Come sono fatti certi libri, 5 / “Tristano”, di Nanni Balestrini

by

di giuliomozzi

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa io intenda qui per “forma” risulterà, credo, evidente. Se altri volessero contribuire, si facciano vivi in privato (giuliomozzi@gmail.com).]

Nanni Balestrini nel 1961

Cominciamo leggendo. Il libro in questione, Tristano di Nanni Balestrini, è composto di capoversi – ma preferirò chiamrli “lasse” – di lunghezza pressoché uguale, separati da una riga bianca. I capitoli sono dieci. Ogni capitolo, a occhio, consta di un identico numero di lasse. Ne prendo una a caso – la prima che trovo citata per intero in rete, così mi risparmio la fatica di copiare:

Il terzo non è completo. Credo che dovrebbe andare. Si è solo parlato di un certo signor C ma tutti dovrebbero riconoscere in lui uno dei principali protagonisti. In quel tempo vivevamo unicamente col denaro che guadagnavo. Dallo studio dei semi ritrovati si giunge anche alla conclusione che doveva essere morto in autunno. Da quel momento cominciò il riflusso politico che doveva mettere in forse la stessa battaglia istituzionale. Segnò il primo arresto nella spinta in avanti che la lotta antifascista la resistenza la liberazione avevano impresso al popolo italiano. E parlavate di denaro? ne parlavamo. Non perdendo mai di vista il tema prescelto. Non in questa scena. Noi ritenemmo di avere aperto la via non solo per la battaglia repubblicana ma per il rinnovamento totale della vita nazionale. Guadagnò denaro C in quel periodo di tempo. Il tema prescelto mi obbliga a restringermi particolarmente sugli eventi conclusivi. Dovrò procedere soltanto per accenni e per richiami che conoscendo i testi potranno essere integrati. Riabbassando le palpebre sfogliò alcune pagine. Le sue mani toccarono la seta del piumino. Confusamente pensò che la coperta era rimasta nell’altra stanza dal mattino. Aveva una voce dai toni uguali monotona e riposante. Le dita immerse. Con entrambe le narici chiuse e concentrando lo sguardo sulla punta del naso trattenete il respiro più a lungo che potete. Si spogliò e andò a letto continuando a pensare a quelle parole ma senza riuscire a dar loro un significato. Stava ancora parlando quando C si addormentò. Al suo risveglio qualche ora più tardi vide C nella medesima posizione. Chiuse gli occhi per non pensare. Quando C si svegliò vide che nessuno di loro si era accorto del libro.

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Ordunque: chi sia Tristano lo sappiamo, credo, più o meno tutti. Qui a fianco lo vedete, con l’amata Isotta, in un quadro piuttosto popolare di John Duncan (1866–1945). Tristano e Isotta sono, con Paolo e Francesca o Romeo e Giulietta o Aida e Radamès, tra i più famosi emblemi dell’amore impossibile. Tristano quindi non è un nome innocente per un libro: crea in noi aspettative di una storia, e precisamente di una certa storia. Come minimo, una storia d’amore; d’un amore difficile, contrastato; d’un amore che ha cercato fino all’impossibile di essere casto e puro, benché non fosse esente (com’è giusto) anche dal desiderio corporale; d’un amore finito tragicamente (con la morte degli amati, o di almeno uno dei due, secondo le versioni della storia). Se il libro si fosse intitolato Omicidio a Central Park, avremmo letto questa lassa con tutt’altro spirito.

Ancora: l’immagine in copertina, un’opera di Giosetta Fioroni, presenta il primo piano di una giovane donna dagli occhi bistrati, un tipo alla Louise Brooks (che si tratti dell’elaborazione proprio di una fotografia della Brooks? Non ne ho idea); ma forse i lettori dell’epoca, o almeno i lettori di un libro come quello lì, diciamo i lettori di Linus (al quale Balestrini, ma un po’ più tardi, collaborò con le Ballate della signorina Richmond) potevano pensare più che alla Brooks alla Valentina di Crepax, peraltro a sua volta alla Brooks ispirata, le cui storie apparivano a puntate in Linus. Comunque un’immagine abbastanza da femme fatale, con gli occhi della donna puntati dritti verso il lettore o la lettrice.

