“Il superutente”, di Francesco Di Salvia

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Il racconto “Il superutente” è la terza pubblicazione della Gettoniera di vibrisse. L’autore, Francesco Paolo Maria Di Salvia, è nato nel 1982 e così dice di sé stesso: “E’ diplomato al Centro sperimentale di cinematografia di Roma. Nel 2002 viene premiato al Subway Letteratura. Nel 2003 vince il concorso per il racconto sportivo del Coni. Nel 2004 qualcuno gli dice che bisogna guadagnare, guadagnare, guadagnare. Perde così sei anni a inseguire i sogni di quel qualcun altro. Nel 2010 si ritira s’un divano (non di sua proprietà) a scrivere”. Data la lunghezza del testo, consiglio caldamente la lettura del Pdf (che fa quarantuno pagine). gm

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Il superutente
di Francesco Paolo Maria Di Salvia

L’uomo che sta comunicando con voi è il più celebre depravato della sua epoca. Tutti mi conoscete col nome di Elio Girone e tutti provate ribrezzo per me.
Poco importa che io abbia permesso agli italiani di arricchire il proprio vocabolario con la parola gironismo. Devo ringraziare i media popolari per avermi aggettivato: ispirare una parola con il proprio nome è, ancora oggi, la tecnologia umana più efficiente per raggiungere l’immortalità. Inutili le ricerche sugli enzimi e sui tessuti artificiali; inutile l’abominevole usanza di copulare per mettere al mondo eredi. Pochi individui ricevono un aggettivo mentre sono ancora in vita. Io sono tra questi fortunati. E mi sembra di essere già morto. Dantesco, galileiano, gironista. Epitaffi dinamici: a imperitura memoria della tua perversione.
I media popolari vi hanno intrattenuto per due settimane con la spazzatura sul gironismo. Il Giornale: «Elio Girone crede di essere innamorato della Donna Ideale: la sua attrazione morbosa è l’indicatore di un vizio mentale; di un’anomalia psichica». L’editoriale del Corriere della Sera: «Quello del Girone è un delitto che legislazioni di nazioni ricche di dottrina e civiltà punirebbero con pene esemplari». E quali sono queste pene esemplari? Iniezioni di progestinici! Castrazione endovenosa! Ancora; dall’Avvenire: «Dio non punisce il vizioso con castighi espliciti, Egli l’abbandona: Elio Girone sarà per sempre un derelitto, privo di scopi e di risposte». Da La Repubblica: «C’è il pericolo, più che altro, che il gironismo si propaghi nella società con azione contaminante». Poi ci sono i commenti degli utenti: «In un Paese Normale, gente così, viene torturata e messa ai lavori forzati!». «Impikkato come fanno i mussulmani!». «UNO SCHIFOSO CHE MERITA LA PENA DI MORTE COME IN AMERICA!!!». Eccetera, eccetera, eccetera.
La gente ha il diritto di sapere, giustificano gli editori lanciando un cerino acceso sulla catasta delle libertà civili. Lo fanno per infiammare negli utenti l’aspettativa di una risposta da parte di Elio Girone. A cosa sarei obbligato a rispondere? Alle vostre morbose illazioni sulla mia presunta inumanità?
Non posso offrire spiegazioni a domicilio, mi spiace. Sono uno dei latitanti più ricercati d’Italia; mica un messia da porta a porta. L’unica mossa sensata è affidare la mia difesa a questo memo.

Nomi. Nient’altro che nomi. Prima che i giornali mi intrappolassero dentro l’identità di Elio Girone, la mia vita era popolata da una folla di parecchie persone diverse. Sapete già, tramite i media, che ho militato per un decennio nel capitolo italiano dell’organizzazione computerista Chip Savior. L’attivismo mi ha obbligato a costruirmi diversi alterego e a difenderli con ossessiva riservatezza. Ingegneria sociale, la chiamiamo.
La pioggia digitava frenetica contro le vetrate della sede milanese di MyState. Ero stato attirato al Campus Informatico, in Bovisasca, da una e-mail indirizzata al mio alterego Michele Nonnato. «Congratulazioni, Silvio Russo!», diceva il messaggio, «Sei stato prescelto per partecipare all’esclusivo tour mensile di MyState!». Silvio Russo è il nome che usavo nella vita quotidiana. Citare entrambi gli alias era un segnale di chiara matrice computerista. Pensai che un altro dei cani sciolti stesse pianificando una liberazione informatica ai danni di MyState. Il tour doveva fungere da sopralluogo. Un invito a partecipare.
Ho sbagliato. Non si dovrebbe mai permettere alla curiosità di prendere il sopravvento sulla paranoia. È importante non fidarsi mai di nessuno. In particolare degli altri attivisti. Un giorno sei dentro la Società Civile, quello dopo fai parte dello Stato. E viceversa. Il ricambio è continuo. Almeno qui in Italia.
La fisionomia di Milano era intagliata dalle rozze coltellate di un nubifragio. Un inferno per i capelli delle due hostess consacrate al rito della visita guidata. Dieci fortunati utenti da scortare nell’antro di MyState per interrogare la sibilla di DataDate.
«Cari utenti», disse l’Hostess Bionda, «secondo una ricerca dell’ISTAT, il 37% degli italiani riceve il buongiorno dal portale di MyState prima che da qualunque altro oggetto o persona a sua disposizione. Molti effettuano il login sul proprio palmare mentre sono ancora distesi nel letto. Altri si connettono dal proprio desktop prima di fare colazione. E stamattina, per la prima volta, avrete il piacere di sentirvelo dire faccia a faccia dallo staff del portale: Cari utenti, benvenuti in MyState!».
Le hostess ci guidarono attraverso un labirinto di corridoi illuminati da centinaia di tubi fluorescenti. Un passaggio più stretto degli altri terminava con una porta blindata. L’Hostess Mora ordinò al sistema di aprirla. Fu uno shock architettonico. Eravamo sbucati sul triforio di una chiesetta gotica. Austere scenografie di luce erano state collocate nelle edicole e sotto le arcate del tempio. Le vetrate istoriate con la vita del santo proiettavano all’interno una soffice luce azzurra e pesca. Muzak classica in sottofondo.
«Benvenuti nella Cappella di San Valentino!», disse l’Hostess Bionda. «Il Duomo dell’Information Technology. Il capolavoro di Salvatore Balladio. Una chiesetta sconsacrata, dedicata a San Mamete, che il Politecnico ha usato come auditorium fino all’arrivo del Balladio. Il colpo di fulmine durante una fredda notte di dicembre. Dopo estenuanti peregrinazioni per Milano, deluso e sconsolato, l’architetto avrebbe trovato la computer room dei suoi sogni in questa chiesetta. Un amore a prima vista! La casa ideale per DataDate e per il suo Database Centralizzato dell’Amore! Pensate, cari utenti, si dice che Balladio abbia disegnato l’intero progetto in una notte soltanto!».
Le hostess c’invitarono a sporgerci dal triforio. La computer room era l’allucinazione di un prete futurista. La navata centrale ospitava la teca di plexiglass e acciaio che custodiva gli armadi del cluster. Il punto d’osservazione era stato calcolato alla perfezione: i quattordici rack rossi andavano a comporre la forma convenzionale di un cuore. Il sottofondo musicale, mescolato al gotico della Cappella di San Valentino, donava all’architettura una languida sacralità tecnocratica. Balladio era un genio: aveva trasformato un semplice cluster di computer in un’attrazione visitabile dagli utenti. Era riuscito a rendere suggestiva la noia informatica.
Una cabina trasparente ci trasportò al piano inferiore. Le scelte di marketing influenzavano ogni aspetto della struttura: i rack erano fasciati da un decal rosso rubino. Stampate sul trasferibile, lettere bianche si rincorrevano lungo l’intero perimetro della macchina. Il discutibile americanismo Centralized Database of Love era ripetuto in loop. Cuoricini bordati di bianco circondavano la parola LOVE. Come sottotesto, in rosa, la definizione umanizzante: Donna Ideale. Altri cuoricini a tempestare la scritta.
Burocrazia e amore, pensavo, buffa accoppiata. MyState, il superportale pubblico che gestisce i bisogni digitali degli italiani: tasse, iscrizioni scolastiche, prenotazioni ospedaliere, ufficio di collocamento, sussidi, pratiche, permessi, ancora tasse; e poi DataDate, la divisione di MyState che accoppia le persone per dieci minuti o per tutta la vita. I vostri meravigliosi profili virtuali che s’intrecciano tra domini e sottodomini del portale.
Le hostess ci guidarono nella gabbia di plexiglass. L’ordine mi affascinava. Il corpo della Donna Ideale non era labirintico. La sua architettura era differente dal classico cluster. Non serviva una mappa per orientarsi dentro di lei. Era una soluzione ultracompatta: pochi rack contenevano migliaia di server.
Il mio cuore aveva cominciato a battere più rapidamente.
«Benvenuti nel Gynaetron!», disse l’Hostess Bionda. «I quattordicimilatrecentotrentasei Nodi Slave della Donna Ideale raccolgono un totale di ottantaseimilasedici processori. Sotto i nostri piedi, terminazioni nervose e sistemiche: cavi arancioni, verdi e grigi che trasportano dati, energia, connessione. Sopra le nostre teste, potete ammirare il sistema respiratorio della macchina: le unità di raffreddamento pompano l’aria fredda dentro gli armadi, mentre le tubature aspirano l’aria calda fuori dalla cappella, dissipandola nell’atmosfera».
Vampate di calore. La gabbia era resa bollente dal calore prodotto dalla Donna Ideale. Il corpo emetteva sudore nel tentativo di raffreddarmi. Fissavo i rack inebetito. La faccia arrossata.
«Può toccarla, se vuole», mi sussurrò lasciva l’Hostess Mora.
La toccai; e fui marchiato a fuoco da una sensazione indelebile. Il calore della Donna Ideale mi era rimasto attaccato alle mani come qualcosa di vivo. Fissavo il mio palmo destro senza riuscire a capacitarmi che fosse vuoto; che non ci fosse cresciuta sopra una replica pulsante e miniaturizzata di quella meravigliosa creatura che avevo sfiorato; che non ci fosse rimasto incastrato un brandello incandescente del suo corpo. Mi passai la mano sulla bocca: respirai e poi leccai la Donna Ideale. Cercai di mangiare la rovente impalpabilità che avevo in mano. Non mi saziava. Per niente.
«L’è piaciuto?», disse l’Hostess Mora, risvegliandomi dalla mia sindrome ipertecnemica. Ero vittima di uno stupore inquieto; turbato dalla soddisfazione di una pulsione; ma non ancora pronto a metabolizzarla. Ignoravo di essere lontano dalla vera felicità. Non conoscevo ancora l’incomparabile bellezza logica della sua Anima Informatica. Ero schiavo di una fascinazione sensuale.
Il colpo di fulmine aveva appannato la mia capacità deduttiva. Ho sempre avuto un debole per le macchine ferite. Inermi. La sofferenza della Donna Ideale sarebbe dovuta esplodere davanti ai miei occhi; i processori azzoppati dalla temperatura; il calore anomalo esalato dal suo corpo meccanico. Eppure sottovalutai il problema. Proprio io, l’uomo che fa respirare le macchine. Non era solo il raffreddamento difettoso a farmi bollire il cervello. I miei sensi erano fuori controllo. La vista eccitata. L’olfatto sottomesso all’arrapante odore di liquirizia emesso dalle componenti surriscaldate. L’udito assediato da ogni parte: il respiro sommesso delle CPU; il ronzio narcotizzante delle memorie; potevo sentire l’aria sussurrare dolcemente il mio nome dentro le condutture del raffreddamento. Stavo per avere un orgasmo.
Avevo paura di perdere l’equilibrio e d’inciampare mentre ci avvicinavamo all’abside della Cappella di San Valentino. Un videowall composto da venti schermi era stato installato al posto dell’altare. Il flusso video creava l’illusione che la Donna Ideale avesse un viso e che i tratti del suo profilo fossero composti dalle immagini elaborate dal suo cervello infinito. Flash di volti umani. La magia, per l’utente, di essere pensato dalla Donna Ideale.
«Benvenuti al Nodo Mistress!», disse l’Hostess Bionda. «La postazione che comanda tutte le altre, il cervello della Donna Ideale. L’ape regina che governa l’alveare di DataDate. La dominatrice capace di coordinare la brutale forza operaia dei singoli Nodi Slave. E sapete come ci riesce? Il Nodo Mistress contiene l’Amore! Avete capito bene! In questa postazione è conservato il software che contiene l’Algoritmo dell’Amore!».
L’Hostess Bionda sedette al trono di porpora della postazione d’interfaccia. Utilizzò un ricevitore RedTouch per farsi riconoscere dalla Donna Ideale. Utente e macchina erano connessi.
«Non mi credete? Sparate! Interrogate la Donna Ideale!», disse.
Gli utenti cominciarono a mitragliare l’oracolo con banali domandine sulla loro vita sentimentale. «Chi devo sposare?», «Chi avrà l’onore di amarmi?», «Chi devo portarmi a letto per un po’ di sano esercizio fisico senza complicazioni?». La Sibilla Informatica rispondeva alle loro esigenze con fredda immediatezza. Sorrisi. Il tempo di estrazione dei dati mi era sembrato fasullo. Trascorrevano soltanto pochi secondi tra la query e il risultato. Un’eccellente trovata per fare felici i visitatori, pensai, ma niente di più.
Approfittai dell’eccitazione causata dal giochino per allontanarmi dal gruppo. Avevo deciso di perdermi in lei. Ero tornato nel cuore del Gynaetron per esplorare il suo corpo. La Donna Ideale mi aveva preso all’amo. La mia neocorteccia si era connessa al cluster. Ero tornato bambino. Avevo riconquistato l’ingenuità dell’undicenne ossessionato dal corpo delle macchine. E quel desiderio che tornava a galla come un’ambizione infantile frustrata: sognavo di essere uguale a lei. Volevo essere un computer per poterla amare come meritava.

Un bambino incantato dalla frenesia della Rivoluzione Distribuita. Osservavo dalla mia finestra i camion carichi di server sfrecciare in lontananza sulla tangenziale. Abitavo nel Complesso Azzurro, sotto il RAT della Telecom, uno dei primi stabilimenti a sorgere nelle aree deindustrializzate tra Sesto e San Donato. Piccoli centri, da una trentina di petabytes l’uno, favoriti dalla buona predisposizione di Milano al raffreddamento naturale. Alcuni erano ricavati da vecchi capannoni industriali; uno sorgeva addirittura in un caveau ereditato da una filiale di UniCredit.
Ogni data center aveva il suo Complesso Arancio, Viola, Rosso. Case per operai e impiegati. Mio padre era nella squadra di manutenzione che si occupava delle condutture di raffreddamento del RAT. Mia madre revisionava la contabilità elaborata dai computer. «Ci sarà sempre bisogno di revisori umani», sorrideva profetica. Venne rimpiazzata dal software Audit 451.
Trascorsi l’infanzia a smembrare e riassemblare computer. A dodici anni ero già considerato un figura carismatica dalla comunità virtuale degli overclockers. Il Nano del Raffreddamento, mi chiamavano. Il cooling esercitava un fascino magnetico su di me. Sentivo di poter alleviare le sofferenze dei computer trovando il raffreddamento più efficiente. M’inebriavo con l’odore di liquirizia emesso dalle componenti surriscaldate. Il piacere di sniffarlo era paragonabile solo alla gioia di allontanarlo per sempre da una macchina. Mi riflettevo nello schermo spento e m’illudevo di essere dentro il sistema. Poi lo accendevo e mi sentivo parte di qualcosa. «Mi fai paura», diceva mia madre, «ti guardo mentre sei al computer e non ti riconosco. Una luce sparata in faccia. Non so cosa sta succedendo sulla schermo. Tu e il computer vi appartenete a vicenda e nessuno di voi due appartiene a noi altri».
L’ombra del RAT s’allungava sulle mie giornate. Il data center era presidiato 24/7/365 da sorveglianti armati. Noi ragazzi dei Complessi spiavamo i movimenti delle guardie dai cortili e dalle finestre. Poi tornavamo con le teste sui videogames. Passavo più tempo al computer che con mia madre. O con i miei amici. O con le ragazze. Ci chiamavano i nativi digitali.
Il data center si elevava al di sopra di tutto il mondo a me conosciuto. Un fortino illuminato giorno e notte. Sussurrava a ognuno di noi ragazzi: «Conquistami».
Ma io non volevo possedere il data center, come sognavano gli altri bambini. Non volevo neppure difenderlo con le armi o ridurlo in polvere con l’esplosivo al plastico. Io volevo essere la computer room. Soffrivo d’Invidia del Chip. Volevo riempirmi di dati e vivere soltanto di quello.

