“La circostanza” vince il Premio Berto

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di giuliomozzi

3172038Il romanzo d’esordio di Francesco Paolo Maria Di Salvia, La Circostanza, pubblicato nel febbraio scorso da Marsilio, ha vinto il Premio Berto. Il Berto è un premio dedicato alle opere prime. La circostanza ha prevalso su una cinquina composta anche da L’Amalassunta, Giunti, di Francesco Brandimarte (vincitore di quel Premio Calvino 2014 – il Calvino è per inediti – nel quale La circostanza fu finalista con menzione speciale), La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin, Feltrinelli, di Enrico Ianniello, L’invenzione della madre, minimum fax, di Marco Peano, e Marta nella corrente, Neri Pozza, di Elena Rausa. La giuria era composta dal giornalista del Corriere Antonio D’Orrico (presidente), Cristina Benussi professore ordinario presso l’Università di Trieste, Enza Del Tedesco ricercatrice presso la medesima Università, Giuseppe Lupo professore dell’Università Cattolica di Milano e scrittore, Laura Pariani, scrittrice, Stefano Salis, critico e giornalista del Sole 24 Ore e Alessandro Zaccuri, critico, scrittore e giornalista dell’Avvenire.

In vibrisse, tre domande (serie) e tre risposte (lunghe) su La circostanza:
prima domanda (come hai fatto a farlo?),
seconda domanda (immacolate concezioni e messianismi),
terza domanda (Italo Saraceno, Italo Svevo, e altri narratori inattendibili).

Il bello è che questo romanzo, secondo me meraviglioso e importante, ha ricevuto una sola recensione: da Francesco Durante, nel Corriere del Mezzogiorno: potete leggerla qui.

Se volete un assaggio della scrittura di Francesco Paolo Maria Di Salvia, potete dare un’occhiata al suo racconto Il superutente, pubblicato in vibrisse il 25 maggio del 2010. Un po’ di tempo fa (leggételo dunque come opera giovanile).

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23 Risposte to ““La circostanza” vince il Premio Berto”

  1. Elisabetta Says:

    Dopo tanti anni di “nuovi scrittori” italiani decisamente meno che mediocri, qualcosa sta cambiando. Tanti i motivi, tra cui forse anchel’ inaspettato successo delle autopubblicazioni che hanno dato uno scossone alle case editrici che stavano perdendo molto del loro valore culturale ignorando molti talenti veri. Lieta di questo premio. Grazie per la segnalazione

  2. Giulio Mozzi Says:

    Non mi risulta, Elisabetta, che le autopubblicazioni abbiano avuto particolare successo, almeno nell’ambito della letteratura di un qualche valore. Le uniche case editrici che abbiano sentito uno “scossone” sono quelle specializzate in romanzi rosa (vedi).

    Poi: tanto per capire di che cosa stiamo parlando, ci forniresti una lista di “nuovi scrittori decisamente meno che mediocri”?

  3. Elisabetta Says:

    No, non si fornisce la lista nera. Che sia piuttosto lunga e che le case editrici non siano più da tempo garanzia di qualità, continuo a sostenerlo.
    L’ autopubblicazione per qualcuno è diventata se non una fonte di reddito, almeno una buona seconda entrata. E né io né la maggior parte delle donne che conosco abbiamo incrementato la vendita dei romanzi rosa.

  4. Elisabetta Says:

    Poi la “scossa” a cui mi riferivo io, è di tipo qualitativo, non quantitativo. E quindi era un’ osservazione felice e positiva. Se si ha voglia di essere maldisposti per principio, se ne prenda le responsabilità. Come insegna il buddismo, sig Mozzi, il “nemico” è dentro di noi, non fuori.. buona giornata.

  5. Giulio Mozzi Says:

    No, direi che nessuna “scossa qualitativa” è venuta all’editoria dall’autopubblicazione. Non ho visto in giro nessun “inaspettato successo” di opere qualitativamente notevoli. Puoi fare tu qualche esempio, Elisabetta?

    (Sempre per il principio che, a non nominare mai ciò di cui si parla, difatto si parla di nulla).