Ma non è finita qui. Perché Tristano uscì in libreria con una fascetta editoriale (oggi quasi introvabile: io stesso non l’ho vista che in fotografia) piuttosto esplicita: “sentimentale / sperimentale”>.

Insomma: una confezione da vero romanzo rosa (fateci caso: la copertina non è né blu né verde). Però nobile, e nobilitato (parodizzato? Parodizzato, ma con una parodizzazione nobilitante). Sembrerà curioso, oggi come oggi, che un romanzo venga proposto esplicitamente come “sperimentale”: visto che, oggi come oggi, la parola “sperimentale” suscita in genere reazioni di rigetto e schifo. Ma quelli (1961, ricordo) erano altri tempi; e con le fascette si facevano cose oggi impensabili.

Basti dare un’occhiata al primo vero “libro” (non plaquette) di Edoardo Sanguineti, Opus metricum. Già il titolo in latino, e vabbè. Magari l’editore e l’autore speravano che il pubblico lo prendesse per qualcosa di simile all’Opus pistorum di Miller. Ma la fascetta? “L’esempio più rivoluzionario della poesia sperimentale”: e Sanguineti con la sigaretta in mano, cosa che oggi come oggi farebbe inorridire: migliaia di indignati post in Facebook, come minimo.

Dalla quarta di copertina, firmata da Valerio Riva, si citano abitualmente alcune frasi: il romanzo viene presentato come “senza trama”, “senza personaggi” e “senza stile”; il romanzo sarebbe “derivato da un accumulo di una varietà amplissima di materiali stilistici prefabbricati“, combinati con una tecnica “astutamente combinatoria (ma semplice, e facilmente reperibile)”. Peraltro, se tratti di ironia o di parodia si possono ritrovare (l’abbiamo visto) nella confezione, anche questo testo andrà preso per le pinze.

Ma prima di cominciare a leggere per davvero il libro di Balestrini, diamo un’occhiata a questa cosa qui:

Al poco giorno e al gran cerchio d’ombra
son giunto, lasso!, ed al bianchir de’ colli,
quando si perde lo color ne l’erba;
e ’l mio disio però non cangia il verde,
si è barbato ne la dura petra
che parla e sente come fosse donna.

Similemente questa nova donna
si sta gelata come neve a l’ombra;
che non la move, se non come petra,
il dolce tempo che riscalda i colli
e che li fa tornar di bianco in verde
perché li copre di fioretti e d’erba.

Quand’ella ha in testa una ghirlanda d’erba,
trae de la mente nostra ogn’altra donna;
perché si mischia il crespo giallo e ’l verde
sì bel, ch’Amor lì viene a stare a l’ombra,
che m’ha serrato intra piccioli colli
più forte assai che la calcina petra.

La sua bellezza ha più vertù che petra,
e ’l colpo suo non può sanar per erba;
ch’io son fuggito per piani e per colli,
per potere scampar da cotal donna;
e dal suo lume non mi può far ombra
poggio né muro mai né fronda verde.

Io l’ho veduta già vestita a verde
sì fatta, ch’ella avrebbe messo in petra
l’amor ch’io porto pur a la sua ombra;
ond’io l’ho chesta in un bel prato d’erba
innamorata, com’anco fu donna,
e chiuso intorno d’altissimi colli.

Ma ben ritorneranno i fiumi a’ colli
prima che questo legno molle e verde
s’infiammi, come suol far bella donna,
di me; che mi torrei dormire in petra
tutto il mio tempo e gir pascendo l’erba,
sol per veder do’ suoi panni fanno ombra.

Quandunque i colli fanno più nera ombra,
sotto un bel verde la giovane donna
la fa sparer, com’uom petra sott’erba.

