Essere Mauro Corona

by

di Demetrio Paolin e Giulia Blasi

Quella che segue è una conversazione sul sé in letteratura  a margine di eventi realmente accaduti

D: Ieri sui social e in televisione si è parlato di Mauro Corona e della sua folle corsa per inseguire alcuni ragazzi, colpevoli di avergli “vandalizzato” casa. Al di là dei risvolti più politici, che sono stati montati – diritto di legittima difesa, la violenza gratuita, ecc. – c’è una cosa che mi interessa, ed è legata al mio primo pensiero quando ho letto la notizia. Ho pensato: “Sarebbe un’immagine perfetta di un romanzo di Corona”. Mi spiego: quello che mi è stato raccontato sul giornale l’avrei trovato comprensibile e pure “divertente” in una sua storia, perché coerente con quello che lui ha sempre narrato, con quello che lui ha costruito come immaginario che sottende ai suoi testi. Il problema qual è? Che in questo caso non siamo in un romanzo, ma l’inseguimento, l’ascia, i ragazzi sono reali e accaduti. E così vengo alla mia prima riflessione: esiste un momento in cui lo scrittore smette di essere percepito come tale e diventa una cosa sola con le cose che scrive. Questo cortocircuito è pericoloso sia quando avviene nella mente del lettore, sia quando – come in questo caso – avviene nella mente dell’autore. Io ho avuto l’impressione che Corona abbia agito pensando a come si sarebbe comportato “Mauro Corona” scrittore e inventore di storie. C’è un bisogno diffuso, mi pare, di confondere chi scrive con cosa scrive. La letteratura diventa così una sorta di esperienza di vita altrui, mentre io credo che mettere le distanze tra sé e le cose che si scrivono è salutare, metterle se si scrive “io” lo è ancora di più: o si finisce di creare un cortocircuito come quello in cui è caduto Mauro Corona

G: Fra il Corona scrittore e il Corona persona non c’è mai stata tutta questa distanza. Corona è prima di tutto personaggio, una personalità debordante, che funziona in televisione, che colpisce. Non sparisce dentro i suoi libri, i libri sono un’emanazione di lui, sono parte della performance. Si comprano e leggono i libri di Corona per essere parte della Corona Experience, immaginarsi un po’ uomini di montagna (o donne col fazzoletto in testa e la polenta sul fuoco), immergersi in un tempo rude, spiccio, senza vanità, senza selfie e Rovazzi e rumore di fondo. Un tempo povero, in cui non dureremmo dieci minuti senza urlare “CHE PALLE RIDATEMI LA CONNESSIONE VOGLIO UN IPHONE 12 TEMPESTATO DI SWAROVSKI PER GUARDARE TEMPTATION ISLAND”, e per questo aspirazionale, perché distante da noi.

In questo senso è un po’ come fare la Fabio Volo Experience, immergersi in storie ricche di una malinconia poco profonda, non disturbanti, che ci riflettono, che sono facili da comprendere a livello emotivo e rapide a livello lessicale. Che se nei libri cerchi quello, la rassicurazione circa la validità della tua esperienza medioborghese, eccotela. Io credo che Corona cerchi di aggrapparsi a un immaginario e a un mondo destinati a scomparire. Un mondo di maschi maschi e femmine femmine e boschi e silenzio e rudezza. Scrive per quello, non per inventarsi altre esperienze.

D. A me interessa molto il discorso dell’esperienza. La letteratura come esperienza, che da un lato sembrerebbe pure una cosa desiderabile e interessante. Mi viene in mente, come per accostamento di immagini, la campagna di Mediaset sui Io leggo e tu? con tutti i volti della televisione. La lettura diventa qualcosa che fanno anche quelli famosi, che fanno anche coloro che sono in televisione: leggere diventa come andare a “C’è posta per te”, come organizzare le serate romantiche come fanno a “Uomini e Donne”, leggere è uguale alle confessioni che vengono fatte in diretta tivù la domenica mentre tu mangi il dolce e il vip di turno sotto una musica sostanzialmente orrenda e alla moda dice che ha sempre amato il figlio ma non ha mai voluto incontrarlo. C’è questa cosa che io chiamo “intimità”, perché non la so definire in un altro modo: si legge per diventare intimi non con la storia ma con il personaggio che narra la storia. Questa intimità è qualcosa di pornografico per me, perché io non sono le cose che scrivo.

