Dieci considerazioni (utili, si spera) su come affrontare la lettura dei romanzi considerati illeggibili (e che, a prima vista, sembrano effettivamente tali)

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di giuliomozzi

1. Sia chiaro che parliamo di “romanzi illeggibili” non nel senso di “romanzi molto brutti” (i romanzi molto brutti sono spesso assai facili da leggere), ma nel senso di “romanzi la cui difficoltà sembra, a quel che si dice, tale, da scoraggiarne la lettura”. L’esempio classico, che si fa sempre, e che quindi farò anch’io, è: Ulisse, di J. Joyce.

2. La mia opinione è che la “illeggibilità” di certi romanzi sia più un mito che una realtà effettuale. E mi pare, per di più, che tale mito sia stato deliberatamente coltivato da chi, all’interno della Repubblica delle Lettere, sentiva la necessità di creare una distinzione tra certa letteratura e cert’altra letteratura. Se Ulisse diventasse, un bel giorno, un romanzo per tutti, allora la ristretta élite che oggi può dire “Io ho letto Ulisse” magari aggiugendo, con un sorrisetto, “Sei volte, di cui una all’incontrario”, si ritroverebbe con un punto di distinzione in meno rispetto alla massa: e ci rimarrebbe male.

3. In realtà non c’è niente di male, e c’è parecchio di bene, nel cercar di creare una distinzione tra certa letteratura e cert’altra letteratura. C’è del male, invece, nel credere che chiunque non abbia familiarità con certe opere – non quelle “belle”, ma quelle che nella Repubblica delle Lettere sono diventate punti di distinzione – non possa che sospirare e abbassare il capo, sussurrando: “Domine, non sum dignus“. Cavolate.

4. Ma queste opere, dunque, si domanderà qualcuno, sono da leggere o non sono da leggere? In questa freschissima estate dovrò sudare sette t-shirt a scalare la montagna Ulisse (o La montagna magica, o incantata che sia, di Mann, per dire), o posso leggermi tranquillamente, che so, Le otto montagne di Paolo Cognetti, vincitore dello Strega? La risposta è: la domanda è sbagliata.

5. Quasi tutti i romanzi illeggibili risultano, se li si affronta dimenticando l’aura di illeggibilità che li circonda, leggibilissimi. Questo è un dato esperienziale mio: della mia esperienza come lettore, e della mia esperienza come insegnante di scrittura (gli insegnanti di scrittura, si sa, passano la maggior parte del loro tempo in aula a dire frasi che cominciano con: “Potresti leggere…”; i più stronzi, quelli che alla distinzione ci tengono, usano invece la formula: “Potresti rileggere…”: segue, in genere, il suggerimento proprio di uno di quei libri che fanno tremare le vene e i polsi).

6. Ulisse è la storia di due uomini, Stephen e Leopold, che nel corso di una giornata si incontrano, fisicamente, più volte; e anche quando non s’incontrano, vivono avventure tra le quali non è difficile intravedere, o immaginare, un certo parallelismo. La storia ricalca alla lontana quella di Telemaco e Ulisse, trasformati da Anticbi Eroi in pover’uomini dublinesi. Joyce si è divertito a scrivere ogni capitolo usando stili e modi diversi, e talvolta pressoché inventati da lui; la faccenda non gli è riuscita proprio sempre benissimo, ma in genere sì; alcuni capitoli sono, almeno di primo acchito, più ostici; altri sono facilissimi. Il mio preferito (e anche quello di J.J., si dice) è il penultimo, scritto a domande e risposte, e con un giocoso impiego della geometria (se vi interessasse, Piergiorgio Odifreddi fa qui un rapido catalogo degli errori, alcuni forse intenzionali, contenuti in quel capitolo). Se in un capitolo v’incagliate, passate al successivo (es.: se il terzo, camminata di Stephen lungo la spiaggia, tutto in forma di monologo interiore a volte incomprensibile, vi annoia e vi deprime, passate subito al quarto, nel quale Leopold fa la cacca – nel casotto, in cortile – in stile spassosamente omerico). Se c’è chi legge I promessi sposi saltando i capitoli “storici”, potrete ben saltare qualche pezzo di Ulisse (e, comunque, leggere I promessi sposi saltando i capitoli “storici”, è un insulto personale a me: sappiatelo).

7. Molti tra i romanzi considerati illeggibili sono, in realtà, romanzi molto molto giocosi. Ulisse è un romanzo pieno di giochi. La stessa idea di base, trasportare l’Antichità Greca nel fango dublinese, è una classica idea giocosa (una parodia desacralizzante). Molti romanzi, a sentirne parlare, e soprattutto a sentirne parlare dagli accademici, hanno l’aria di essere impenetrabili: ma se vi mettete a leggerli come leggereste, che so, un romanzo di Salgari, potreste scoprire che sì, senz’altro, tutto quel lavoro formale che manda in brodo di giuggiole gli accademici effettivamente c’è: ma c’è anche una storia con le sue avventure, i suoi momenti tragici o patetici o comici, e così via. Qualche giorno fa ho scritto qui in vibrisse del primo romanzo di Nanni Balestrini, Tristano: che, a sentirne descrivere la costruzione combinatoria, fa certo passare ogni voglia di leggerlo; ma, alla lettura, è un romanzo d’amore strano, straniante, ma comunque emozionante e commovente. Mi era stato più volte descritto come “illeggibile” L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon: lo lessi (mi era stato descritto anche come immenso e interminabile: ma sono solo 697 pagine) e mi divertii un sacco. Certo: se uno mi domandasse che storia racconta, non saprei cosa dire: più o meno, c’è un tipo che ha un tropismo per le V2 e vaga per la Germania Occupata. Ci sono un sacco di scene di risse e di scene di sesso, e sono le migliori. D’altra parte, qualcuno saprebbe raccontare sensatamente la storia dell’Orlando furioso? Non vale raccontare di Orlando che uscì pazzo: perché, nel complesso, nella massa del poema, quello è praticamente solo un episodio.

8. Ecco: leggere accontentandosi di leggere, lasciando che ciò che avviene nella pagina scorra davanti ai nostri occhi; godere la scena, la frase, il dialogo, senza troppo preoccuparsi delle strutture; dare per scontato che se un’opera è considerata tanto difficile, qualcosa ci sfuggirà, ma forse non l’essenziale; lasciar perdere se non ci troviamo; leggere con calma o sprofondandovi, secondo le vostre abitudini. Orcynus Horca non è un romanzo che si legga in una settimana – a meno che proprio non facciate altro, a parte dormire e lavarvi (si può mangiare senza interrompere la lettura). Si impara un po’ alla volta, come un po’ alla volta avete imparato a bere alcolici (vi ricordate la prima volta?) o a fumare tabacco (vi ricordate la prima volta?).

