Un’altra scuola, di Giovanni Accardo

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[Giovanni Accardo è insegnante di Lettere presso il Liceo Pascoli di Bolzano. Oggi arriva in libreria, pubblicato da Ediesse nella collana Carta bianca curata da Angelo Ferracuti, il suo libro-diario Un’altra scuola. Ecco le prime pagine. Chi preferisce, può prelevare l’estratto in pdf gm].

Ottobre

Lunedì 1

Leggi la scheda

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Cominciano le riprese di Aquadro, così s’intitola il film, scritto e diretto da Stefano Lodovichi, prodotto dalla Mood Film, in coproduzione con Rai Cinema. Per tutta la settimana con la collega Ieraci siamo esonerati dalle lezioni, il nostro compito sarà quello di assistere la troupe e seguire gli studenti delle due classi che faranno da comparse. Chiedo alla preside se mercoledì la collega può stare da sola per le prime due ore perché devo interrogare su I promessi sposi in seconda e D’Annunzio in quinta.
Ieri mi è arrivato un sms di Elizabeth, la responsabile del cast: mi chiedeva se sono disponibile a fare la comparsa in alcune scene in cui serve un insegnante. Non ci penso neppure un secondo e do la mia disponibilità. È la prima volta che vedo un set.
Alle 8.00 del mattino, con la collega Ieraci e gli studenti delle due quinte che faranno da comparse, ci troviamo al terzo piano del liceo. Un’aula è stata trasformata in sartoria e sala trucco. Non va bene come sono vestito, hanno deciso che i costumi dovranno essere omogenei e su tonalità del grigio o del blu. Niente colori accesi, niente magliette con scritte, niente camicie a righe o a quadri.
Non vorrete mica dare l’immagine di una scuola grigia?, dico, questa è una scuola allegra e colorata. Ginevra, la costumista, mi sorride, ma mi chiede di cambiare la maglia. Mi cambio e aspetto il mio turno. Intanto i ragazzi domandano come funzionerà col pranzo, visto che per una settimana dovranno restare a scuola fino alle 18.00. Chiedo al produttore, se hanno previsto un cestino per gli studenti. Non abbiamo soldi, mi dice, non riusciamo a pagare il pranzo, però possono prendere da bere, ma anche il caffè e le merendine che il catering mette a disposizione durante le riprese. Spiego la situazione alla preside, non mi sembra giusto che i ragazzi stiano qui mattina e pomeriggio e si devono portare il pranzo da casa, oppure pagarselo al bar, dico. Senta la segretaria, se abbiamo soldi.
«Professore», mi fulmina la segretaria, «non ci sono soldi».
«Su, faccia la brava, provi a cercare qualcosa».
Mi guarda e ride, dopo si avvia verso la cassaforte.
«Ci sono le cauzioni delle chiavi degli armadietti, quelle degli anni precedenti che non abbiamo restituito perché non hanno riconsegnato la chiave alla fine dell’anno scolastico».
«Ha visto che qualcosa c’era», le dico.
Proviamo a contare, ma non c’è molto. Vado al bar, chiedo quanto costa uno sfilatino con salame e formaggio o prosciutto e formaggio, me ne servono quarantacinque, dico a Piero, il barista. Riusciamo a coprire soltanto tre giorni. I ragazzi ringraziano comunque. Vedrò di inventarmi qualcosa per gli altri giorni, prometto.
Dopo una giornata ad aspettare, non arriva il turno delle mie riprese. Restituisco la maglia in sartoria e alle 18.30 me ne torno a casa.

Martedì 2

Può esistere una valutazione oggettiva? Può la valutazione ignorare la persona, il suo carattere, la sua storia, la sua personalità? La valutazione oggettiva tiene conto dell’imperfezione degli esseri umani?

Mercoledì 3

La collega di tedesco ha scoperto che Matteo aveva tentato di convincere anche Marina e Leonardo a sottoscrivere un contratto simile a quello firmato da Andrej.
«Meno male che ha cambiato scuola», dico.
«Vedrai che farà carriera politica», dice lei, e non capisco se è una battuta o se ne è davvero convinta.

Giovedì 4

Mi arriva una lettera di Giada, una studentessa che ho avuto otto anni fa, in una quinta, una di quelle classi in cui l’insegnante di lettere cambia ogni anno, ognuno con un metodo diverso, con un diverso criterio di valutazione e col proprio carattere.