E hai ragione sull’immaginario morente che Corona continua a raccontare. Se ci pensi appunto è un contesto sociale comodo, come lo è quello propinato dalla televisione: regole precise, gli uomini si muovo così, le donne rispondo così, se ci metti sotto una canzone romantica lui o lei cadrà ai suoi piedi. Ti aspetti qualcosa che sai accadrà, è consolante, ma è triste perché la letteratura dovrebbe portati nell’inesplorato, farti vedere ciò che tu non immagini e invece pare che la letteratura sia la blanda malinconia di Fabio Volo, la ruvidezza di Corona, la saggezza in pillole di Crepet. Siamo ridotti a questo.

G: Secondo me qui facciamo l’errore di pensare che la produzione editoriale del passato fosse mediamente migliore, perché ne conosciamo solo l’eccellenza e non la medietà. In ogni epoca ci sono stati romanzi di scarsa qualità e grande successo: pensa a Jo March, che campava vendendo racconti pulp alle riviste e voleva fare la scrittrice, ma il marito alla fine la dissuade e la convince a fare la mamma e l’insegnante. Una roba che, per riallacciarci al discorso dell’esperienza, era psicanalitica: Jo era il doppio di Louisa May Alcott, che in lei ha espiato la colpa di non essersi mai sposata (le rifila un matrimonio d’affetto e regala il suo grande amore alla sorella) e il dubbio di non essere all’altezza (Jo è una scrittrice mediocre, o forse una scrittrice che ha il coraggio di avventurarsi in fantasie più grandi di lei: non lo sapremo mai). Ma insomma, è per dire che neanche io penso di essere le cose che scrivo – alla fine scrivo molto di gente che non sono io – ma è anche molto non vero, perché anche nelle cose che non mi somigliano c’è qualcosa di me, dei miei terrori, traumi e desideri. Le cose che scrivo sono esperienze altrui che faccio, e a volte mi fanno soffrire, a volte mi fanno paura, ma sono sempre prima di tutto io che racconto cose che mi interessano. In questo non sono diversa da Corona, penso, e forse nessuno lo è. Anche Nabokov doveva essere interessato alle vicende emotive del suo protagonista pedofilo, altrimenti non avrebbe voluto passarci del tempo. Scrivere un romanzo è stare con delle persone per un bel po’, anzi, per sempre: perché una volta creati i personaggi rimangono con te, è come avere una vita parallela.

La differenza fra lettura e scrittura, per me, è che alla lettura posso chiedere di portarmi in posti che non mi sono familiari per nulla, posti che non avrei nemmeno potuto immaginare. La scrittura è necessariamente basata sulla mia esperienza, su quello che conosco e posso concepire. Altrimenti suona falsa, vuota, senza profondità. Risponde a logiche umane e sociali inesistenti, o peggio, riproduce logiche a me familiari in luoghi che non le contemplano. Per capirci: non potrei scrivere una narrativa ambientata nella Magna Grecia o nell’America schiavista. Non ne so abbastanza, non è il mio mondo, non ne conosco il linguaggio.

Forse è qui la differenza? Nel voler tendere verso il mondo più lontano possibile da noi senza uscirne del tutto?