9. Leggete ciò che vi incuriosisce. Oppure fàtevi dei programmi di lettura. Una volta decisi che volevo sapere cos’era la fantascienza, e lessi 100 romanzi di fantascienza; poi ne buttai via 98 (tenni La fine dell’eternità, di Isaac Asimov, e i sei volumi – che contano per uno – di Dune di Frank Herbert). Un’altra volta decisi di esplorare la cosiddetta narrativa postmoderna, o postmodernista, o postmodernistica che si voglia dire. Misi quindi in fila: Gargantua e Pantagruele, Don Chisciotte, Tristram Shandy, Jacques il fatalista e il suo padrone, Tom Jones, forse altro, e poi finalmente presi su Giles, ragazzo-capra e Il coltivatore del Maryland, di John Barth: che a quel punto mi sembrarono dei libri normali. L’importante, se vi fate dei programmi, è che abbiate ben chiaro che cosa state cercando. Io, per esempio, all’epoca di Barth, volevo capire come funzionava la mente del mio amico Leonardo.

10. Non leggete mai per essere all’altezza, vi prego. E ricordate che ciascuno di noi, in momenti diversi, è un lettore diverso. Si legge anche allegramente, per svagarsi o per commuoversi, e non c’è mica niente di male. E si può leggere Henry James per carpirne i segreti sulla gestione del punto di vista, ma anche per il desiderio di sapere, alla fin fine, chi sposerà chi.

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25 Risposte to “Dieci considerazioni (utili, si spera) su come affrontare la lettura dei romanzi considerati illeggibili (e che, a prima vista, sembrano effettivamente tali)”

  1. Nadia Bertolani Says:

    Articolo saggio (se mi posso permettere) e consolante: io che ho sempre oscillato tra obbedienza e ribellione, tra conformismo e indipendenza, tra soggezione e disinvoltura, sono finalmente arrivata al traguardo. Leggo quello che mi piace: Alla ricerca del tempo perduto, La montagna incantata, L’uomo senza qualità, Ulisse, e non leggo De Lillo e Marquez.

  2. Mario Branchi Says:

    Articolo che non dice assolutamente nulla se non ripetere per 50 volte il titolo “Ulisse”

  3. gian marco griffi Says:

    Bravo, Giulio. Tra l’altro hai citato un libro più bello dell’altro (da leggere, prima ancora che da capire nei meccanismi e nei giochi e nelle forme e nei linguaggi con cui sono stati costruiti, compreso ovviamente Ulisse, che è un libro divertentissimo); poi un bel giorno si arriva al Finnegans Wake, e un po’ di fatica, devo ammetterlo, la si fa.

  4. Giulio Mozzi Says:

    Sono 7, Mario (più una volta “Ulisse” come personaggio). 🙂

  5. Turi Totore Says:

    L’Ulisse, L’arcobaleno della gravità, Orcynus Orca. Tre libri, insieme a L’uomo senza qualità, che ho iniziato e mollato tre volte a testa. Prima o poi, forse come regalo per la pensione, li leggerò. Adesso ho un motivo in più per farlo

  6. Bandini Says:

    È proprio vero. L’Ulisse lo lessi proprio così: saltando le pagine noiose, divertendomi tantissimo su altre pagine ed episodi. Splendido l’episodio della cacca nel casotto, ma anche quello in cui Leopold si fa la barba, la sera, verso la fine del romanzo (se non ricordo male; forse è proprio il penultimo?). E il discorso che fai, secondo me, vale anche per la poesia: che si può apprezzare anche senza capire granché di metrica e figure retoriche ecc. ecc., ma semplicemente abbandonandosi alla musica del verso.

    p.s.: prossime sfide: L’uomo senza qualità e Tristam Shandy.

  7. Ivano Porpora Says:

    Giulio, sono 50. Alcune volte l’hai sovrascritto.

  8. Maria Cristina Vezzosi Says:

    Per gli insoddisfatti: il Mozzi dice sempre qualcosa, anche se si può non concordare con ciò che proclama
    Per il Mozzi: io Ulisse non l’ho riletto e non lìho nemmeno letto. Però ci ho provato. Invece sono riuscita a superare la quarta parte di 2666 ed è stata una bella prova di resistenza.
    Ciao a tutti e buon Ferragosto

  9. dm Says:

    (C’è poi il falso mito: per leggere i libri super difficili ci vuole una super cultura. In realtà è questione di talento. Ci sono persone che non hanno talento per la lettura. Non hanno, ad esempio, alcuna sensibilità al fonosimbolismo. O non hanno immaginazione (nel senso in cui il legame fra la parola scritta e ciò che si scatena nella testa è debole). Non hanno la capacità di leggere i suoni, il testo è un insieme di segni scritti di cui importa quindi solamente il contenuto informativo. Eccetera. E c’è poco da fare. Te ne accorgi quando incontri persone molto colte, di ottime letture che però, povere, ce la fanno poco poco. (Te ne accorgi di solito da come scrivono, correttamente e male). A volte, per un principio di ostinazione che non capisco, queste persone s’impegnano un sacco per poi affermarsi nell’orbita della narrativa letteraria: magari diventano critici letterari. Nei casi più disperati s’ingegnano per predicare un’idea della letteratura alla loro portata, falsando la percezione del valore nel loro piccolo e facendo quindi enormi danni. Sì, in generale, quello che si sottovaluta è il talento (mentre se ne parla quasi sempre a sproposito quanto alla produzione della narrativa letteraria). Si considera la lettura un’abilità innata e scontata, mentre, se ci sono milioni di non-lettori per le strade, sarà certo per una distribuzione ineguale di possibilità e di cultura ma, forse, anche di talento).