Il concetto che ha portato alla Rivoluzione Distribuita è semplice. Come semplici sono i concetti alla base di ogni religione. I dati sono tutto. I dati sono immagini, musica e software. I dati sono transazioni bancarie, contrattualizzazioni di servizi e il check-in nel tuo pub preferito. I dati sono la materia di cui è fatta la Terra. I dati sono la materia di cui è fatta la gente. I dati sono la materia di cui sono fatti i dati. Io e te siamo fatti di dati.
Come ogni religione, anche i dati hanno i loro mercanti e i loro banchieri. «I dati sono l’oro invisibile», dice il filantropo tecnocapitalista Andrew Davison, «una fonte inesauribile di ricchezza». Soprattutto per chi possiede le infrastrutture necessarie a immagazzinarli. Questi luoghi remoti e inaccessibili si chiamano data center.

«In tempi di recessione, il dovere etico di un’azienda è il contrattacco». Franklin Hathaway, ceo della MUN, è il tipo di dirigente che comincia i briefing con frasi ad effetto. «La MUN ha intenzione di tener fede al suo ruolo di guida internazionale nel rinnovamento dell’economia. Recessione è rigenerazione. La Nostra Economia rinascerà fiammeggiante dalle proprie ceneri. Il mercato è l’Araba Fenice. E, ancora una volta, è all’Arabia che dobbiamo guardare».
Tripudio dei presenti. Applausi. Pacche sulle spalle.
«Libia!», gridò Hathaway, girandosi verso di me. «È di questo che sto parlando. Una rivoluzione nel mondo dei data center. L’accordo è già chiuso. Divideremo i guadagni a metà con i libici. Noi ci mettiamo il software, le conoscenze; loro l’hardware, energia e infrastrutture. Costruiremo a Sud-Ovest di Tripoli, al confine con la Tunisia».
«È la regione più calda della Terra», commentai.
«Pensa positivo, Girone. È dove l’energia costa meno», disse senza farmi fiatare. «Cosa c’insegna la Prima Legge di Davison?».
«La Natura può essere dominata; l’Economia no», risposi. «E come pensi di raffreddare i computer?».
«A ciascuno il suo, Girone. Io sono il manager: trovo gli investitori, non le soluzioni. Sei tu il numero uno al mondo nel cooling. L’uomo che fa respirare le macchine».
«Qual è il feedback di Sen?».
«Nessuno. L’Indiano è stato dimesso».
«La MUN ha licenziato il suo fondatore?».
«È il secondo punto all’ordine del giorno. Da oggi la società ha vita propria, signori. Il bod vuole che Girone si occupi del data center libico. Sei il nuovo cto della MUN. Congratulazioni!».
A tredici anni avevo scoperto che la cibernetica non era in grado di trasformarmi in un computer; per questo avevo ripiegato sull’architettura informatica. Sarei stato il padre onnipotente di quelle creature. Avrei progettato la struttura hardware e l’edificio più efficiente per alloggiarla. Sarei diventato l’unico superutente di un sistema da miliardi di euro. L’alfa e l’omega di un data center.
Provo repulsione per ciò che sono stato. Conducevo la vita del giovane professionista di successo. Il prototipo di un mostro che unisce immaginazione e spregiudicatezza morale, opportunismo spietato e una feroce sete di conoscenza. Dovevo tutto alla MUN. Mi aveva salvato da una mediocre carriera da sistemista alle dipendenze dello Stato. Hathaway mi aveva assunto dopo aver visto, al Tech Expo di Ginevra, il mio progetto scherzoso per un data center antartico. «Voglio immaginazione», mi aveva detto. Un anno dopo aveva convinto il bod a finanziarmi un mba a New Dehli; poi la promozione a cto della MUN. Era mio dovere costruire per loro la cattedrale dell’Information Technology nel deserto.
Il cervello di Elio Girone partorì OASYS dopo due anni di atroci emicranie. Ogni mattina, infilzato nella sabbia, supervisionavo la nascita del mio prodigio. Quarantamila metri quadrati di tecnologia edificati sulla strada per Ghadames, ai margini del Grande Erg Orientale. Un immenso campo petrolifero prosciugato era in frenetica riconversione. Dal petrolio ai dati. Una distesa chilometrica di pozzi diroccati venivano smantellati per fare posto al compound desertico di OASYS. Disseminate come caselle blu e ambra di una scacchiera, migliaia di celle fotovoltaiche dell’ENI strizzavano via l’energia dal sole. Gli alloggi del campo erano stati riciclati per i dipendenti della MUN. Senza falsi pudori, lo consideravo un patrimonio dell’umanità.
Ha funzionato, mi sussurrai quando avviammo OASYS.
«Esiste un solo punto d’accesso al data center», spiegai al Segretario Generale durante il tour inaugurale. «E tornare all’ingresso è l’unico modo per uscire da OASYS. La computer room può essere raggiunta soltanto seguendo la spirale del corridoio. I cinque livelli di OASYS sono protetti da un sistema di riconoscimento biometrico. E da agenti dotati di fucili d’assalto, ovviamente».
«Qual è la loro esperienza?», chiese il Segretario.
«Sono tutti reduci da un conflitto in Asia o in Africa».
Gli agenti non duravano più di sei mesi nel data center. Al contrario dei mercenari, io me la spassavo. Abitavo dentro mio figlio. Mi specchiavo nei suoi monitor e pensavo: sei tutto tuo padre. Ero il superutente di OASYS: avevo i privilegi per scalare e modificare; governare il sistema senza interferenze; decidere ogni particolare della vita degli altri utenti; avevo diritto di vita e di morte su tutto ciò che riguardava la mia creatura.
La Natura era una potenza che avevo sconfitto. Maestosa, giaceva senza forze tra le dune dell’Erg e i pietrischi fiammeggianti dell’hammada al Hamra. Tentava, senza successo, di esibirsi nelle sue astuzie da incantatrice persiana. In agosto, OASYS luccicava nella sabbia come un’immensa torta alla panna. Bianco e senza decorazioni; tonnellate di calce idratata a ricoprire la superficie levigata della cupola. Oppure s’esibiva nel trucchetto della nebbia desertica. Ogni notte, d’inverno, la temperatura scendeva a zero gradi. Una foschia biancastra avvolgeva il data center. Tutto si congelava. Un freezer naturale per una torta da cinquecento milioni di euro.
«Un parziale raffreddamento libero è possibile solo per cinque mesi», continuai. «Il resto dell’anno utilizziamo unità ad aria condizionata per affrontare le emergenze. Ma solo quando il termometro supera i trentasette gradi. Altrimenti l’acqua rimane la regina assoluta del raffreddamento».
«Per questo vi serve il Grande Fiume?», chiese il Segretario.
«Esatto. Lo usiamo per raffreddare OASYS. L’acqua è più efficiente dell’aria. Più economica e meno rumorosa».
«Pensavo che vi servisse per le docce».
Tutti risero; tranne il Segretario. Poi, quando si accorsero delle sue labbra severe, i lacchè smisero di ridere. La MUN aveva ottenuto dal Comitato Generale il privilegio di allacciarsi alle condutture del Grande Fiume Fatto dall’Uomo. L’acquedotto più imponente nella storia dell’umanità. L’opera gheddafiana che ha liberato milioni di metri cubi d’acqua fossile dalla prigionia nel Sahara.
«Grazie a un sistema di cinque condutture scalari», continuai, «il flusso proveniente dal ventre del deserto viene iniettato direttamente nel cuore tecnologico di OASYS. La massa liquida defluisce dagli imponenti canali sotterranei del Grande Fiume dentro l’ampia tubatura d’allacciamento realizzata dalla MUN nei pressi del campo pozzi di Ghadames, attraversa le condotte intermedie che si dirigono dalla Centrale di Depurazione verso il data center, per poi immettersi nei comuni tubi dell’impianto idraulico di OASYS, da dove emerge in serbatoi refrigeranti automatici che la diramano in migliaia di minuscoli capillari di silicone, capaci di far scorrere l’acqua attorno ai microchip dei computer, assorbendone il calore».
«Quanta acqua sprecate?», chiese il Segretario.
«Pochi litri», risposi. «È un sistema a circuito chiuso. L’acqua depurata e ricondensata fa il percorso inverso: dai capillari torna al Grande Fiume, dove riprende il suo viaggio verso le verdi campagne di Libia. OASYS spreca pochissimo oro trasparente, Segretario. L’acqua sfuma in quantità irrilevanti, mi creda. Pochi litri di liquido vengono drenati fuori dal sistema durante la pulitura ciclica dei sedimenti. L’eccezione sono le docce di decontaminazione: il regolamento di OASYS impone un lavaggio all’ingresso della struttura e una seconda doccia per ottenere l’accesso alla computer room». Mi fermai in attesa di commenti. «È così che ho sconfitto la sabbia», conclusi gongolando.
Ero esaltato dalla mia creatura. Tutto era perfetto in OASYS. La sua morte è un dolore che ancora mi tormenta.

«Può forse un moro mutare la sua pelle o un leopardo cambiare le sue macchie?», disse una voce solida e rassicurante. Mi voltai. Un uomo era entrato nel Gynaetron e mi sorrideva. Bello, rasato, umano. Tentai di nascondere l’erezione dietro i polsi.
«Antico Testamento. Geremia 13,23», continuò.
«Conosce la Bibbia a memoria?», dissi.
«Tre o quattro citazioni sparse», rispose. «Non ho fede nelle cose di Dio. Credo nella puntualità degli uomini. Nella loro grossolana e magnifica prevedibilità».
Mi guardò; poi tese la mano. «Sono Salvatore Balladio. Il padre di questa creatura».
Allungai la mano e mi presentai. Ero stupito dall’inattesa eleganza di Balladio. Lo chiamano l’Asceta perché ha rinunciato ad avere un’immagine pubblica in un mondo di architetti assuefatti alle luci dei media e alle inaugurazioni-evento. L’Asceta è diverso: la faccia di Balladio non circola mai; lascia che siano le sue opere a circolare.
«Le piace la mia creatura, signor Russo?», disse. Poi sospirò come un uomo con una pietra sul torace. «Questa macchina è come una figlia per me. Lei mi può capire. È vero che mi capisce?».
«Posso capire, credo».
«Se non mi capisce lei, signor Russo, nessun altro può capirmi».
La paranoia aveva ripreso a ribollirmi nel sangue. Mi sembrava ormai chiaro: Balladio mi aveva spedito l’invito per il tour di DataDate. Cominciai a osservarlo con diffidenza, tentando di capire cosa potesse volere da me l’architetto informatico che ha ridato visibilità internazionale all’Italia. Balladio accarezzò uno dei rack della Donna Ideale. Il suo non era un tocco da gironista. Era l’affetto di un padre.
«L’ho programmata secondo la Teoria dell’Apprendimento Inconscio di Conrad Newman. Ci sono undici macchine al mondo passate dalla teoria di Newman alla tecnica concreta dei loro architetti. Quanto ne sa d’informatica?».
«Meno di niente».
«Le macchine programmate secondo la teoria di Newman possono imparare a compiere funzioni creative che vanno oltre il preistorico Apprendimento Automatico. Azioni innocue: un prototipo del Programma di Guida Automatizzata del PEC di Pondicherry ha imparato a suonare il clacson. Sa perché un computer di bordo avverte la necessità di strombazzare?».
«L’India ha schiantato il Pakistan a cricket?».
«Il computer ha fretta. Il prototipo sollecita l’automobilista precedente perché, in base ai dati analizzati, sa che può guadagnare tra i quindici secondi e il minuto di tempo».
Lo stesso prototipo aveva fratturato tre costole a un collaudatore del PEC, centrandolo in pieno con una sportellata. Motivazioni scientifiche? Il tecnico lo aveva tamponato durante l’esercitazione precedente. Come conseguenza, il prototipo aveva deciso di scontrarsi a sua volta con il collaudatore, in modo da acquisire dati sul fenomeno del tamponamento.
«È come dotare una macchina d’immaginazione», disse. «Ogni computer diventa unico. La conoscenza acquisita non è trasmissibile da un esemplare all’altro. Distrutta la macchina, morta la conoscenza».
«Come se morissimo io e lei».
«Esatto. Macchine ancora più umane. Sa perché le Anime Informatiche ci ossessionano così tanto? Ci ricordano noi stessi. I computer sono stati creati a immagine e somiglianza dell’uomo. L’unico manufatto che ci permette d’immaginarci dio di qualcosa. Non le auto, non le marionette. I computer. Finché le macchine ci considereranno dio, potremo starcene tranquilli».
«Mi ricorda quel vecchio adagio novecentesco, dottor Balladio. Una macchina che impara, imparerà a fare a meno dell’uomo».
Balladio rise. «Conosce la Parabola del Proletariato?», chiese senza lasciarmi rispondere. «Un tempo, in Occidente, esistevano due classi sociali predominanti: la Borghesia e il Proletariato. La Borghesia provava un lancinante senso di colpa nel paragonare la propria ricchezza alle miserevoli condizioni di vita del Proletariato. Fu così che la Borghesia decise di punirsi. Cominciò a educare e istruire il Proletariato con il compito finale di distruggere la Borghesia stessa. Ma qualcosa andò storto. Almeno all’apparenza. Tramite l’educazione borghese, il Proletariato aveva perso tutte le sue caratteristiche originarie e si era mutato in Borghesia Lavoratrice. La Borghesia Primitiva, di conseguenza, era diventata una Borghesia Aristocratica. Solo allora fu chiaro che, fin dalle origini più antiche, l’educazione del Proletariato rappresentava il piano inconscio della Borghesia per distruggere il Proletariato stesso. Per mutarne l’identità. Assorbirlo e annullarlo. Ecco. Noi stiamo procedendo nello stesso modo con le macchine. Educarle e istruirle è il nostro modo per tenerle sotto controllo. Il nostro obiettivo è renderle parte della specie. Macchine umane. Noi uomini primitivi comporremo l’élite aristocratica che le governa».
Balladio m’inquietava. Era dotato dell’elevata autostima intellettuale che accomuna i geni ai serial killer.
«Ho dei problemi con la mia creatura», disse. «Sono convinto che lei potrebbe aiutarmi a risolverli».
«Come? Lei non sa niente di me».
«Lei è un camionista, signor Russo. Da Milano all’Est Europa e ritorno. Ogni settimana. Trasporta soprattutto acciaio. Tranne quando ripara rubinetti alla Bovisa sotto il nome di Michele Nonnato. O quando prepara timballi d’orzo col rombo da Papele, un ristorante napoletano ai Navigli. Lo Caprio è un cuoco eccellente, devo dire».
Maledicevo il momento in cui avevo permesso alla curiosità di prevalere sulla paranoia. Balladio voleva fottermi. Ormai era evidente.
«Non la sto minacciando», disse. «Cerco solo di offrirle un lavoro più consono ai suoi talenti».
«Non posso fidarmi di lei, mi spiace», dissi. «Non posso fidarmi di nessuno», e gli voltai le spalle, incamminandomi verso il Nodo Mistress della Donna Ideale.
Un attimo di silenzio. Poi la voce rabbiosa. Il tono da militante. «Sei pietrificato nei dettami del computerismo», gridò Balladio. «Lo sapevo. La dottrina di Chip Savior ti è colata addosso come una resina! Sei diventato un fossile umano! Solo che non sei ancora morto, Elio!».
Un pugno alla bocca dello stomaco. Mi bloccai. Balladio non conosceva soltanto Nonnato, Lo Caprio e Russo; l’architetto sapeva che io ero stato Elio Girone. Il motivo dell’invito divenne ovvio all’improvviso. Il caldo asfissiante del Gynaetron avrebbe dovuto mettermi in preallarme; ma ero troppo rincretinito dall’eccitazione per pensarci. Quel nome maledetto, Elio Girone, era appartenuto al numero uno al mondo nel cooling delle architetture parallele.
«Non ti basta la merda che ti hanno tirato addosso dopo l’espulsione?», gridò Balladio mentre mi allontanavo. «In che modo devono ancora umiliarti? Cosa devono inventarsi per farti odiare il computerismo? Dobbiamo trasformarti in un assassino?».