D: Io ho l’impressione  quando scrivo di avventurarmi in luoghi che non conosco, ma che sono me. Provo a spiegarmi. Io scrivo una cosa, questa cosa ha una sua ragione e logica, una sua sintassi, quando la scrivo io immagino chiaramente che qualcuno la leggerà: in realtà so che quello che leggerà non è la cosa che io ho scritto ma è un’altra. Nella realtà ciò che io ho scritto e che il lettore legge produce qualcosa di più oscuro e nascosto, che è la vera cosa che volevo dire e che rimane a me sempre misteriosa. Lo so che non è chiarissimo quello che ho detto, e non lo è perché riguarda la parte meno conscia e consapevole dello scrivere, il momento in cui di colpo dici: inizio e le parole vanno via una dietro l’altra, l’una con l’altra. E quando ti fermi, dopo che sono lì nel bell’ordine della tua prosa con la sintassi e le regole della grammatica che le tengono in piedi, ti chiedi: Chi è colui che ha scritto? La risposta più banale è “te stesso”. È questa la risposta che si dà Corona, che permette a Corona di scrivere i suoi libri, che permette a Fabio Volo di scrivere i suoi, ma appunto c’è qualcosa di più profondo di meno netto, c’è un ombra, la stessa che ravviso nelle tue parole, ed è quell’ombra che mi interessa. Paradossalmente le nostre vite, la mia e la tua, non producono nessuna immedesimazione, mentre quelle di Corona o di Volo sì, forse per questo la loro scrittura è mediocre, perché a loro non serve la scrittura, serve una sorta di stenografia.

G: O forse la nostra è una sovralettura, nel senso che non conosciamo le motivazioni di Corona e Volo: potrebbero essere profondissime oppure no, quello che conta alla fine è il risultato. Nel senso che il libro deve essere letto senza sapere nulla dell’autore. Anzi, questa cosa di sapere cose sull’autore io la trovo terribile, non mi interessa, io stessa non voglio dare spiegazioni su quello che scrivo (e quando mi capita mi sento sporca, come se stessi spintonando il lettore verso un’interpretazione che sento essere già solo mia e non universale).

Io credo che sia una questione di scelta personale. Non racconto la mia vita perché mi annoierei, non perché altri la trovino noiosa. La narrativa è piena di storie di quarantenni creative e delle loro avventure e disavventure, e hanno anche un discreto successo in quanto, appunto, specchio dell’esperienza di molte. Quando scrivo mi voglio sorprendere, mi voglio divertire, mi voglio intrattenere, voglio vedere cose mai viste: non mi metto a raccontare cose che ho già visto, mi sembra un cattivo uso del mio tempo. Ma è una scelta che faccio io, che non ha a che vedere con la mia personalità in toto.

Corona mette in scena se stesso ogni giorno, scrive così perché vive così ed è così, e la sua scrittura è un aggrapparsi, non un buttarsi di sotto. Mentre Volo non si aggrappa e non si butta, Volo si siede al balcone con un bicchierone di succo di frutta. È rassicurante. È tuo cugino quello simpatico, anche quando scrive. C’è continuità fra il suo personaggio pubblico, il bambinone prima trentenne poi quarantenne, e il suo io narrante (o quello dei suoi personaggi).

D: Questa cosa della “sporcizia” io l’ho provata su social network o meglio lì mi è venuta chiarissima. Su Facebook o su qualsiasi altro medium del genere le distanze si sono accorciate e l’interrogazione sul testo che ha scritto è diventata quotidiana. Un tempo c’erano le presentazioni e il malessere di dover fornire una mappa di quello si scrive, il disagio o la sporcizia di dare spiegazioni su di sé si chiudeva nelle poche ore del dibattito; certo c’erano le lettere, ma tutto poteva concludersi con una lettera, mail o bigliettino glaciale. I social ti portano invece a dover sostenere l’interrogazione dei tuoi lettori. Nei giorni scorsi ho scritto uno status su Facebook in cui dicevo a chi mi leggeva: Fregatevene di me, se sono una bella persona o una brutta persona, se sono un essere speciale o un perverso. Leggete i miei libri, comprate i miei libri, andate in biblioteca e prendete i miei romanzi, il resto non conta, non conta cosa io sono. Neanche io non racconto la mia vita, ci sono già troppi libri di quarantenni con una figlia o più che fanno un lavoro similcreativo e che si barcamenano tra famiglia, amori, casini e mutui. O forse se avessi avuto voglia di scriverlo ora sarei un autore molto più ricco e conosciuto di quello che sono, ma anche io voglio divertire chi mi legge. Lo voglio fare in senso etimologico; voglio prendere il volto del mio lettore e farlo guardare da un’altra parte… Sulla differenza tra Corona e Volo, come tipologia di scrittori/scrittura, ecco mi pare centrata. Esistono quelli che credono che dalla loro brutta scrittura dipenda la salvezza del mondo (del proprio mondo, del proprio io nel mondo che sparendo significherebbe la sparizione del proprio io) e quelli vedono nella scrittura come ti dico quello che penso in modo leggero senza disturbarti, un po’ come il cugino simpatico che quando c’è dici: “bene”, e quando non c’è non te ne accorgi neppure e vivi uguale.