  10. Teresa Capello Says:

    Sono d’accordo su tutto! A parte chi legge “per mestiere”, ci deve essere libertà totale nella lettura. La lettura, dal mio punto di vista, intrinsecamente è un atto di libertà, di esercizio del pensiero pensante, di apertura. Ed il presupposto del decalogo è fondamentale: ovvero, che non esistono libri impossibili da leggersi! Se una lettura ti chiede fatica, magari per te individuo, in quel preciso momento, ti sta dando molto, attraverso quella fatica. Un testo che ti rifiuta, o meglio, che tu hai tranquillamente richiuso, è comunque un viaggio che non hai fatto, un treno che hai perso: ma tu lo sai. E, in un certo senso, farà parte di te, è – quello – un tuo percorso, una scelta, non un obbligo. Molto peggio sarebbe, quel “mattone”, non aprirlo mai, intimiditi o inariditi, anche da docenti che non sanno risvegliare il tesoro infinito della curiosità. Sarebbe molto importante scalzare questo luogo comune dei libri impossibili, per fare in modo che molti si avvicinassero a certe letture, senza dirottare sempre (dico sempre, questo è un problema grosso) la loro lettura verso ciò che è già prevedibile, piatto, come un sapore verso cui si sviluppa come una assuefazione, inutile, anche indotta massmediologicamente (mi scuso per l’avverbio). Ma… a proposito, i “Libri facili troppo facili” sono da censurare del tutto, secondo Giulio Mozzi? (Ammetto, devo ammetterlo ora, per sincerità, l’effetto de “L’Alchimista”, a suo tempo…ehm… mi pare quando lessi anche “Va dove ti porta il cuore”… 🙂 ).

  11. Ma.Ma. Says:

    Dm, premetto che io non ho assolutamente talento per la lettura. Però mi dico comunque che magari questo talento di cui parli è alla stessa stregua del talento per la scrittura, cioè, magari anche nella lettura non basta il talento, ma serve esercizio (molto), ma anche una corretta educazione e un pizzico di cultura, che io che non ho letto la storia di Telemaco e Ulisse, ad esempio, pur comprendendo dei passaggi narrativi potrei tuttavia non divertirmi: voglio dire se il divertimento sta nel leggere una storia che ne dissacra un’altra epica, e io non me ne rendo conto, magari mi annoio e basta leggendo l’Ulisse di Joyce. Poi, come nella scrittura, se uno proprio non ha quel pizzico che, allora non ci riesce e basta, al id là delle lauree che c’ha in tasca. Ma mi piace credere che pure non avendo talento per la lettura io possa aspirare a leggere comunque libri di un certo tipo 😉

  12. gian marco griffi Says:

    Ma.Ma, ma il bello deve essere che tu ti diverti a leggere la storia di Leopold e Stephen anche se non conosci quella di Telemaco e Ulisse. Se poi conosci quella di Telemaco e Ulisse puoi fare una lettura doppia, e più in profondità; se poi cerchi di analizzare il linguaggio e le forme utilizzate, e il perché, vai ancora più in profondità, e ti diverti ancor più (sempre che a te, come lettrice, interessi scoprire queste cose). Ma se Joyce avesse scritto un libro di cui solo gli studiosi dell’Odissea avrebbero potuto godere, non sarebbe stato uno dei libri più importanti del XX secolo, non credi? La sfida deve essere, per mio conto, fare sì un rimando a, ma scrivere in modo che anche chi non coglie il rimando possa goderne. In ultimo va anche detto che Ulisse di Joyce non rimanda propriamente a un mito ugrofinnico sconosciuto, ma a uno dei libri fondativi della letteratura occidentale, che non è da conoscere a memoria, ci mancherebbe, ma è, dovrebbe essere, conosciuto da tutti, quantomeno a grandi linee.

  13. acabarra59 Says:

    “ Martedì 22 giugno 2010 – Notevole, volendo, anche la circostanza che, sfogliando la copia dell’Ulisse – nell’edizione Medusa Mondadori, 1968 – che ho comprato stamani dagli zingari, trovi fra le pagine un biglietto d’autobus: « Abbadia S. Salvatore – Roma – Lire 17.000 », e che, esaminandolo, scopra che è stato timbrato il 3 agosto 1993. Dunque qualcuno, diciassette anni fa, ha viaggiato in corriera dall’Amiata fino a qui. Qualcuno che forse leggeva l’Ulisse, o, comunque, l’aveva con sé. Qualcuno che, comunque, non ce l’ha più. Perché ce l’ho io. Che, comunque, anche stavolta non lo leggerò. Perché, come diceva quella serva, « non ho più tempo » – « 8 maggio 1984 – Anche la serva qui accanto non legge più. “ Non ho più tempo “, dice. ». “. [*] [**]
    [*] Scusate tanto, non è la cattiveria, è il caldo.
    [**] Lsds / 73…

  14. Ma.Ma. Says:

    Gian Marco, sì. Ci sta. E poi hai ragione, lo so persino io che Ulisse è stato un sacco di tempo in viaggio facendo il furbone per legittimare la sua natura fedigrafa, mentre Penelope smontava e rimontava la tela per evitare di darsi ad altri… Telemaco credo sia il figlio dei due, forse… dopo guardo in Wiki 🙂 Comunque sia, io leggerò questo Ulisse non per essere all’altezza; lo farò per togliermi la soddisfazione di dimostrare che quel romanzo può essere letto da chiunque, essendo io una rappresentante di “tutti”, inteso come massa mediocre 😀 (scusa Giulio, per questa mia debolezza).

  15. dm Says:

    Ma.Ma. Ovviamente l’espressione “talento per la lettura” è provocatoria. Va addosso al senso comune, per cui chi non legge è un pigro, o non s’impegna a sufficienza, o è un idiota (o tutte e tre le cose e dunque per questo non ha studiato a sufficienza; e adesso è “uno che non legge” – detto con la massima commiserazione possibile). Magari non c’entra nemmeno la società ingiusta, le disuguaglianze eccetera. Insomma, accettiamo che ci sono persone per cui il rapporto fra linguaggio e immaginazione è un altro e viviamo in pace. Tutto qua.

    Sullo scarso talento per la lettura: anch’io ho faticato a imparare a leggere, attorno ai venticinque anni; e credo di essere fra quelli – molti – che hanno preso in mano la penna per sanare una qualche grana della lingua, per medicarsi una ferita del linguaggio (e quindi anche per imparare a leggere…)

    Ovviamente, qui leggere significa: leggere testi immaginativi o estetici, non altro.

  16. marcocandida Says:

    Be’, l’Ulisse di Joyce, nelle sue linee generali, è una storia semplicissima: è la giornata ordinaria di un uomo comune. Va dal macellaio, compera il giornale…: queste sono le “avventure” di un Ulisse del periodo novecentesco prima delle guerre. Un’opera intrisa di ironia, dalla prima all’ultima parola, che solo un matto irlandese poteva non soltanto concepire, ma scrivere. Mi ricordo che ne sentii parlare la prima volta dal mio professore delle medie, e la mia fantasia andò subito in fiamme. Per mesi e mesi, se non anni, mentre leggevo Steinbeck, Balzac, Tolstoj, Turgenev, Bulgakov… fantasticai su questo libro, immaginando come potesse essere. Quando lo acquistai, ovviamente non fui in grado di affrontarlo. Oggi, invece, mi sembra persino un libro piacevole – sono d’accordo con chi l’ha scritto, in questa discussione.