Caro professore,
ho saputo da Lorenzo che sta raccogliendo delle lettere sulla nostra esperienza di studenti liceali e ora che sono davanti a questa pagina bianca non so proprio da che parte cominciare. Vorrei dare un’impressione positiva, perché adesso che è passato qualche anno da allora ho numerosi ricordi piacevoli, ma ritornando indietro con la memoria riaffiorano emozioni piuttosto negative. Quando qualcuno mi chiede se vorrei tornare indietro al periodo del liceo, la mia risposta netta è NO!
Subito dopo la maturità ho provato un senso di liberazione da quell’ansia e quell’angoscia che provavo ogni giorno appena suonava la sveglia per andare a scuola. Il solo pensiero di dover «subire» verifiche ed interrogazioni mi terrorizzava, anche se ero considerata una delle cosiddette «secchione» della classe, ma forse proprio per questo motivo sentivo il peso di dover mantenere alti i miei voti.
Fortunatamente alcune ore davano un piacevole sollievo a questo stato d’animo oppressivo! Questo succedeva in particolare durante le lezioni del prof. C., il mio insegnante di scienze sociali negli ultimi tre anni di liceo e che ha decisamente influito sul modo di approcciarmi allo studio e mi ha indirizzato, inconsapevolmente, negli studi universitari. È noto che agli studenti non piaccia studiare (inteso come attività monotona sui libri, con concetti da ripetere a pappagallo giusto per la verifica) e, a mio parere, lui ha cercato di fare qualcosa in concreto per risolvere questo problema. Non ricordo di aver mai sostenuto un’interrogazione in cui mi chiedesse esclusivamente gli argomenti del libro a memoria, senza accompagnarli con ragionamenti logici di accadimenti interessanti per la mia esperienza. Ora che sono un po’ più grande di allora e mi accingo a finire il mio percorso universitario, per entrare nel mondo del lavoro, non nego di aver pensato di diventare insegnante, avendo lui come punto di riferimento.
Penso che sia proprio questo il ruolo di un insegnante: andare oltre la materia che si insegna e cercare di educare i propri alunni in quanto persone, pensando che saranno loro gli adulti del domani. Trattare e considerare gli alunni come persone diverse tra di loro, con esigenze e bisogni diversi. Ovviamente mi metto anche dalla parte di un insegnante che alle mie parole potrebbe dire: «Facile a dirsi, ma difficile a farsi». E, in effetti, penso che sia proprio così… con tutto quello che si chiede ad un insegnante, dargli anche questa responsabilità è un grosso macigno, soprattutto ora che gli insegnanti non vengono sostenuti dai genitori.
Questo è il mio pensiero in generale. Per quanto riguarda invece Lei, devo dire la verità, non ho molti ricordi. Forse perché è stato mio professore solo per un anno, o forse perché le materie che insegnava (italiano e storia) non sono mai state le mie preferite. Ma sicuramente ho in mente il modo in cui ha aiutato me e tutti i miei compagni di classe all’esame di maturità, dimostrando che il valore di una persona non si osserva solo da 4-5 giorni di esame, ma durante tutto il percorso scolastico. Per questo la ringrazio molto, come ringrazio tutti quei professori che durante tutta la mia carriera scolastica hanno posato un mattone per costruire la persona che sono ora. Devo fare, però, una brutta constatazione: questi professori non sono tanti.
Sperando che questa lettera le possa essere d’aiuto, La saluto con affetto,
Giada