G: In tutto questo, ti confesso che parlare della mia idea di scrittura un po’ mi fa ridere – dentro di me c’è un Mario Brega che mi fissa sprezzante e dice “Ma te chi cazzo sei, ao’?” – un po’ mi sembra megalomane perché in fin dei conti Corona e Volo parlano a molta più gente, e non sono neanche sicura che sia rilevante. C’è sicuramente una continuità fra ognuno di noi e quello che mette su carta, anche quando scrive di draghi e mondi immaginati: il mio esempio preferito è sempre George R.R. Martin, vecchio hippy, frequentatore di collettivi femministi in California e forse per questo autore di personaggi femminili splendidamente realizzati, cosa che nel fantasy è molto inusuale. L’esperienza di Martin non è la sua scrittura, perché ovviamente il mondo che racconta non esiste. Ma lo è, allo stesso tempo, perché il mondo delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco è l’America dei conservatori, ha le stesse logiche, la stessa dipendenza dai soldi, la stessa tensione fra fede e politica. Più draghi, morti che camminano, inverni infiniti, certo. Ma è un mondo che gli appartiene.

D: Il tuo Mario Brega è molto simile alla voce, che certe volte mi visita mentre scrivo queste cose, che è la voce di una persona che conoscevo al paese e mi diceva: “Tu sei figlio dell’idraulico, farai l’idraulico…”. Che è una cosa con cui sono cresciuto e che mi serve per ricordarmi sempre da dove vengo. Io quando parlo di scrittura mi soffermo sul sottolineare un concetto fondamentale. Il concetto è questo: “io” è una particella pronominale, non differente da “egli”, “tu”, “noi” etc etc. Quando uso “io” in una narrazione, in primo luogo uso una particella pronominale che non riguarda me stesso più di quando non mi riguarderebbe se usassi “egli”. E mi pare che questo confermi quello che dici di Martin e delle sue eroine e la sua critica ad un certo tipo di società. Ovvio che ogni narrazione attinge a qualcosa di nostro e questo qualcosa prescinde dagli strumenti retorici che usiamo per renderli pubblici. Tornando e concludendo su Corona, io – dopo questa chiacchierata – ho chiaro cosa mi ha colpito ovvero la rimozione della barriera. In questo nostro discorrere spesso abbiamo usato termini che indicano una sorta di diaframma e specchio tra noi e ciò che scriviamo, come se ci fosse necessario per tutelare la nostra salute mentale. Per me l’episodio di Corona è stato un monito: Se togli lo schermo, finisci così… A inseguire con un’ascia il tuo stesso lettore e ora che ci penso, ecco, King c’avrebbe tirato fuori un racconto bellissimo e pieno di spavento.

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14 Risposte to “Essere Mauro Corona”

  1. marcantonio Says:

    “…King c’avrebbe tirato fuori un racconto bellissimo e pieno di spavento”
    mi pare di aver già letto qualcosa di simile, in “Finestra segreta, giardino segreto”

  2. marcantonio Says:

    “ci sono già troppi libri di quarantenni con una figlia o più che fanno un lavoro similcreativo e che si barcamenano tra famiglia, amori, casini e muti”
    Stefania Casini e Ornella Muti?
    😀

  3. Eugenia Says:

    Bravi ! Il finale è bellissimo, ma , a mia semplice opinione, tra Mauro Corona e Stephen King, corre tanta, veramente tanta differenza, a sfavore del nostro connazionale !!!