    Sulla leggibilità di opere che sono ritenute illeggibili, ciò che scrive Giulio non mi stupisce. Una volta che si conoscono i meccanismi di una narrazione si legge speditamente e si è in grado di affrontare qualsiasi testo. Certo, questo non significa che un testo lo si capisca, davvero, fino in fondo. Per capirlo, un testo, per capire il significato di un testo, bisognerebbe vivere le stesse situazioni descritte nella storia che si sta leggendo o trovarsi nella stessa condizione esistenziale del protagonista, allora sì che una narrazione non è più soltanto un insieme di ingranaggi, un meccanismo o l’afflato di una corrente di letteratura. Chi sposerà chi, nella storia di Henry James, è la cosa più importante, perché sposarsi non è certo qualcosa da prendere alla leggera, altrimenti si pagano conseguenze gravissime. Tutta la storia de I Promessi sposi (di cui Giulio è certamente una dei massimi cultori) serve in fondo a dimostrare che Lucia non sta per sposare un cretinetto, ma un ragazzone coraggioso, forte e buono, e che la ama, pronto a tutto per lei. La famiglia di Renzo e Lucia sarà probabilmente una buona famiglia.

  17. Lettore Occasionale Says:

    11. Leggete come se fosse la prima volta che leggete.
    12. Leggete come se fosse l’ultima volta che potete leggere.

  18. Giulio Mozzi Says:

    Disce ut semper victurus, vive ut cras moriturus.

  19. Lettore Occasionale Says:

    o anche:

    Work like you don’t need money, love like you’ve never been hurt,
    and dance like no one’s watching.

    ovvero l’arte di non restare soggiogati dalla paura di fallire o di essere mal giudicati (o dal desiderio di avere successo e di essere ben giudicati).

  20. cynthia collu Says:

    Grazie Giulio.

  21. Eugenia Says:

    Grazie, articolo davvero interessante. E’ vero, alcune opere , sono difficili, ma è più la fama di esserlo, o la consacrazione ad una sorta di epica o di Bibbia o dir si voglia.

    Ti ringrazio di aver avviato il lettore in questo, ricordandomi anche, in alcune parti, il famoso decalogo dei diritti del lettore di Daniel Pennac.

  22. Maria Luisa Mozzi Says:

    Per dm.

    Ho letto tante volte in questi giorni il tuo primo intervento. E’ bellissimo. Dice la verità con precisone e delicatezza.

    Sono una di quelle persone che, “povere, ce la fanno poco poco”.
    Anch’io ho parlato a volte delle mie letture, qui in Vibrisse, e mi sono comportata come dici tu, ho abbassato al mio livello (“poco poco”) ciò di cui ho voluto parlare. Oppure ho millantato una cultura che non ho.

    Dire perchè ho fatto questo è faccenda dolorosa. Quindi non lo farò.

    Ti scrivo solo per dirti che ti ho apprezzato, che leggendoti ho sorriso, mi sono commossa e ho amato le tue parole.

  23. I romanzi “illegibili”… Giulio Mozzi ci dice come affrontarli (Vibrisse) | Italianostoria Says:

    […] via Dieci considerazioni (utili, si spera) su come affrontare la lettura dei romanzi considerati illeggi… […]

  24. Ma.Ma. Says:

    Oibò, m’ero persa la tua risposta Daniele (scusa – non funziona l'”avviso di nuovi commenti” da un sacco di tempo). A me comunque non dispiaceva l’affermazione “talento per la lettura”. Credo che ci stia… solo che magari speravo che un po’ potrebbe essere compenasato dall’esercizio. 🙂 Rileggendo meglio però mi viene fuori forse un’altra cosa. Più che di talento per la lettura, mi pare di intravederci un talento per l’immaginazione che essa crea. Forse. Ci penserò su. Per il resto: sì, ormai è quasi risaputo, pure io ho letto il primo libro di narrativa a 28 anni circa. Mentre a 25, lessi qualche saggio, tipo su karate o di filosofia: ‘na fatica!
    Non sapevo che anche tu non avessi mai letto un libro fino ai 25 🙂 Sono in buona compagnia.

  25. Gianluca Says:

    Trasferisco il discorso (molto stimolante) alla fruizione del cinema (cambia il linguaggio, ma l’approccio è lo stesso); è un intervento un tantino lungo, lo so, ma insomma, ci tengo.

    [Nota di Giulio Mozzi: questo intervento di Gianluca è stato pubblicato originariamente, se non sbaglio, qui,il 23 marzo del 2015].

    “Io so’ io…e voi non siete un cazzo. O la spiacevole saccenza della cinefilia”