  6. GiuseppeC Says:

    Complimenti per l’indefesso lavorio giovanile infine portato ad esito diverso dal frequente topolino. Le circostanze aiutano la messa in forma, certo, ma l’ossessione e’ tutta dell’autore, da incanalare fruttuosamente. L’ossessione politica meridionalizzata in una sorta di realismo magico mi ha sempre incuriosito: e’ come se fosse una valvola di sfogo rispetto all’immobilismo pratico delle cose. Magari approfitto per scriverlo anch’io un romanzo politico, da qui a fine agosto, un panino al gusto nero del locale che non riesce a farsi mai globale. Di nuovo complimenti ed in bocca al lupo, la voce autoriale mi sembra molto adatta ad altri media, magari quelli audiovisivi?

  7. Elisabetta Says:

    Sig. Mozzi, non ci siamo proprio capiti. Il miglioramento qualitativo cui mi riferivo sono proprio gli autori editi citati nell’ articolo che ha pubblicato lei. Di questo mi rallegravo. Intendevo dire che probabilmente (mia deduzione) il fatto che un buon numero di autori autopubblicati se la cavi abbastanza bene – da un articolo letto tempo fa pare che alcuni vendano meglio di quelli pubblicati dalle case editrici – abbia ( forse) spronato (il famoso “scossone”) le suddette case editrici a fare di meglio del disastro cui ho assistito per anni, rimpiangendo molti soldi buttati in libri di “giovani talenti” che non valevano nulla. Nomindando invece ciò di cui parla lei, la letteratura rosa, credo che il dato sulle vendite si possa leggere in diversi modi. Uno è quello comune, che le donne sarebbero delle povere sceme che leggono solo cretinate. Darei anche in questo caso una buona responsabilità alle scelte editoriali, comunque, che dovrebbero educare il pubblico e non diseducarlo. L’ altro modo di leggere questo dato è che le donne come è appurato leggono molto più degli uomini, oltre che studiare di più e con risultati qualitativamente migliori, quindi in quel tanto di lettura in più, può esserci anche qualche “caduta”. Sono certa poi che i fumetti per filo pornofili segaioli non conosceranno mai crisi, pur non avendo dati – – è il caso di dirlo – “alla mano”. Prometto di non disturbarla più, la questione si è rivelata molto meno interessante del previsto.

  8. Claudio Bagnasco Says:

    Urrà per la vittoria!
    (In verità, Giulio, anche sul blog degli Squadernauti è uscita una recensione a “La circostanza”. Qui: https://squadernauti.wordpress.com/2015/05/05/la-circostanza/)

  9. Giulio Mozzi Says:

    Elisabetta, scrivi:

    Intendevo dire che probabilmente (mia deduzione) il fatto che un buon numero di autori autopubblicati se la cavi abbastanza bene – da un articolo letto tempo fa pare che alcuni vendano meglio di quelli pubblicati dalle case editrici – abbia ( forse) spronato (il famoso “scossone”) le suddette case editrici a fare di meglio del disastro cui ho assistito per anni, rimpiangendo molti soldi buttati in libri di “giovani talenti” che non valevano nulla.

    Ma è proprio questo che a me non risulta: non mi risulta che “un buon numero di autori autopubblicati se la cavi abbastanza bene” (quali? si possono avere degli esempi?); credo che la frase “pare che alcuni vendano meglio di quelli pubblicati dalle case editrici” non dica assolutamente nulla (perché c’è casa editrice e casa editrice, perché “pare” e “alcuni” sono termini genericissimi; e comunque anche qui, per parlare di qualcosa di cui si possa parlare, farebbero comodo degli esempi); mi risulta che l’unico ambito nel quale mediamente le autopubblicazioni abbiano una qualche significatività in termini di vendite (restando comunque marginali) sia quello della letteratura di genere; mi risulta (e citavo l’articolo del “New Yorker”) che solo in area anglosassone e nell’ambito del “rosa” l’autopubblicazione abbia raggiunto volumi tali da dare “uno scossone” alle case editrici; mi risulta che le case editrici non tengano in nessuna considerazione l’ambito dell’autopubblicazione, sia per la sua scarsa rilevanza economica sia per la sua scarsa rilevanza qualitativa.

    Chiaro? Mi sembra che le tue opinioni siano fondate su “fatti” che a me sembrano inesistenti.

    Se poi trovi poco “interessante” il confronto con la realtà: vabbè, fanne pure a meno.

    Quanto al “disastro” e ai soldi “buttati in libri di ‘giovani talenti’ che non valevano nulla”, ripeto: se non sei capace di nominare con precisione ciò di cui parli, mi permetto di inferire che in realtà non sai di cosa parli.

    Purtroppo sono almeno vent’anni che sento dire che in Italia non si pubblica niente di buono, solitamente da persone che non sanno che cosa si pubblica in Italia.