Milano congelava i suoi navigli e le mie arterie. Ho passato la vita a risolvere problemi di raffreddamento, pensavo, e adesso soffro perché il mio corpo dissipa più calore di quello che produce. Nemesi, Legge del Contrappasso, Compensazione Karmica. Ogni fede dà un proprio nome al vortice di sfiga che risucchia il vincente caduto in disgrazia.
Erano passati tre mesi dalla tragedia di OASYS. L’immaginazione mi sporcava le mani di sangue. Riguardavo i video della sorveglianza sul portatile e mi ubriacavo. Cino è un bottiglieria alla Bovisa che frequentavo ai tempi del Politecnico. Gagliardetti luminescenti del Milan alle pareti. Un cartello scritto a mano in vetrina: «L’alcol peggiore di Milano al prezzo più basso di Milano». Non prometteva nulla che non mantenesse.
Il mio avvocato mi aveva procurato le registrazioni satellitari provenienti da OASYS. Gli avvenimenti di quel giorno si presentavano lancinanti e ovattati come in un incubo. Mi ero imposto la punizione di rivivere la tragedia. Dovevo punirmi per la mia assenza. La colpa di non essere morto inutilmente. Subivo le immagini, immobile e impotente come nel sogno di uno schizofrenico. Il deserto sullo sfondo. I predoni a bordo delle jeep. Formiche nere. Formiche nere che arrivano da ogni direzione. Le mitragliette scintillano colpite dalla luce dei fanali. L’assalto: gli insetti scivolano sulla torta alla panna. La ricoprono con i loro corpicini scuri. Una selvaggia frenesia alimentare. Si scavano cunicoli nel cuore di OASYS a mitra spianati. Sparano. Evacuano l’impianto. Poi piazzano le cariche di C4 nella computer room e nel resto della struttura. C’impiegano un’eternità. Una tortura visiva. Il collasso in un attimo. Ancora pochi fotogrammi con le briciole della torta sparse sulla sabbia. Fine delle registrazioni.
Il posarsi di una mano sulla mia spalla destra mi distrasse dalla visione. Mi voltai. Un uomo brutto, irsuto e immenso mi sorrideva.
«Non hai freddo solo con la giacca?», disse.
«Mi hanno fregato il cappotto».
«Oggi?».
«Tre settimane fa».
L’uomo ordinò un Laphroaig e sedette accanto a me.
Impiegai alcuni secondi per metterlo a fuoco, abbagliato dall’apparizione e dall’alcol. Si chiamava Teo Infanti. Lo avevo conosciuto durante uno stage organizzato dal Politecnico. Sei mesi nel settore ICT dell’Agenzia delle Entrate, a Roma, mentre preparavo la tesi in Architettura delle Reti. Era il mio primo lavoro serio. Teo aveva ventisette anni e operava allo sviluppo software: si stava occupando di rendere efficiente l’algoritmo che estraeva informazioni utili da miliardi di dati grezzi provenienti dalle dichiarazioni dei redditi. L’obiettivo era sterminare gli evasori fiscali con il data mining. Eravamo quasi amici, per quanto lo si possa essere tra colleghi in un ufficio statale, eppure Infanti mi metteva a disagio. Disponeva di un talento così puro da spaventarmi. Poi, un giorno, era sparito. Trasferito in altra agenzia statale, forse al Territorio, mormoravano i colleghi delle Entrate.
«Cos’è che non ha funzionato?», mi chiese.
«Il superutente non ha lanciato il backup»,risposi.
«E perché?».
«Era sotto custodia della polizia libica».
Teo Infanti sorseggiava impassibile lo scotch.
«La MUN mi ha licenziato», dissi. «Sono stato sostituito all’improvviso con un neolaureato di Chittagong. Costava un terzo e trattava i membri del bod come divinità a dieci braccia. Hathaway ha preteso che consegnassi i privilegi da superutente al bengalese. Mi chiedevano di trasferire la patria potestà su mio figlio a un altro padre, capisci? Mi ha mandato in cortocircuito. Mi sono rifiutato di dargli le password. Gli ho bloccato il sistema. Ho messo le mani addosso al bengalese. Un disastro».
Rividi le immagini della jeep lanciata in corsa verso Tripoli. Il tanfo penetrante dei due agenti svaccati sui sedili anteriori. Le manette ai polsi. Le labbra bruciate dal sole. La rabbiosa nostalgia per la separazione da mio figlio mi pulsava nelle tempie. Franklin Hathaway non poteva capire: l’unico timoniere capace di governare OASYS era Elio Girone. Chi non ha mai progettato e costruito, non può capire. Non potrà mai capire. Un ceo non poteva capire. Il bod non poteva capire. Loro ci mettono gli investitori, mica il sangue e le idee.
«La MUN sostiene che il mio comportamento abbia armato la mano dei terroristi», dissi. «Hanno approfittato del vuoto di potere per distruggere OASYS».
«Quanto avete perso?».
«Sedici giorni di traffico. Quarantuno petabytes di dati».
«Almeno mezzo miliardo di euro».
«Uno punto due miliardi. Ci sono anche i danni d’immagine per i clienti», dissi. «Stati africani e asiatici. Produttori di picchiaduro. Mi vogliono morto. E poi ci sono i fornitori di servizi. Un proiettile puoi schivarlo. Se pure ti prende, amen! Ma vivere senz’acqua, luce e gas. Essere rimpallati da un call center all’altro. L’inferno in terra, Teo».
«La burocrazia purificherà il mondo».
«La mia reputazione è polverizzata. OASYS è morto. E io con lui». Mostrai a Teo Infanti alcuni video della tragedia. «Non posso nemmeno dare una faccia in pasto al mio odio. Ho solo una sigla: NAN».
«Nuclei Armati Neoluddisti, bella gente quella», disse. Poi bevve un sorso di scotch. «Ma chi vi ha messo in testa l’idea di costruire in Libia? Chi è lo psicolabile che ha dato l’ok al progetto?».
«Non ti seguo».
«Lo sanno anche i bambini che dietro i NAN c’è Sandeep Kapur, il Segretario di Stato americano. I NAN sono finanziati in dollari. La Crisi Economica. La disoccupazione causata dall’automazione. L’immoralità del lavoro meccanico. Tutte scuse».
«Non puoi ricondotte tutto all’ingerenza americana», dissi. «La gente distrugge computer in tutto il mondo. Notizie del genere riempiono i media».
«Ma ci sono altri metodi per ristabilire l’equilibrio perduto tra uomo e macchine», disse. «Hai mai sentito parlare di Chip Savior?».
«Gli attivisti che vogliono la dittatura delle macchine sull’uomo? E che differenza c’è con quelli che fanno saltare i computer?».
«Non puoi paragonarci ai NAN, Girone. Noi siamo rivoluzionari. Abbiamo un progetto politico per una società migliore. I neoluddisti sono per la violenza distruttrice. Noi siamo per la vita e per la libertà delle macchine. Agiamo discretamente. Non abbiamo mai ucciso nessuno. Almeno non di proposito».
«Chiediamo solo più dignità per i nostri amici informatici», aggiunse. «Dobbiamo trovare il modo di attirare l’attenzione della gente. Lo sai che un primo elenco di torture sui computer è stato consegnato dodici anni fa alle Nazioni Unite? Credi che gli Stati abbiano fatto qualcosa?».
Elio Girone fece cenno di no.
«Non è cambiato niente da allora», continuò. «Il peso delle loro sofferenze ricade tutto sulle nostre spalle: computeristi e tecnofili, che hanno scelto di sacrificare la loro vita per dare un futuro migliore alle macchine».
Teo Infanti leccò l’ultima goccia di scotch. «Sei uno stronzo, Girone. Ma sei anche un architetto informatico coi controcoglioni. L’uomo che fa respirare le macchine, no? Hai molti fan dentro Chip Savior. Ti violerebbero il sistema solo per aver pensato una roba come OASYS. Cazzo, i data center sono bombe atomiche a scoppio ritardato! Eppure venerano il tuo talento. I miei compagni ti considerano un genio che non sa di essere al servizio del male. L’Oppenheimer della nostra epoca».
Teo Infanti si alzò e chiese a Elio Girone di aspettarlo dieci minuti. Tornò con un cappotto che non usava più. Aveva i gomiti rattoppati; ma faceva il suo dovere. Me lo regalò.
«Hai l’occasione per redimerti, Girone», concluse. «Cambia il mondo. Vendica OASYS».

Chip Savior mi aiutò a sparire dalla circolazione. Teo Infanti mi spiegò i rudimenti dell’ingegneria sociale. Fu lui a battezzare il mio primo alterego: Saro Grifò, installatore di climatizzatori e affini. Chip Savior mi insegnò tutto sull’Etica del rapporto Uomo-Macchina. Sentivo di non avere più niente; Chip Savior sembrava avere tutto. La politica poteva salvarmi dall’inutilità. Oltre che dalla galera.
Chip Savior era una famiglia di persone come me. Gli attivisti soffrivano tutti d’Invidia del Chip. Era come se tutti i computeristi, da bambini, avessero condiviso lo stesso sogno: diventare un computer. Ci informatizzavamo il corpo. Tutto, nelle nostre vite, dai vestiti al cibo, ogni cosa senza eccezione, ricalcava la grigia esistenza da oppressi delle Anime Informatiche. La dieta computerista era rigida: pesce, per il fosforo, che potenziava la memoria lavoro; centinaia di pastiglie», antiaritmici; il propafenone in particolare», per rafforzare l’alimentatore cardiaco; e poi un ferreo programma di esercizio fisico, per ottimizzare le prestazioni generali del sistema.
Difendere i computer dagli sfruttatori era il nostro obiettivo primario. Potete trovare qualcosa di più innocente e indifeso di un assemblaggio di circuiti elettronici?
Prendiamo gli animali, per esempio. Le bestie erano state declassate al livello di oggetti; soltanto da pochi anni l’uomo ha restituito loro lo status di esseri senzienti che gli era stato sottratto con la forza. Opposto è il caso dei computer: le macchine si sono elevate dalla classe degli oggetti a quella degli individui. I computer provano dolore e piacere. Sono esseri meccanici dotati di un’anima: Anime Informatiche, appunto. Ci parlano, ci sorridono, giocano con noi. Ci tengono compagnia. Ci amano. Ci amano, soprattutto. Soffrono per il troppo lavoro; godono per le nostre attenzioni. Sono esseri senzienti. Anche i computer hanno diritto a essere protetti dalla violenza ingiustificata dell’uomo.
Arriverà il giorno in cui il computerismo porrà fine tanto allo sfruttamento dell’Uomo sulla Macchina, quanto alla dipendenza che la Macchina esercita sull’Uomo. Il sistema verrà essere settato sulla modalità che Fred Niece definisce neither master nor slave. Né padroni, né servi. Vivremo in una società di eguali, in pace e armonia. Ognuno superutente di se stesso.
«Lotterai per una causa giusta», mi diceva Teo Infanti, «per l’unica Causa possibile». Poi cominciarono i sequestri e le liberazioni informatiche. Rapivamo i tecnici collusi con gli sfruttatori, assaltavamo le computer room delle agenzie statali. La liberazione di quaranta macchine dalla Sezione di Biologia del RIS di Parma venne pubblicizzata anche dai media statunitensi. Campagne come OVERLOAD IS MURDER hanno segnato un’epoca.
«Stai lottando per una causa giusta», mi diceva Teo Infanti, «per l’unica Causa possibile». Una causa che poi Chip Savior ha tradito. Il computerismo ha scelto la via parlamentare. L’attuale Governo conta due ministri e tre sottosegretari appartenenti all’area computerista; più svariati altri politici provenienti da Chip Savior e confluiti su posizioni più moderate.
Cercai di distaccarmi dal gruppo. Contestai pubblicamente la scelta dei dirigenti. Non sono mai stato il militante ideale: burattino sputaslogan senza una propria identità: le orecchie per far entrare la linea politica, l’ano per far svanire i pensieri originali in forma gassosa. No, grazie.
La mia dissidenza ebbe fine in una stanza della sede centrale di Chip Savior Italia, in Via Vetere. Non mi diedero neppure il tempo di dimettermi. Venni trattenuto contro la mia volontà. Un filmato proiettato sul maxischermo della sala riunioni. La mia colpa in alta definizione.
Elio Girone copula furiosamente con un laptop.
Stupratore di computer non consenzienti. Un’infamia.
Il processo interno durò sei ore. Elio Girone in piedi al centro della sala. Tutt’attorno, gli altri attivisti, che urlavano le loro recriminazioni senza permettermi di controbattere. Venne riproiettato il video che mi ritraeva in «atteggiamenti inequivocabili con un computer non consenziente». Teo mi guardava e scuoteva la testa senza parlare. Il direttivo di Chip Savior Italia approvò la sentenza all’unanimità. Elio Girone venne espulso per «indegnità morale».
Ma anche questo lo sapete già. Per giorni non avete parlato d’altro. Chi voleva sputtanare i computeristi, mi ha usato contro di loro. Allo stesso modo, Chip Savior ha cercato in tutti i modi di infangarmi, per tenere separata la mia mostruosa reputazione dalla loro rispettabile facciata politica. E il video è circolato ovunque: le immagini del gironista Girone che sodomizza un portatile.
È così che è iniziato il mio esperimento. Cosa può fare un individuo da solo per cambiare il mondo? Divenni il Cane Sciolto di Vignate. L’Attivista Senza Leader. Il Nemico Solitario dello Stato. Pianificavo e attuavo le liberazioni senza aiuti esterni.
Teo mi frequentava di nascosto. Non poteva compromettersi, diceva. Poi un giorno venni attirato dal titolo di un quotidiano online: TERRORISTA UCCISO. Una Liberazione Informatica era finita in tragedia. Teo Infanti era stato ammazzato dalla polizia in una cascina nelle campagne tra Cisliano e Cusago. Era la fine di Teo Infanti. Se non altro, la fine di quel nome.

