.
Suscitare l’amore per la poesia, la letteratura, l’arte, per tutto ciò che, per essere apprezzato, richiede un certo sforzo.
Fornire qualche mezzo che permetta loro di capire il mondo in cui vivono e di agire in esso.

Il mio ideale di partenza, insegnare ai reietti, agli emarginati, dare la lingua a chi non ce l’ha, non è stato realizzato in pieno: un po’ perché passando dalla scuola media all’Istituto Tecnico mi sono trovata ad avere a che fare con una fetta della popolazione scolastica in parte già selezionata. Un po’ per la mia incapacità di realizzarlo. Ma non ho mai dimenticato che miei interlocutori privilegiati dovevano essere gli ultimi e non i primi. Questo impegno mi ha portato, negli ultimi quindici anni, a rivolgere il mio interesse e la mia cura agli alunni immigrati, verso i quali il compito di dare la lingua diventa priorità assoluta.

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21 Risposte to “La formazione dell’insegnante di lettere, 4 / Marisa Salabelle”

  1. RobySan Says:

    Più ecumenici di così…

    P.S.: faccio notare che Paola Mastrocola – scrittrice e insegnate – a suo tempo attribuì esplicitamente alle idee di Don Milani (e di Gianni Rodari) la deriva semplificatrice della didattica nelle scuole italiane: qui un riferimento.

  2. deborahdonato Says:

    Grazie RobySan – o San Roby – per la segnalazione. Qui il gioco si fa serio.
    Penso, tuttavia, che Marisa non sia per la semplificazione: ” Per me la conoscenza è importante e non credo in coloro che sostengono che si possa raggiungere la competenza scavalcando la conoscenza. Se non si sa nulla non si è competenti in nulla”. Mi piae questo pensiero, perchè sentra uno dei punti dolenti della moda pedagogico-didattica degli ultimi anni: il culto delle competenze e lo spauracchio per la parola “conoscenza”.

  3. RobySan Says:

    Non mi pare, DeboraH, di avere sostenuto che Marisa sia per la semplificazione (nel senso che la Mastrocola attribuisce al Milani). Al contrario: proprio il periodo che tu citi indica l’opposto: non la “complicazione” ma la “serietà” dell’insegnamento è fondamentale. Serietà che è affare totalmente a carico dell’insegnate: Marisa Salabelle non cerca scuse o scorciatoie, di alcun genere.

  4. deborahdonato Says:

    Il “tuttavia” non era riferito al tuo intervento, ma all’appoggio a Don Milani, che la Mastrocola critica. Sono stata tortuosa. Un caro saluto.

  5. deborahdonato Says:

    Mi spiego meglio: volevo dire che, pur partendo dalle premesse che la Mastrocola vede come incipit della deriva semplificatrice della scuola, Marisa ha mostrato che si può approdare ad altro.

  6. maria Says:

    Sono un’anziana insegnante,quando uscì il libro di Don Milani ero al primo anno di insegnamento.Ero per natura recettiva alla sua tematica e salutai con entusiasmo quell'”avvenimento”Ora vivo la scuola attraverso il lavoro di un figlio insegnante.Certo, rimane sempre valido quell’insegnamento,ma la problematica è capovolta,ora sono i figli della gente di ceto elevato che hanno bisogno di essere recuperati alla scuola e a quei valori tradizionali di impegno di serietà di valorizzazione del sapere che per un giovane devono ritornare ad un posto preminente.L’insegnante entusiasta deve determinare sì una platea entusiasta ,ma anche capace di capire la necessità dell’impegno e, vorrei usare una parola demodée,di qualche sacrificio e rinuncia (l’insegnamento della musica ,è il mio caso ,non può mirare al passatempo,si deve arrivare alla gioia della perfezione dell’arte attraverso un’applicazione severa.La scuola ha rinunciato a questo scopo e ha piegato la testa.I conservatori sono quasi vuoti perchè la musica è difficile e abbandanata in primis da coloro che sono responsabili di questo settore.Questo,però,solo in Italia.