Venerdì 5

Oggi è il compleanno di mio padre, maestro elementare in pensione.
Oggi sarebbe il mio giorno libero, invece starò a scuola mattina e pomeriggio, e non solo per le riprese di Aquadro.
Le riprese avvengono in palestra, dove si simula un’assemblea d’istituto. Provo a dire al regista che da noi l’assemblea si svolge in aula magna e gli studenti non stanno seduti a terra, perché abbiamo una magnifica aula da 380 poltrone. Ma loro preferiscono assecondare un topos consolidato: la palestra e gli studenti sbattuti a terra. Provo a segnalare altre incongruenze (che ci fanno i bidelli all’assemblea degli studenti?), ma i luoghi comuni sulla scuola sono duri a morire. O forse siamo noi della Provincia autonoma di Bolzano che viviamo in un’altra scuola?
Stamattina servivano dieci comparse aggiuntive, per girare la scena dell’assemblea d’istituto. Però devono essere maggiorenni e avere con sé codice fiscale e carta d’identità, mi ha ricordato Elizabeth, quando le ho detto che provavo a cercarle. Credevo che avrei avuto una folla di mani alzate, invece mi è toccato girare sei classi per trovare dieci studenti interessati a partecipare al film. Qualche collega, quando ho bussato e interrotto per pochi secondi la lezione, mi ha guardato con aria di commiserazione e non certo per la mia fatica. Ormai sono cinque giorni che corro dalla mattina alla sera, per risolvere problemi organizzativi: speravo di fare la comparsa, o magari l’attore che dice due battute, dopo tanto lavoro gratis, e invece sono diventato assistente alla produzione. Il ruolo di comparsa me l’ha fregato il collega Claudio, che una mattina è arrivato molto prima di me e si è assicurato due scene e un primo piano. Il mio narcisismo ne soffre, ma fingo di riderci sopra.

Ore 15.00: Riunione di dipartimento, cioè dei docenti di italiano e storia. Abbandono la troupe per due ore. Dovrei illustrare le iniziative di cui sono ideatore o responsabile: i percorsi di «Scuola d’autore», la giornata dedicata a Giovanni Pascoli, le deliberazioni del consiglio di biblioteca. Però non ne ho voglia, allora assisto alla riunione in silenzio. Gran parte dei miei colleghi non sopporta il mio eccessivo protagonismo o il mio ego smisurato, come l’hanno definito in qualche occasione. Spesso devo giustificare le mie iniziative per convincerli a partecipare, come se la loro presenza fosse una sorta di piacere personale. Ci sono colleghi che non hanno mai partecipato ad un incontro con l’autore, snobbando tutti gli scrittori e poeti che negli anni ho invitato, ignorando i loro libri, le loro parole, i loro insegnamenti. Mi sono sempre chiesto il perché. Qualcosa avrò sbagliato di sicuro: ma cosa? Cosa avrò fatto per indisporli? O forse non dipende da me?

Prima di tornare a casa, Elizabeth mi chiede se voglio cambiare lavoro. La guardo stupito. Mi dice che sono stato bravissimo e velocissimo a risolvere tutti i problemi organizzativi che si stanno presentando.
«Se vieni a lavorare per me, ti affido l’organizzazione e la gestione di un set».
Sono lusingato e leggermente tentato di cambiare lavoro.
«Ti ringrazio molto», le rispondo invece, «ma mi piace fare l’insegnante, nonostante il disprezzo che ci circonda. Mi piace stare con gli studenti, mi fa tornare ragazzo; insieme a loro ricordo la mia adolescenza, i miei anni a scuola, penso a quello che avrei potuto fare e non ho fatto, penso a quello che avrei dovuto fare e non ho fatto».
Non sono stato un bravo studente, lo dico sempre ai miei alunni, studiavo poco e senza passione, però non sono mai stato bocciato o rimandato, anche se al liceo non ho imparato molto: parte per colpa mia, parte per colpa degli insegnanti, distratti e poco appassionanti. Tutto quello che so l’ho appreso negli anni dell’università, tranne il latino e il greco: quello se non lo impari a scuola, non lo impari più.
Peccato, dice Elizabeth, e mi pare sinceramente dispiaciuta, quando le ribadisco che non intendo cambiar lavoro.
«Però, se vuoi farmi fare una particina in un film…».

Sabato 6

Cosa posso fare per gli studenti che non hanno voglia di studiare? Per gli studenti che vengono a scuola completamente disinteressati? Non è troppo facile limitarsi a dirgli di cambiare scuola? Possiamo limitarci a riempirli di insufficienze e poi bocciarli?

Lunedì 8

Aula insegnanti.
«Ti dirò, mi ero stancata di farmi sfruttare in uno studio di commercialisti dove lavoravo dalla mattina alla sera per quattro soldi, mentre i titolari dello studio avevano case e macchine di lusso, uno di loro pure la barca a vela aveva».
«Dove?».
«A Palermo. Finché hai vent’anni lo fai, ma a trentadue una si rompe».
«E ti sei licenziata».
«Me ne sono tornata al mio paese. Tre anni ho resistito a combattere con i miei genitori, poi ho fatto domanda di supplenza a scuola. Una supplenza prima o poi me la daranno, ho pensato. E invece un incarico per tutto l’anno mi hanno dato. Avevo pensato, se mi piace resto, se non mi piace me ne torno al paese».
«E ti piace?».
«Con la mia materia hai troppe classi, perché si fanno solo due ore alla settimana, e poi i ragazzi si lamentano che è tutto da imparare a memoria. Bello mio, ho detto ieri a un alunno, questa è la materia, mica ci puoi fare dibattiti. O impari o non impari, non c’è niente da capire».
«Quindi resti anche il prossimo anno?».
«Mah, non lo so. Se non trovo niente di meglio. Magari sposo uno ricco».