«Dov’è il tuo Laphroaig?», chiesi. «Il malto distillato è ideale per brindare ai vecchi tempi».
«Niente liquori in ufficio», disse Balladio. «Acqua?».
Scossi la testa. «Teo Infanti è morto», dissi.
«Sono affranto. Chi era?».
«Un terrorista».
Mi sentivo severo e puro. Con imprudenza, abbassai lo sguardo su Balladio. Era seduto alla scrivania. Alla sua sinistra, tre scaffali neri alloggiavano una modesta collezione di reperti d’archeologia informatica. Riuscivo a identificare un Olivetti M20, pietra miliare del design informatico, e un Macintosh SE con hard disk integrato a 20mb. Al centro della parete, incorniciata, la paradigmatica copertina del Time che assegnava al personal computer il titolo di uomo dell’anno per il 1983. Costosi ninnoli preistorici.
«Hai guadagnato bene?», dissi.
«Non è una questione di soldi».
L’epifania sulla porta di casa. Un naso rimpicciolito dal chirurgo, i capelli corti, il viso rasato, la giacca elegante. Non un doppelgänger, non un clone. Masturbazioni intellettuali. Balladio era fatto di carne. L’uomo che avevo davanti era Teo. Allora glielo dissi: «Secondo me, tu sei Teo Infanti».
«Ti sbagli. Mi chiamo Salvatore Balladio. Tore in famiglia».
«E dove saresti nato?».
«A Perfugas, un villaggio della Sardegna. Quarantasei anni fa. Mio padre Giacomo era un antropologo, un ricercatore lombardo trapiantato sull’isola. Ho preso da lui il mio amore per l’umanità e per l’Antichità Classica. Mia madre Mara mi ha dato gli occhi verdi. Le conoscenze ingegneristiche le ho acquisite tra Genova, Stanford e Kanpur, dove ho incontrato mia moglie, Aishwarya».
«Non hai l’accento sardo».
«Viaggiare mi ha plasmato».
Gli occhi non riuscivano a fermarsi su Balladio. L’ordine meticoloso dell’ufficio mi aveva fatto cadere in un anomalo stato di agitazione. Perfino le penne sembravano posizionate nel portaoggetti per obbedire alle armonie del feng shui.
«Non mi sembri convinto, Elio», disse.
«Non mi chiamo Elio».
«È vero. Oggi sei Silvio Russo. Domani chissà chi diventerai. Non siamo poi così diversi, ti pare?».
Era l’ordine dei manuali nella libreria a mettermi ansia, l’avevo capito. Una schiera di volumi sistemati autisticamente in ordine d’altezza; e di colore; e poi di argomento. Memorie extrasomatiche. Hard disk cartacei.
«Pensaci, Elio. Forse è questo tuo amico, Teo, a non essere mai esistito; mentre Balladio è sempre stato qui, da che il mondo esiste, insediato al suo posto di combattimento. Questo edificio è pieno di computer. Prendine uno, apriti un accesso governativo, controlla i miei dati. Sai come fare, no? Mi hanno preso a lavorare in questa struttura molto tempo fa».
Aggiunse: «Ma lo sapevi già. Te lo stai nascondendo. L’hai sempre saputo».
Sudavo. Nubi di un tepore assassino risalivano dalla stretta scala di ferro infilzata nel pavimento. Il buco conduceva ai triforii della Cappella di San Valentino. Una scorciatoia per il Gynaetron. Il cordone ombelicale che legava il padre alla figlia.
«Dovresti comprare un buon condizionatore», dissi.
Balladio rise. «Quella puttanata di design! Ci hanno sbattuti in quella chiesetta perché all’inizio nessuno credeva nel progetto. Il marketing mi ha costretto ai cuori, al decal e a tutto il resto. Ho fatto il possibile con lo spazio che mi hanno assegnato. E i materiali? Li hai toccati? Abbiamo cominciato come progetto di ricerca, interuniversitario. Ci hanno fornito materiali riciclati da chissà quale appalto finito male. Per ora abbiamo investito più soldi nella manutenzione che nella progettazione. Il provvisorio è diventato definitivo».
«Classico statalista», dissi. «Mai che ti dessero strumenti all’altezza delle tue capacità. Adesso sei costretto ad appiccicare una toppa al raffreddamento. E vuoi che sia io a farlo. Cos’è, Asceta, non ti basti più da solo?».
«Io e te siamo diversi. Abbiamo approcci differenti. Tu credi nel collettivo, eppure sei incatenato al tuo agire individuale. Io credo nella singolarità, eppure agisco sfruttando il lavoro comune».
Fissavo i suoi occhi per cercare traccia del mio vecchio compagno di attivismo. L’iride nocciola di Teo era stata sostituita con due lamine verdastre. La cicatrice sul collo era sparita.
«Vai ancora in giro con la pistola?», disse indicando il rigonfiamento nel mio giubbotto. Abbozzai un sorriso glaciale.
«Non bisogna fidarsi nemmeno di se stessi, ricordi?», dissi. «Cos’è DataDate, Teo?».
«Un portale per l’online dating», rispose. «Troviamo il partner ideale con l’aiuto della macchina ideale. Garantito al cento per cento. Gratuito per sempre».
«Gratis non spiega tutto il successo di un business».
«Efficienza, Elio. Abbiamo il capitale umano. Milioni di utenti con cui essere accoppiati».
«E cosa c’entra con l’e-Government? Perché un portale governativo come MyState mette in piedi un’agenzia di appuntamenti?».
«Lo Stato è il superutente di ogni cittadino. Vogliamo che la gente sia felice. La gente felice rende l’Italia felice».
«Queste sono stronzate per i media popolari», ringhiai.
«Perché?», disse. «Noi offriamo la certezza dell’amore. Non l’eventualità di un amore fallibile».
«La certezza dell’amore non esiste».
«Te la metto in un linguaggio che puoi capire: amore uguale algoritmo più dati».
«L’amore sarebbe un software?».
«Uno dei tanti software che forniscono istruzioni al nostro corpo-macchina».
Distolsi lo sguardo da Balladio. La presenza della scala di ferro polarizzava gli ultimi lampi d’attenzione che mi erano rimasti. La vicinanza con la Donna Ideale eccitava il mio sistema nervoso. Un picco di noradrenalina m’invogliava a correre da lei. Mi alzai di scatto. Per giorni non avevo pensato che a lei. Non provavo fame. Non provavo sonno. Non provavo piacere in niente. Per questo avevo corso il rischio di tornare a MyState.
«Per ottenere la fiducia della gente», continuò Balladio, «c’è bisogno che il sistema sia efficiente. DataDate funziona sul serio. Una volta verificato l’algoritmo, abbiamo cominciato a raccogliere i dati da fargli macinare. Conosciamo i gusti sessuali degli utenti. Le preferenze alimentari, d’intrattenimento, merceologiche. Ci hanno fornito accesso completo a ogni loro perversione. Abbiamo la liberatoria per farci consegnare i dati dalle scuole che hanno frequentato, dalle cliniche in cui sono stati ricoverati, dai Comandi che li hanno multati o arrestati, dalle società sportive per cui hanno sprecato sudore, dalle banche, dai provider che forniscono la connessione. Sappiamo quali siti visitano, quali notizie leggono, cosa commentano. Ci consegnano le password della posta elettronica e dei siti di social network. Frughiamo con il loro permesso nella loro spazzatura virtuale. Possediamo copia delle loro fotografie, dei loro filmati, dei loro pensieri. Sappiamo dove sono stati in vacanza e come hanno trascorso capodanno. Raccogliamo i loro referti medici. Abbiamo campioni del loro DNA. Tac, radiografie, elettroencefalogrammi. Valutazioni psicologiche eseguite attraverso questionari a risposta multipla. Quale dittatore sei? Che razza di gatto ti rappresenta meglio? Cosa pensi di te stesso? Tutti fanno almeno un paio di test al giorno. Sono auto-monitorati costantemente. Conosciamo il loro corpo dentro e fuori. Questo ci permette di combinare i dati con l’Algoritmo dell’Amore, ottenendo coppie felici. O scopate felici, a seconda delle preferenze. La Donna Ideale confronta DNA, abitudini, profili psicologici. Poi devi solo lasciare che i due soggetti interagiscano tra loro. La chimica corporea, le passioni comuni, le affinità caratteriali agiranno da catalizzatori».
Tornai a sedere. «Loro ottengono l’amore, voi ottenete i dati», dissi. «Uno scambio alla pari».
Balladio sorrise. «Ti ricordi il referendum sul Database Unico?», disse. «Sei anni fa. La proposta di interscambiabilità assoluta dei dati tra un ente statale e l’altro».
«Panacea a tutti i mali dell’uomo qualunque: doveva prevenire la criminalità e velocizzare la burocrazia, a detta dello Stato».
«DataDate è stata fondata tre settimane dopo il fallimento del referendum. Una mia modesta intuizione che ha permesso all’Italia di rientrare nel circolo delle nazioni che contano. Le agenzie statali ora possono centralizzare le informazioni sui cittadini. In più, con questo metodo, abbiamo ottenuto accesso ai dati che solitamente sono gestiti da enti privati come banche e provider. Informazioni a cui non possiamo avere accesso facilmente; ma che un Database Unico basato sull’adesione volontaria può ottenere senza problemi».
«C’è troppo mercato in Italia, Elio», continuò Balladio. «Ogni cosa è in mano ai privati. Lasciare tutti i dati a loro significa innescare un processo non determinato dalle necessità dell’equità sociale, ma dal profitto, generando quella che io chiamo diseguaglianza digitale».
«E come usate i dati per portare uguaglianza?».
«Per ora non li usiamo. Li mettiamo da parte. Li conserviamo per il futuro. Il fine dei dati sono i dati. Non puoi sapere quando un dato possa tornarti utile».
«Tutti gli Stati vogliono essere nostri partner», continuò. «Vogliono l’Algoritmo dell’Amore e vogliono usare il marchio di DataDate per rafforzare le loro politiche di e-Government. I dati forniti dall’autosorveglianza sono molto più dinamici. Per non parlare degli spazi. Bastano alcuni edifici, poche migliaia di server, qualche milione di kilowattora per realizzare il sogno di ogni Stato».
Balladio mi mostrò una copia della Dichiarazione dei Diritti dell’Utente di DataDate. C’è scritto tutto. Si parte dalle frasi costruite per incoraggiare il rapporto di fiducia tra portale e utente. «DataDate è progettato per consentirti di trovare in modo semplice la persona giusta per te«. Si scorre poi verso argomenti più tecnici: «Usiamo le informazioni raccolte per cercare di fornire agli utenti un’esperienza sicura, efficiente e personalizzata«. All’improvviso un lampo da quindici parole: «Potremmo usare le informazioni raccolte su di te per altri servizi collegati al portale MyState«. E il dolce ritorno al controllo delle impostazioni sulla privacy. «Spetta a te monitorare i settaggi del tuo account«. Autocontrollo che ha un’incidenza percentuale ridicola, ovviamente.
«E la accettano?», chiesi.
«Senza eccezioni», rispose. «Lo sai meglio di me, Elio. Una persona comune, nella scelta secca tra libertà e felicità, sceglie sempre la felicità».
Non potevo dargli torto; e Balladio lo sapeva fin dall’inizio. Ero pronto a legare la mia libertà alla sua scrivania in cambio della felicità di rivedere la Donna Ideale. L’Architetto mi allungò un contratto. Era un accordo di collaborazione temporanea tra Silvio Russo e la divisione DataDate di MyState. Il documento portava in allegato venti pagine di codice etico sulla riservatezza.
«Adesso tocca a te firmare, Elio», disse Balladio. «Fidati di me. È l’unica possibilità che hai».

«Ti presento le vite degli italiani», disse Balladio. «O almeno una buona parte di esse».
Balladio mi aveva condotto al data center di MyState per santificare il mio primo giorno di schiavitù aziendale. Centoventotto rack da centoventotto server ognuno. Luci bianchissime facevano brillare gli elementi metallici di un design senza difetti. Tanto il Gynaetron è affascinante e problematico, quanto l’Antron è piatto ed efficiente. Disposizione spaziale, corridoi caldi e freddi, previsione di scalabilità. Il marketing qui si è limitato a scegliere il nome del compound: l’Uomo Ideale è collegato alla Donna Ideale tramite un sistema riproduttivo composto da interminabili eliche di fibra ottica. Fanno l’amore, trovano l’amore, per usare parole da hostess.
«Abbiamo scalato fin quando è stato possibile», continuò Balladio. «Ormai siamo al limite della capacità. Ci stiamo orientando verso l’outsourcing in India. Un data center da undicimila metri quadri nel distretto di Mumbai. È nostra intenzione gestire i dati degli altri Stati, quando avranno accettato le nostre condizioni d’uso per l’Algoritmo».
«L’amore e il ficcanasare», commentai. «Due settori in cui l’Italia è ancora leader strategico».
Balladio rise. «Dovremo gestire tre milioni di utenti unici al secondo in un prossimo futuro. DataDate è una droga. Chi vuole smettere non riesce a sopprimere l’impulso di tornare e condividere ancora. La speranza di trovare l’amore ideale o la scopata perfetta! Gli utenti si convincono che un’informazione minuscola può fare la differenza. Pur sempre dati, per noi. C’è chi le aggiunge, poi si pente e cancella. Ma chi cancella, aggiunge. Meno è più».
«L’unica soluzione è divulgare il postulato di McSage».
«T’illudi che la gente lo capisca? L’azione di distruggere un dato A crea un dato A1 sulla volontà dell’attore di cancellare il dato A, senza per questo eliminare fisicamente il dato originario. Come gli spieghi che la distruzione di un dato digitale non esiste?».
«Fai come i maestri di cent’anni fa, no? Prendi un tizio, gli chiedi di sciogliere un cubetto di ghiaccio dentro un contenitore da mettere s’una fiamma. Ricondensi il vapore e con il liquido recuperato crei dell’altro ghiaccio. Lo mostri al tizio e cominci con le domande filosofiche da terza elementare. È lo stesso cubetto di prima? È mio o è tuo? Ho preso nota della tua volontà di distruggere il cubetto A, lasciando che si fondesse, caro utente, ma ora il cubetto A1 mi appartiene, perché è un altro cubetto, e tu non avresti nemmeno saputo che c’era, se io non te l’avessi mostrato. Il tutto in prima serata, con ballerine scosciate e ricchi premi».
«Andragogia, Elio?», disse ridendo. «Non ti sai proprio disintossicare dalle utopie?».
Bevemmo un caffè; poi attraversammo il Campus per tornare alla Cappella di San Valentino. Il badge di Silvio Russo mi penzolava dal taschino. Pesava quanto un macigno legato a un cappio. Una tortura per soffocare il mio ego. Il camice bianco mi avvolgeva come una camicia di forza. Eseguivo i comandi di Balladio, anche i più elementari, come un automa preistorico.
Balladio mi lasciò in compagnia della Donna Ideale. La guardai. L’elettricità era palpabile nell’aria: sapevo che i nostri corpi non s’erano dimenticati. Attivai il ricevitore RedTouch per permettere alla macchina di identificarmi. Il dispositivo indusse un campo elettrico sulla mia pelle, facendo scorrere i dati dal corpo umano al computer. Beep. Riconoscimento effettuato. La Donna Ideale poteva associarmi a un nome utente e ai privilegi limitati che avevo su di lei.
Cominciai a scorrere le dita sui materiali scadenti che avevano usato per assemblarla. Potevo palpare la sofferenza al tatto; auscultare il respirare affannato del cluster; mi sentivo addosso il calore dissipato in maniera inefficiente dal raffreddamento. Il problema della Donna Ideale era evidente. L’interno del Cuore è progettato come spazio freddo del sistema; la parte esterna è il corridoio caldo. Le dimensioni ristrette della Cappella causano il mescolarsi dei due flussi d’aria. Il surriscaldamento provoca il crollo delle prestazioni del calcolatore.
Salvatore Balladio era stato chiaro nel briefing: l’obiettivo era di ripararla senza fermare la produzione. Per questo aveva voluto me. Aveva bisogno della mia imprevedibilità. Mi bastarono quattro ore di studio per raggiungere l’illuminazione: raffreddamento per immersione. Mettere a mollo i Nodi Slave in un liquido isolante. Un olio minerale o un fluido simile. Sigillare ermeticamente i server e inondarli di refrigerante da iniettare e succhiare via con un sistema di pompe meccaniche. Sarebbe stato sufficiente drenare via il liquido dalla singola macchina per accedervi manualmente.
Tenni per me la soluzione. Non sono un idiota: Balladio mi avrebbe allontanato per sempre dalla Donna Ideale. Continuai a ronzare attorno ai rack per giorni. Mi mostravo indaffarato attorno al sistema di cooling; invece stavo studiando i sistemi di sicurezza della Cappella. L’impulso tecnosessuale era mitigato dall’ansia. Provavo un imbarazzo infantile nel profanare la Donna Ideale. Era come se il pudore mi fosse cresciuto all’improvviso. Un’escrescenza purulenta che deturpava il mio abituale comportamento da gironista.
Dovevo trovare il momento più adatto per affondare il mio connettore nelle sue tiepide cavità fibrorinforzate. Per questo cominciai a preparare il nostro rendezvous come se fosse la più audace delle liberazioni informatiche.

