Dieci considerazioni (utili, si spera) su come affrontare la lettura dei romanzi considerati illeggibili (e che, a prima vista, sembrano effettivamente tali)

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di giuliomozzi

1. Sia chiaro che parliamo di “romanzi illeggibili” non nel senso di “romanzi molto brutti” (i romanzi molto brutti sono spesso assai facili da leggere), ma nel senso di “romanzi la cui difficoltà sembra, a quel che si dice, tale, da scoraggiarne la lettura”. L’esempio classico, che si fa sempre, e che quindi farò anch’io, è: Ulisse, di J. Joyce.

2. La mia opinione è che la “illeggibilità” di certi romanzi sia più un mito che una realtà effettuale. E mi pare, per di più, che tale mito sia stato deliberatamente coltivato da chi, all’interno della Repubblica delle Lettere, sentiva la necessità di creare una distinzione tra certa letteratura e cert’altra letteratura. Se Ulisse diventasse, un bel giorno, un romanzo per tutti, allora la ristretta élite che oggi può dire “Io ho letto Ulisse” magari aggiugendo, con un sorrisetto, “Sei volte, di cui una all’incontrario”, si ritroverebbe con un punto di distinzione in meno rispetto alla massa: e ci rimarrebbe male.

3. In realtà non c’è niente di male, e c’è parecchio di bene, nel cercar di creare una distinzione tra certa letteratura e cert’altra letteratura. C’è del male, invece, nel credere che chiunque non abbia familiarità con certe opere – non quelle “belle”, ma quelle che nella Repubblica delle Lettere sono diventate punti di distinzione – non possa che sospirare e abbassare il capo, sussurrando: “Domine, non sum dignus“. Cavolate.

4. Ma queste opere, dunque, si domanderà qualcuno, sono da leggere o non sono da leggere? In questa freschissima estate dovrò sudare sette t-shirt a scalare la montagna Ulisse (o La montagna magica, o incantata che sia, di Mann, per dire), o posso leggermi tranquillamente, che so, Le otto montagne di Paolo Cognetti, vincitore dello Strega? La risposta è: la domanda è sbagliata.

5. Quasi tutti i romanzi illeggibili risultano, se li si affronta dimenticando l’aura di illeggibilità che li circonda, leggibilissimi. Questo è un dato esperienziale mio: della mia esperienza come lettore, e della mia esperienza come insegnante di scrittura (gli insegnanti di scrittura, si sa, passano la maggior parte del loro tempo in aula a dire frasi che cominciano con: “Potresti leggere…”; i più stronzi, quelli che alla distinzione ci tengono, usano invece la formula: “Potresti rileggere…”: segue, in genere, il suggerimento proprio di uno di quei libri che fanno tremare le vene e i polsi).

6. Ulisse è la storia di due uomini, Stephen e Leopold, che nel corso di una giornata si incontrano, fisicamente, più volte; e anche quando non s’incontrano, vivono avventure tra le quali non è difficile intravedere, o immaginare, un certo parallelismo. La storia ricalca alla lontana quella di Telemaco e Ulisse, trasformati da Anticbi Eroi in pover’uomini dublinesi. Joyce si è divertito a scrivere ogni capitolo usando stili e modi diversi, e talvolta pressoché inventati da lui; la faccenda non gli è riuscita proprio sempre benissimo, ma in genere sì; alcuni capitoli sono, almeno di primo acchito, più ostici; altri sono facilissimi. Il mio preferito (e anche quello di J.J., si dice) è il penultimo, scritto a domande e risposte, e con un giocoso impiego della geometria (se vi interessasse, Piergiorgio Odifreddi fa qui un rapido catalogo degli errori, alcuni forse intenzionali, contenuti in quel capitolo). Se in un capitolo v’incagliate, passate al successivo (es.: se il terzo, camminata di Stephen lungo la spiaggia, tutto in forma di monologo interiore a volte incomprensibile, vi annoia e vi deprime, passate subito al quarto, nel quale Leopold fa la cacca – nel casotto, in cortile – in stile spassosamente omerico). Se c’è chi legge I promessi sposi saltando i capitoli “storici”, potrete ben saltare qualche pezzo di Ulisse (e, comunque, leggere I promessi sposi saltando i capitoli “storici”, è un insulto personale a me: sappiatelo).