    “I film si dividono in due sole categorie: i capolavori assoluti e le cagate pazzesche. No, non come “La corazzata Potëmkin” secondo Fantozzi: che quella, invece, è la punta di diamante del cinema d’avanguardia russo. Voglio dire: Ėjzenštejn, cinema muto, montaggio delle attrazioni. Una bomba. Mica come quel cretino di Fantozzi…coso lì, come si chiama…Paolo Villaggio. Che, sì, ha fatto qualche filmetto carino all’inizio – la scena del ‘chi ha fatto palo?’ è anche simpatica – ma poi si è venduto al solito sistema italiota.
    E poco importa che nel suo film nomini “La corazzata Kotiomkin”, storpiandone il titolo: uno come me non lo frega, io l’ho colto subito il riferimento. E controbatto che “La corazzata Potëmkin” è un capolavoro assoluto, mica cazzi. Non a caso la scena cult della scalinata di Odessa è stata ripresa da quel fottuto genio di Brian De Palma nel suo “Gli intoccabili”…come: non ve n’eravate accorti? Dai è così evidente…vabbè, che ne sapete voi di Ėjzenštejn. Comunque dicevo: esistono solo queste due categorie, e non ci credete a chi cerca di differenziare gradualmente, a chi millanta di apprezzare le sfumature, o magari ‘dettagli notevoli in film mediocri’ (ho sentito teorizzare anche ‘sta stronzata): non ci capisce un cazzo di cinema. L’altra sera stavo parlando con uno, non so manco chi fosse, un amico di un amico mi sa, e insomma questo mi attacca un pippone sul fatto che lui riesce a trovare un motivo di bellezza praticamente in tutti i film; e che questa teoria l’ha ritrovata anche in un critico cinematografico, e quindi si è sentito “più legittimato” (cioè questo capace che ha solo il coraggio delle opinioni altrui, tipo di giovani di Ennio Flaiano)…insomma mi fa tutta ‘sta premessa e poi che mi nomina? “Cose nostre – Malavita”, un’ininfluente commediola noir di un paio di anni fa, che io a malapena avevo sentito nominare, che ovviamente non ho visto (ci mancherebbe), ma che ha tutti i numeri per essere quanto di più demagogico nella produzione cinematografica: è americano, cioè mainstream; è appunto una commedia, ma con punte d’azione (due tra i generi più ruffiani del cinema); ed ha per protagonista un attore ormai finito che continua a riciclarsi all’infinito: Robert De Niro. Per carità, l’amico Bob è un mostro sacro. Ma avrebbe fatto meglio a smettere di recitare una quindicina di anni fa.
    E insomma, dicevo, questo qua – blaterando qualcosa a proposito del concetto di contesto – mi dice che l’ha colpito proprio il personaggio di De Niro: un ex-gangster che vale venti milioni di dollari e che ha deciso di scrivere un libro autobiografico; e mi dice ‘na cosa tipo: “E’ interessante il rapporto che lui – che rappresenta quanto di più lontano ci possa essere dalla logica rappresentativa della scrittura, che i boss sono uomini d’azione, la vivono la vita, non perdono tempo a raccontarla – instaura con la scrittura. ‘La scrittura – dice il gangster – è un modo per sfogarmi, mi fa bene scrivere la verità, io devo sapere chi sono, e non attraverso gli occhi della mia vecchia vita o dei federali, ma attraverso i miei’. Cioè uno che non ci pensa due volte ad ammazzare un tipo, arriva poi ad ammettere che ‘Scrivere ti esaurisce: mi sento come se mi fossi guardato allo specchio tutto il giorno’; oppure: ‘Tutti moriremo, e devo dire che, sinceramente, morire per queste parole è sempre più nobile della morte a cui sono destinato’. Non lo so, magari mi sbaglio, ma mi è sembrato un bel riscatto sia per la vita interiore che per la scrittura, che non è mai legittimata abbastanza (nel mondo pratico, almeno). E lo scompiglio che crea in famiglia una novità del genere, dà origine a situazioni significativamente grottesche; del tipo, il figlio che chiede a sua sorella: ‘Ti sei mai resa conto quante cose papà è capace di esprimere solo con la parola ‘cazzo’? Voglio dire, è un bravo vecchiarello, sai che parla per essere capito, non per fare delle frasi; detto da lui ‘cazzo’ significa: ‘Porca miseria, in che casino mi sono ficcato?’, o ‘Grandiosa la pasta!’, o ‘Me la pagherà.’…perciò perché, uno così, deve stare sveglio tutta la notte a scrivere quando potrebbe già esprimere l’intera gamma delle emozioni umane con una singola parola?’”.
    Ammetto che la battuta dello specchio è carina, ma niente più. In ogni caso, mai perderei due ore del mio prezioso tempo per vedermi ‘na cosa così. Una battuta non fa un film. E questo non è cinema. E poi i film validi, gli imperdibili, si sanno, o comunque si riconoscono. Per il passato, vabbè, è facile: tutti quelli canonizzati, quelli diventati cult, quelli, insomma, di cui nelle discussioni colte non puoi non saper parlare. Cioè, per dire, sempre il tipo di prima, sempre l’altra sera, mentre io gli stavo parlando di Kubrick dando per scontato che ne avesse visto tutti i film (perché un cinefilo doc deve aver visto tutto Kubrick), mi fa: “No ma comunque io ‘Shining’ non l’ho ancora visto”. Ma come? L’immenso ‘Shining’? Un classico, un cult assoluto, quel fottuto genio di Jack Nicholson in stato di grazia, la scena del triciclo, la frase “All work and no play makes Jack a dull boy” battuta a macchina ossessivamente…ragazzi, questa è cultura generale, non cinema! Ma poi, dico io, almeno non lo ammettere che non l’hai mai visto: bluffa, magari non dire niente, resta sul vago, annuisci soltanto quando parlo io, ma non confessare (così candidamente poi, quasi non fosse una lacuna grave). Alla fine anche a me mancano alcuni classici, ma in pubblico non l’ho mai ammesso, né mai lo farò. Qui in confidenza posso dirvelo (che tanto nessuno sa chi sono): “C’era una volta in America”, ad esempio, non sono ancora riuscito a vederlo; ma nei discorsi tra cinefili ci mancherebbe: io fingo eccome. Non posso mica fare la figura dello sprovveduto. Io non dialogo per ascoltare l’altro, io dialogo per ostentare me stesso. E quindi devo aver già visto tutto del passato. Tutto quello che conta, almeno. Cioè, per esempio, si sa che “Il padrino” è nettamente superiore, come sempre, ai sequel. E allora, io almeno quello devo averlo visto. Anche se non è così (seconda confessione). Però quando capita di parlarne con altri esperti, basta che ci piazzo lì un paio di furbe citazioni – “Ohh…la testa del cavallo nel letto: epica!”; “…e perché la solennità di Marlon Brando quando dice ‘Gli farò un’offerta che non potrà rifiutare’? (e nel frattempo con l’anulare mi gratto il baffo) Guarda indimenticabile. Come le sue guance. Non so se sai che aveva delle protesi…” – e il gioco è fatto: nessuno si è mai accorto che in realtà fingo.