Martedì 9

Ore 14.30: A Trento, con i miei colleghi Ieraci, Tessaro e De Matteis, per incontrare Fabio Cavalli, responsabile artistico del progetto teatrale nella sezione di Alta sicurezza del carcere di Rebibbia. La sua esperienza è raccontata nel film dei fratelli Taviani, Cesare deve morire, Orso d’oro al Festival del cinema di Berlino.
«Da nove anni nel carcere di Rebibbia c’è un teatro da 400 posti. Sono coinvolti 100 detenuti in tre compagnie. Ogni anno arrivano 22.000 spettatori e siamo uno dei primi dieci teatri di Roma per affluenza. I fratelli Taviani sono venuti a vedere uno spettacolo su Dante, sono rimasti molto colpiti e l’idea di fare il film è nata lì. Ci serviva un testo internazionale, per cui abbiamo interrotto i Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello che stavamo provando, e ci siamo buttati a capofitto sul Giulio Cesare di William Shakespeare. Gli interpreti sono quelli della compagnia: la sfida è stata trovare tra loro il cast giusto per diversi ruoli, dopodiché ho tradotto il testo e abbiamo girato le battute nei dialetti di origine degli attori. Quando ad esempio i miei attori parlano napoletano, io rispondo in genovese. Non mi domando che cosa abbiano fatto nella loro vita, di quali reati si sono macchiati, perché sono finiti in carcere, non sono un giudice o un poliziotto, ma un regista. Credo nella Costituzione e nel reinserimento sociale della persona. A Rebibbia c’è un’accademia e i detenuti attori sono diplomandi o diplomati: il teatro nei luoghi del disagio dà ottimi frutti soprattutto se chi lo esercita non si pone tanto il problema di educare ma di fare arte. Qui arriva il consenso del pubblico e della critica. Anche gli agenti e i familiari guardano i detenuti con occhi diversi. E loro stessi scoprono potenzialità nascoste che prima neanche immaginavano».

Alle cinque, finito l’incontro, chiedo a Fabio Cavalli se a marzo verrà a Bolzano per incontrare studenti e insegnanti che partecipano al progetto su Cesare deve morire. Mi dice di sì. Spero che gli impegni glielo permettano e che non ci siano impedimenti.
Quando accendo il telefonino trovo chiamate e messaggi dalla produzione di Aquadro: gli studenti giovedì non vogliono fare le riprese all’esterno perché ciò li impegnerà dal pomeriggio a tarda sera e poi anche tutta la giornata di venerdì. Dicono che sono troppe ore, che la sera non sanno come tornare a casa e che non intendono pagarsi il pranzo. Carlo, l’assistente alla produzione, mi chiede di intervenire, perché se i ragazzi danno forfait il film è morto. Dopo un giro di telefonate si trova la soluzione: la produzione offrirà panini e bibite, io mi offro di riaccompagnare a casa gli studenti che hanno bisogno di un passaggio. Ma non basta, servono più macchine. La produzione, allora, mette a disposizione un pulmino: quattro li porterò io, il resto la produzione. Domani parlo con gli studenti, li rassicuro, e vedrete che il problema sarà risolto.
Mia figlia mi chiede: «Ma tu cosa ci guadagni col film?».
«Nulla».
«E allora perché hai tutti questi impegni e addirittura accompagni gli studenti a casa con la tua macchina?».
Ogni tanto anche gli insegnanti non sanno le risposte.