  7. maria rosa Says:

    Mi sembra che nella testimonianza della formazione di Marisa Salabelle emerga un aspetto importante: i docenti hanno a che fare con una vastissima e variegata platea di apprendenti, per i quali la priorità è l’apprendimento della lingua italiana. Per la sua trasversalità, tale apprendimento attraversa tutte le discipline e di conseguenza sarebbe bene che tutti i docenti di tutte le discipline dedicassero una parte del proprio tempo didattico a questo problema. Quello che don Milani ci ha insegnato, non mi pare sia la stigmatizzazione tout court dell’insegnamento che, al suo tempo,si praticava nelle scuole italiane, ma la scelta dei soli contenuti nozionistici e lontani anni luce dalla realtà dei ragazzini di campagna alunni di don Milani stesso. Anche oggi come allora il problema è lo stesso, diversa è la componente sociale degli alunni nelle nostre scuole. Il problema non è quindi la competenza vs la conoscenza, ma la conoscenza insegnata attraverso una forma linguistica adatta agli studenti che li metta in grado di capire e di imparare e di sapere fare con ciò che hanno imparato. Non può esserci conoscenza prima della competenza nè competenza prima della competenza. Bisognerebbe far conseguire agli studenti entrambi gli obiettivi contemporaneamente a diversi gradi di complessità rispetto all’età degli studenti. Tutti i discorsi relativi alle tecnologie informatiche sono solo aspetti secondari. Nulla è più costruttivo ed efficace di un insegnante che sa comunicare bene con la classe e sa trovare per i suoi alunni le chiavi di volta per entrare nel loro mondo e portarli ad amare e condividere la bellezza del sapere. Le tecnologie , se l’insegnante le conosce e le sa utilizzare bene, potrebbero essere di aiuto per una didattica più vicina ai ragazzi, ma se l’insegnante non le sa usare bene, può anche farne a meno. Non è questo ciò che conta veramente. Credo che tutto questo si evinca dalle parole di Marisa. Sfatiamo, per favore, l’opposizione tra competenze e conoscenze, perchè proprio non esiste. Gli insegnanti sanno molto bene che non ci possono essere le une senza le altre. Mirare ad uno solo di questi aspetti è davvero non avere compreso la finalità essenziale dell’insegnamento.

  8. maria rosa Says:

    Mi correggo: ” nè competenza prima della competenza.” : nè competenza prima della conoscenza.

  9. deborahdonato Says:

    Maria Rosa, io sono d’accordo con te: competenze e conoscenze dovrebbero andare a braccetto. Mi sembra però che nel passaggio dai programmi ministeriali ai curricola, si siano sacrificate molti aspetti legati alle conoscenze, che spesso sono diventati fumosi o affidati fin troppo all’autonomia delle scuole (è un mio parere, ne sono perfettamente consapevole). A volte sembra più importante lo sviluppo del “saper leggere”, se poi si legge Manzoni, Svevo o Mister X (tanto per non fare critiche a nessuno) sembra passare in secondo piano. Non è un caso che i programmi disciplinari si siano assotigliati molto in questo passaggio.

  10. marisasalabelle Says:

    Odio Paola Mastrocola…
    No, non è vero, non la odio, perché dovrei? ma non condivido in nulla le sue analisi sulla scuola. In particolare mi ha davvero infastidito leggere che la colpa del degrado dell’istituzione scolastica sarebbe da attribuire a Don Milani e a Gianni Rodari… Nientedimeno!
    Don Milani non proponeva affatto una scuola facilitata o semplificata, al contrario, la sua scuola era più dura e severa di ogni altra. Solo che lui si poneva il problema di avvicinare alla cultura i figli delle classi basse. Chiaro che il modello donmilaniano sarebbe oggi improponibile, per un’infinità di ragioni che ora non sto a elencare.
    Riguardo a Gianni Rodari: mi fa rabbrividire solo il pensiero che qualcuno possa attribuire demerito a un grande maestro come lui.

  11. maria rosa Says:

    Certo Deborah, ma se non si sa leggere, come si può apprezzare Manzoni? Ecco, i programmi ministeriali non sono programmi, sono “indicazioni”. E questa dicitura è significativa: l’insegnante in definitiva sceglie i contenuti che ritiene più opportuni e importanti per la formazione dei suoi studenti, ma sul fatto che questi ultimi debbano sapere leggere, non credo si possa transigere.

  12. GattoMur Says:

    Io, esplicitamente, odio tutti i libri di Paola Mastrocola che ho letto (putroppo più di uno) e le da essi divulgate. La scuola spiegata al mio cane (o qualcosa del genere: non vale nemmeno la pena di cercare il titolo) è l’unico libro che, regalatomi, ho gettato nel cestino dopo averlo letto.

  13. GattoMur Says:

    Mastrocola mi fa perdere la bussola e la capacità di scrivere: “e le idee da essi divulgate”.