    Per i film imperdibili del presente, invece, è un po’ più difficile, perché non sono stati ancora canonizzati; però vabbè si riconoscono. Anche perché nella nostra cricca di cinefili, su internet, le voci girano e, insomma, lo senti a pelle quando un film deve essere visto. Ad esempio: se una pellicola non è americana, va vista. Non perché tutto il cinema americano sia imperiale, ma perché tutto il resto è élite, è di nicchia, è autoriale. Ed io non posso farmelo sfuggire. Quello snob di Sorrentino l’altro giorno ha detto una cosa tipo: “Secondo me si è abbastanza frantumata la barriera tra cinema d’autore e cinema d’intrattenimento: esistono ancora delle sacche di resistenza che vogliono fare o solo intrattenimento o solo cinema d’autore puro e rigoroso (che poi sono quelli che circuitano nei festival), ma l’ala forse più saggia e che ha un futuro è quella che ha cominciato a coniugare le due cose. Infatti alcune cose televisive vanno proprio in questa direzione, ma anche tantissimo cinema è diventato più popolare, cioè si pone problemi legati all’accessibilità”; ma io non ci credo. Le differenze esistono ancora e sono nette. Perdessero tempo gli altri coi supereroi o coi film d’animazione o con le serie ‘di qualità’: io mi guardo il cinema turco, o quello greco, oppure quello iraniano.
    Quello francese no: troppo sdoganato.
    Ah e del cinema giapponese ne vogliamo parlare? Cioè, ragazzi, il cinema giapponese è il futuro, ve lo dico io. Ed anche il passato, per la verità: quasi tutte quelle boiate americane che oggi hanno successo, sono state anticipate, ma parlo di decenni eh, dai giapponesi. Ed era roba seria la loro. “Per un pugno di dollari” di Sergio Leone, per dire, un cult dello spaghetti-western, è ispirato a “La sfida del samurai” del giapponese Akira Kurosawa. Davvero, lo sanno tutti nel nostro ambiente: i giapponesi sono dei fottuti geni. Altro che americani. Come mettere a confronto l’immenso Tarantino con, che so, Spike Lee. Cioè, ‘sti cazzi, Quentin è una bomba, è un fottuto genio. Per dire, io i silenzi che mettono a disagio, tra due persone poco in confidenza, li ho notati prima nel dialogo tra Uma Thurman e John Travolta in “Pulp fiction”; e solo dopo ci ho fatto caso nella vita. Per me il mitico Quentin rimane l’ultimo autore capace di creare immagini indimenticabili (quegli schizzi di sangue sui fiori bianchi in Django Unchained…), di scandalizzare il pubblico, di essere sempre contro. E non controbattete con quel venduto di Nolan, che mi incazzo. Cioè, davvero, per me “Memento” era innanzitutto il titolo del suo capolavoro, e solo dopo la seconda persona singolare dell’imperativo futuro latino di ‘ricordare’.
    Per dire, lo adoravo.
    Ma da Batman in poi lo considero un autore bruciato.
    Che poi, in realtà, se mi chiedeste il perché di queste teorie, neanche vi saprei rispondere oggettivamente; quanto meno non con l’assolutezza con cui, mi rendo conto, vado professando certe tesi. Ma queste cose non c’è bisogno di argomentarle: noi cinefili le percepiamo e basta. E se non è lo stesso per voi, beh tanto peggio. Imparate ad osservarli i film, non solo a vederli.
    Ah, ovviamente quando parlo del cinema straniero, parlo di guardarlo solo ed esclusivamente in lingua originale. Il doppiaggio è masturbazione. (Scommetto che non avete colto la citazione…) Io a quelli che elogiano i doppiatori italiani li prenderei a schiaffi, sempre con questa cazzo di casta Rossi in bocca. Poco importa che io non parli nessuna lingua straniera – vabbè l’inglese, sì, ma giusto quello delle superiori – e che quindi non è che proprio riesca ad apprezzare le varie sfumature (vi prego, non pensate a quel film di merda, non l’ho visto eh, ci mancherebbe, ma so già che fa schifo, che impera ora nelle sale; questa distribuzione italiota passa solo quello che piace alla massa di pecoroni ignoranti) delle lingue. E, a dirla tutta, che due coglioni quei sottotitoli da seguire per due ore intere, che nel frattempo mi perdo tanti di quei particolari delle scene…però vabbè, a parte ‘ste cose, il film va visto in lingua.
    L’audio originale è sempre nettamente superiore.
    Io ormai i film doppiati non so più cosa siano.
    Perché alla fine sono dei film reinterpretati, praticamente come i vari rifacimenti. Ed io, lo sanno benissimo i miei amici cinefili, li odio i rifacimenti. Ci sono opere che sono perfette, ma proprio perfette, immense, così come sono. E questi registi in crisi di creatività si permettono di tradirle con i loro insulsi tributi. Cioè, per dire, per me “La fabbrica di cioccolato” è solo quella del ’74; che la sopravvalutata ditta Tim Burton – Johnny Depp ha anche un po’ rotto il cazzo (ecco, qualcuno doveva dirglielo): belli i loro primi lavori, però poi si sono venduti anche loro. Johnny soprattutto: da essere il proverbiale ribelle di Hollywood è diventato mainstream, popolare per antonomasia. Ho letto che sarebbe dovuto comparire in “Birdman” (quello sì, un capolavoro) travestito da Jack Sparrow e, con il poster dei Pirati dei Caraibi 5 sullo sfondo, chiedersi allo specchio: “Come ci siamo ridotti così, amico?”. Ecco, almeno avrebbe fatto ammenda del suo successo.
    Ma anche per “Non aprite quella porta” io sono fermo al ’74. Altro che ’86, ’90, ’94 e anni 2000. Non ne ho visto neanche uno di rifacimento: ma proprio per principio.
    Vabbè poi il remake shot-for-shot di “Psyco” (del maestro Hitchcock) di Gus Van Sant neanche lo considero. Cioè per me non è stato fatto proprio. Il colore al posto del black and white, Vince Vaughn al posto di Anthony Perkins, ma di che cazzo parliamo?
    Beh, l’ultima perla che voglio buttarvi lì riguarda i cineforum. Oh, ragazzi, i cineforum devono essere coi controcazzi. E tre cose fanno i cineforum ‘giusti’. 1) I film ‘giusti’: cioè tutti quelli che proiettano ai vari festival ma che non si caga mai nessuno. Più sono lunghi, lenti, silenziosi e sconosciuti, e più sono giusti. Ah dimenticavo: devono essere anche incomprensibili. Altrimenti accontentatevi dei filmetti che passa la solita distribuzione italiana. Anzi italiota. 2) La premessa ‘giusta’; perché i film, almeno quelli giusti, vanno presentati, contestualizzati, addirittura spiegati, e solo dopo fatti vedere, lasciati godere. Diciamo che tra la libertà e la responsabilità dello spettatore verso l’opera, io sono decisamente a favore della seconda. 3) Il pubblico ‘giusto’. Vale a dire la solita cricca di cinefili, che tra noi e noi ci si capisce al volo. Lasciate stare quelli che cicaleggiano che i cineforum devono essere operazioni-culturali-per-diffondere-il-cinema-di-qualità, che tanto è una causa persa. Io ci ho provato qualche anno fa ed è stato un tale fallimento da convincermi, senza possibilità di smentita, di una verità: che l’unica funzione di persone come voi, ignoranti e contente, è di far ridere di tragica superiorità persone come me.
    Perché, insomma, l’avrete capito: io so’ io, un cinefilo, e voi non siete un cazzo.