Mercoledì 10

Entro in seconda, la classe di cui sono coordinatore, e trovo Claudia in lacrime. Le chiedo cos’è successo, ma non riesce a parlare, piange disperata. Chiedo ai compagni. Nessuno sa niente. Le domando se sta male, se ha ricevuto una brutta notizia, se ha avuto un lutto. Nessuna risposta. Valeria si propone di accompagnarla in bagno. Alla pausa faccio uscire tutta la classe e le chiedo di raccontarmi cosa le è capitato. Andrea, il suo ragazzo, le ha detto che se vuole continuare a stare insieme a lui deve accettare l’ipergamia consapevole.
«Ipergamia consapevole!? Cos’è?».
«Vuol dire che lui può stare insieme ad un’altra e farci sesso. Io lo so e devo accettare. E poi io e la tipa non dobbiamo mai incontrarci».
«E hai accettato?».
«Sì».
«E perché piangi?».
«Perché mi dispiace».
«E allora rifiuta».
«Non posso».
«Perché?».
«Perché lo amo e non voglio perderlo».

Ore 15.00: Consiglio di classe integrato, alla presenza dello psicologo, per la studentessa A.D. L’insegnante di sostegno che la segue per il terzo anno tira le somme del primo mese di scuola, leggendoci la sua relazione.

La ragazza, bocciata lo scorso anno in quanto insufficiente in italiano, tedesco, inglese e matematica, risulta decisamente peggiorata, fatica a raggiungere anche gli obiettivi minimi. I genitori sono separati da alcuni anni e lei vive col fratello, la madre e il nuovo compagno di quest’ultima. Come l’anno scorso ha avuto atteggiamenti disfattisti e di sfida nei confronti dell’insegnante di sostegno; inoltre ogni qual volta c’è stata una verifica, ha mostrato il suo disappunto con borbottii e sbuffi, lamentando la difficoltà dei compiti, anche quando il risultato era sufficiente. Ha difficoltà nella gestione dei minimi insuccessi e in qualche caso ha mostrato reazioni non adeguate. L’organizzazione cognitiva risulta nella norma, ma la capacità di pianificazione non sempre è adeguata; quando ci sono i compiti in classe, se l’insegnante è presente, richiede sostegno e rassicurazione. L’attenzione non sempre è costante e la ragazza tende a distrarsi con altro materiale scolastico, fatica nel prendere appunti, non è particolarmente inserita nel gruppo classe, non ha un’amica o una compagna di riferimento; cerca il contatto ma non sempre viene inclusa nelle dinamiche della classe. Mostra tratti aggressivi di fronte a frustrazione.

Dopo un confronto tra tutti gli insegnanti e sentito il parere dello psicologo, emerge l’idea di un trasferimento a una scuola più facile e in una classe meno numerosa. Facciamo entrare i genitori, la collega di sostegno spiega la situazione e illustra la nostra proposta. I genitori ascoltano, il padre quasi non parla, si vede che a seguire la ragazza è solo la madre.
Dopo qualche minuto il padre mette su una faccia contrariata, dice che non capisce cosa è successo, perché la ragazza ha avuto questa trasformazione. Pare dimenticare i problemi della figlia. Noi vi proponiamo di trasferirla nell’interesse della ragazza, dice la preside, perché qui rischierebbe un’altra bocciatura. Il padre non parla più, la madre si comporta da mediatrice, spiega all’ex marito quello che ogni insegnante dice, come se lui non capisse. Parrebbe d’accordo con noi. Li invitiamo a parlarne con la figlia e a pensarci, ribadendo che stiamo parlando nell’interesse dell’alunna.

Giovedì 11

Riprese in esterna di Aquadro: piazza Walther. È un continuo salire e scendere dall’autobus. Sono le riprese per la gita scolastica al Mart di Rovereto. Stasera filmano il ritorno, domani mattina alle 6.00 filmeranno la partenza. Col mio collega Marco facciamo le comparse: siamo gli insegnanti accompagnatori. Un po’ ci stufiamo, ogni scena viene ripetuta minimo sei volte, ma un po’ ci divertiamo, facendoci delle grandi risate, soprattutto dopo che scopriamo, vedendo il girato, che di noi nelle immagini non c’è alcuna traccia.