Riconosciuto? Sì? No? E’ un pezzo di Dante Alighieri, la sua sestina, primo esemplare di questa pratica compositiva in lingua italiana (Dante lo riprese, con modifiche, dal trovatore Arnault Daniel; Petrarca ne abusò, scrivendone parecchie e addirittura una doppia). Il procedimento è intuibibile: ci sono sei parole-rima, che ritornano secondo una certa regola. La regola si chiama retrogradatio cruciata, per chi fosse curioso, ed è questa: ogni strofa riprende le parole-rima della precedente cominciando dall’ultima e continuando con la prima, la penultima, la seconda, la terz’ultima, la terza. Schematicamente: ABCDEF diventa FAEBDC e poi CFDABE, e poi ECBFAD, e poi DEACFB, e poi BDFECA, e poi… e poi basta, perché applicando ancora il procedimento si otterrebbe di nuovo ABCDEF, cioè la medesima sequenza di parole-rima della prima strofa. La chiusa è una terzina, in ciascun verso della quale ricompaiono due delle parole-rima.

Si tratta evidentemente di un tour de force (e: se vi pare complicato, andate a vedervi quest’altra canzone sempre di Dante, e questa ancora più folle di Claudio Tolomei). I procedimenti combinatori, insomma, non sono una novità; non sono estranei alla letteratura; e la loro accettabilità e sanzionata dall’auctoritas di alcuni grandi scrittori che se ne sono serviti più o meno largamente). Ora, il romanzo di Balestrini è frutto di un procedimento combinatorio: frasi, evidentemente prelevate da altri testi di natura e contenuto molto diverso, combinate secondo certe regole. Quali regole? Io non le so. Suppongo che ci sia qualche studio o qualche testimonianza. So che ogni frase prelevata da altri testi si ripete, nel romanzo, due volte. Vedo che le lasse sono tutte di lunghezza simile, percepisco il ritornare delle diverse fonti (evidentissimo, per esempio, un testo di geografia). Per quanto mi riguarda, la faccenda non mi interessa tanto.

In una qualche occasione (la battuta è citatissima) Balestrini dichiarò che secondo lui il compito della letteratura è “lottare contro i significati”. Se questo era il programma, devo dire che Tristano segna una grande sconfitta: perché, spinti dal potentissimo titolo, noi che leggiamo cerchiamo di ricondurre ogni frase, ogni lassa che leggiamo a quel titolo; e la nostra memoria e la nostra immaginazione non fanno fatica a trovare echi (anche dove non ci sono: ma il testo è là, e fa il suo lavoro, come diceva Umberto Eco), a combinare azioni monche per formarne una completa, a scovare il sentimentale, e così via. Rileggete la lassa citata all’inizio:

Il terzo non è completo. Credo che dovrebbe andare. Si è solo parlato di un certo signor C ma tutti dovrebbero riconoscere in lui uno dei principali protagonisti. In quel tempo vivevamo unicamente col denaro che guadagnavo. Dallo studio dei semi ritrovati si giunge anche alla conclusione che doveva essere morto in autunno. Da quel momento cominciò il riflusso politico che doveva mettere in forse la stessa battaglia istituzionale.

Sarà una narrazione sconnessa, ma, perdiana!, questa è pur sempre una narrazione. E il destino di quel signor C (senza punto: C, non C.) ci sta a cuore. Sarà forse morto in autunno? O è morto qualcun altro? E quel vivere “unicamente col denaro che guadagnavo”, non avrà portato scompensi in una vita di coppia? E quella “battaglia” cui s’accenna, sarà prima o poi effettivmente battagliata?

Balestrini aveva sognato di produrre, del suo Tristano, un’edizione specialissima: con una diversa (casuale, non casuale, prodotta secondo certe regole: fatti suoi) disposizione delle lasse in ogni esemplare del libro. Nel 1961 la possibilità materiale non c’era. Ma pochi anni fa, grazie allo sviluppo della tecnologia di print on demand o Pod (“stampa su richiesta”), il sogno è stato realizzato. L’editore Derive&Approdi, che sta meritoriamente ripubblicando l’intero opus balestrinianum, ha dato fuori un’edizione del Tristano nella quale ciascun esemplare è diverso dall’altro. Uguale la somma del testo, diversa la disposizione.

Che ci crediate o no, mi sono procurato due esemplari di quell’edizione; e li ho letti entrambi, a una certa distanza di tempo. La “magia del significato” si è riprodotta. In entrambi i casi ho letto un libro appassionante ma, soprattutto, davvero commovente. Sarà che, nel Nanni Balestrini sperimentatore, avanguardista, rivoluzionario, addirittura accusato di essere l’eminenza grigia di organizzazioni terroristiche (fuggì a Parigi, saggiamente; le accuse come molte altre del famigerato “7 aprile”, svanirono nel nulla), in Nanni Balestrini io, da quando lo lessi per la prima volta nelle pagine di Linus, ho sempre percepito una grande dolcezza, una grande delicatezza.