  4. Ma.Ma. Says:

    A me questi discorsi fanno sempre rimbombare un sacco di campanelli d’allarme: c’ho il cervello in questo momento che sembra una giostra. Intanto noto spesso cose che mi sembrano incoerenti tra loro nelle risposte di uno stesso discorso. Tipo: di Giulia: “Anzi, questa cosa di sapere cose sull’autore io la trovo terribile, non mi interessa” e poco dopo: “il mio esempio preferito è sempre George R.R. Martin, vecchio hippy, frequentatore di collettivi femministi in California e forse per questo autore di personaggi femminili splendidamente realizzati,…” (Io mi aspetterei tutto da qualcuno che esprime tanto disagio nel conoscere informazioni su un autore, tranne che poi utilizzi informazioni su un autore per supportare un’altra tesi, o così mi è parso). Oppure laddove si comincia col dire che Corona sarebbe diventato il Corona personaggio, per poi essere felice che il discorso si sposti sull’Io autoriale che alla fine, sotto sotto, siamo sempre noi, per concludersi invece col dire che è stata tolta la barriera tra i due, ma non specificando che il personaggio alla fine corrisponde a Corona, ma il contrario, cioè che Corona (da quanto sembra dire la frase iniziale) chiedendosi come avrebbe reagito il proprio personaggio sia diventato come lui, mentre per me il personaggio si comporta così perché Corona è così. Che cosa c’è di buono? Che ne so, ad esempio potrebbe esserci il coraggio di mostrarsi come si è in un mondo che porta in giro solo delle maschere? Potrebbe essere Corona non un personaggio ma una persona che, non corrispondendo alla massa, si distingua giocoforza pur senza indossare maschere, ma anzi…? Io non lo so, sia chiaro, però mi pare che alla fine anche se ci siano dei tentativi di “ragionamento” (in discorsi come questo) si resti incastrati nella rete del cliché che vede porre questa forte e inflessibile linea di distinzione tra letteratura “vera” e “brutta scrittura” (qui cito Demetrio). Ci sono persone che hanno bisogno di effetti speciali, oppure forti dosi di alcol o di consumo di droghe per sentirsi vivi e appagati, altrimenti il mondo li annoia, e altri che si godono (e non dico “si accontentano”, ma “godono”) di una partita a briscola in osteria. Non sono certissima di dove stia la “cosa migliore”. È solo una riflessione, eh.

  5. demetrio Says:

    Ciao Manuela

    io parlo per me, poi se vuole Giulia interviene per la parte sua. Il dialogo che è nato in rete con alcuni scambi tra me e lei, non voleva essere un trattazione organica dell’io in letteratura (cosa di cui per altro io non ho le competenze), ma riguarda un discorso tra due persone a cui l’azione di Corona ha mosso qualcosa, ha mosso qualcosa perché evidentemente tocca una serie di nervi che sono scoperti anche per loro. Il ragionamento non può essere altro che rapsodico, anche incoerente, perché appunto lo dicevo nel testo tocca una parte della scrittura che è difficile da esplicare quell’attimo prima che tu ti metta a digitare le lettere sulla tastiera. Non riguarda propriamente l’ispirazione e non riguarda neppure la retorica che compone il pezzo, ma proprio l’attimo prima che uno pigi i tasti.

    Sul discorso: scrittura brutta, beh in fin dei conti io ragiono di libri, ne scrivo, scrivo recensioni, qualche cosa insegno sempre sullo scrivere e penso realmente che la scrittura di Corona sia brutta. Ci sono libri sciatti ma bellissimi, certe cose di Dick ad esempio, certi passaggi di Coccioli sono stilisticamente sciatti, ma non sono mai brutti.