7. Molti tra i romanzi considerati illeggibili sono, in realtà, romanzi molto molto giocosi. Ulisse è un romanzo pieno di giochi. La stessa idea di base, trasportare l’Antichità Greca nel fango dublinese, è una classica idea giocosa (una parodia desacralizzante). Molti romanzi, a sentirne parlare, e soprattutto a sentirne parlare dagli accademici, hanno l’aria di essere impenetrabili: ma se vi mettete a leggerli come leggereste, che so, un romanzo di Salgari, potreste scoprire che sì, senz’altro, tutto quel lavoro formale che manda in brodo di giuggiole gli accademici effettivamente c’è: ma c’è anche una storia con le sue avventure, i suoi momenti tragici o patetici o comici, e così via. Qualche giorno fa ho scritto qui in vibrisse del primo romanzo di Nanni Balestrini, Tristano: che, a sentirne descrivere la costruzione combinatoria, fa certo passare ogni voglia di leggerlo; ma, alla lettura, è un romanzo d’amore strano, straniante, ma comunque emozionante e commovente. Mi era stato più volte descritto come “illeggibile” L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon: lo lessi (mi era stato descritto anche come immenso e interminabile: ma sono solo 697 pagine) e mi divertii un sacco. Certo: se uno mi domandasse che storia racconta, non saprei cosa dire: più o meno, c’è un tipo che ha un tropismo per le V2 e vaga per la Germania Occupata. Ci sono un sacco di scene di risse e di scene di sesso, e sono le migliori. D’altra parte, qualcuno saprebbe raccontare sensatamente la storia dell’Orlando furioso? Non vale raccontare di Orlando che uscì pazzo: perché, nel complesso, nella massa del poema, quello è praticamente solo un episodio.

8. Ecco: leggere accontentandosi di leggere, lasciando che ciò che avviene nella pagina scorra davanti ai nostri occhi; godere la scena, la frase, il dialogo, senza troppo preoccuparsi delle strutture; dare per scontato che se un’opera è considerata tanto difficile, qualcosa ci sfuggirà, ma forse non l’essenziale; lasciar perdere se non ci troviamo; leggere con calma o sprofondandovi, secondo le vostre abitudini. Orcynus Horca non è un romanzo che si legga in una settimana – a meno che proprio non facciate altro, a parte dormire e lavarvi (si può mangiare senza interrompere la lettura). Si impara un po’ alla volta, come un po’ alla volta avete imparato a bere alcolici (vi ricordate la prima volta?) o a fumare tabacco (vi ricordate la prima volta?).

9. Leggete ciò che vi incuriosisce. Oppure fàtevi dei programmi di lettura. Una volta decisi che volevo sapere cos’era la fantascienza, e lessi 100 romanzi di fantascienza; poi ne buttai via 98 (tenni La fine dell’eternità, di Isaac Asimov, e i sei volumi – che contano per uno – di Dune di Frank Herbert). Un’altra volta decisi di esplorare la cosiddetta narrativa postmoderna, o postmodernista, o postmodernistica che si voglia dire. Misi quindi in fila: Gargantua e Pantagruele, Don Chisciotte, Tristram Shandy, Jacques il fatalista e il suo padrone, Tom Jones, forse altro, e poi finalmente presi su Giles, ragazzo-capra e Il coltivatore del Maryland, di John Barth: che a quel punto mi sembrarono dei libri normali. L’importante, se vi fate dei programmi, è che abbiate ben chiaro che cosa state cercando. Io, per esempio, all’epoca di Barth, volevo capire come funzionava la mente del mio amico Leonardo.

10. Non leggete mai per essere all’altezza, vi prego. E ricordate che ciascuno di noi, in momenti diversi, è un lettore diverso. Si legge anche allegramente, per svagarsi o per commuoversi, e non c’è mica niente di male. E si può leggere Henry James per carpirne i segreti sulla gestione del punto di vista, ma anche per il desiderio di sapere, alla fin fine, chi sposerà chi.

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22 Risposte to “Dieci considerazioni (utili, si spera) su come affrontare la lettura dei romanzi considerati illeggibili (e che, a prima vista, sembrano effettivamente tali)”

  1. Nadia Bertolani Says:

    Articolo saggio (se mi posso permettere) e consolante: io che ho sempre oscillato tra obbedienza e ribellione, tra conformismo e indipendenza, tra soggezione e disinvoltura, sono finalmente arrivata al traguardo. Leggo quello che mi piace: Alla ricerca del tempo perduto, La montagna incantata, L’uomo senza qualità, Ulisse, e non leggo De Lillo e Marquez.

  2. Mario Branchi Says:

    Articolo che non dice assolutamente nulla se non ripetere per 50 volte il titolo “Ulisse”

  3. gian marco griffi Says:

    Bravo, Giulio. Tra l’altro hai citato un libro più bello dell’altro (da leggere, prima ancora che da capire nei meccanismi e nei giochi e nelle forme e nei linguaggi con cui sono stati costruiti, compreso ovviamente Ulisse, che è un libro divertentissimo); poi un bel giorno si arriva al Finnegans Wake, e un po’ di fatica, devo ammetterlo, la si fa.