  14. deborahdonato Says:

    GattoMur, io ho ricevuto – suppongo per dispetto – “E se covano i lupi”.

  15. maria rosa Says:

    Scusate, c’è qualcuno che potrebbe darmi queste informazioni tecniche: come si fa a citare un segmento di testo da un post precedente al proprio post? E ancora: come si fa a farsi notificare i commenti? Ho sbarrato parecchie volte qui di seguito le caselle apposite, ma non mi è mai arrivata alcuna notifica.Naturalmente i miei dati sono già stati inseriti.

  16. Giulio Mozzi Says:

    Abbiamo Giuseppe Caliceti, Maria Pia Veladiano, Livio Romano (cito gli amici perché sono i primi a venire in mente) e una quantità di altri scrittori-maestri, scrittori-professori che hanno scritto e scrivono sulla scuola cose utili e sensate. Eviterei dunque di consumare fiato per denigrare Paola Mastrocola (che è la destinataria perfetta di Lettera a una professoressa).

    Maria Rosa: per copiare un segmento di testo lo si seleziona e poi si sceglie “copia” dal menu “modifica”; quindi lo si incolla. Non mi risulti iscritta tra i “seguitori” (o “followers” che dir si voglia) di questo articolo. Non so e non posso sapere se hai sbagliato tu qualcosa o se qualcosa non funziona in WordPress.

  17. Daniela Grandinetti Says:

    soprattutto Maria Pia Veladiano (che ha scritti buoni libri) dice cose molto sensate sulla scuola e sull’insegnamento. “Oggi tutti sono soprattutto giudici di ogni cosa e sono piuttosto infallibili e a tutti si danno pagelle, agli scrittori, ai Papi e anche ai professori. Ma la scuola senza voti non è cosa nuova e bizzarra. Ricordare che a Barbiana i voti non c’erano è banale solo se nella tranquillizzante schizofrenia che ci permette di pensare quell’esperienza come esemplare e nello stesso tempo improponibile. Nessuna esperienza pedagogica è riproducibile così come è stata, ma se una ha ben funzionato, e là i ragazzi imparavano egregiamente a leggere, a scrivere, la matematica, le lingue, e anche a vivere, è il caso di non farne un santino e guardarci dentro davvero per capire.” (Maria Pia Veladiano)

  18. mariagiannalia Says:

    Grazie Giulio per le indicazioni. Avevi ragione: non mi ero ancora registrata. Provvedo subito.

  19. marisasalabelle Says:

    Sono d’accordo con Maria Pia Veladiano, quando ho detto “improponibile” intendevo riferirmi a quel dato modello di scuola in quel dato periodo in quel dato contesto. Ma è evidente che si può confrontarsi con esso e trarne ispirazione per il nostro lavoro oggi, in contesti completamente diversi.
    A questo proposito, l’anno scorso, insegnando in una classe parecchio difficile, mi capitò di raccontare della scuola di Barbiana, dove si studiava tutto il giorno per tutti i giorni dell’anno. Dissi che un allievo di Don Milani, a un giornalista che gli chiedeva come fosse possibile per dei ragazzi faticare tanto, aveva risposto “Meglio la scuola della merda”, riferendosi al fatto che l’alternativa, per lui, sarebbe stata pulire la stalla di suo padre. Uno dei miei alunni rispose: “Forse io preferirei la merda” e io gli dissi: “Bisognerebbe che ci provassi per un po’, a spalare merda di vacca, e poi potremmo riparlarne…”

  20. Mike92 Says:

    Per me lei è il modello d’insegnante da seguire.
    Non è una forma di “captatio” ma è la realtá dei fatti: mi ha inseganto ad appassionarmi alla letteratura, alla poesia, alla lettura dei grandi autori e sopratutto alla storia.
    Non sono mai stato un asso con le materie letterarie ma lei ha saputo vedere in me cio’ che io non ero riuscito a notare. Sono felice di essere un laureando e un piccolo appassionato in storia contemporanea e un amante dei Russi, di Leopardi e di Montale.
    Per me lei sará il modello da seguire, anche nel percorso che sto intraprendendo: ossia la volontá di orientarmi verso l’insegnamento (non tanto come una professione ma come una passione, una passione nel voler trasmettere alle nuove generazioni cio’ che siamo e cio’che saremo).

  21. marisasalabelle Says:

    Grazie Mike🙂

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