    P.s.: dite la verità, non avete colto neanche quest’altra eh?…”

    firmato: un cinefilo anonimo

    Lo ammetto: per far parlare così quest’immaginario cinefilo, mi son dovuto turare il naso. Perché tutte quelle toccate da lui, sono in realtà questioni a cui tengo, particolarmente, io stesso. Ed allora i toni genericamente esagerati, l’espressionismo di certi termini, la saccenza e l’autoreferenzialità del discorso, e, soprattutto, l’atteggiamento di sufficienza verso un generico pubblico ‘medio’, sono tutti funzionali ad enfatizzare una mia idea fissa. Quella secondo cui, quanto di interessante, di educativo e di potenzialmente costruttivo c’è nei cosiddetti cinefili, venga praticamente neutralizzato – ed anzi reso odioso – dai loro modi. Che sono, appunto, sufficienti, autoreferenziali, didascalici e, in quanto assoluti, esagerati e ideologici. E quando parlo di cinefili non mi riferisco al senso ‘neutrale’ del termine, cioè gli appassionati di cinema; intendo piuttosto quelli che, ostentando un’etichetta, si crogiolano nell’appartenervi (e guai, guai, ad avere il coraggio, l’onestà intellettuale di liberarsene). E sono così offensivi, magari anche involontariamente, verso chi non capisce le loro posizioni da risultare insopportabilmente urticanti.
    Per quanto riguarda la prima teoria – quella della divisione netta dei film in capolavori e cagate – credo di aver controbattuto, in breve, con l’esempio di “Cose nostre. Malavita”, già nel discorso ipotetico. Sì, potrei essere io il tipo sconosciuto nominato dal cinefilo immaginario. Perché davvero riesco a trovare dei motivi di bellezza (fosse anche uno solo) in quasi tutti i film. Ed il fatto di aver ritrovato quest’idea – durante la diretta Sky dell’ultima premiazione degli Oscar – nel sempre interessante critico cinematografico Gianni Canova, non è stata che la piacevole conferma di una mia convinzione.
    Servirebbe un articolo a parte per spiegare perché, in “The next three days”, un film di pura azione, diciamo di intrattenimento, il personaggio di Olivia Wilde incarni, al limite dell’impeccabile, il concetto di turbamento. O perché in “Wanted – Scegli il tuo destino”, un’americanata difficile da digerire anche per i meglio disposti, ci sia una caratterizzazione iniziale del protagonista (più un paio di battute nel mezzo) che è memorabile.
    Lo so che questi singoli aspetti non fanno un’opera, ma quando sento depotenziati a ‘cagate pazzeche’ film con dettagli di qualità come questi, mi scatta qualcosa dentro. E’ come quando qualcuno classifica un amico come ‘coglione’ e tu sai, in cuor tuo, che ha almeno un paio di lati autentici. Se ne stanno rintanati e per scovarli devi spostare un bel po’ di veli, ma quando li trovi intuisci, anzi lo sai proprio, di trovarti davanti a perle incontaminate. Che quasi riscattano tutto il resto.
    Strettamente collegata alla questione è il dibattito su quali siano i film, passati o presenti, meritevoli o meno di una visione. Quelli che il pubblico ‘medio’ dovrebbe o no andare a vedere. Un terreno scivoloso, questo, che io percorrerei appoggiandomi ad un appiglio: il problema non è guardare “Tutto molto bello” di Paolo Ruffini; il problema – se, come credo, ce n’è uno – è non guardare, è non riuscire ad apprezzare tutto il resto.
    Io ho proprio riso di gusto con il secondo episodio di quella saga demenziale che è “Una notte da leoni”; e, sapete che c’è?, non per questo mi sono sentito parte attiva nel degrado socio-culturale in cui versa il nostro paese. Perché penso di avere una varietà di gusti che mi consente di passare dalla commedia più goliardica e no-sense al dramma più autoriale. Apprezzandoli, a seconda del momento e dell’intento, entrambi.
    E questa versatilità di certo non me la sono ritrovata per caso. Più semplicemente, ho cercato di guadagnarmela educandomi. Anch’io se cinque anni fa, quando all’incirca questa passione per il cinema è nata, avessi visto “La grande bellezza” probabilmente avrei spento o comunque l’avrei sbolognato come incomprensibile. Perché allora non avevo, o credevo di non avere, gli strumenti per affrontarlo. Ed invece in questi anni, attraverso un paziente esercizio di visioni – spesso ripetute (ma a volte, comunque, incomprese) e gradualmente più complesse – penso di aver acquisito qualche mezzo in più non per farmi necessariamente piacere tutti i film realizzati, che educare il gusto non significa questo, ma per ampliare la mia capacità di lettura, di interpretazione, di apprezzamento (che non coincide per forza con un mio coinvolgimento: il film, per dire, può anche non avermi preso) delle sue varie parti.
    Poco sopra ho precisato una convinzione che avevo in passato – ‘credevo di non avere gli strumenti’ – e che ho dovuto rivedere. Non perché non creda che i mezzi si guadagnino, o che il gusto si affini, ma perché sospetto che il pubblico, quindi me compreso, riceva a livello sensoriale, di percezione, molte più informazioni di quanto sia cosciente, e di quanto riesca ad esprimere. E questo a prescindere dalla ‘preparazione’ con cui affronta una visione. E se proprio una sfida vogliamo trovare per i cinefili più intransigenti – non perché sia dovuta, eh, ma perché per come parlano, per come si pongono, sembra che siano i pochi ad essere illuminati, e a voler illuminare gli altri, su che cosa sia il vero cinema – credo debba andare in questa direzione. Ovvero ‘guidare’ il presunto pubblico ‘medio’ a divenirne cosciente di quelle informazioni, ad esprimerle; che molto spesso ciò che hanno ‘sentito’ del film, magari anche senza capirlo razionalmente del tutto, è proprio quello che l’autore ha voluto trasmettere loro. Senza dover per forza cercare una morale: che approcciarsi così ai film, con ‘Sì vabbè ma il messaggio morale qual è?’, è più o meno come vedere una ragazza con poco seno e dire: ‘Sì vabbè ma quella lì non ha seno: non è una donna’. Ci si perde tantissimo altro.
    Ed ovviamente fare tutto ciò senza quell’atteggiamento didascalico, mai privo di sarcastico moralismo, di chi considera i meno addentrati nel cinema una massa di filistei da deridere e snobbare.
    Nei vostri commenti al vetriolo sui vari blog o su Youtube, potreste provare scrivere come se aveste davanti vostro padre o il vostro migliore amico: persone che mai, credo, vorreste offendere (a volte, mortificare) per un presunto deficit culturale. Perché il foglio bianco, o in questo caso lo schermo di un pc, può dare l’impressione di non parlare a nessuno, di non ‘ferire’ nessuno.