E per finire vi lascio con una poesia di Balestrini che a me è sempre sembrata molto bella: la Piccola lode al pubblico della poesia.

Eccoci qui ancora una volta
seduti di fronte al pubblico della poesia
che è seduto di fronte a noi minaccioso
ci guarda e aspetta la poesia

in verità il pubblico della poesia non è minaccioso
forse non è neanche tutto seduto
forse c’è anche qualcuno in piedi
perché sono venuti così entusiasti e numerosi

o forse ci sono un po’ di sedie vuote
ma quelli che sono venuti sono i migliori
hanno fatto questo grande sforzo proprio per noi
perchè poi mai dovrebbero minacciarci

il pubblico della poesia non minaccia proprio nessuno
è invece mite generoso attento
prudente interessato devoto
ingordo imaginifico un po’ inibito

pieno di buone intenzioni di falsi problemi
di cattive abitudini di pessime frequentazioni
di mamme aggressive di desideri irrealizzabili
di dubbie letture e di slanci profondi

non è assolutamente cretino non
è sordo indifferente malvagio non è
insensibile prevenuto senza scrupoli non è vile
opportunista pronto a vendersi al primo venuto

non è un pubblico tranquillo benpensante credulone
senza troppe pretese
che se ne lava le mani
e giudica frettolosamente

è invece un pubblico che persegue degusta apprezza
lento da scaldare ma che poi rende
come direbbe Pimenta
e soprattutto è un pubblico che ama

il pubblico della poesia è infinito vario inafferrabile
come le onde dell’oceano profondo
il pubblico della poesia è bello aitante avido temerario
guarda davanti a se impavido e intransigente

mi vede qui che gli leggo questa roba
e la prende per poesia
perché questo è il nostro patto segreto
e la cosa ci sta bene a tutti e due

come sempre io non ho niente da dirgli
come sempre il pubblico della poesia lo sa benissimo
ma se lo dice tra sè e sè e non a alta voce
non solo perché è cortese volonteroso bendisposto

e in fondo anche cauto ottimista trattabile
ma sopratutto perché ama
ama di un amore profondo sincero irresistibile
di un amore tenace esclusivo lacerante

chi
ama il pubblico della poesia
fingete di chiedere anche se lo sapete benissimo
ma state al gioco perché siete svegli e simpatici

il pubblico della poesia non ama mica me
questo lo sanno tutti lui ama qualcun altro
di cui io non sono che uno dei tanti valletti
diciamo messaggeri se proprio vogliamo farci belli

il pubblico della poesia ama lei
lei e
solo lei e
sempre lei

lei che è sempre così imprevedibile
lei che è sempre così impraticabile
lei che è sempre così imprendibile
lei che è sempre così implacabile

lei che attraversa sempre col rosso
lei che è contro l’ordine delle cose
lei che è sempre in ritardo
lei che non prende mai niente sul serio

lei che fa chiasso tutta la notte
lei che non rispetta mai niente
lei che litiga spesso e volentieri
lei che è sempre senza soldi

lei che parla quando bisogna tacere
e tace quando bisogna parlare
lei che fa tutto quello che non bisogna fare
e non fa tutto quello che bisogna fare

lei che si trova sempre così simpatica
lei che ama il casino per il casino
lei che si arrampica sugli specchi
lei che adora la fuga in avanti

lei che ha un nome finto
lei che è dolce come una ciambella
e feroce come un labirinto
lei che è la cosa più bella che ci sia

il pubblico della poesia ama lei
chi
bravi lei la poesia
e come potrebbe il pubblico della poesia non amarla

perché ama la poesia vi chiederete
forse perché la poesia fa bene
cambia il mondo
diverte

salva l’anima
mette in forma
illumina rilassa
apre orizzonti

chissà ognuno di voi ha certamente i suoi buoni motivi
se no non sarebbe qua
ma meglio non essere troppo curiosi dei fatti degli altri
se si vuole evitare che gli altri ficchino il naso nei nostri

sia dunque lode al pubblico della poesia
lode al suo giusto nobile grande amore per la poesia
nel cui riflesso noi pallidi e umili messaggeri
viviamo grati e benedicenti