  4. Giulio Mozzi Says:

    Sono 7, Mario (più una volta “Ulisse” come personaggio). 🙂

  5. Turi Totore Says:

    L’Ulisse, L’arcobaleno della gravità, Orcynus Orca. Tre libri, insieme a L’uomo senza qualità, che ho iniziato e mollato tre volte a testa. Prima o poi, forse come regalo per la pensione, li leggerò. Adesso ho un motivo in più per farlo

  6. Bandini Says:

    È proprio vero. L’Ulisse lo lessi proprio così: saltando le pagine noiose, divertendomi tantissimo su altre pagine ed episodi. Splendido l’episodio della cacca nel casotto, ma anche quello in cui Leopold si fa la barba, la sera, verso la fine del romanzo (se non ricordo male; forse è proprio il penultimo?). E il discorso che fai, secondo me, vale anche per la poesia: che si può apprezzare anche senza capire granché di metrica e figure retoriche ecc. ecc., ma semplicemente abbandonandosi alla musica del verso.

    p.s.: prossime sfide: L’uomo senza qualità e Tristam Shandy.

  7. Ivano Porpora Says:

    Giulio, sono 50. Alcune volte l’hai sovrascritto.

  8. Maria Cristina Vezzosi Says:

    Per gli insoddisfatti: il Mozzi dice sempre qualcosa, anche se si può non concordare con ciò che proclama
    Per il Mozzi: io Ulisse non l’ho riletto e non lìho nemmeno letto. Però ci ho provato. Invece sono riuscita a superare la quarta parte di 2666 ed è stata una bella prova di resistenza.
    Ciao a tutti e buon Ferragosto

  9. dm Says:

    (C’è poi il falso mito: per leggere i libri super difficili ci vuole una super cultura. In realtà è questione di talento. Ci sono persone che non hanno talento per la lettura. Non hanno, ad esempio, alcuna sensibilità al fonosimbolismo. O non hanno immaginazione (nel senso in cui il legame fra la parola scritta e ciò che si scatena nella testa è debole). Non hanno la capacità di leggere i suoni, il testo è un insieme di segni scritti di cui importa quindi solamente il contenuto informativo. Eccetera. E c’è poco da fare. Te ne accorgi quando incontri persone molto colte, di ottime letture che però, povere, ce la fanno poco poco. (Te ne accorgi di solito da come scrivono, correttamente e male). A volte, per un principio di ostinazione che non capisco, queste persone s’impegnano un sacco per poi affermarsi nell’orbita della narrativa letteraria: magari diventano critici letterari. Nei casi più disperati s’ingegnano per predicare un’idea della letteratura alla loro portata, falsando la percezione del valore nel loro piccolo e facendo quindi enormi danni. Sì, in generale, quello che si sottovaluta è il talento (mentre se ne parla quasi sempre a sproposito quanto alla produzione della narrativa letteraria). Si considera la lettura un’abilità innata e scontata, mentre, se ci sono milioni di non-lettori per le strade, sarà certo per una distribuzione ineguale di possibilità e di cultura ma, forse, anche di talento).

  10. Teresa Capello Says:

    Sono d’accordo su tutto! A parte chi legge “per mestiere”, ci deve essere libertà totale nella lettura. La lettura, dal mio punto di vista, intrinsecamente è un atto di libertà, di esercizio del pensiero pensante, di apertura. Ed il presupposto del decalogo è fondamentale: ovvero, che non esistono libri impossibili da leggersi! Se una lettura ti chiede fatica, magari per te individuo, in quel preciso momento, ti sta dando molto, attraverso quella fatica. Un testo che ti rifiuta, o meglio, che tu hai tranquillamente richiuso, è comunque un viaggio che non hai fatto, un treno che hai perso: ma tu lo sai. E, in un certo senso, farà parte di te, è – quello – un tuo percorso, una scelta, non un obbligo. Molto peggio sarebbe, quel “mattone”, non aprirlo mai, intimiditi o inariditi, anche da docenti che non sanno risvegliare il tesoro infinito della curiosità. Sarebbe molto importante scalzare questo luogo comune dei libri impossibili, per fare in modo che molti si avvicinassero a certe letture, senza dirottare sempre (dico sempre, questo è un problema grosso) la loro lettura verso ciò che è già prevedibile, piatto, come un sapore verso cui si sviluppa come una assuefazione, inutile, anche indotta massmediologicamente (mi scuso per l’avverbio). Ma… a proposito, i “Libri facili troppo facili” sono da censurare del tutto, secondo Giulio Mozzi? (Ammetto, devo ammetterlo ora, per sincerità, l’effetto de “L’Alchimista”, a suo tempo…ehm… mi pare quando lessi anche “Va dove ti porta il cuore”… 🙂 ).