    Quello che ho notato in decine di discorsi sui film più disparati è che se la visione di un’opera un po’ più ostica la poni – a chi, per i motivi più diversi, non l’ha apprezzata o crede di non poterlo fare – sul piano di ciò che si perderebbe (ma senza fare ricattatorio, eh) in termini di emozioni e di sensazioni, a volte di ‘esperienze’ visive, spesso può risultare più accattivante. Di certo più accattivante che se non spacciata incontrovertibilmente, e quindi ideologicamente, per visione di qualità, visione ‘giusta’.
    Non credo, in sintesi, che il pubblico vada più scandalizzato; andrebbe, tutt’al più, educato. Con rispetto e propensione alla condivisione.
    Sul fingere di aver visto tutto, faccio mea culpa: l’ho fatto anch’io. Non con i film, ma con la musica, ma il principio è lo stesso. Parlavo con una ragazza conosciuta da poco, lei mi stava dicendo i suoi gusti musicali ed io annuivo ad ogni canzone nominata: non fingevo sui vari gruppi, quelli li avevo sentiti davvero e ne conoscevo il genere d’appartenenza, ma sulle singole canzoni sì, bluffavo. E ad un certo punto lei mi disse una cosa che mi fece sentire, all’istante, un perfetto imbecille: “Oh ma con te non c’è gusto: conosci tutto!”. Capii che mentre lei si stava aprendo (che parlare di musica questo è: dare accesso al tuo mondo. Che se una ti nomina, che so, ‘Like a rolling stone’ o ‘Mad world’, tu sai che potrebbe essere un tipo di anima meravigliosamente sghemba. Magari ti sbagli, ma insomma potrebbe esserlo per davvero), io stavo giocando a Sapientino. E mi ripromisi di non farlo mai più. Anche perché un po’ di tempo dopo un altro ragazzo, con lui parlavamo di cinema, mi disse una frase del tipo: “…in quel film, non so se l’hai visto, perché è un classico però magari non ti è capitato di vederlo, ‘Apocalypse now’…”. Ecco, in questa frase, soprattutto nel tono usato e nell’atteggiamento – in quel ‘magari non ti è capitato di vederlo’ detto così candidamente – ci ritrovai un rispetto per l’altro disarmante, educativo ed accogliente. Al punto da farmi ammettere, serenamente, che “No, non l’ho ancora visto”.
    Vorrei comportarmi così, mi dissi; vorrei avere quella stessa capacità di mettere a proprio agio chi mi sta di fronte. E’ un’operazione culturale anche questa. Singola e misconosciuta, d’accordo, ma sempre operazione è. Come lo è stata, a riguardo, un onesto articolo comparso su questo blog un po’ di tempo fa, “Sono una pippa, ovvero il NON HO VISTO show”. Ammettere le proprie lacune cinematografiche, nel proprio blog di cinema, senza che nessuno te l’abbia richiesto, così per pura onestà intellettuale verso i tuoi lettori, beh è una prova, credo definitiva, di affidabilità.
    E poi andiamo: se anche De Niro – uno che quando vedi recitare può capitarti di pensare: ok, questo qui minimo si è studiato tutta la cinematografia mondiale prima di arrivare a quella naturalezza attoriale – dice che vorrebbe avere più tempo per vedere tutti i film in circolazione, allora non c’è proprio speranza: non si può aver visto tutto.
    Concludo con due parole sul doppiaggio. In un blog, tra i commenti ad una recensione, era partita la solita solfa per cui il doppiaggio non è mai all’altezza dell’interpretazione originale; ne ho chiesto il perché, e questa è stata la ragionevole risposta: “Perché ultimamente denoto parecchio lassismo, sia nell’adattamento che nel doppiaggio. Forse solo i film Disney si mantengono ancora altissimi nella qualità, com’è sempre stato. […] Anche io non posso prescindere da un paio di doppiaggi, come quello di Arancia Meccanica, Shining, Alice nel paese delle meraviglie, i Simpson o altri che hanno accompagnato la mia infanzia e adolescenza, quando esistevano solo la TV e le videocassette. Poi, avendo fatto lingue sia al liceo che all’università ho cominciato a preferire il film in lingua originale per parecchi motivi: l’esercizio, il fascino naturale che esercitano su di me le lingue straniere, la consapevolezza che alcune sfumature non potranno mai essere rese in un altro idioma, la censura culturale (non è che voglia per forza sentire dei bestemmioni come Jesus f**ing Christ resi in italiano in un film di Tarantino ma è che è interessante vedere come da noi il “figa” è sdoganato e ci fa orrore la bestemmia mentre “cunt” in America e Inghilterra è l’epiteto più volgare che possa essere usato mentre Cristo viene tranquillamente preso ad insulti…), l’effettiva mancanza di rispetto degli adattatori soprattutto per quel che riguarda le serie (ricordo ancora lo scempio di Buffy…) o i film “di cassetta”, il disagio nel non cogliere determinati accenti o l’impossibilità di vedere l’interpretazione “originale” dell’attore in quanto il doppiatore, di fatto, re-interpreta il personaggio….Poi, ovviamente, va da persona a persona”.
    Una risposta garbata, referenziale e culturalmente ineccepibile (è vero che è impossibile rendere, nel passaggio da una lingua, cioè da una cultura, all’altra, tutte le sfumature). Il fatto è che, in generale, sono un po’ scettico su questo discorso del doppiaggio: nel senso, mi sembra eccessiva la demonizzazione che se ne fa in certi ambienti cinefili. Anche perché, per esprimere pareri sensati, bisognerebbe essere in grado di apprezzare tutte le sfaccettature delle lingue straniere. Ed io dubito che tutti gli esperti che vanno sostenendo la causa della lingua originale, abbiano la cognizione della blogger di prima. Non lo so, magari mi sbaglio, ma a volte questo sbolognare il doppiaggio a priori mi sembra parecchio snob.
    Anche perché si vanno ad offendere prove – penso a Massimo Rossi in “Mi chiamo Sam”, o Roberto Stocchi in “Una notte da leoni”, o ancora Stefano Benassi in “Bastardi senza gloria”; o, infine, ad uno a caso tra i doppiatori principali de “La 25° ora” (Christian Iansante…come lui nessuno mai) – che non possono non essere considerate importanti. Reinterpretazioni, siamo d’accordo, ma reinterpretazioni importanti.
    Naturalmente – e qui chiudo davvero – con questo pezzo non ho voluto, di contro, difendere a priori tutti quelli che uno sforzo intellettuale minimo, per apprezzare certi film, neanche ci provano a farlo. Come si sono posti in occasione della vittoria dell’Oscar de “La grande bellezza”, quando sembrava esser diventato obbligatorio esprimere un parere sul film (anche quando non se ne aveva uno), meriterebbe un’analisi a parte. Ma non mi sembra che offenderli e scornarcisi manco fossero esponenti d’una tifoseria avversaria, sia la soluzione.
    Quella costruttiva, almeno.

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