SEGRETISSIMO
DA NON RIVELARE
ASSOLUTAMENTE MAI
AL PUBBLICO DELLA POESIA

il pubblico della poesia ama la poesia
perché vuole essere amato vuole essere amato
perché si ama profondamente e vuole essere rassicurato
del suo profondo amore per se stesso

per sua fortuna il pubblico della poesia
crede solo di ascoltare la poesia
perché se la ascoltasse veramente capirebbe
la disperata impossibilità e inutilità del suo amore

e si prenderebbe a schiaffi dalla mattina alla sera
brucerebbe tutti i libri sulle piazze
si butterebbe in un canale
o finirebbe i suoi tristi giorni in un convento

CONCLUSIONE
LA POESIA FA MALE
MA PER NOSTRA FORTUNA
NESSUNO CI VORRÀ CREDERE MAI

Per saperne di più, puoi visitare il sito ufficiale di Nanni Balestrini.

Nanni Balestrini più o meno ai nostri giorni

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8 Risposte to “Come sono fatti certi libri, 5 / “Tristano”, di Nanni Balestrini”

  1. Manuela Boz Says:

    Spero non finisca mai, questa rubrica. Balestrini. Che bellezza. Sempre grazie.

  2. rossana v. Says:

    Mi unisco col cuore al commemto di Manuela. Ho adorato “Gli invisibili”, per anni è stato un mio culto, e poi questo sperimentare, e sperimentare, nel senso vero, mica noccioline. Grazie, GM, per questo bellissimo pezzo. (in copertina non è la Brooks, ho una sua biografia per immagini, regalatami perché da giovane le somigliavo molto, non solo nel taglio, Tsk Tsk – scuotimento di cenere sul tappeto – posso dirlo con sicurezza che non è lei, ma una delle tante Valentine dell’epoca).

  3. acabarra59 Says:

    ” Invisivibili “… Effettivamente…

  4. anna maria bonfiglio Says:

    Letto e apprezzato. Viva il pubblico della poesia nella sua insipienza.

  5. Lettore Occasionale Says:

    “Che ci crediate o no, mi sono procurato due esemplari di quell’edizione”. Ci credo, ci credo. Le mie “copie uniche”, come recita con bell’ossimoro il frontespizio, sono la FM4372 e la YJ2849.

  6. rossana v. Says:

    uffa, acabarra, refuso da entusiasmo… 😉

  7. Ma.Ma. Says:

    Se non dicevi che non doveva avere un senso, mica ci arrivavo. A me pareva avercene eccome, forse non mi sono posta le tue domande, ma mi pareva un testo “chiaro”, e credo bene al fatto che lo si capisca anche ricomponendo le frasi in modo diverso: grazie alla limitazione di avverbi e congiunzioni, forse.

    Io ovviamente non sapevo chi fosse Tristano, ma anche la copertina… è pazzesco come solo una riga scura (quella sotto l’occhio destro dell’immagine principale) riesca a cambiare completamente espressione rispetto alla fotografia in basso, che pare, prima e dopo, dove il dopo è lei che piange. Se non dolce mi aspetterei una storia triste.

    Però la “sperimentazione” mi spaventa. Non so se lo leggerei. Mi piace invece la poesia finale: ci vedo un pizzico di furbizia per ridare un po’ di gioco, di leggerezza, per prendersi un pizzico meno sul serio, di autocritica, forse anche, e di ammiccamento a suoi consimili.

    (chiamrli; effettivmente)

  8. Dieci utili considerazioni (utili, si spera) su come affrontare la lettura dei romanzi considerati illeggibili (e che, a prima vista, sembrano effettivamente tali) | vibrisse, bollettino Says:

    […] avventure, i suoi momenti tragici o patetici o comici, e così via. Qualche giorno fa ho scritto qui in vibrisse del primo romanzo di Nanni Balestrini, Tristano: che, a sentirne descrivere la costruzione […]

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