    Poi è ovvio c’è chi ama l’osteria, chi le trattorie finto milanesi/cinesi, e va bene così: quello che vale per me è che io non voglio essere percepito come il pubblico percepisce Mauro Corona e non voglio percepirmi come Mauro Corona percepisce sé.

    d.

  6. Ma.Ma. Says:

    Grazie Demetrio, questo commento ci sta tutto e, sì, si riallaccia al post che avevi scritto in Fb.

    (La mia non è in ogni caso – solo per precisarlo – una difesa, né di Corona che non conosco assolutamente e del quale so solo che ha a che fare con le montagne, né con la sua scrittura, ché non ho mai letto una sua riga. Mi riferivo proprio al discorso, a dei “concetti” che tornano e che mi pare ogni tanto si applichino a random. Ma neanche così: non riesco bene a fermare il pensiero su questa cosa per riuscire a farmi capire. Ci vorrebbe un esempio, ma non lo trovo. Mi viene in mente solo un’immagine. Siamo ai Caraibi, ai Caraibi fa sempre caldo, e c’è il mare, il mare è sempre caldo ed è bellissimo,
    siamo una dozzina di persone e tutti sono già stati ai Caraibi dove è sempre caldo ed era infatti caldo ogni volta; solo io non sono mai stata ai Caraibi e mi pare che quel giorno faccia freddo, e di fatto sembra ci siano solo 12 gradi, ma tutti gli altri rispondono che no, siamo ai Caraibi, ai Caraibi fa sempre caldo e c’è il mare, quindi si mettono in costume ed entrano in acqua; mentre io c’ho i brividi di freddo e non capisco se sbaglio oppure no. Mi capitò davvero qualche anno fa a fine luglio in Calabria; dovetti chiedere a più persone se il freddo lo sentivo solo io… alla fine venne fuori che era davvero freddo, dai calabresi stessi, non dai turisti in visita).

  7. dm Says:

    Ho letto con interesse il dialogo, l’argomento mi interessa moltissimo. Credo che il punto d’origine, o comunque il provvidenziale pretesto sia, per buona parte, infondato, e cioè che l’impressione di Demetrio (“io ho avuto l’impressione che Corona abbia agito pensando a come si sarebbe comportato ‘Mauro Corona’ scrittore e inventore di storie) sia viziata da quello spostamento del discorso sull’io autoriale di cui si parla nel pezzo. Posso dire di aver conosciuto Mauro Corona, pur non avendolo mai visto né sentito. Ho abitato in un luogo identico a quello in cui è rintantato Corona, per molti anni, e l’episodio curioso dell’inseguimento armato è perfettamente realistico e per nulla esagerato, illetterario totalmente, diciamo, anche per uno scrittore. Capita a tutti in un luogo come quello (anche senza le rovine del Vajont a fare da scenario) d’inseguire con l’accetta, o con un fucile o a mani nude qualche mal capitato, e di ringraziare Dio per non averlo acchiappato o per aver dimenticato di caricare il fucile eccetera. Capitò al mio vicino di casa, e disse lo stesso. Credo che anche lui scrivesse, tra un documentario guardato a notte fonda e un lavoro agricolo diurno, diari e appunti. (Un tizio entrò nel suo casone per rubare, portò via poca roba, e lui poi ai carabinieri disse – o raccontò di aver detto ai carabinieri: “Grazie a Dio, che non avevo il fucile carico, li avrei ammazzati” o qualche cosa del genere). Ecco, l’attribuzione di un coefficiente letterario allla somma delle intenzioni alla base di un gesto del genere è forse il risultato di un vuoto di esperienza rispetto alla condizione di Corona-persona riempito, come facciamo tutti, con l’effetto che fa la letteratura. E mi sembra più che comprensibile, legittimo eccetera.

