Posts Tagged ‘Miguel De Cervantes’

“Seconda parte. Storia universale della continuazione”, di Armando Séguito

27 agosto 2017

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Recensisce libri dei quali sostiene, spesso e volentieri, di essere l’unico lettore. gm].

Conobbi Armando Séguito nel 1959, a Milano, presso la trattoria dell’Albero Fiorito (tutt’ora esistente: via Pellizzone 14, 0270123425, chiuso la domenica) nella più che fumosissima (nel senso del tabacco, non certo delle anzi giovanili, affilatissime e traslucide idee) riunione fondativa della rivista Tel Chì, vero e proprio (benché disconosciuto, e per mere ragioni cattedrali, dalla successiva, e quasi idealmente postuma – nel senso della morte delle idalità – storiografia sociale e letteraria) laboratorio seminale della neoavanguardia politico-poetico-letteraria-musicale meneghina. Armando era allora un esile neolaureato in Lettere, autore di una opportunissima – per un curriculum neoavanguardiale – tesi di laurea intitolata Lo “sdegnoso rifiuto della prosodia” di Gian Pietro Lucini e di paio di articoletti sulla questione cubana apparsi in introvabilissime (già allora, figurarsi oggidì) rivistine ciclostilate. Ci perdemmo presto di vista, io assorbito dalla professione – diventai agente per i mercati meridionali della Saag, la Società Anonima Antonio Grossich, specializzata in tintura di iodio – lui più che dagli studi dalla militanza politica, legata anche all’origine latinoamericana (il padre era, come avrete già intuito, cubano).

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Dieci considerazioni (utili, si spera) su come affrontare la lettura dei romanzi considerati illeggibili (e che, a prima vista, sembrano effettivamente tali)

5 agosto 2017

di giuliomozzi

1. Sia chiaro che parliamo di “romanzi illeggibili” non nel senso di “romanzi molto brutti” (i romanzi molto brutti sono spesso assai facili da leggere), ma nel senso di “romanzi la cui difficoltà sembra, a quel che si dice, tale, da scoraggiarne la lettura”. L’esempio classico, che si fa sempre, e che quindi farò anch’io, è: Ulisse, di J. Joyce.

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Come sono fatti certi libri, 7 / “I promessi sposi, da sposati”, attribuito ad Alessandro Manzoni

27 luglio 2017

di Ennio Bissolati

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa io intenda qui per “forma” risulterà, credo, evidente. Se altri volessero contribuire, si facciano vivi in privato (giuliomozzi@gmail.com).]

Milano, 1873, 6 gennaio. Alessandro Manzoni scivola mentre scende gli scalini della chiesa di San Fedele. Batte la testa. Perde molto sangue. Nelle settimane successive alternerà momenti di benessere e di lucidità e momenti di sconnessione. Fa in tempo a veder morire il figlio maggiore, Pier Luigi, il 28 aprile, e il 22 maggio muore. Il Comune di Milano decide di far imbalsamare il corpo, e incarica della procedura sette medici, che la eseguono tra il 24 e il 27 maggio. Il funerale viene celebrato il 29, in Duomo, con grande concorso di folla. Commovente è il racconto che ne fa Felice Visconti Venosta, in un opuscolo scritto a spron battuto e pubblicato prima della fine dell’anno. Leggiamone qualche pagina (152-158):

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Come sono fatti certi libri, 6 / Proliferazioni del “Don Chisciotte”

23 luglio 2017

di giuliomozzi

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa io intenda qui per “forma” risulterà, credo, evidente. Se altri volessero contribuire, si facciano vivi in privato (giuliomozzi@gmail.com).]

Siamo sinceri: il Chisciotte è un equivoco. Tutti i ditirambi dell’eloquenza nazionale non sono serviti a nulla. Tutte le ricerche erudite sulla vita di Cervantes non hanno chiarito neppure un angolo del colossale equivoco. Si burla Cervantes? E di che si burla? Lontano, sola nell’aperta pianura della Mancia, la lunga figura di Don Chisciotte s’incurva come un punto interrogativo; ed è come un custode del segreto spagnolo, dell’equivoco della cultura spagnola. Di che si burlava quel povero gabelliere dal fondo di una prigione? E che significa burlarsi? La burla è necessariamente una negazione? Non esiste alcun libro in cui sia così grande il potere di allusioni simboliche al significato universale della vita, e tuttavia non esiste alcun libro in cui troveremo meno anticipazioni, meno indizi per la sua stessa interpretazione.