  10. gian marco griffi Says:

    Ha vinto anche il premio famiglia griffi (2 persone) come miglior libro letto nel 2015. Potrei invitarlo al Posto pulito per ritirarlo: trattasi di un caffè (non Saraceno) e di una stretta di mano.

  11. Maria Luisa Mozzi Says:

    Ho letto con calma La circostanza. Ci vuole, la calma, per leggerlo. Non solo perchè è lungo, ma anche perché, pur essendo lungo, non ha una parola di troppo; anzi, ne ha qualcuna di meno e devi fermarti a capire quale potrebbe essere.
    Ho letto anche le tre risposte alle domande di Giulio, colte, consapevoli, belle e utili.
    Mi è venuto voglia, chiuso il libro, di scrivere qui i motivi “facili” per cui ho apprezzato molto il romanzo, in modo che chi ha pensato: che cosa lunga! che cosa complicata! non si scoraggi, perdendosi un romanzo, appunto, molto bello, complicato, ma anche facile da godere.
    1. Tutto fila e tutto gira. L’autore non si offenda del paragone, ma il romanzo è come Harry Potter, che ha un suo punto di forza nella coerenza, nella coesione e nella completezza. Ne La circostanza, situazioni, ambientazioni e personaggi non hanno particolari inutili rispetto alla storia e ogni oggetto, immagine, gesto, parola trova prima o poi giustificazione.
    Il romanzo è come una molla appoggiata su un tavolo. I punti in cui la molla tocca il tavolo sono la storia italiana, quelli più lontani dal tavolo sono la storia americana; c’è alternanza ritmata e tutto meravigliosamente si tiene.
    2. Il montaggio. Di nuovo, l’autore non si offenda, ma nel suo libro il montaggio è come quello di Beautiful. Per l’uso dei tempi verbali, credo, e, in particolare, del presente nei flashback, e sicuramente per altri motivi di cui non sono consapevole. L’efficacia e la velocità, comunque, sono quelle di una soap opera ben fatta.
    3. Gli stili, le frenate, le accelerazioni. A seconda di ciò che viene narrato, lo stile cambia. La narrazione non viene spezzata, ma scivola via via verso il classico, il popolare, l’immaginifico.
    4. Il finale. A sorpresa, quando si scopre chi sia il “caro ragazzo”. Capisco il peso di tale finale, ma qui sto segnalando le cose leggere e godibili, e questo finale anche solo per l’idea, la trovata che il lettore non si aspetta, è, appunto, godibilissimo.

    Ripeto per chiarezza: non voglio ridurre La circostanza, che mi è parsa opera altissima, alle quattro cose che ho scritto.
    Ma La circostanza è un bel libro anche per quelle quattro motivazioni che ho elencato e mi ha fatto piacere scriverlo qui.

  12. Francesco-Paolo Maria Di Salvia Says:

    Ringrazio Maria Luisa per la bella mini-recensione. Parole da aggiungere al romanzo ce n’erano forse più di quelle da togliere. Ho buttato tanto di quel materiale (spunti per svolte e storie) da poterci fare almeno due sequel della telenovela.😀

    Maria Luisa, poi, sta anche offrendo un servizio molto utile al romanzo. Quando parla di “motivi facili” per cui apprezzare “La circostanza”, coglie un punto essenziale su come il libro potrebbe essere presentato al pubblico; e che trovo spesso mancante, invece, nelle recensioni “ufficiali” che ho ricevuto. I recensori puntano molto sull’altezza; sui paragoni illustri; ma pochi sottolineano le caratteristiche di fruibilità su cui io ho lavorato tanto a lungo quanto sullo studio di Pirandello, Svevo, Dos Passos, Roth e DeLillo. Molti lettori mi hanno detto, stupiti, di essere arrivati a pagina 300 quasi senza accorgersene. Altri, invece, si paralizzano a priori data la mole; ultima la mia amica che ieri sera mi ha scritto in chat: “Ma li mortacci tua, 600 pagine di libro!!!!!”; tendendo ad escludere il fatto che un libro di 600 pagine possa avere “rapidità” e “leggerezza”: “La circostanza” ce li ha perché è diviso in “episodi”. Il fatto è che, comprando “La circostanza”, è un po’ come comprare il cofanetto di un serial televisivo; tutta la prima stagione di E.R.; ed è anche per questo che non trovo nulla di offensivo o riduttivo nei paragoni che Maria Luisa mi propone; e spiego perché:

    1. Coerenza, coesione e completezza erano in cima ai miei pensieri fin dall’inizio. Sono caratteristiche tipiche di un testo che ambisca a ricreare un mondo, esistente o di fantasia, e non solo una frazione di esso: quindi, sì, ovviamente dalle altissime opere-mondo, la lunga serialità, fino al fantasy, alla fantascienza, e ad Harry Potter. Mi piace molto il paragone con la molla: la immagino come una di quelle molle giocattolo che avevamo da bambini e che lasciavamo scendere da sole per le scale.