Sabato 13

Questa è la settimana dei pianti. Entro in quinta, devo interrogare sulle poesie di Alcyone ma Federica, una delle studentesse più brave della classe, è in lacrime.
«Che succede?», domando.
Nessuna risposta. Io interrogo e Federica singhiozza. Verso la fine dell’ora si calma. Alla seconda ora sono libero, invito Federica a venire con me, dopo aver chiesto il permesso alla collega che arriva dopo di me. Andiamo in biblioteca, al sabato di solito non c’è nessuno.
«Perché quel pianto inarrestabile? Posso aiutarti?».
Mi guarda e non parla.
«Mi conosci da cinque anni, sai che puoi fidarti di me», le dico.
«Mio padre mi picchia», dice e si rimette a piangere.
«Ti ha fatto male?».
«No, male no, però è mortificante».
«Perché ti picchia? A scuola vai benissimo, sei una ragazza tranquilla ed educata. Che motivo ha di picchiarti?».
«Con la mamma non fanno altro che litigare. Ha anche cominciato a bere, è sempre nervoso. Vorrei che se ne andasse di casa. Non lo sopporto più, non sopporto di vederli litigare e urlare in continuazione. Mia madre da alcuni mesi è in cura da uno psichiatra».
La madre è un rinomato avvocato. Quando Federica era in terza si sono separati, ma poi sono ritornati a vivere insieme.
«Vuoi che gli telefoni e lo convochi a scuola? Non devi subire le sue violenze, anzi, devi ribellarti e reagire. Nessun genitore deve picchiare i figli. Vieni che ne parliamo con la preside, lei sicuramente troverà il modo di aiutarti, sai quanto vuole bene agli studenti».
«Preferirei di no. Vorrei sbrigarmela da sola. Se non ce la faccio, le prometto che chiederò il suo aiuto».
«Va bene. Ricordati che quando hai bisogno di me, io sono qua».
Federica ritorna in classe e io vado dalla preside. Le racconto tutto. Mi dice di aspettare che sia la ragazza a chiedere eventualmente un nostro intervento, tanto più che è maggiorenne, se lei non vuole noi non possiamo intrometterci.
«E poi, non dimentichi chi è la madre», aggiunge, per mettermi ulteriormente in guardia.

Lunedì 15

Il ministro tecnico dell’Istruzione, Profumo, docente universitario in non so quale prestigiosa università, propone di aumentare di sei ore, cioè di un terzo, l’orario di lavoro dei docenti, a parità di salario. Proverò a proporlo alla signora che per tre ore alla settimana ci aiuta con le pulizie in casa, le proporrò di fermarsi un’ora in più, ma con la medesima paga. La giustificazione è cercata ancora una volta nelle presunte diciotto ore settimanali che un insegnante fa. Diciotto, signor ministro Profumo? Diciotto, assicura il prestigioso ministro docente di prestigiosa università.
Mi piacerebbe timbrare il cartellino, almeno per una settimana, non solo a scuola, ma anche a casa, quando preparo e correggo compiti, per strada, quando penso alle lezioni per il giorno dopo o ai percorsi extracurricolari, mentre leggo un libro e penso che potrei farlo leggere ai miei studenti, persino in estate, al mare, quando già penso a quali scrittori invitare a scuola. Sarei curioso di sapere di quante ore è fatta la mia settimana lavorativa. E mi piacerebbe sapere anche se le ore serali o quelle della domenica, le ore del mattino presto, secondo una valutazione aziendalistica, andrebbero pagate come straordinario. Mi piacerebbe proprio.

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4 Risposte to “Un’altra scuola, di Giovanni Accardo”

  1. gianlucatrotta Says:

    Bello. Leggerò. La delusione dell’ego smisurato di Giovanni per la comparsata affidata al collega Claudio è un momento di sublime comicità. Mi piace molto che si continuino a alternare momenti così a riflessioni serie e condivisibili.

  2. Giovanni Accardo Says:

    Grazie Gianluca. È il registro di tutto il libro: mischio ironia, umorismo, amarezza, rabbia, speranza ad analisi e riflessioni.

  3. カゼムグダルジマニ Says:

    Bello e interessante. Penso che me lo farò spedire in Giappone.

  4. acabarra59 Says:

    “ Martedì 9 giugno 1998 – Il Sessantotto, ripensato trent’anni dopo, ripensato a Roma, mi appare come una « comparsata », un film « in costume », un film mitologico, un western (all’italiana), facce, barbe, occhi – scaltri, « straniati » – di figuranti, di soliti ignoti, dai palazzoni delle periferie, dalla tristezza delle semi borgate, per un pugno di dollari, per un « cestino » – a Roma c’è sempre un film -, un mezzogiorno di fuoco, una sfida all’O. K. Corral, anzi a Valle Giulia. Povero Pasolini che voleva salvare i poliziotti dai figli dei poliziotti. Erano « affari di famiglia », avrebbe fatto meglio a capirlo. “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 318

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