Così scriveva, nel 1914, nel suo primo libro Meditazioni del Chisciotte (Meditazione preliminare, n. 13), José Ortega y Gasset, all’epoca un giovane professore di Metafisica dell’Università di Madrid. Forse la densità delle domande poste dal Don Chisciotte (il romanzo) può spiegare, almeno per intuizione, da un lato il movimento proliferativo del quale presto parleremo, dall’altro la fortuna di Don Chisciotte (il personaggio): lo stesso aggettivo “donchisciottesco”, testimoniato in diverse lingue anche non europee, è tutt’altra cosa dagli aggettivi derivati dagli autori (pirandelliano, kafkiano, eccetera): questi esprimono uno specifico clima, una specifica dinamica di eventi, mentre doncisciottesco è sempre qualcosa di pertinente alla persona: un gesto donchisciottesco non è solo un gesto, per dirla con Ortega y Gasset, “da burla”; è un gesto che pone dei problemi metafisici. “Combattere contro i mulini a vento” non significa qualcosa come “sprecare inutilmente le proprie energie”, o “lottare per una causa persa”, eccetera, ma significa propriamente: “sostituire alla realtà comunemente riconosciuta un’altra realtà, e in questa vivere con serena convinzione”.

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Che cos’è il libro “Fiction 2.0” del 2017 e in che cosa è diverso dal libro “Fiction” del 2001

6 luglio 2017

Un certo numero di Giulio Mozzi

di giuliomozzi

Un uomo ha un’intuizione. Comincia a scrivere un romanzo. Scrive con foga, quasi senza pensare, come se una voce gli dettasse da dentro. Ha la sensazione che ciò che sta scrivendo sia bello. Porta i primi capitoli a un suo professore. Il professore legge, è perplesso, fa due controlli, poi meravigliato dice: “Figliolo, ma tu hai semplicemente copiato il Don Chischiotte di Cervantes!”. L’uomo, che non ha mai letto il Don Chisciotte, resta sbalordito.

Questa è la storia, notissima, raccontata da Borges nel racconto intitolato appunto Pierre Menard, autore del “Chisciotte”. Ma non è importante la storia in sé, quanto uno dei possibili significati proposto da Borges: il Don Chisciotte scritto da Cervantes all’inizio del Seicento e quello scritto da Pierre Menard in pieno Novecento, per il solo fatto di essere scritti da autori diversi e in tempi diversi, benché identici parola per parola sono due libri completamente diversi. Il Don Chisciotte cervantino, per dire, non potrà che essere letto alla luce della cultura spagnola del Seicento; quello di Menard alla luce di quella francese del Novecento. Eccetera. Ma vi ho ingannati.

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Dulcinea del Toboso a Sancho Pancha (Lettere delle eroine, 35)

9 settembre 2016

di Manuela Mazzi

[Le Regole del gioco].

220px-el_ingenioso_hidalgo_don_quijote_del_mancha_pg_54Sono molto irritata, Messere Sancio Pancia delle mie sottane. Ho ricevuto la vostra lettera fatta scrivere dal sagrestano. Me l’ha consegnata il curato, che passava per di qua a darmi lezione di scrittura. Cosicché vi è chiaro come può essere che questa mia, me la scrivo da me: io che son capace. E che sia chiaro altresì che non amo le vostre gelosie, come siete solito a dimostrarmi: il curato – lo sapete bene – ha esaurito il tempo delle sue scorrerie. Non tiene denari e ha una fede al dito più stretta di quella che qualsiasi donna avrebbe potuto mettergli. Come quella che indossate voi. E io di uomini così non voglio più averne a tiro.

Vi starete pure rendendo conto che per risolvere la vostra ignoranza, giacché non sapete neanche leggere, ho chiesto al barbiere – che me lo ha promesso in cambio di due pani, un quarto di pecorino e una sbirciatina alle mie due grazie che hanno già sorriso anche a voi in altri tempi – di rendervene conto lui stesso al momento della consegna. Sicché alla fine di questa lettera c’avrete il vostro bel da fare per spiegarvi: non resterà un solo segreto taciuto. Per questo so già di certo che la mia presente scomparirà dai resoconti di questa vostra assurda avventura.

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La formazione dello scrittore, 24 / Enrico Macioci

10 novembre 2014

di Enrico Macioci

[Questo è il ventiquattresimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice. Le due serie escono, ormai un po’ come viene viene, il lunedì e il giovedì. Ringrazio Enrico per la disponibilità. gm]

La mia formazione di scrittore si divide in quattro fasi piuttosto nette.