  8. demetrio Says:

    Ciao. Non so, nel senso, io conosco persone che vivono in montagna, frequento la montagna etc etc. e sinceramente non mi è mai capitato di sentir dire a loro mo prendo un fucile un’ascia o altra arma contro i ladri. Detto questo
    Ovviamente quello che interessava a me, e credo anche a Giulia, era altro e Corona è stato uno spunto propizio. Credo che volessimo parlare di come il nostro “sé” entra nelle cose che mettiamo in pagina, come ci lavoriamo. Io non voglio giudicare Mauro Corona uomo e i suoi comportamenti, io ho ragionato sullo scrittore e sui suoi libri e partendo da questo ho fatto un ragionamento su di me.

  9. dm Says:

    Sì, sono d’accordo, lo spunto è stato propizio e io, dicevo, ho letto con vero interesse la discussione. Mi è capitata la sfiga auto-imposta di vivere in un posto molto simile a Erto e Casso, e ho portato qui un po’ d’esperienza (anche a dire che a volte, a voler restare fuori dalla confusione fra autore e testo, si finisce per restarne coinvolti, a me capita spessissimo e allora ho rinunciato a sanzionarmi *).
    E sì, c’è montagna e montagna: ma sui comportamenti di chi in montagna ci abita incide fondamentalmente la densità di popolazione, ecco.
    * La tesi che avanzo in modo semplice e raffazzonato nel mio commento è che laddove c’è un “vuoto di esperienza” è la figura dell’autore a caricarsi di quella mancanza, ma andrebbe detto meglio e con più ragionamento.
    Grazie per il pezzo, a me è stato utile. Spero che si capisca.

  10. Ma.Ma. Says:

    Mi viene da chiedere una cosa (con più domande); forse è stata detta, forse la intuisco, nel primo caso mi scuso, nel secondo non ho la certezza che sia così:

    – Quanto di te metti in un testo che scrivi? (Non mi interessa il cosa)
    – Quanto sarebbe giusto metterci di noi, in quello che scriviamo?
    – Quanto è importante che un lettore lo percepisca e perché (che ci sia o meno tanto o poco dell’autore nel libro)?
    – o al contrario quanto è importante che un lettore non lo percepisca?

    S’è parlato per Fiction (ma in genere per gli scritti di Giulio) della linea sottile che c’è tra finzione e realtà, rispetto a quel che crede il lettore.

    Io ho capito che tu non vuoi confrontarti con il lettore che cerca di scavare sotto il testo per vedere se riesce a trovarci te. Questo è chiarissimo, quello che non è chiaro è se non vuoi perché ci sei ma sono fatti tuoi, o perché non ci sei per niente, o vuoi far credere che ci sei ma senza rischiare di venire mascherato…

    Io immagino ad esempio che a una domanda così, un Corona risponderebbe qualcosa del tipo: io ci sono eccome nei miei libri e non mi importa se mi vedono, anzi, ho deciso di scrivere di me, per cui ho fatto la scelta di non tenere queste storie per i fatti miei, è giusto che ne renda conto ai lettori che mi leggono e spendono dei soldi per farlo… (circa, eh)

    Poco sopra tu invece hai scritto che non vuoi essere percepito come viene percepito Corona. Perché Corona pare essere la stessa persona del personaggio, o al contrario. Ma la gente non puoi comandarla e molti (se ti stanno infastidendo ci sarà pure un motivo) nei tuoi libri in un certo modo (anche se tu puoi negarti all’infinito) ti ci vedono…

    Al di là delle intenzioni (e al di là della bella o brutta scrittura, visto che non si parla di quello ma di quanto un sé reale possa ritrovarsi o farsi percepire volontariamente o involontariamente da un lettore nella fiction), dicevo, al di là delle intenzioni, a me pare dunque che alla fine tutti ci mettiamo del nostro nei libri… (personalmente direi che i libri belli sono proprio quelli che hanno oltre un eventuale intreccio, o messaggio, o scopo utilitaristico, o quello che vuoi, anche quella cosa in più che solo un autore che ha da dire di sé può dare).