    2. Qui mi dilungo un attimo perché è un tema che mi sta a cuore. Dos Passos rubò il montaggio da ciò che vedeva al cinema: serialità, rulli di notizie, film. Io ho bisogno di un montaggio adatto a ciò che la mia epoca guarda: Beautiful” è l’esempio perfetto di una narrazione televisiva quasi tutta orizzontale. Senza le soap opera non avremmo le serie dell’età dell’oro televisiva: niente “The Sopranos” o “Breaking Bad”. Perché? Perché gli sceneggiatori americani, ormai alla canna del gas, dovevano trovare nuovi linguaggi per la tv prime-time, e si cominciarono a interrogare sul successo decennale di alcuni prodotti del day-time (le volgari soap, appunto), scoprendone il punto di forza nella forte orizzontalità, mentre le serie serali erano ormai improntate su una fortissima verticalità (episodio auto-concluso), che non catturava più lo spettatore. Imparare il montaggio in senso “orizzontale” è fondamentale per tenere viva l’attenzione del pubblico e fidelizzarlo fino alla fine. (I flashback al presente, oltre ad alleggerire la voce, servono anche a rappresentare un passato vissuto come presente, in contrasto con un presente che è già passato). Ci sono diversi modi per fruire “La circostanza”. E’ un po’ come su Netflix: puoi dedicarti al binge-reading, e finirlo senza mai fare altro fino a pagina 626, oppure puoi gustarti un episodio alla volta, magari dopo il lavoro, alla sera, attaccandoti al libro per il tempo necessario a leggere un paragrafo. Per come la vedo io: un quotidiano, o un settimanale, potrebbe acquistare “La circostanza” e pubblicarlo a puntate. E che cosa avremmo fatto con questa mossa di straordinaria avanguardia? Niente. La serializzazione dei romanzi di Dickens, e niente più. Si tende a dimenticare come sia nata prima la serializzazione; e solo dopo la tv.😀

    3. Volevo che il mio romanzo fosse mutevole. La mimesi ha, per me, grandissima importanza. Ho cercato di trasmettere lo spirito dell’epoca cercando di adattare la mia scrittura a quella di famosi “interpreti” dell’epoca (americani e italiani).

    4. Volevo prendere in giro anche me stesso e l’auto-fiction. Non è “etico” prendere in giro tutti; e poi saltare a pie’ pari l’auto-deprecazione.😀

    Considerazione a margine: il mio libro sta piacendo molto alle insegnanti di Lettere (la mia, che al Liceo spesso mi metteva anonimi 6 e mezzo ai temi, mi ha seguito durante tutte le presentazioni salernitane!). Credo perché riconoscano, per formazione, come ha scritto Enza Del Tedesco, come “dietro il respiro de La circostanza non c’è solo I vecchi e i giovani, c’è tutta la tradizione italiana del romanzo storico nazionale delle Confessioni d’un italiano, de I Vicerè, de Il mulino del Po, la necessità dell’autore, insomma, di guardare indietro per cercare di capire dove ci troviamo”, e non solo il “postmodernismo”, “la morte dell’autore” e la “literature of exhaustion”.

    Scusate se, a volte, mi prendo “sul serio” con queste mie risposte. Per me, come ho scritto anche altrove, ciò che faccio è un “gioco serio”. Sì, mi prendo “sul serio”, come Zanetti o Nedvěd prendevano sul serio gli allenamenti, e poi le partite che dovevano giocare. Credo faccia parte del desiderio di professionismo (prima) e della professionalità (poi). Tutto senza mai dimenticare, però, che trattasi solo di gioco, di ludus, di qualcosa che non ci sarà più tra diecimila anni (qualcuno dice che dovremmo aspettarne solo altri quindi (sic): staremo a vedere).😀

  13. Maria Luisa Mozzi Says:

    A Francesco Paolo Maria Di Salvia.