La prima fase va dai sette ai quattordici anni ed è forse la più importante, quella che ha indirizzato e condizionato il seguito nel bene e nel male. Una mattina di febbraio del 1983 nevicava forte. Frequentavo la seconda elementare, la mia classe affacciava su un vicolo che la bufera imbiancò in un amen. La maestra propose di scrivere una poesia sulla neve. Noi alunni ci guardammo perplessi; cos’era una poesia? La maestra ci diede un’ora di tempo o forse due, non ricordo; ciò che ricordo è che allo scadere un solo bambino aveva prodotto una cosiddetta poesia, e quel bambino ero io. Una filastrocca che però conteneva un seme di ritmo e di suono, e qualche timida metafora. Tornai a casa e raccontai l’accaduto consegnando il manoscritto; mio padre, sorpreso e inorgoglito, mi comperò un drago di plastica verde e giallo che conservo ancora. Da lì in avanti, e fino ai tredici anni, scrissi altre trentaquattro poesie più un numero enorme di racconti e romanzi, la maggior parte dei quali non terminati, stipati in decine di quaderni a righe e a quadretti. Leggevo moltissimo e assorbivo lo stile e i contenuti degli autori per poi scimmiottarli; divorai Emilio Salgari, Jules Verne, Francis Hodgson Burnett, Mark Twain, Robert Luis Stevenson ed Edgar Allan Poe; mi sciroppai Pinocchio qualche decina di volte (Pinocchio è un capolavoro della letteratura mondiale, non dimenticatelo mai, specie la scena notturna in cui il gatto e la volpe, avvolti in neri pastrani, braccano il burattino all’uscita dall’osteria del Gambero Rosso); attraversai la fase dell’avventura, quella dell’orrore, quella umoristica e persino quella calcistica (il mio nume tutelare era Gianni Brera). A ben riflettere la produzione in prosa fu sin da allora incomparabilmente più abbondante della produzione in poesia, ma era quest’ultima a suscitare interesse e curiosità. In alcune delle mie poesie c’era in effetti qualcosa di singolare, di troppo precoce, una specie di tristezza matura, un anticipo sui tempi; vinsi dei premi (i premi di poesia per bambini andrebbero aboliti e sostituiti con gare di calci di rigore, o di corsa a ostacoli o di freccette); cominciai a sentire puzza di bruciato. Possedevo un dono bizzarro che si manifestava improvviso e al di fuori del mio controllo, una sorta di lampo o illuminazione indipendente dalla mia volontà, troppo remoto anche per poterlo associare all’istinto; d’un tratto mi sedevo e scrivevo, come sotto dettatura. Questo dono mi regalava attimi brevi ma intensi di felicità – meglio: di rapimento e pienezza, di totale sintonia col mistero chiamato mondo; però allo stesso tempo mi separava dal mondo, dal mondo e dagli amici. Non era vero naturalmente, ma quando mai ciò che è vero ha contato un soldo bucato nelle nostre vite? Conta solo ciò che crediamo, e io credevo con fermezza che la poesia (non il racconto o il romanzo, si badi bene, solo la poesia) scavasse un fossato fra me e i miei coetanei, mi rendesse “diverso” (una parola dubbia e ambigua, una parola limacciosa, una parola che è una palude). In realtà gli amici e le amiche si limitavano a manifestare equanimità, stupore o addirittura ammirazione quando s’imbattevano nei miei versi, ma il mio astio verso il “dono” divenne via via più inflessibile. Da un certo punto in avanti non volli che si parlasse delle mie poesie e ne proibii la circolazione; se qualche parente diffondeva la voce del poeta m’arrabbiavo; staccai dal muro un diploma di merito e lo nascosi sotto il letto, dietro le scatole delle scarpe, nel regno della polvere e dell’oblio; infine, sei giorni dopo aver compiuto quattordici anni, buttai giù l’ultima poesia da bambino e decisi che non avrei più scritto. Fu una risoluzione netta, fredda e consapevole, non certo un capriccio. Ci diedi un taglio con l’affilata lama della vergogna intinta nel veleno del senso di colpa. Non scrissi (e non lessi) più nulla per i successivi tredici anni.

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La formazione della scrittrice, 18 / Sandra Petrignani

12 maggio 2014

di Sandra Petrignani

[Questo è il diciottesimo articolo di una serie che spero lunga e interessante. Ringrazio Sandra per la disponibilità. Chi volesse proporsi, mi scriva mettendo nell’oggetto le parole “La formazione della scrittrice”. gm]

sandra_petrignaniNella leggenda familiare si dice che intorno ai quattro anni fui messa su una sedia a recitare la poesia di mia invenzione: “Son piccina, son carina/ son la gioia del papà/ ma se sporco la vestina/ il papà mi fa tò-tò”. Riconosco nei contenuti e nei versi approssimati non la mia piccolezza, ma la retorica borghese che regnava in casa, dunque immagino che i veri autori fossero proprio i miei genitori. Nel corso del tempo, probabilmente, osservando le mie inclinazioni letterarie, si sono confusi e hanno attribuito a me la proprietà di versi che non mi preme minimamente rivendicare. Anzi, appena ho avuto la possibilità di scegliere, il mio gusto e le prime prove artistiche si sono subito mosse in senso contrario: a me piaceva tutto ciò che era spiazzante, inedito, bizzarro. Una delle prime poesie che potevo a buon diritto riconoscere mie e che affidavo a un quadernetto segreto durante le elementari, inneggiava alla felicità dello sporcarsi da capo a piedi rotolandosi nei campi. Molto presto ho scoperto l’esistenza di un genio di nome Kafka imbattendomi nei suoi racconti alla biblioteca scolastica delle Medie. Fu un’emozione così forte che non riuscii più ad aprire uno dei Delly che pure avevano deliziato la mia prima adolescenza promettendomi grandi amori romantici.

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