  11. Ma.Ma. Says:

    Dm, premetto che io non ho assolutamente talento per la lettura. Però mi dico comunque che magari questo talento di cui parli è alla stessa stregua del talento per la scrittura, cioè, magari anche nella lettura non basta il talento, ma serve esercizio (molto), ma anche una corretta educazione e un pizzico di cultura, che io che non ho letto la storia di Telemaco e Ulisse, ad esempio, pur comprendendo dei passaggi narrativi potrei tuttavia non divertirmi: voglio dire se il divertimento sta nel leggere una storia che ne dissacra un’altra epica, e io non me ne rendo conto, magari mi annoio e basta leggendo l’Ulisse di Joyce. Poi, come nella scrittura, se uno proprio non ha quel pizzico che, allora non ci riesce e basta, al id là delle lauree che c’ha in tasca. Ma mi piace credere che pure non avendo talento per la lettura io possa aspirare a leggere comunque libri di un certo tipo 😉

  12. gian marco griffi Says:

    Ma.Ma, ma il bello deve essere che tu ti diverti a leggere la storia di Leopold e Stephen anche se non conosci quella di Telemaco e Ulisse. Se poi conosci quella di Telemaco e Ulisse puoi fare una lettura doppia, e più in profondità; se poi cerchi di analizzare il linguaggio e le forme utilizzate, e il perché, vai ancora più in profondità, e ti diverti ancor più (sempre che a te, come lettrice, interessi scoprire queste cose). Ma se Joyce avesse scritto un libro di cui solo gli studiosi dell’Odissea avrebbero potuto godere, non sarebbe stato uno dei libri più importanti del XX secolo, non credi? La sfida deve essere, per mio conto, fare sì un rimando a, ma scrivere in modo che anche chi non coglie il rimando possa goderne. In ultimo va anche detto che Ulisse di Joyce non rimanda propriamente a un mito ugrofinnico sconosciuto, ma a uno dei libri fondativi della letteratura occidentale, che non è da conoscere a memoria, ci mancherebbe, ma è, dovrebbe essere, conosciuto da tutti, quantomeno a grandi linee.

  13. acabarra59 Says:

    “ Martedì 22 giugno 2010 – Notevole, volendo, anche la circostanza che, sfogliando la copia dell’Ulisse – nell’edizione Medusa Mondadori, 1968 – che ho comprato stamani dagli zingari, trovi fra le pagine un biglietto d’autobus: « Abbadia S. Salvatore – Roma – Lire 17.000 », e che, esaminandolo, scopra che è stato timbrato il 3 agosto 1993. Dunque qualcuno, diciassette anni fa, ha viaggiato in corriera dall’Amiata fino a qui. Qualcuno che forse leggeva l’Ulisse, o, comunque, l’aveva con sé. Qualcuno che, comunque, non ce l’ha più. Perché ce l’ho io. Che, comunque, anche stavolta non lo leggerò. Perché, come diceva quella serva, « non ho più tempo » – « 8 maggio 1984 – Anche la serva qui accanto non legge più. “ Non ho più tempo “, dice. ». “. [*] [**]
    [*] Scusate tanto, non è la cattiveria, è il caldo.
    [**] Lsds / 73…

  14. Ma.Ma. Says:

    Gian Marco, sì. Ci sta. E poi hai ragione, lo so persino io che Ulisse è stato un sacco di tempo in viaggio facendo il furbone per legittimare la sua natura fedigrafa, mentre Penelope smontava e rimontava la tela per evitare di darsi ad altri… Telemaco credo sia il figlio dei due, forse… dopo guardo in Wiki 🙂 Comunque sia, io leggerò questo Ulisse non per essere all’altezza; lo farò per togliermi la soddisfazione di dimostrare che quel romanzo può essere letto da chiunque, essendo io una rappresentante di “tutti”, inteso come massa mediocre 😀 (scusa Giulio, per questa mia debolezza).

  15. dm Says:

    Ma.Ma. Ovviamente l’espressione “talento per la lettura” è provocatoria. Va addosso al senso comune, per cui chi non legge è un pigro, o non s’impegna a sufficienza, o è un idiota (o tutte e tre le cose e dunque per questo non ha studiato a sufficienza; e adesso è “uno che non legge” – detto con la massima commiserazione possibile). Magari non c’entra nemmeno la società ingiusta, le disuguaglianze eccetera. Insomma, accettiamo che ci sono persone per cui il rapporto fra linguaggio e immaginazione è un altro e viviamo in pace. Tutto qua.