    Anch’io ho giocato, ma come i bambini che dicono: “Io, che avevo i super poteri, ti liberavo e ti lanciavo sul pianeta Xyz…”.
    Ho fatto finta di essere in grado di dire la mia, senza esserne veramente capace. Non è il mio mestiere.

    Ho amato sul serio però La circostanza, mi sembra veramente un capolavoro e vorrei che il suo libro fosse letto. Presentandolo ai miei figli l’ho paragonato a I promessi sposi (scatenando subito una piccola discussione sul fatto che il suo romanzo possa essere considerato o no un romanzo storico).

    Ammiro la serietà, il sorriso e la giocosità, la fatica, la cultura, l’esperienza di vita e di letture, l’equilibrio che ci sono dietro La circostanza e anche dietro le sue risposte.

    Grazie dell’attenzione nei miei confronti.

  14. Francesco-Paolo Maria Di Salvia Says:

    @Maria Luisa: Ha detto la sua; e l’ha detta in maniera utile e incisiva. Cosa si può voler di più? Sono stato molto contento di leggere il suo commento (se non si fosse capito dal messaggio precedente). A volte, proprio chi è troppo del mestiere, finisce per comunicare un’opera in maniera eccessivamente tecnica a un pubblico più ampio, riuscendo a fare quasi una sorta di anti-pubblicità al romanzo. (Aneddoto: un giornalista mi ha detto: “Avevo letto la recensione sul Corriere del Mezzogiorno e mi sembrava una cosa tecnica per tecnici. Poi ho letto il libro, prima di presentarlo, e mi sono subito appassionato: ho capito che non era solo un esperimento”).

    La ringrazio anche per la “parolona” adoperata, ché mi fa arrossire; e per il mozzianamente blasfemo paragone con “I promessi sposi”. Non so lei da che parte stesse nella disputa famigliare: io vedo “La circostanza” ANCHE come un romanzo storico; benché sapessi, fin dall’inizio, che lo avrei costruito come se fosse un viaggio dal passato fino ai giorni nostri.

    Grazie a lei; non scherziamo!

  15. Giulio Mozzi Says:

    Be’: a me pare che La circostanza sia un romanzo storico così come lo si può fare attualmente (quindi non manzoniano, ovvero non interclassista, ovvero con un rapporto tra “verità storica” e “invenzione” assai diversamente impostato, eccetera). (Ma non essere manzoniani oggi è semplicemente un gesto di buon senso, perché non siamo negli anni Venti dell’Ottocento: e la cosa non comporta un ripudio del Manzoni e dei suoi Promessi).

    Però si potrebbe fare un ragionamento (hai voglia di farlo, Francesco?) tra “circostanza” e “provvidenza”.

  16. Maria Luisa Mozzi Says:

    Mi va bene quanto scritto da Giulio qui sopra, anche se nella mia discussione di casa mi sono espressa in modo più naif.
    Ho paragonato La circostanza a I promessi sposi per la bellezza e la precisione della struttura, perchè sono entrambi romanzi storci, per la precisione e l’accuratezza con cui sono ricostruite le parti storiche degli eventi. Solo (ma è molto) per questo.

  17. Francesco-Paolo Maria Di Salvia Says:

    Nel 2011, Giulio mi disse una cosa che mi fece molto piacere: “Si vede che il tuo libro non è il classico romanzo del cinquantenne che vuol fare i conti con il passato”. Tecnicamente la “distanza” è necessaria per il romanzo storico; altrimenti il testo diventa, come spesso accade, solo un memoriale romanzato, simile a tanti dei (per me) indigeribili libri sugli anni Settanta e Ottanta che sono usciti negli ultimi vent’anni.

    Ciò premesso, concordo ancora: essere “pedissequamente manzoniani” oggi è sicuramente anacronistico. Manzoni è citato nel mio romanzo come una delle tante “easter egg” che ho disseminato nel testo: “L’acqua rimbalzava sul famedio del Cimitero Monumentale come sulle celle del lazzaretto di Via San Gregorio”; e anche un po’ più avanti, quando Carletto Saraceno disvela la menzogna delle “lezioni di antologia”, la celeberrima pioggia purificatrice, che però purifica solo nei romanzi, non nella vita vera.