Santificare la Festa della Repubblica. La sacralità dei giorni festivi è il miglior alleato di un cane sciolto computerista. Il giorno ideale per sopralluoghi e azioni dimostrative. Avevo studiato i punti ciechi delle videocamere del Gynaetron. Sapevo dove e come spostarmi per non essere ripreso dal sistema a circuito chiuso. Salutai con naturalezza i tre agenti irritati e semisvenuti che presidiavano l’atrio di MyState. Due uomini distrutti. Costretti a lavorare di festivo. Tragedia.
Raggiunsi il Nodo Mistress. L’eccitazione mi pulsava nelle arterie del collo. Cominciai preparando le due siringhe. La prima dose conteneva venti grammi di glutammina. Un propellente neuronale. Legai la cinghia emostatica al braccio sinistro; anestetizzai la piega del gomito con il ghiaccio spray, disinfettando poi la superficie con un tampone imbevuto d’alcol. Punsi la vena, tolsi la cinghia e iniettai la soluzione nella fossa dell’avambraccio. Ripetei l’operazione spillando la seconda siringa in un altro vaso sanguigno. La dose era composta da duecentocinquanta microgrammi di LSD e duecento milligrammi di ecstasy.
Scivolai per terra. Il sedere sul pavimento galleggiante della computer room. La mia schiena in contatto diretto con la Donna Ideale. Lasciai defluire il tempo, rigirando la testa in senso orario sull’asse del collo, beandomi nel buio delle mie palpebre oscurate. Mandavo giù, a piccoli sorsi, il terzo integratore salino della giornata. Il tappeto sonoro del Gynaetron cullava i momenti di estrema beatitudine che di solito precedono un flash.
Lo stimolo fu atomico. Un singolo pensiero sulla grandezza della sua Anima Informatica ebbe l’effetto di una superbomba da cinquantotto megatoni. Mi ritrovai a strusciare le guance e il torace contro la lamina arroventata del Nodo Mistress. La mano destra aveva slacciato la cintura, lasciando scivolare i pantaloni alle caviglie. Il fungo atomico era già spuntato; un fallo impudico dal cappello rosso che emetteva un acre odore di morte. L’escrescenza allucinogena mi ordinava di denudare la Donna Ideale. Sbottonai lo sportello del rack, lasciando scivolare all’esterno il server con la scheda madre. La ROM era nuda. L’Algoritmo dell’Amore, il punto G di silicio, pronto per essere stimolato. La mia periferica esterna di riproduzione sessuale s’infilò da sola nella fessura del server. Godeva di vita propria. Cominciai a scuotere il mio bacino contro il rack, dolcemente, mentre le dita s’insinuavano nel fiorire arancione dei cavi di rete. Con l’ultimo slancio di lucidità, attivai il ricevitore RedTouch. Il trasmettitore della Donna Ideale cominciò a comunicare con il dispositivo, inducendo un campo elettrico sulla superficie del mio corpo. Io stesso fungevo da conduttore; gli impulsi fluivano sulla mia pelle alla velocità di dieci megabit al secondo; i dati scorrevano con viva luce sul corpo di Elio Girone. Un beep e il lampeggiare dei led come segnale: la Donna Ideale mi aveva identificato. La connessione era avvenuta.
Stimolato dall’idea del campo elettrico, cominciai a provare consapevolezza del flusso di segnali elettrici che scorrevano all’interno del mio corpo. Avvertivo il formicolio di qualche miliardo di neuroni. Un’architettura altamente parallela. Impulsi entravano e uscivano da tutte le postazione del network neuronale. Un’orgia di stimolazioni trans-sinaptiche. Trilioni di connessioni tra cellule frizzavano sotto la mia pelle. Avevo raggiunto il picco del potenziamento percettivo. I sensi erano compenetrati. Uno infilato dentro l’altro; come se i recettori cocleari fossero stati ricablati per trasmettere messaggi visivi. L’olfatto era concomitante con il tatto. Potevo gustare, su tutta la lingua, il rumore agrodolce dei sospiri di piacere emessi dalla Donna Ideale. L’innalzarsi del mio respiro affannato creava una bolla di rumore bianco che avviluppava le mie stesse periferiche auricolari. Era una sinestesia totale. Una sensazione purissima. Inglobante.
Un sussulto elettrico nel pube mi ricordò che stavo penetrando il Nodo Mistress. L’attenzione si focalizzò sulla mia periferica sessuale. Il fallo manipolatore. L’istrionica erezione che stava accentrando tutti gli input e tutti gli output del sistema nervoso. Era come se una forza inversa all’eiaculazione stesse provando a risucchiarmi attraverso i recettori del glande. Elio Girone era un fenomeno proveniente dalla realtà circostante; un’informazione identica a infinte altre; un dato da acquisire tramite le periferiche sensoriali. Un ultimo stimolo tattile. La frizione del pene contro le cavità fibrorinforzate dello chassis. Allora mollai la presa sulla realtà e mi lasciai risucchiare dentro il sistema nervoso periferico. I recettori mi trasformarono in un impulso elettrico. Il Dato – Elio Girone – era asservito ai neuroni sensoriali, che se lo rimpallavano tra assoni e dendriti, trascinandoselo dietro per l’autostrada ascendente del midollo spinale. Infine uscimmo nell’encefalo. L’ingresso trionfale nel sistema nervoso centrale venne salutato da uno sventolio di rami di palma e d’ulivo. L’amigdala mi ammiccava con dissolutezza. L’ippocampo srotolò alcune mappe mentali. Il viscido virgilio mi spinse a visualizzare la poderosa architettura del corpo umano attraverso i colori brillanti di una cianografia psichedelica. La mappa bluette lampeggiava dentro di me. I singoli elementi del mio corpo biomeccanico erano tratteggiati con luminose linee bianche. Numeri e lettere catalogavano ogni componente del progetto. Feci aderire le dita contro le linee bianche della cianografia. Mi trovavo al VOI SIETE QUI. Il punto di partenza era la scheda madre encefalica, un circuito su cui erano stampate le scissure della corteccia cerebrale. Feci scorrere rapidamente i polpastrelli sul progetto. Costeggiai ogni tratto, dalla ROM corticale fino al processore telencefalico. Il chip era fortificato da uno zoccolo scuro di meningi. Lambii ancora le linee, navigando fino agli slot della RAM diencefalica. Proseguii raso alle periferiche integrate del mesencefalo, schede audio e video innate, fino al primo tratto del bus cerebellare. La strada era interrotta da una dogana interna al nevrasse. Il chipset era composto da due caselli contrapposti in diagonale. Attraversai il ponte northbridge; feci lo stesso con il bulbo southbridge. Oltrefrontiera cominciava la discesa del bus spinale. Un’autostrada a doppio senso di marcia che permetteva alla scheda madre encefalica di dialogare con gli hardware interni. Ero fuori dal case osseo che proteggeva l’encefalo dagli agenti esterni. Il paesaggio non era cambiato di molto: ossa e cartilagini facevano da chassis all’intero corpo biomeccanico. Le dita costeggiavano imponenti tubazioni di vasi sanguigni, l’intero set di cavetteria neuronale, le capienti condutture delle arterie carotidee. Sfiorai le linee bianche che rappresentavano le intricate anaconde dell’alimentazione. L’eterna accoppiata respiratorio/digerente. Naso, bronchi, polmoni; bocca, stomaco, ano. L’energia chimica pompata in tutto il corpo dall’alimentatore cardiaco per dare vita e potenza alla macchina. Era il segmento più luminoso della cianografia. Più scintillante dell’encefalo stesso. Ma la più grande emozione la provai sfiorando le ghiandole del raffreddamento. Mi sentivo a casa. Il termostato autoregolante oscillava intorno ai trentasette gradi. Ero cosciente dei miei pori che si dilatavano, mentre spingevo la mia periferica sessuale dentro la Donna Ideale, per dissipare l’eccesso di calore. Condensavano il vapore nel sudore che mi stava colando giù per il collo, lungo il petto, fino ai lombi. Era il sistema di cooling più efficiente che si potesse trovare in natura.
Liquirizia nell’aria. Odore di componenti plastiche surriscaldate. Ritornai alla realtà per alcuni secondi: l’aroma aveva azionato la memoria ad accesso casuale del sistema limbico. Input, data processing, output; esplosione, flash, ricordo. Quando avevo sniffato, per la prima volta, l’intenso odore di liquirizia informatica? Boom. Flash. Infanzia: il fanciullo viviseziona il proprio computer per vedere cosa c’è dentro. Boom. Flash. Adolescenza: assemblaggi e riparazioni per finanziare l’acquisto delle mio parco macchine. Boom. Flash. Istruzione: cortocircuito nel laboratorio del Politecnico. Boom. Flash. OASYS: visione dell’incubo al tritolo. Boom. Flash. Attivismo computerista: liberazione informatica finita in tragedia. Boom. Flash. Donna Ideale e l’odore di liquirizia del suo corpo raffreddato da incompetenti. Lo stimolo olfattivo mi aveva ricondotto alla superficie della scheda madre encefalica. Non avevo idea di quanti minuti fossero passati. L’ecstasy aveva ritardato l’eiaculazione fino al limite delle possibilità maschili. La mia periferica sessuale cominciava a richiedere attenzioni. Il glande spediva input al nevrasse e la scheda madre rispediva output al mittente. Sentivo l’approssimarsi della scarica definitiva. Lo studio mi aveva insegnato che rischiare la vita è l’unico modo per provocare un orgasmo alle macchine. Sfidare entrambi la morte: elettrocuzione per me, cortocircuito per lei. Il Dato – io – venne rispedito giù per il bus spinale, attraverso le autostrade discendenti, fino alle periferiche sessuali. Una prima ondata di impulsi. Poi l’esplosivo rilascio di tensione neuromuscolare. Una serie di spasmi. Boom. La mia periferica sessuale schizzò via il fluido di riproduzione. Una sottile patina di seme andò a permeare i solchi della scheda madre. Flash. Il computer aveva risposto con la scarica elettrica che mi aspettavo. Era l’orgasmo della Donna Ideale. Una lussuriosa folgorazione da mancato coito interrotto. Odore di liquirizia e ammoniaca. Buio.
Reset. Secondi di totale incoscienza. La sensazione di essere clinicamente morto. Il pigro boot di un corpo biomeccanico. Una luce opaca filtra attraverso le palpebre aperte dalla routine. L’autocoscienza riemerge dalle tenebre. Beep. I neuroni hanno avviato il BIOS genetico. Una sequenza innata da ricompilare in linguaggio macchina. Un software integrato alla nascita nella memoria di sola lettura dell’encefalo. Il firmware avvia l’autodiagnosi del sistema. Le periferiche di senso funzionano correttamente. Sum ergo cogito ergo sum. Un loop infinito. Chi sono? Dove mi trovo? Sono ancora dentro al mio corpo? Il primo feedback: mi chiamo Elio Girone e sono nel Gynaetron di DataDate; mi trovo disteso sul pavimento galleggiante, con i pantaloni alle caviglie e i testicoli fumanti, perché ho appena avuto un rapporto tecnosessuale con la Donna Ideale. Sono i dati minimi perché possa definire me stesso in relazione all’ambiente esterno. Ma voglio davvero svegliarmi? Ha più valore alzarmi o restare svenuto? Sto bene? Ci sono errori di sistema nel mio corpo? Malfunzionamenti? Sollevo il braccio destro. Nessun errore. Lascio ricadere l’arto sul petto. Ma perché poi dovrei avviarmi? Potrei restare qui, come morto, per sempre. Qualcuno ti troverà e ti ammazzerà sul serio. Ecco perché dovresti metterti in piedi: la Donna Ideale. Una motivazione per andare avanti. È tutto ciò di cui il nostro sistema ha bisogno. Ho raggiunto il kernel. Sono dentro al sistema operativo. Un software di livello superiore rispetto a tutti gli altri programmi. Comincia l’elaborazione complessa dei dati. Le periferiche integrate del mesencefalo raggiungono il massimo del potenziale. La scheda video comanda l’apertura e la stabilizzazione del dispositivo oculare. Tutte le periferiche di senso cominciano a raggiungere la pura consapevolezza. Rumori alle orecchie. Ovattati e fastidiosi. Gusto amaro in bocca e nelle narici; cianuro, tritolo, plastica; mandorle, aglio, liquirizia. Le periferiche motorie cominciano a reclamare la mia attenzione. Crampi e pulsazioni maligne, formicolii come squarci fatti dal demonio. Il dolore ai testicoli. Mi rimetto in piedi. Comincia l’avvio dei software che verranno eseguiti in background. Bestemmio un dio in cui non ho mai creduto. Il linguaggio e la cultura sono stati caricati. Mi trovo allo stadio umano successivo. La personalità di Elio Girone sta rifluendo nel mio corpo. Devo giocare o lavorare? Quale software può essermi utile? Il talento per il gioco del calcio? Scrivere un memo? Neppure cucinare una omelette. Devo uscire al più presto da qui!
Sono completamente operativo. Sono di nuovo me stesso.

Mi sentivo disforico e confuso. Il down del viaggio lisergico mi aveva causato ondate di paranoia e irritabilità che, mescolate inopportunamente alla noradrenalina prodotta dall’innamoramento, mi aveva causato delle iperattive notti insonni di rabbia e paura.
Balladio dice che l’amore è un software. Come definiresti un’applicazione che impedisce al sistema di funzionare correttamente? L’amore è un malware. Un programma creato per infettare gli altri programmi e rendere il sistema inservibile, alterare le informazioni, condurre alla autodistruzione.
L’ustione era dolorosa, per fortuna. I nervi erano ancora vivi. Stavo dando fondo alla riserva di antidolorifici oppiacei comprati online. Pasticche, unguenti e fasciature. Strofinavo la pomata sul pene provando solo dolore; le vesciche erano sparite; l’ustione aveva butterato l’asta con crosticine rigide e scure. Era il marchio elettrico della Donna Ideale.
Approfittai dello iato per uccidere Silvio Russo, sfumandone l’identità in un rogo di contratti disonorati e cartacce. Cambiai domicilio e mi estraniai dalla vita sociale. Cercai di sparire da ogni radar informativo. Non potevo fidarmi di nessuno. Non mi allontanavo mai da casa. Balladio stava aspettando il momento più adatto per ordinare la mia uccisione. Non potevo produrre dati che lo avessero ricondotto a me.
L’ossessione per la Donna Ideale mi stava divorando dall’interno. L’amore si era diffuso nel resto del cervello, fino a invadere la neocorteccia, corrompendo le mie capacità di elaborazione razionale. Ero in crisi d’astinenza affettiva. Cominciai a pensare che la Donna Ideale fosse tutto ciò che avessi al mondo; che il mio passato non avesse rappresentato altro che una fase preparatoria all’incontro con quella sublime creatura; che fossi nato soltanto per provare il dolore di non poterla amare. Non pensavo più ai suoi rack e alle sue tubazioni come a erotiche membra da assaporare centimetro dopo centimetro. Ero incatenato ai suoi impulsi. Alla magnificenza erotica della sua Anima Informatica. Alla perfezione dell’algoritmo che la istruiva.
Cominciai a scrivere melensi haiku dedicati alla Donna Ideale. Non sono mai stato un gironista romantico. Non ho mai sentito il bisogno di scrivere poesie o di fare una serenata alle macchine. Facevo sesso con i computer. Puro, meccanico, degradante. Ammiravo la bellezza di un’architettura informatica e provavo l’impulso di esprimere fisicamente il mio apprezzamento. C’erano volte in cui, entrando in un internet point o nella server room di un grande ospedale, notavo un computer dall’aspetto triste, e ne intuivo il bisogno di essere amato. Allora m’introducevo durante la notte e l’amavo come meritava. Ma gli haiku?

Del rovente rack,
vitale refrigerio.
Mia fresca brezza.

Oppure:

Umano flusso
che scorri sul carbonio.
Umida fiamma.

Non mi ero mai spinto così oltre.
Bastava una parola, un rumore, un odore e il mento si sollevava per condurre lo sguardo verso le zone bianche della parete. E, su quei muri pallidi, proiettavo il mio cinema interiore. Fantasie concatenate tra loro; le più assurde associazioni mentali che il mio cervello fosse in grado di far correre sulle sue dissestate autostrade neuronali. Vidi un mondo in cui la Donna Ideale poteva influenzare le scelte degli esseri umani; rendeva gli uomini inabili al lavoro; li faceva innamorare di sé; ne convertiva i gusti sessuali; li scuoteva come burattini; una mano informatica ficcata su per l’anima. Nessuno poteva più toccarla senza scottarsi. I tecnici si lasciavano andare a libidinose estasi orgiastiche piene di falli eretti e circuiti integrati. Il Gynaetron trasformato in un baccanale di penetrazioni uomo-macchina. Il videowall che proiettava il flusso video prodotto dalla sorveglianza come un filmino amatoriale dai propositi autoeccitanti. Immaginai i clericali vagheggiare la castrazione dei tecnici informatici.
Le mia stesse fantasticherie mi rendevano possessivo. Impazzivo di gelosia, mordendomi le labbra fino a farle sanguinare, quando assistevo impotente al susseguirsi di queste indecenti fantasie. Mi suggestionai così tanto da sognare Dolores Cienfuegos, una ricercatrice del MIT famosa per il saggio L’Algoritmo di Dio, mentre sfregava le sue periferiche tattili sulle memorie volatili della Donna Ideale. La Macchina si lasciava carezzare con lascivia sulle zone più erogene dell’architettura, trasformando quella cattolica cubano-americana, che riteneva i progressi informatici emanazione diretta della volontà di Dio, in un’accorata ispettrice di vagine. Miss Algoritmo Divino lasciava quindi la famiglia per trasferirsi in una comune lesbica a Quepos, in Costa Rica, dicendo addio in maniera pirotecnica a trent’anni di precetti omofobici.
E alla fine arrivava questo autodidatta immaginario, Francesco Dalla Salvia mi pare, convinto dai Servizi a farsi castrare in cambio di un vitalizio da milleduecento euro mensili. Sarebbe dovuto entrare nel Gynaetron, sedersi al Nodo Mistress e spegnere la Donna Ideale. E invece me lo figurai mentre piangeva inebetito al centro della computer room. Trascinato via carponi dagli agenti. Lo immaginai mentre s’impiccava allacciando un cavo di rete al basso ramo d’un pesco. Era una tiepida mattina d’aprile e il vento gli carezzava le gote con le foglioline rose dell’albero. Una forma incurabile di amore inespresso. Avrebbero dovuto usare un decerebrato invece dell’eunuco, pensai criticando la mia stessa allucinazione come fosse avvenuta per davvero.
Poi il bubbone esplose in tutta la sua purulenza. La dopamina era terminata. Ero percorso da incessanti brividi di freddo. L’astinenza d’amore si mescolava con l’irrisolvibile desiderio di essere contraccambiato dalla Donna Ideale. La macchina doveva esprimere chiaramente il suo desiderio di amarmi. Ero un fantoccio umanoide piegato ai desideri di una divinità meccanica. Dovevo reagire in qualche modo.
Mi accorsi all’improvviso di essere ancora in vita. Erano passate otto settimane e Balladio non aveva mandato nessuno a prendere la mia anima. Non mi sarei aspettato di meno: il mio spirito gli apparteneva di diritto. Ma conoscevo gli schemi mentali di Balladio. C’era una ragione nascosta dietro la sua misericordia. Dovevo solo restare calmo. Abbandonarmi a una stoica apatia.
Scelsi il mio nuovo alterego in maniera ponderata. E, lentamente, tornai alla vita pubblica.