    Riesco a farmi seguire? C’è il Corona, ma c’è forse anche il Demetrio, il primo si assume la “responsabilità”, il secondo “cede” la “responsabilità” al suo libro, facendo di tutto per evitare che la sua presenza si noti, che il lettore ci si soffermi. Allora mi chiedo: è davvero evitabile? Cioè possiamo davvero riuscire a controllare ciò che arriva al lettore? Dovremmo semmai evitare di investirci del nostro… ma anche in questo caso sarebbe davvero evitabile questa “urgenza”, “volontà tacita” di parlare di ciò che ci preme? Non è che pretendendolo potremmo rischiare di “svuotare” di una grande forza i nostri testi?

    È un ragionamento. Io mi interrogo un sacco su questa cosa. Ho scritto molte cose separando sempre di più la mia persona da quello che scrivevo, tant’è che dopo i primi due ho scritto quasi solo gialli e thriller, perché se non ci metto del mio, gioco solo a inventare storie… non so se mi spiego. Ora ne sto scrivendo uno, nel quale non ci sono, ma ci sono parecchio. E… sì, mi scoccerebbe molto dover affrontare dei paragoni tra quello che sono le protagoniste rispetto a quello che sono io, ma – dovessi essere onesta – non potrei negare un certo legame con il tema, imbroglierei il lettore.
    O forse potrei farlo fingendo ancora di più e affermando che si tratti sempre e solo di invenzioni e basta (non che non lo siano, accidenti, ma sono invenzioni funzionali più per quel che voglio dire, che non per la storia, mentre in un thriller è l’esatto opposto).

    Mi rendo conto che ho ragionato nel mentre che scrivevo (comincia a fumarmi il cervello). Dovevo fermari alle prime due o tre domande. Questo a riprova del fatto che mi ci arrovello per davvero. Non a far sembrare vero qualcosa di finto o finto qualcosa di vero, ma quanto metterci di mio per davvero e poi fingere che sia finto, o viceversa, che è molto diverso dalla prima variante.

  11. demetrio Says:

    la risposta più semplice è anche la più complessa. Siccome ogni cosa che immagino la immagino io, è difficile che non ci sia me dentro ogni cosa che scrivo; il mio problema è che il “me” che mi interessa è quello nella pagina e non il me che scrive la pagina. Per questo dico sempre che “io ” è un pronome come un altro perché le strategie di narrazione e le retoriche sono più importanti di cosa raccontiamo. Il cosa raccontiamo è il come e nel come che noi in qualche modo appariamo agli altri, mi pare che invece le scelte della scrittura alla “Corona” ma semplifico molto si concentrino sul cosa e non sul come. MI viene sempre in mente la rocambolesca fuga dal carcere di Casanova come la racconta nelle sue Memorie e come in realtà andò. Ma per noi ciò che conta è il racconto che lui ne fà; ribadisco quello che voglio che venga ricordato di me è il “me” scritto (che porli parli di draghi, profeti della bibbia, scienziati, deportati non importa è il me scritto) e non quello che scrive.

  12. Ma.Ma. Says:

    Oh, ho capito. Sei stato molto chiaro. Ci sta. Grazie.

  13. Federico Platania Says:

    Ci sono delle persone che compiono un’azione ai danni di un’altra persona. Questa persona ha una reazione. A partire da questa reazione viene qui costruita una riflessione in forma di conversazione sul sé in letteratura.

    Quello che mi lascia perplesso è che l’azione – a cui è corrisposta la reazione da cui la riflessione origina – è come se fosse messa tra parentesi: gli autori dell’azione vengono chiamati ragazzi (e cosa possono fare dei ragazzi se non delle ragazzate?), il termine vandalizzato viene inspiegabilmente messo tra virgolette.

    Immaginiamo altri scenari mantenendo ferma la reazione (inseguimento con accetta) e variando l’azione (richiesta di un autografo, aggressione fisica, etc.). La riflessione che ne scaturirebbe sarebbe la stessa?

    Il punto debole della riflessione qui proposta è che l’azione viene presentata come irrilevante, mentre sospetto che non lo sia.

  14. Ezio Says:

    non ho mai letto nulla di Corona, avrei letto volentieri questo articolo che inizia in modo interessante… ma è così lungo. Me lo terrò da parte.

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