    “La circostanza” non è un romanzo interclassista come, in fondo, non lo sono già più neanche “I Malavoglia”. I Saraceno hanno vaghe origini proletarie, – proiettate in un passato quasi mitico; sepolto; seppur nemmeno troppo lontano nel tempo, – e il loro cambiamento sociale è stato messo in moto da un calvinista svizzero. “La circostanza” è concluso dentro la borghesia; tanto che, addirittura, in una delle prime epigrafi, avevo messo la famosa frase di Carnegie: “Dalla tuta alla tuta in tre generazioni”, proprio ad alludere al ricambio rapido e spesso inevitabile che contraddistingue certa malaccorta borghesia (tipica, in Italia, soprattutto del Sud). Ci sono personaggi di tutte le estrazioni sociali; ma sicuramente non c’è un fra’ Cristoforo a fare da tramite; se non, forse, la sola servetta Miriana, che ha funzione di puntatore e di grillo parlante, ma niente di più. L’egualitarismo di Manzoni è interclassista; i cattolici della “Circostanza” non sono già più egualitaristi, e persino il prete Generoso fa fatica in tal senso, nonostante operi in Africa; mentre i personaggi marxisti non possono esserlo per costituzione, essendo anticlassisti. Su “verità storica” e “invenzione”, più romanzo storico, tra il 1820 e oggi, c’è stato di mezzo il c.d. postmodernismo, e niente può più essere come prima, almeno per il momento.😀

    La Provvidenza e la Circostanza posso entrambe essere considate anche come personaggi delle vicende narrate. (Idem per i luoghi, comunque). La Provvidenza chiede fede e arrendevolezza; la Circostanza chiede intelligenza e adattabilità. La Provvidenza tutto volgerà verso il bene nonostante la tua condizione di partenza; la Circostanza ti spingerà a ricercare il tuo bene a partire dalla tua condizione di partenza. Perché queste differenze? Mi pare che l’illuminismo e il romanticismo fossero ben mescolati al cattolicesimo, nella visione di Manzoni, e ciò era giustificato dall’epoca e dal luogo in cui viveva lui, ossia, – to’, – dalla sua circostanza. Io vengo dopo “Dio è morto” e “la sopravvivenza del più adattabile”, – attenzione: VOLENTE O NOLENTE!, – e dopo generazioni di scienziati e psichiatri che hanno ribaltato il determinismo in direzione genetica e secolare, e l’altro giorno ho pure assistito alla scoperta, da parte di un telescopio spaziale orbitante, di un pianeta abitabile in un altro sistema solare. La mia visione è forzatamente realista, materialista e nichilista. Qui mi viene da calare a picco su un altro autore che ha giocato con la Provvidenza: “Provvidenza” era la barca dei Toscano, nei Malavoglia, e “l’Ostrica” era la filosofia alla base del testo verghiano. L’Ostrica di Verga è la rassegnazione alla propria circostanza: l’apoteosi del “non lasciar la via vecchia per la nuova”; il ristagnare nella tradizione da parte dei poveri; e, per quanto verista e pieno di pietà/simpatia verso gli ultimi, “I Malavoglia” finisce per essere un romanzo anti-progressista. Un romanzo sulla paura del cambiamento. (Non credo esista niente di più opposto al “sogno americano” rispetto all’ostrica verghiana). L’Ostica è una filosofia che forse sta a metà strada tra la Provvidenza manzoniana e la Circostanza. Dico questo perché: Verga vede la circostanza (degli umili) e dice loro di adattarsi a essa, non per apportare dei cambiamenti alla propria vita, e migliorare la propria condizione, ma per rimanere sepolti nella sicurezza di una eterna ma tranquilla povertà voluta da Dio, ossia dalla Provvidenza che non avrebbe punito la ubris degli straccioni di Aci Trezza. L’accettazione della circostanza, da parte mia, non è una chiamata alle armi a favore del darwinismo sociale. Non è né un “Tiriamo avanti con fede, Dio ci aiuterà”, né un “Non lasciar la via vecchia per la nuova”, ma un “Cerca di capire dove e come sei nato, e cerca di fare del tuo meglio a partire da questa condizione di partenza, senza illuderti di essere nato con tre nasi su Marte”.