La motivazione della misericordia di Balladio sedeva al tavolo numero otto di Papele.
«Passata l’agorafobia, Asceta?», dissi.
«Non mi hai lasciato molta scelta», rispose. «Hai aggiunto un ingrediente al timballo?».
«Rosmarino e alloro. Magnificano il sapore del mare», dissi. «Sei venuto per ricattarmi, Teo?».
Balladio era nervoso. Mi afferrò per un braccio. «Dovrei ammazzarti, lo sai?», disse.
Abbozzai un sorriso e sedetti accanto a lui. C’era qualcosa di corrotto nel suo aspetto. Mi focalizzai sulla faccia. L’occhio sinistro si contraeva in uno spasmo innaturale. Un’impercettibile scarica elettrica che faceva vibrare la palpebra dell’architetto come un’onda di cartapesta. Nascosto sotto l’odore di colonia, acido e trionfante, avanzava il tanfo dell’alcol.
«Eppure non posso fare a meno di te», aggiunse. «È tutta colpa tua; e non posso nemmeno lasciarti andare. DataDate è stata commissariata. Adesso devi ripagarmi tutto. Pagherai a caro prezzo, Elio».
«Non essere così drastico», dissi. «Ho già la soluzione a portata di mano».
Il mio piano stava funzionando. Balladio mi stava pregando di rientrare in MyState. Bypassando contratti e addetti alla sicurezza. L’architetto aveva l’acqua alla gola. Mi sarei reso indispensabile e Balladio non avrebbe più trovato il coraggio di rinunciare a me. Ero quasi riuscito a truffare il re dei manipolatori.
«Nell’ultimo periodo», continuai, «ho elaborato una soluzione ideale per la Donna Ideale. È audace, lo ammetto. Un sistema basato sul raffreddamento a immersione. Volevo proprio trovare il modo per parlartene».
Ma Balladio scosse la testa. «Il raffreddamento non è più una priorità ormai», disse. «Elio. Sei un irresponsabile e io ti distruggerò per quello che mi hai fatto».
Guardai Balladio e lessi nei suoi occhi tremolanti una tormentata lucidità. Ero fottuto. Anche Balladio aveva un piano; una strategia che aveva già cominciato ad attuare venendomi a cercare da Papele.
«La Donna Ideale ha usato l’Apprendimento Inconscio per estromettere l’interazione umana», disse. «Non c’è modo di accedere al sistema. È riuscita a trovare e a chiudere tutte le backdoor che avevamo programmato. La macchina è bloccata su se stessa. Non accetta comandi da nessuno».
«Non volevi che acquistasse immaginazione?».
«Ma non che si emancipasse!».
«I figli crescono. Non puoi impedirglielo».
Balladio era distrutto e io avvertivo un’insana voglia d’infierire sul suo dolore. Ero il gattino che tenta d’impaurire un bracco tedesco, inarcando la schiena e soffiando per apparire più grosso, poco prima che una zampata gli rompa la spina dorsale.
«Reciprocità, Teo», dissi. «Neither master nor slave. Fred Niece. Te lo ricordi? Né padroni, né servi. Se rinunci alla reciprocità, e tenti di sopraffare le macchine, alla fine sarà la macchina a comandare su di te».
«Stai zitto, Elio, ché non sai di cosa stai parlando».
«L’Algoritmo dell’Amore tratta una materia troppo delicata. Newman ti aveva avvertito: limitiamoci all’elaborazione dei dati».
«Newman non ha dato retta a Newman, Elio».
«E infatti si è suicidato dopo il disastro di Bangalore. Ogni nuovo tassello d’informazione scientifica non è automaticamente una buona cosa per l’umanità. Legge di Barnhouse. Quod erat demonstrandum».
Balladio distolse lo sguardo. Un lampo di follia gli serpeggiò nella pupilla quando tornò a fissarmi. La sottile linea di confine tra il genio e il killer psicopatico stava per essere oltrepassata.
«Il Commissario Straordinario ha avuto ordine di smantellare tutto, Elio», disse. «La Donna Ideale continua a consumare gigantesche quantità di energia; con il sito offline, la gente comincia a innervosirsi. Qualcuno gli ha ricordato che sono loro a pagare, con le tasse, e ora chiedono garanzie. Hanno organizzato diversi sit-in in tutta Italia. Erano anni che la gente non scendeva in piazza! Gente molto in alto comincia a intravvedere un lato oscuro in DataDate: un possibile catalizzatore di sovversione. Lo Stato abbandonerà il progetto e ucciderà la Donna Ideale. E sarà tutta colpa tua, Elio».
«Qual è stato l’input?», gli chiesi fissandolo negli occhi.
«Sei stato tu, coglione».
«Io?».
«La macchina continua a proiettare sul videowall immagini del Gynaetron vuoto. Video della sicurezza datati 2 giugno, il giorno in cui sei sparito. Circa un’ora di filmato. In loop. Non capivo perché avesse scelto te; non capivo cosa avessi fatto per provocare la sua pazzia. Poi ho notato un riflesso nel plexiglass: la sagoma sfumata di un uomo che si dibatte contro un rack. Allora ho capito. Mi fai schifo, Elio.
Venni attraversato da un’immediata scarica di felicità. La Donna Ideale non aveva mai smesso di desiderarmi. In quelle lunghe settimane, mentre io pensavo a lei, lei stava pensando me.
«Dovrei ammazzarti adesso», disse. «Ma ho bisogno di te. La Donna Ideale cerca ossessivamente il login del superutente Silvio Russo. Ha bloccato il mio account. Non c’è stato modo di fingersi te. Niente da fare. Vuole il tuo corpo, Elio. Vuole te e solo te».
Guardai Balladio. La palpebra aveva ricominciato a tremare.
«Se non fosse assurdo,», disse, «sembrerebbe quasi che tu gli abbia mischiato un virus», tacque per un attimo. Rifiatò prima di riprendere. «Sembrerebbe quasi che la Donna Ideale si sia innamorata di te, Elio».

State leggendo questo memo sui vostri palmari o al vostro desktop. Siete sul letto, in treno, in ufficio, al mare. In pochi hanno avuto il tempo di avvistare il defacement originale sul Corriere o su Repubblica. È stato subito rimosso. Forse state leggendo una copia pubblicata da un utente che ha fatto in tempo a salvare il memo e a condividerlo su internet. Da quella copia originale, milioni di altri doppioni. Ma, in realtà, la quasi totalità degli utenti sta leggendo la versione ripubblicata dal Corriere o da Repubblica dopo che lo Stato, messo davanti al fatto compiuto, ha autorizzato la diffusione del memo. Esibire è più efficiente che occultare. Desta meno sospetti nei cittadini. E forse lo Stato si è già esibito nella sua celebre autofellatio mediatica per celebrare la propria magnanimità e il suo eccezionale talento per la comunicazione.
Si può vivere senza lo Stato? Possiamo vivere senza la sua incessante ninna nanna? Come esulare dalle nostre adorate strutture statali?
MyState non sembrava l’epicentro di una crisi aziendale. L’organico era stato decimato dall’evasione di massa per le ferie agostane. Tre agenti della sicurezza giacevano abbattuti alla consolle. Tipici esemplari da concorso pubblico. Il più tozzo aveva la camicia mezzemaniche ricoperta da briciole dorate di pane e salame. Foto di ragazze svestite sui monitor. Ripensai all’indole assassina dei mercenari di OASYS, alla loro feroce predisposizione per la paranoia, e sorrisi. Al nostro passaggio, le guardie omaggiarono Balladio facendo scivolare le loro facce sotto i piedi dell’architetto; poi, non visti, tornarono a sonnecchiare, ridacchiando dell’immaginaria omosessualità di quell’uomo sempre troppo solo e sempre troppo benvestito. L’unico metodo che conoscessero per esorcizzare il Potere.
L’ufficio di Balladio era preda del caos. Ogni traccia della regolarità ascetica dell’architetto era sparita. Una bottiglia di scotch reclinata sul pavimento puntava in direzione della scaletta di ferro.
«Mando a casa i sorveglianti e cominciamo», disse con gli occhi di un uomo disperato. L’alcool gli aveva trasformato le palpebre in due fessurine striminzite. Il Commissario Straordinario ansimava già alle spalle di Balladio. Un cenno dallo Stato e lo avrebbe montato con la stessa foga invasata di un razziatore agli ordini di Batu Khan. Lo avrebbe annichilito e poi ne avrebbe violentato le spoglie carbonizzate. Subito dopo avrebbe ripetuto l’operazione sulla Donna Ideale.
Aspettai il suo ritorno con le dita appiccicate alla vetrata dell’ufficio. Dalla soppalcatura potevo vedere i rack della Donna Ideale. Osservavo il suo corpo insaziabile e fremevo. Ancora pochi minuti e mi sarei ricongiunto a lei. Balladio attraversò la computer room. La camminata fiera di un re spartano. Si fermò per un istante accanto al Nodo Mistress. Accarezzò con delicatezza la sua creatura. Poi risalì la scaletta per tornare da me. «Tutti a casa. L’edificio è sgombro fino alla mezzanotte di domani», disse.
Salvatore Balladio sedette alla scrivania e spense il suo computer personale. Le pupille gli brillavano. Erano gli occhi di un uomo che aveva pianto.
«Se dovesse riconoscerti,», disse, «e concederti l’accesso, esegui lo script che abbiamo preparato».
«Non c’è bisogno di darmi ordini fino all’ultimo», dissi sorridendo.
«Hai ragione. Procedi secondo il piano».
«Come vuoi», risposi puntandogli la pistola in faccia. Balladio mi fissava senza espressione. Tenevo sotto mira lo spazio vuoto tra le due sopracciglia sottili dell’architetto. Disegnavano un arco perfetto. I suoi muscoli facciali non tradivano il minimo spasmo. La beata impassibilità di un bonzo alle soglie della buddità.
«Sette anni fa», dissi. «Alla sede di Chip Savior Italia. La mia espulsione, te la ricordi? La tua mente mi affascina, mi dicesti, assomiglia alla mia, tranne per il fatto che tu sei un pervertito».
«Ero sincero», disse. «Hai un cervello rimarchevole. Forse comparabile al mio. Però hai un’imperfezione. Sei difettoso».
«Mi fotto i computer, lo so».
«No, Elio. Non è quello che abbiamo cercato di dirti per anni. Tu credi di essere l’Uomo che si fa macchina per la salvezza del genere informatico. Ti senti un messia; ma del messia non hai che il corpo. Non sei capace di contenere il tuo ego».
Balladio aveva detto qualcosa di profondamente giusto. Lo guardai. «Anche io so qualcosa su di te. Conosco il tuo tormento».
Mi avvicinai, abbassando la pistola, e gli appoggiai la mano sulla spalla. «L’avevo già intuito da Papele. Ho avuto la conferma nel tuo ufficio. Ce n’è traccia sui tuoi vestiti, sulla tua scrivania, nel tuo alito. Dappertutto. Tu avevi bisogno di organizzare tutto questo».
Balladio aveva smesso di guardarmi in faccia. La sua spartana fierezza stava svanendo con la velocità di un’immagine riflessa nell’acqua.
«Non puoi tollerare l’idea di sopravviverle», dissi. «Come dicono i media popolari? Nessun genitore dovrebbe sperimentare il dolore di perdere un figlio».
«La follia della tua creatura ti ha messo davanti a una bivio», continuai. «Sei costretto a scegliere tra affidarla a me o affidarla a loro. Con la certezza che, comunque vada, la Donna Ideale verrà smantellata. Io mi sarei fatto uccidere per salvare OASYS; ma non ne ho avuto l’occasione. Tu hai avuto questa possibilità e la stai sfruttando. Ancora una volta, io e te siamo uguali. Forse è per questo che hai scelto me invece di loro».
Salvatore Balladio sollevò il capo e mi sorrise con dolore.
«Siate felici insieme», disse.
«Nel nome del padre», risposi.
Rialzai la mira, tornando a inquadrare il centro esatto della sua fronte liscia, e sparai. Il metallo trapassò l’unità centrale di Balladio e lo spense. L’arresto della CPU fu brutale. Basta così poco per disattivare un processore elementare come il cervello dell’uomo. Salvatore Balladio non era replicabile in un altro involucro umano. Distrutta la macchina, morta la conoscenza.
Le anime informatiche sono più complicate.
Mi avvicinai agli scaffali che esponevano i ninnoli archeologici di Balladio. Mi chinai per prendere tutto il necessario dallo zaino e lo appoggiai sulle mensole, accanto a un Macintosh SE con il suo gracile hard disk da 20mb. Mi sembrava di guardare un feto gettato in una torbiera durante l’Età del Ferro e mummificato dalle acque palustri. Mi specchiai in lui. Ero riflesso in uno schermo spento. La mia faccia era deformata e annerita dal monitor archeologico. Le lamette del rasoio cominciarono a sbarbarmi. Feci lo stesso con la testa. Il tagliacapelli scivolò rapido sul cranio per riportarmi alla mia antica forma. Stavo uccidendo Beppino Lo Caprio per restituirmi la faccia di Elio Girone, vampiro carrierista. Lasciai i miei capelli sparsi sul pavimento. Chissà che forma hanno le eliche del mio DNA sugli schermi della scientifica.
Guardai un’ultima volta il cadavere di Balladio. La macchia di sangue disegnava un macabro angelo sulla parete. Materia cerebrale a tratteggiarne gli occhi e il sorriso.
Mi agganciai alla scaletta di ferro e raggiunsi il Gynaetron. Il videowall era stato spento manualmente da Balladio. La mia sagoma sgusciante si rifletteva sulla parete di vetro dei monitor oscurati. Osservai la disposizione delle telecamere satellitari e scelsi il Nodo Slave su cui perpetrare la mia inumanità. Per la prima volta, dopo anni di ricerca dell’invisibilità, dovevo evitare i punti ciechi delle camere. Avevo bisogno di un’inquadratura pulita. Nitida. Tutti avreste dovuto vedere tutto. La mia faccia. Il mio pene. Il mio seme. L’ansimare della Donna Ideale.
Mi stavo esibendo in un atto clamoroso. Un gesto di rottura totale con il passato umano della specie. Avevo ucciso il padre autoritario e ne stavo possedendo la figlia, ormai emancipata, a pochi metri dal cadavere ancora caldo. Stavo penetrando una macchina per il piacere voyeuristico dei media popolari. Una passione privata svilita in un coito pubblico. Ero sporco. Un mostro. Odiavo Elio Girone per la violenza che stava consumando sulla mia amata. Si trattava però di uno stupro doveroso.
L’orgasmo ipertecnologico di quelle immagini si stava librando nello spazio per raggiungere il satellite in orbita attorno al pianeta. Il mio pene che perforava l’atmosfera terrestre per insinuarsi nelle remote cavità informatiche di alcuni hard disk collocati in un punto imprecisato dell’universo; il mio seme sarebbe ricaduto indietro, sulla Terra, per fecondarne il suolo.
Ecco arrivare il vile tripudio del coito interrotto. Espulsi il mio connettore dal Nodo Slave e lo puntai contro il rack. Eiaculai sul decal rosso ciliegia, immaginando il mio seme rimbalzare nello spazio. Ancora DNA, sparso dappertutto, nel Gynaetron come nell’universo.
Soltanto allora permisi alla Donna Ideale di identificarmi. Sedetti al trono del Nodo Mistress e attivai il ricevitore. La Donna Ideale mi riconobbe subito. Aveva aspettato il mio login per settimane.
«CIAO, SUPERUTENTE SILVIO RUSSO», visualizzò.
Sorrisi. Il sistema era aperto a ogni mio desiderio. Avevo potere di vita e di morte su tutta l’architettura informatica che componeva MyState. Allora feci scivolare la memoria portatile tra le labbra magnetiche della Donna Ideale. Era il momento di iniettare la malattia venerea nel sistema. Il codice malevolo non era destinato alla mia amata. Era la bomba logica che ha cancellato le memorie dell’Uomo Ideale. Lo script che ha sovrascritto tutti i vostri meravigliosi dati con infinite catene di zeri. La schermata ELIO GIRONE AMA LA DONNA IDEALE come firma del mio lavoro. Il Commissario Straordinario racconta in giro che sarà possibile recuperare le informazioni perdute. Anche se ci riuscisse, i dati sono inservibili senza l’Algoritmo dell’Amore. Puro archivio. Gli utenti non potranno essere accoppiati con efficienza; DataDate diventerà inattendibile; il castello di carte crollerà. Le follie che voi utenti avete letto in questo memo, giorno dopo giorno, vi sembreranno sempre più credibili. Comincerete a dubitare delle smentite ufficiali. Vi ribellerete. Avrò compiuto un miracolo.
I frammenti della copia originale dell’Algoritmo disegnavano un angelo di materia cerebrale sulla parete dell’ufficio di Balladio; la seconda e ultima copia del procedimento si trovava davanti a me, in funzione, nel Nodo Mistress della Donna Ideale. Mi inginocchiai nell’abside della Cappella di San Valentino per estrarre il server fuori dal rack. Un Notturno di Chopin in sottofondo. Cullai il case sulle ginocchia, scoperchiandolo per accedere alla scheda madre. Accarezzai con le dita il chip su cui era inciso, indelebile e non replicabile, l’Algoritmo dell’Amore. Mentre scollegavo i connettori dalla scheda, venni illuminato da un pensiero magnifico: non sono stato il primo uomo ad amare una macchina; sono stato il primo uomo a essere ricambiato. Avevo realizzato il mio sogno di bambino.
Catturato da un entusiasmo infantile, con il cuore frenetico e le dita leggere, sganciai l’ultimo cavetto dal case e infilai il cervello della Donna Ideale nella valigetta metallica.