    Sullo scarso talento per la lettura: anch’io ho faticato a imparare a leggere, attorno ai venticinque anni; e credo di essere fra quelli – molti – che hanno preso in mano la penna per sanare una qualche grana della lingua, per medicarsi una ferita del linguaggio (e quindi anche per imparare a leggere…)

    Ovviamente, qui leggere significa: leggere testi immaginativi o estetici, non altro.

  16. marcocandida Says:

    Be’, l’Ulisse di Joyce, nelle sue linee generali, è una storia semplicissima: è la giornata ordinaria di un uomo comune. Va dal macellaio, compera il giornale…: queste sono le “avventure” di un Ulisse del periodo novecentesco prima delle guerre. Un’opera intrisa di ironia, dalla prima all’ultima parola, che solo un matto irlandese poteva non soltanto concepire, ma scrivere. Mi ricordo che ne sentii parlare la prima volta dal mio professore delle medie, e la mia fantasia andò subito in fiamme. Per mesi e mesi, se non anni, mentre leggevo Steinbeck, Balzac, Tolstoj, Turgenev, Bulgakov… fantasticai su questo libro, immaginando come potesse essere. Quando lo acquistai, ovviamente non fui in grado di affrontarlo. Oggi, invece, mi sembra persino un libro piacevole – sono d’accordo con chi l’ha scritto, in questa discussione.

    Sulla leggibilità di opere che sono ritenute illeggibili, ciò che scrive Giulio non mi stupisce. Una volta che si conoscono i meccanismi di una narrazione si legge speditamente e si è in grado di affrontare qualsiasi testo. Certo, questo non significa che un testo lo si capisca, davvero, fino in fondo. Per capirlo, un testo, per capire il significato di un testo, bisognerebbe vivere le stesse situazioni descritte nella storia che si sta leggendo o trovarsi nella stessa condizione esistenziale del protagonista, allora sì che una narrazione non è più soltanto un insieme di ingranaggi, un meccanismo o l’afflato di una corrente di letteratura. Chi sposerà chi, nella storia di Henry James, è la cosa più importante, perché sposarsi non è certo qualcosa da prendere alla leggera, altrimenti si pagano conseguenze gravissime. Tutta la storia de I Promessi sposi (di cui Giulio è certamente una dei massimi cultori) serve in fondo a dimostrare che Lucia non sta per sposare un cretinetto, ma un ragazzone coraggioso, forte e buono, e che la ama, pronto a tutto per lei. La famiglia di Renzo e Lucia sarà probabilmente una buona famiglia.

  17. Lettore Occasionale Says:

    11. Leggete come se fosse la prima volta che leggete.
    12. Leggete come se fosse l’ultima volta che potete leggere.

  18. Giulio Mozzi Says:

    Disce ut semper victurus, vive ut cras moriturus.

  19. Lettore Occasionale Says:

    o anche:

    Work like you don’t need money, love like you’ve never been hurt,
    and dance like no one’s watching.

    ovvero l’arte di non restare soggiogati dalla paura di fallire o di essere mal giudicati (o dal desiderio di avere successo e di essere ben giudicati).

  20. cynthia collu Says:

    Grazie Giulio.

  21. Eugenia Says:

    Grazie, articolo davvero interessante. E’ vero, alcune opere , sono difficili, ma è più la fama di esserlo, o la consacrazione ad una sorta di epica o di Bibbia o dir si voglia.

    Ti ringrazio di aver avviato il lettore in questo, ricordandomi anche, in alcune parti, il famoso decalogo dei diritti del lettore di Daniel Pennac.

  22. Maria Luisa Mozzi Says:

    Per dm.

    Ho letto tante volte in questi giorni il tuo primo intervento. E’ bellissimo. Dice la verità con precisone e delicatezza.

    Sono una di quelle persone che, “povere, ce la fanno poco poco”.
    Anch’io ho parlato a volte delle mie letture, qui in Vibrisse, e mi sono comportata come dici tu, ho abbassato al mio livello (“poco poco”) ciò di cui ho voluto parlare. Oppure ho millantato una cultura che non ho.

    Dire perchè ho fatto questo è faccenda dolorosa. Quindi non lo farò.

    Ti scrivo solo per dirti che ti ho apprezzato, che leggendoti ho sorriso, mi sono commossa e ho amato le tue parole.

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