    Spero di aver detto qualcosa di sensato; sono un po’ stanchetto, in questo momento.😀

  18. acabarra59 Says:

    “ 8 febbraio 1994 – « 20 maggio 1932 – Letto nel Paris-Midi un fatto di cronaca che mi ha colpito assai. Un giovane ungherese si uccide a Budapest, tirandosi una pallottola alla tempia, ma non muore all’istante. Ha il tempo e lo strano coraggio di andare sino al lavabo e di farsi la barba, poi si corica nel proprio letto e attende la morte. Una tale cura di pulizia in una circostanza simile m’è sembrata un fatto singolare. » (Julien Green, Journal) “. [*]
    [*] Lsds / 453

  19. Giulio Mozzi Says:

    Peraltro, Francesco, la Provvidenza agisce nella circostanza. Vedi quanto sono determinanti, rispetto alla romanzeria coeva, le “circostanze” dei personaggi manzoniani. Balzac, per dire, descrive benissimo gli ambienti: ma poi – da buon allievo e rivale di Molière – fa agire tutti i suoi personaggi come degli esaltati in preda alle passioni. Renzo, Lucia, Agnese, Perpetua, quel capolavoro che è don Abbondio, don Rodrigo, quell’altro e maggiore capolavoro che è Gertrude (“Gertrude, ovvero storia di una circostanza”: così si potrebbe titolare) l’Innominato, eccetera, sono tutti personaggi che fanno quello che possono. La Provvidenza non avviene mai soprannaturalmente: la stessa conversione dell’Innominato è tutta presentata come l’esito addirittura naturale di una serie di fatti ed eventi.

    E pure la circostanza, fornendo a ciascuno attraverso le determinazioni un qualche “destino”, è una sorta d’inconsapevole e insensata Provvidenza…

    Scrivi:

    La mia visione è forzatamente realista, materialista e nichilista.

    Leggi come finisce I promessi sposi:

    Il bello era a sentirlo [Renzo] raccontare le sue avventure: e finiva sempre col dire le gran cose che ci aveva imparate, per governarsi meglio in avvenire. – Ho imparato, – diceva, – a non mettermi ne’ tumulti: ho imparato a non predicare in piazza: ho imparato a guardare con chi parlo: ho imparato a non alzar troppo il gomito: ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte, quando c’è lì d’intorno gente che ha la testa calda: ho imparato a non attaccarmi un campanello al piede, prima d’aver pensato quel che possa nascere -. E cent’altre cose.
    Lucia però, non che trovasse la dottrina falsa in sé, ma non n’era soddisfatta; le pareva, così in confuso, che ci mancasse qualcosa. A forza di sentir ripetere la stessa canzone, e di pensarci sopra ogni volta, – e io, – disse un giorno al suo moralista [cioè a Renzo, appunto], – cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercar me. Quando non voleste dire, – aggiunse, soavemente sorridendo, – che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi.
    Renzo, alla prima, rimase impicciato. Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c’è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia.
    La quale, se non v’è dispiaciuta affatto, vogliatene bene a chi l’ha scritta, e anche un pochino a chi l’ha raccomodata. Ma se in vece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta.

    Capito? I “guai” possono venire “per colpa o senza colpa”, e “la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani”; la “fiducia in Dio” non li elimina, non li cancella, ma al massimo “li raddolcisce” e “li rende utili per una vita migliore”, che sarà poi – immagino – anche la vita nell’aldilà, nell’altrove assoluto.
    Ora, se i guai possono venire per colpa o senza colpa, non c’è Provvidenza; non c’è Giustizia; c’è un creatore che colpisce alla cieca. E l’unico rimedio fornito dalla fede è: credere che quel colpire alla cieca sia Giustizia (e anche Misericordia, ve’).
    Sarà stato cattolico, romantico e illuminista, l’Alessandro Manzoni: ma proprio nell’ultima pagina s’è fatto scappare (o ha collocato astutamente?) il non-detto di tutto il suo romanzo. Che si chiude così in un precipizio nichilistico (perché, se la Provvidenza non provvede, o provvede alla cieca, ma che Provvidenza è? E’ un’atroce burla).