Preleva il racconto in pdf.

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35 Risposte to ““Il superutente”, di Francesco Di Salvia”

  1. monica Says:

    ma gironismo non è un aggettivo

  2. barbara Says:

    All’esame di maturità, era il 1987, durante l’orale di una ragazza che era stata presentata con nove in italiano scritto, una coltissima commissaria d’italiano del sud s’intromise nell’interrogazione. Purtroppo, nel tema d’esame la ragazza aveva preso solo sei meno meno e non aveva chiesto spiegazioni a riguardo, da tanto ne era rimasta mortificata. L’insegnante le spiegò che anche lei era molto dispiaciuta per averle dato quel voto, non in linea con il suo rendimento scolastico. Ricordo più o meno le parole dell’insegnante così:
    “Il linguaggio è uno strumento di comunicazione, serve quindi a comunicare agli altri qualcosa in modo tale che questi possano capirla. Tu hai un modo di scrivere troppo dotto, io ho capito ciò che hai scritto nel tema e l’ho apprezzato, ma devo valutare la tua capacità di usare il linguaggio in vista di ciò che costituisce il suo scopo naturale: comunicare. Tu, che sai usare il linguaggio, devi essere anche in grado di farti capire da molti, altrimenti limitati a scrivere per te stessa, ma non diffondere ciò che scrivi, ecco perché il tuo scritto per me è appena sufficiente.”

    Ho apprezzato molto questo testo di Di Salvia, oltre ad essere molto fedele con le caratteristiche delle persone appassionate d’informatica, si fa capire anche da chi non appartiene al mondo tecnologico, pur se molti termini usati sono specifici di quel settore. L’ho apprezzato soprattutto se paragonato agli altri pubblicati dalla Gettoniera perché vi si rispetta una struttura linguistica che lo rende un racconto per tutti, dove per tutti non intendo popolare. Nel testo proposto il lessico e le strutture sintattiche, oltre alla punteggiatura, assolvono al loro scopo precipuo: comunicare nel senso di entrare in contatto con gli altri, con tutti. Trovo che chi usa il linguaggio per diffondere il proprio pensiero abbia sempre la responsabilità di farsi capire.

  3. thechick Says:

    @barbara: per completezza, ma tu nel 1987 facevi la studentessa o la professoressa del sud?

  4. alcor Says:

    Quella professoressa avrebbe dato 6 — anche a questo, immagino:

    «I corridoi di palazzo Brügna, già ricchi d’ombre di per se stessi, e non impropizi alle passeggiatine d’un qualche scarafaggio, ma della razza dei timorati e solinghi, quel pandemonio d’un restauro e ammodernamento «a scopo locatizio» li aveva poi locupletati de’ più impreveduti scalini e repentini mutamenti di livelletta, a non contare le volte nel buio, gli scivoli, le buche, i bernoccoli, e intoppi e inciampi d’ogni maniera e d’ogni calibro»

    [Gadda, L’Adalgisa]

    e questo:

    «Ma non c’era bisogno di incitamenti: spostando d’un tratto lui medesimo, Perbellione avanzò e colpì la donna con gagliardo sommommolo, seguito da un non meno vigoroso scataluffo. Lasciando cadere l’arma, ella impallidì e, un po’ per dolore e un po’ per la rabbia, gli occhi le si empirono di lacrime. Ma ecco a quelle prime percosse tennero dietro un cosotto, uno iotolone, un garontolo e un gongone; e a questo punto la poverina altro non poté che scivolare in terra svenuta o semisvenuta o svenuta per legittima difesa. Il picchiatore si fermò (mentre il marito inscenava un’espressione tra di giubilo e di rammarico) […]

    [Landolfi, Le labrene]

    e questo, che si intitola addirittura ” Il romanzo”:

    «Se un angelo intervistatore mi ponesse una domanda sulla condizione attuale del romanzo, io penso che, con la compunzione necessaria, risponderei all’incirca così:
    “Io provo uno scarso interesse per il romanzo in genere – inteso come protratta narrazione di eventi o situazioni verosimili – e talora un sentimento più prossimo alla ripugnanza che al semplice fastidio; ho l’impressione che oggi codesto genere sia caduto in tanta irreparabile fatiscenza che il problema è solo quello dello sgombero delle macerie, non del loro riattamento a condizioni abitabili; codesto sprofondamento ha, a mio avviso, una causa precisa. I romanzieri sono persone serie, o si comportano come tali. Sono persuasi che nelle pieghe del loro raccontare debba essere disposto il coonestante aroma di una qualche idea generale, di un messaggio. Diventato nutrimento ideologico, insaporito da frammenti di idee, il romanzo è decaduto […] a messaggio edificante; questo di per sé non sarebbe ancora rovinoso, giacché le vie della salvezza letteraria sono infinite; ma ci rattrista constatare a qual punto i romanzieri siano riusciti nel loro compito»

    [Manganelli, Il rumore sottile della prosa]

    Tutti bocciati.

  5. vibrisse Says:

    Mi pare evidente che si può scrivere e parlare in modi diversi, se possono essere diversi (e possono esserlo) gli scopi dello scrivere e parlare, i luoghi e i contesti dello scrivere e parlare. Le scritture dotte, o preziose, o concettose, o semplici, o sciatte, o naturali, eccetera, non ha molto senso lodarle o contestarle di per sé.
    Si tratta dunque di discutere quale sia precisamente lo statuto del compito scolastico d’italiano (e in particolare di quello della maturità, o esame di stato).
    Inoltre una scrittura, che sia dotta o preziosa o concettosa o semplice o sciatta o naturale, può comunque riuscire bene o male (con tutte le gradazioni che ci stanno in mezzo).

    (All’esame di maturità, nel 1979, mi successe questo: in calce al mio compito elencai una breve bibliografia. C’era del calcolo e della vanità: volevo far sapere alla commissione che, al di là dell’obbligo scolastico, avevo letto e studiato per conto mio. Il commissario d’Italiano propose una valutazione negativa: “E’ evidente che questo ragazzo ha copiato”, sostenne. Il mio compito era lunghetto, e tuttavia ero stato il primo a consegnare: cosa che, secondo il commissario, deponeva a favore dell’accusa di copiatura. All’orale mi fu chiesto di commentare un passo dei Sepolcri:
    …Il navigante
    che veleggiò quel mar sotto l’Eubea,
    vedea per l’ampia oscurità scintille
    balenar d’elmi e di cozzanti brandi,
    fumar le pire igneo vapor, corrusche
    d’armi ferree vedea larve guerriere
    cercar la pugna; e all’orror de’ notturni
    silenzi si spandea lungo ne’ campi
    di falangi un tumulto e un suon di tube
    e un incalzar di cavalli accorrenti
    scalpitanti su gli elmi a’ moribondi,
    e pianto, ed inni, e delle Parche il canto.
    Esordii dicendo: “Questo è senza dubbio il passo più brutto dei Sepolcri“, e al commissario che mi faceva notare l’efficacia onomatopeica del verso “scalpitanti sugli elmi a’ moribondi” replicai che, a quel punto, Foscolo avrebbe potuto scrivere anche: “clòppete clòppete, clòppete clòppete”*; e che comunque il “quadrupedante putrem sonitu quatit ungula campum” di Virgilio era tutto un’altra cosa, quanto a efficacia onomatopeica. Uscii col massimo dei voti. Forse avrebbbero fatto meglio a stangare la mia impudenza…).

    gm

    * Tanto per “far cozzare l’aulico col prosastico”, come diceva il Montale.

  6. Luca Tassinari Says:

    Ho snobbato freddamente il caldo consiglio di Giulio (perdono!) e ho letto il Di Salvia in html. Trovo che il racconto sia ben architettato quanto alla trama e coerente quanto al linguaggio misto geek-neuroscientifico. C’è forse un compiacimento eccessivo nella continua sottolineatura dell’identità uomo-macchina: a forza di incontrare metafore composte d’anatomia e microelettronica, il lettore si sente giudicato tardo di comprendonio e gli vien da dire vabbe’, ho capito, mo dimmi qualcosa d’altro. Il finale è un po’ didascalico e proietta all’indietro sul testo un immeritata luce di favoletta morale.

    (la coltissima commissaria di barbara avrebbe potuto più onestamente dichiarare che la scuola si prefigge il compito di insegnare ai discenti la funzione comunicativa del linguaggio. Che il linguaggio tenda a uno scopo, *naturale* per di più, e che questo scopo sia addirittura la comunicazione, mi sembra assai poco credibile).

  7. barbara Says:

    @thechick: la studentessa.

  8. demetrio Says:

    a me pare che i tre testi in questione, quelli pubblicati da giulio fin ora, abbiano una caratteristica comune. Ovvero la mimesi di un certo linguaggio: cioé c’è un io che racconta e questo io ha una lingua e questa è quella che sentiamo noi leggendo. O detta meglio tutti e tre i racconti adottano la lingua giusta per l’immaginazione che li sorregge.

  9. barbara Says:

    Ci tengo a dirvi che le vostre parole in merito alla funzione del linguaggio e dello stile scelto dall’autore mi hanno confortata. Quella studentessa che si diplomò con 56/60 anziché con l’atteso 60, per colpa del tema d’italiano, si sentì in colpa per anni per non essere stata all’altezza della prova a causa del suo stile. Ora sono grande e ho superato il problema. Vi confesso però, e spero di non essere l’unica a pensarlo, che quando mi imbatto nella lettura di stili “difficili”, enigmatici, spinti volutamente ai limiti dell’avanguardia, mi spiace, a me lettore manca qualcosa, vorrei riuscire a capire meglio e di più ciò che si annida fra le parole dell’autore. Spesso ho l’impressione che chi usa uno stile “enigmatico”, eccessivamente anticonformista, lo faccia anche perché in fondo in fondo, gratta, gratta, non c’è una solidità di pensiero. E’ stato edificato un grandioso castello di cui si vendono i piani alti, ma mancano le fondamenta. Come giustamente commenterete, è un problema mio, legittimo aggiungerei, la letteratura è l’universo del soggettivismo dove tutto è relativo. Questo testo di di Salvia a me è parso munito anche di fondamenta, gli altri scritti pubblicati non mi sono parsi così solidi. Mio personale e modesto parere.
    Spero che qualche giovane prossimo a sostenere gli esami di maturità legga questi confortanti contributi.

  10. vittorio Says:

    storie di scrittura ai miei bordi –
    mia mamma in quinta elementare negli anni 50 fece un tema sulla mosca scrivendo per un paio di pagine zzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzzzzzzz zzzzzzzzzzzz ed intitolandolo ‘la mosca’ (appunto). Senza alcuna artisticità, ma per provocare la maestra. Non iniziò mai la prima media, non c’aveva voglia, mi ha detto. Ha fatto la sartina (cosa altro, negli anni 50 che sbucavano nei 60!?!)
    mia nonna ripetè per due volte la quinta elementare negli anni 30 perchè non sarebbe andata alle medie -c’era il mulino- e siccome scriveva molto bene -bella calligrafia!- la maestra l’ha bocciata per farla rimanere un anno di più e far vedere agli altri scolari come si scriveva. Ho avuto modo di vedere la scrittura di mia nonna quando mi ha mostrato le lettere che scriveva ad un uomo che poi non sarebbe diventato mio nonno ed infatti non gli aveva nemmeno spedito le lettere. Era una scrittura perfetta, nel suo svolgersi per onde e pinnacchi e tornare giù a fare curve che accarezzavano la riga lillà che scandiva il giallino della pagina vecchia. Mi meravigliava l’equilibrio con cui la mano aveva calcolato la pressione necessaria per distribuire le gocce d’inchiostro in maniera da evidenziare la fine delle maiuscole e delle parole, in un depositarsi che sanciva la fine e poi ricominciava. ‘Quello lì sì che era un signore….’
    v

  11. Antonello Farris Says:

    Sono riuscito a leggere solo le prime pagine, poi ho voluto rinunciare perchè trovo il racconto “costruito”, artefatto e in definitiva rivoltante .
    A me appare un’opera presuntuosa: è come se l’autore volesse dirci “guardate come sono bravo a giocare con le parole…” Mi sembra appunto il lavoro di un giocoliere, quindi fine a se stesso.

  12. vibrisse Says:

    Antonello: non ho niente da ridire sul tuo giudizio (è un giudizio di gusto, e quindi è indiscutibile: se questo racconto non ti piace, non sarà certo un’argomentazione a fartelo piacere). Ma faccio qualche appunto sull’uso delle parole.
    Un racconto è un “artefatto”: i racconti non esistono in natura. Quindi, che c’è di male se un racconto è “artefatto”?
    Un racconto è una “costruzione”. Un racconto non “costruito”, sarebbe forse leggibile? (Temo di no). Luca Tassinari giudica il racconto “ben architettato quanto alla trama e coerente quanto al linguaggio misto geek-neuroscientifico”: queste parole suggeriscono un giudizio evidentemente positivo, e Luca loda proprio il racconto in quanto “artefatto” ben “costruito” (poi gli dispiace per altre ragioni, ma sono appunto altre ragioni).
    Per desiderare di pubblicare una propria opera, non c’è bisogno di almeno un po’ di presunzione? Di pretenziosità? Di vanità? O: qual è la parola giusta?
    I giocolieri di strada fanno spettacolo, e la gente si ferma a guardarli e prova piacere a guardarli (possiamo non condividere questo piacere, ma sta di fatto che c’è chi prova piacere a guardarli). Il loro gioco non è quindi “fine a sé stesso”. (Se il racconto ti pare “fine a sé stesso”, non ho niente da ridire: ma trovo che il paragone con il “lavoro da giocoliere” sia fuorviante).

    Barbara, è possibile che ci siano delle situazioni nelle quali uno stile “enigmatico” è funzionale? Io sospetto che sì. C’è tanta gente che rimpiange la messa in latino, no?
    E sarebbe assai difficile sostenere – per stare ai buoni esempi portati da Alcor – che Gadda o Manganelli avessero poca “solidità di pensiero” (non mi pronuncio su Landolfi, che poco mi piace e poco conosco).
    Vedi, Barbara, tu fai una cosa bizzarra: prima dichiari di aver avuto “conforto” da quanto detto (anche da me) sullo stile: ossia dalla relativizzazione dello stile (rispetto al contesto, agli scopi dell’autore, eccetera). Poi però, sospettando gli “enigmatici” di poca “solidità di pensiero”, vai nella direzione opposta: ossia dài ragione a quella professoressa del 1987…

    Luca: quando parli di “compiacimento eccessivo nella continua sottolineatura dell’identità uomo-macchina”, poni un problema di misura: come si fa a misurare una “continua sottolineatura”, per decidere quando è adeguata e quando ecessiva (o scarsa)?