  20. acabarra59 Says:

    “ Venerdì 31 luglio 2015 – Fra i libri che ho portato con me, quest’estate c’è anche La vita istruzioni per l’uso. Così mi provo a leggerlo, questo Perec « d’annata » (1978), anche se quella che ho fra le mani è l’edizione Bur Contemporanei del gennaio 2005 – l’ho comprata di recente in qualcuno dei soliti mercatini etc.. Se dico « provo » è perché non sono sicuro che ci riuscirò, come non ci sono riuscito le altre volte – più d’una, negli ultimi trent’anni – in cui ne ho cominciato la lettura, ma non sono riuscito ad andare oltre le prime pagine. Forse la verità è che io non sono un vero lettore di romanzi, tantomeno di quelli, per così dire, « sperimentali ». Apprezzo l’« architettura », è vero, sono sicurissimo che è un libro « importante », e, in generale, Perec come autore e anche come personaggio mi è assolutamente « simpatico ». Ho cominciato a leggerlo presto, molto prima che la casa editrice Boringhieri lo « scoprisse », molto prima che i giornalisti imparassero a fare i titoli con la formuletta « istruzioni per l’uso » etc. Quando venni a sapere che era morto, pensai che forse era comunque troppo tardi, dico per scrivere, ma anche per leggere etc. Comunque comincio. Leggo, sotto l’epigrafe, prima del Preambolo: « L’amicizia, la storia e la letteratura mi hanno fornito qualcuno dei personaggi di questo libro. Qualsiasi altra somiglianza con persone viventi o vissute nella realtà o nella finzione, è pure [sic] e semplice coincidenza. ». E a questo punto succede qualcosa, succede che mi accorgo di non avere più voglia di leggerlo, anzi, sono sicuro che non lo leggerò. È bastato quel « pure », una circostanza minima, un refuso da niente, una quasi invisibile macchia, a disamorarmi, a spegnere il mio, modesto, slancio. Naturalmente la colpa non è di Perec, ma, casomai, della signora/ina Rosaria Carpinelli, direttore responsabile del periodico settimanale Bur. Ma tant’è, come direbbero i giornalisti, responsabili o no: io, ancora una volta, non leggerò La vita istruzioni per l’uso. Forse per leggere bisogna essere costretti a farlo. Come a scuola. Come la mia quasi-nipotina che deve leggere l’Iliade, di Alessandro Baricco. Anzi dovrebbe, perché mi accorgo che ha già smesso. L’hanno chiamata le amiche: vieni a giocare a burraco… A me, visto che a me, per ora, non mi ha chiamato nessuno, non resta che continuare a chiedermi perché non riesco a leggere quello che vorrei, a leggere quello che dovrei, a non-leggere, insomma… “ [*]
    [*] Lsds / 454

  21. Maria Luisa Mozzi Says:

    Giulio, mi sembra però che la Provvidenza per Lucia sia una motivazione in più, esterna e fortissima, per agire nella circostanza con tutta la fiducia possibile. La butto giù facile facile: il cattolicissimo “aiutati che il Ciel ti aiuta” non ha nulla a che fare, mi sembra, con la circostanza de La circostanza.

    Non intendo darti torto: che il narratore de I promessi sposi la racconti diversamente è senz’altro vero.

  22. Giulio Mozzi Says:

    Maria Luisa: Lucia però, mentre sta nel castello dell’Innominato, decide di “forzare la mano” alla Provvidenza (facendo voto di rinunciare “a quel poveretto” se la Madonna la farà uscire di lì, se non viva, almeno non stuprata). Il voto (di scambio, mi verrebbe da dire) è un cedimento della fede; è il tentativo di fare oggetto di “contratto” ciò che la Provvidenza elargisce, in realtà, se e come vuole.

    E’ la vecchia storia di Giobbe: che, dal suo mucchio di letame, senza sapere che è stato ridotto come è stato ridotto in conseguenza di una scommessa tra il Signore e il Diavolo, interroga e domanda: “Come può essere giusto ciò che mi è successo?”. Finché il Signore gli risponde: “Quello che faccio io è giusto perché lo faccio io” (assumendosi, en passant, anche la responsabilità delle azioni diaboliche).

    Nel finale dei Promessi i nostri due eroi fanno un tentativo, modesto e apparentemente tranquillizzante, di avvicinarsi al pensiero che i “guai”, quand’anche non abbiano l’aspetto di conseguenze delle loro proprie azioni, rientrano in un piano di Giustizia disumana. Ma non ce la fanno, e devono accontentarsi di un palliativo.

    Che poi quello tra Provvidenza e circostanza sia un po’ un gioco di parole per stuzzicare l’intelletto: senz’altro.

  23. Maria Luisa Mozzi Says:

    Eh, ma è proprio la fiducia verso la possibile efficacia del voto che fa la differenza. Lucia non ha a disposizione, nel suo immaginario, solo quello che le sta intorno, diciamo la situazione reale, ma anche una Madonna a cui fare un voto e a cui affidarsi.

    Ok, però, meglio chiudere il piccolo gioco dell’intelletto.

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