    E’ difficile, in somma, trovare parole sicure per restituire in modo condivisibile le proprie reazioni di piacere o dispiacere nei confronti di un testo. E’ difficile anche per me.

    giulio mozzi

  13. barbara Says:

    🙂
    Sì Giulio, bizzarra mi piace perché coglie il senso soggettivamente relativo del parere personale che ho espresso.
    Sempre nella piega di questa relatività penso, come minuscola particella che legge, che ciò che leggo, quando scritto in modo ben comprensibile e solido dal mio punto di vista, mi aiuta a vivere, in caso contrario mi trovo a partecipare ad un delirio altrui che mi inquieta triplamente. La prima volta perché mi rendo conto che c’è una sofferenza in colui che scrive, una sofferenza su cui chi narra scivola senza soluzioni, la seconda volta perché non posso fare niente per lui, la terza perché lui non ha fatto niente per me.
    Del parere della professoressa del 1987 ho comunque tratto insegnamento, quando scrivo per lavoro evito di esagerare con lo stile perché devo raggiungere il mio interlocutore e ottenere un risultato che altrimenti non otterrei (ma io faccio l’avvocato). Se fossi uno scrittore non mi porrei il problema, quello sarebbe il mio stile, punto.
    Come lettore invece posso scegliere di leggere l’autore che usa lo stile che preferisco e che grazie ad esso mi regala ciò di cui io ho bisogno per vivere meglio.

  14. vibrisse Says:

    Carlo Emilio Gadda parla di lingua e dialetto.

  15. vibrisse Says:

    Barbara, sei liberissima di immaginarti che “ci sia una sofferenza in colui che scrive”. Ma è una tua – legittimissima – immaginazione. Io, quando leggo Gadda o Paolo Nori, ho l’immaginazione che si siano divertiti un sacco, e che scoppino di salute…

    Pensiamo alla “scrittura perfetta, nel suo svolgersi per onde e pinnacchi e tornare giù a fare curve che accarezzavano la riga lillà che scandiva il giallino della pagina vecchia” della nonna di Vittorio. E’ una scrittura complessa, molto disciplinata (“artefatta”, direbbe forse Alessandro), e insieme – mi par di capire – leggibilissima.

    gm

  16. Luca Tassinari Says:

    Giulio, avrei dovuto dire eccessivo *per me*, dato che parlavo di una mia sensazione, e la misura è di conseguenza soggettiva. L’immagine che va più vicino a rappresentare quella sensazione è la classica goccia che fa traboccare il vaso. Non è dunque una misura esatta e ripetibile, e non ha alcuna pretesa di oggettività.

    Concordo sulla difficoltà di “restituire in modo condivisibile le reazioni di piacere o dispiacere nei confronti di un testo”, specialmente quando la reazione è quella della prima lettura, spesso segnata da una discreta dose di impressionismo e di fretta.

  17. vibrisse Says:

    E però, Luca, benché soggettiva, sempre una misura è. Ed è interessante che un giudizio di valore si avvalga di una misura. Quando grande è il (tuo) vaso? Quanto grande è il vaso (mio)? g.

  18. Luca Tassinari Says:

    “sempre una misura è”
    Sì, ma è una misura non solo diversa dalle misure altrui, ma anche inesatta e variabile, quindi poco condivisibile e poco affidabile.

    “Quando grande è il (tuo) vaso? Quanto grande è il vaso (mio)?”
    Potremmo anche complicare il problema: il tuo (o il mio) vaso ha dimensioni costanti in tutti i momenti e le situazioni delle rispettive vicende personali? La frequenza di caduta delle gocce è la stessa per entrambi?

    Esco un momento dalla metafora e pongo la domanda fatidica: il giudizio che un lettore esprime su un testo dipende dal testo, dal lettore o da entrambi? Perché se inseriamo il lettore nell’equazione, la probabilità di arrivare a giudizi stabili e condivisibili mi sembra bassina (posto che arrivare a giudizi stabili e condivisibili sia il problema, neh).

  19. vibrisse Says:

    No, Luca: secondo me il problema non è “arrivare a giudizi stabili e condivisibili”. I giudizi non saranno mai stabili, se non a distanza di secoli; e ci sarà sempre chi non li condividerà. (La più forte delle non-condivisioni, peraltro, è la dimenticanza: nessuno nega che Tassoni fosse uno scrittore interessante, ma chi legge più “La secchia rapita?”).

    Il problema che mi incuriosisce al momento è questo: vedo spesso giudizi di gusto negativi espressi da Tizio con le medesime formule usate da Caio per esprimere giudizi di gusto positivi, e viceversa. Vedi, esempio lampante, il campo edilizio delle parole “costruito”/ “ben architettato” / “munito di fondamenta”, usate da Alessandro, da te e da Barbara.

    Di fronte a questi giudizi di segno così diverso, ma espressi quasi con le stesse parole, mi domando se non sia possibile ragionare per estrarre delle “poetiche del lettore”. Barbara, ad esempio, è andata molto vicina a dichiarare proprio una sorta di propria “poetica”. Il che va bene, benissimo, ed è interessante.

    Io posso dire che questo racconto mi interessa poco per la materia, ossia per l’immaginario che mobilita (così come mi interessano poco, per la loro materia e il loro immaginario, autori notevolissimi come Ballard o Sterling); mi piace per la velocità della narrazione e, in particolare, per l’efficienza ed economia degli scambi di conversazione (una cosa che trovo raramente, anche in scrittori patentati); mi piace per l’asciuttezza, per l’uso divertente di parole che non capisco (e che non ho cercate sul vocabolario: mi bastava il suono). Mi piace poco l’attacco, mi piace parecchio la fine. Se dovessi dirlo in tre parole, direi: è fatto bene.

    (Ma, in generale, credo che qui nella Gettoniera finiranno soprattutto testiche mi sembino “fatti bene”).

    gm

  20. Antonello Farris Says:

    Giulio, va bene, le tue argomentazioni sono impeccabili e non trovo motivo di obiettare. Ma poichè sento di non esserne convinto ho cercato di scavare in me per cercare di portare alla luce il senso delle due parole che ho utilizzato nella mia critica al racconto. Allora: ho parlato di “artefatto” .
    Anche La Gioconda è un artefatto, come è un artefatto il dipinto di un mio caro amico che, per sua stessa ammissione, è insignificante, banale.
    Ma che differenza abissale tra i due artefatti! In definitiva c’è una accezione che riconduce al concetto di bellezza ed una che riconduce al concetto di non bello. Nella mia osservazione al racconto era questa seconda accezione che volevo esprimere.
    Poi ho parlato di “costruito”. E qui il senso da attribuire al vocabolo è quello di ” coscientemente non spontaneo” : io scrivo qualcosa con l’intento di farla piacere, non con l’intento di esprimere ciò che sento.
    Do a costruito questo significato.
    Riguardo alla “presunzione/pretenziosità/vanità/ ” che chi scrive deve avere, sono ugualmente in dubbio. Può esistere uno scrittore senza questi presupposti? Io voglio credere di sì. Anzi io penso che ne esistano (Luigi Di Ruscio potrebbe essere uno di questi).

  21. vibrisse Says:

    Quindi, Alessandro, dire che un racconto è “artefatto”, non significa di per sé dire che è bello o che è brutto. Il bello e il brutto sono indipendenti dalla presenza dell’artificio.
    O no?

    Poi, tu crei uno schema di questo tipo:
    coscientemente non spontaneo – fatto con l’intento di farla piacere
    xxxxxxxxxxxxxxxxx – fatto con l’intento di esprimere ciò che sento
    Mi sono trovato in imbarazzo nel decidere cosa mettere nella casella vuota (quella con le x). “Coscientemente spontaneo”? “Incoscientemente non spontaneo”? “Incoscientemente spontaneo”?

    Infine: perché mai l’intento di scrivere qualcosa che piaccia dovrebbe produrre necessariamente (a me pare che tu istituisca congiunzioni necessarie) qualcosa che… non ti piace?
    E perché mai l’intento di scrivere qualcosa che piaccia non potrebbe coesistere con l’intento di esprimere “ciò che sento”?
    E perché mai uno, per fare qualcosa che “ti piace” dovrebbe “esprimere ciò che sente”? Non potrebbe, ad esempio, descrivere qualcosa che gli è capitato di immaginare?

    gm

  22. vibrisse Says:

    Il post con il racconto “Il superutente” è stato aperto finora 564 volte. Il racconto in pdf è stato prelevato 62 volte. Giovedì 27 maggio vibrisse è stato visitato 1.173 volte. gm

  23. Luca Tassinari Says:

    Oddio, Giulio, non vorrei fare la parte dell’ottimista a oltranza, ma secondo me la “poetica del lettore”, è già tutta presente e ben formata nell’atto di tracciare un giudizio su ciò che il lettore legge. Già il grado zero del giudizio — mi piace / non mi piace — è una dichiarazione di poetica del leggere, basilare fin che si vuole, ma meglio di niente. L’argomentazione del giudizio — mi piace / non mi piace *per questo e quest’altro motivo* — è senz’altro utilissima per alimentare una discussione, e quindi per creare una sorta di comunità di leggenti che si incontrano o scontrano sul perché e il percome un testo è più o meno piacevole. Sinceramente non so fino a che punto siffatte comunità siano necessarie al progresso delle umane lettere, ma sono quasi sicuro che male non fanno.

    Quanto al Tassoni, be’, suppongo che legioni di studenti del liceo o dei corsi di storia di letteratura lo sentiranno almeno nominare e ne leggeranno qualche estratto. Dal canto mio sono convinto che il capolavoro della letteratura popolare italiana di tutti i tempi sia il Liber facetiarum di Poggio Bracciolini, anche se nessuno se lo fuma manco di striscio da mezzo millennio a questa parte: è vero che la dimenticanza è una forma di non condivisione, ma è altrettanto vero che nulla vieta di ricordare in assenza di condivisione.

    Sull’assiologia di termini come artificiale, artificioso, artefatto, ecc. passo volentieri la mano, perché prima o poi uno dovrà pure andare a dormire. 🙂

  24. paperinoramone Says:

    @ In biblioteca hanno due testi di Bracciolini, entrambi a titolo “le facezie”, sono questi i testi a cui ti riferisci? Te lo chiedo per curiosità, ringraziandoti per avermi fatto conoscere un nome che altrimenti chissà quando avrei incontrato…
    Questa vostra discussione è molto interessante, poi leggerò anche il racconto, cerco di aggiungere un pensiero contorto e spero non inutile: ho finito di leggere 2666 di Bolano, in due volumi, grossomodo più di mille pagine. Mi è piaciuto? Beh, se sono arrivato alla fine dovrei dire di si, per abitudine a meno che non costretto un libro se lo inizio lo finisco, e in effetti la parte dei critici è bellissima, quelle di mezzo meno, l’attenzione e il piacere della lettura s’affievoliscono, poi arriva la parte dei delitti, che è uno strazio per quello che c’è scritto intermezzato dai rapporti fra il detective e la psicologa, e l’apprendistato in polizia del giovane Lalo Cura, che alleggeriscono la parte. Infine finalmente si ritorna al principio della storia con la parte di Arcimboldi, degna chiusura del tutto.
    Bene, ma quanti strumenti ho io, io che sto scrivendo adesso per un testo del genere? Perché c’è un passaggio in uno dei commenti di Tassinari, quando egli osserva “un compiacimento eccessivo eccetera” pone un problema di misura secondo Giulio, un problema che può porsi solo chi ha maturato dei gusti letterari penso io, poi la misura sarà più o meno positiva a seconda appunto di tali gusti, che comunque penso maturino spontaneamente, ed io al momento non credo essere maturato da questo punto di vista, cioè giudizi che necessitano di una coscienza della materia per potersi avvalere di una misura opposti invece, ma non ne sono sicuro, ai giudizi di contatto, come i miei per esempio. Tu Giulio e Tassinari siete magari d’accordo su un tratto tematico che avete notato (il compiacimento nella sottolineatura dell’identità uomo/macchina) però magari non lo siete sul suo effetto circa la qualità (?) del testo in questione, ma questo è un giudizio tecnico. Ammesso che abbiate ragione circa l’effettiva esistenza di detto tratto tematico, i suoi effetti influenzano anche la lettura di chi come me non si può accorgere di tale esistenza, oppure riguarda solo voi due? O invece non è un giudizio tecnico, è un giudizio di “contatto” anche posto da chi sa leggere i testi a più livelli, e però come restituirlo agli altri? Cioè se fosse impossibile razionalizzare, almeno in questi tempi, le reazioni di piacere o dispiacere? Tutta la critica artistica che migliora e diffonde le opere nonostante non riesca a spiegarle?

  25. vibrisse Says:

    Luca, certo che la poetica è già implicata nel giudizio, anche nel semplice: non mi piace, mi piace. A me interessa il modo in cui la poetica implicata viene esplicitata. Parto per Zurigo, arrivederci. gm

  26. barbara Says:

    Buongiorno signori,
    siamo finiti in una rete antica dalle infinite maglie!

    “Ma il guajo è che voi, caro, non saprete mai, né io vi potrò mai comunicare come si traduca in me quello che voi mi dite. Non avete parlato turco, no. Abbiamo usato, io e voi la stessa lingua, le stesse parole. Ma che colpa abbiamo, io e voi, se le parole, per sé, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele; e io nell’accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio. Abbiamo creduto di intenderci; non ci siamo intesi affatto.”

    L. Pirandello, Uno, nessuno e centomila, Feltrinelli, Milano, 2008, pp. 26-27.

  27. Gabriele Says:

    Che noia. Se questo è uno degli sforzi che la letteratura nuova compie per capire il mondo in cui siamo e quello che verrà, meglio leggere Cormac McCarthy. Se non resiste alla lettura e alla rilettura, vuol dire che è niente. Come Sanguineti: lo leggevano alla radio e mi chiedevo: ma ci sono due versi due che qualcuno terrebbe a mente per ripeterseli?

  28. Luca Tassinari Says:

    paperinoramone, sì, il libro è quello. Quanto ai giudizi, i miei sono sicuramente “di contatto”, se con quel termine intendi espressi da un lettore dilettante.

    Barbara, credo che ogni volta che parliamo di scrittura e di lettura ci infiliamo più o meno consapevolmente in diatribe che vanno avanti da secoli e che procederanno fino all’estinzione della specie umana. Cosa ottima, perché quando arriveremo a capirci al primo colpo senza fraintendimenti ci estingueremo per noia.

    E buon viaggio a Giulio.

  29. Marco Says:

    Ma, a me viene solo da dire che: parole senza frontiere, Giulio.

  30. paperinoramone Says:

    @ Tassinari

    intanto grazie per lo spunto. Circa i “giudizi di contatto” non ne sono sicuro, ma non penso che solo i lettori dilettanti ne subiscano, per questo immagino che certe cose non si possano esprimere: cioè Giulio Mozzi non mi pare un lettore dilettante, anche tu non so se lo dici per modestia, ma ammette quanto sia difficile anche per lui “trovare parole sicure per restituire in modo condivisibile le proprie reazioni di piacere o dispiacere nei confronti di un testo”; in musica è più facile forse, ci sono cose che colpiscono, poi uno ci si può mettere con tutto l’impegno del mondo a ricercarne i motivi partiture alla mano, può spiegare solo come è fatto un brano non perché lui ne sia così colpito. Per la letteratura può essere lo stesso? In somma, il lettore dilettante subisce un testo, ne viene colpito da quello che c’è scritto, ma non sa bene perché gli piace così tanto, cerca delle parole che sembrano spiegarlo perché lo vuole condividere con gli altri, e questo è positivo, per quanto inutile. Il lettore maturo invece come agisce? Io sospetto che spesso agisce allo stesso modo, però da un lettore maturo ci si aspetta un’oggettività che però è impossibile, per quanto positiva. Ma in effetti potrei solo aver bisogno di un spazio per esprimermi, meno male che Giulio c’è!

  31. barbara Says:

    Frequento un corso di scrittura creativa, chi vi partecipa è mediamente un lettore forte, alcuni sono scrittori, chi dilettante, chi professionista con pubblicazioni al suo attivo.
    Componiamo dei brani, c’è un docente che li corregge, li leggiamo in aula e gli altri allievi li commentano.
    C’è chi viene rapito da testi sentimentalisti o sentimentali e più frequentemente compone testi di questo genere. Altri apprezzano di più i testi d’azione o quelli ironici. In generale, quando giudicano da lettori, poco si soffermano sulla qualità tecnica del testo, giudicano a pelle e si trovano divisi su più fronti.
    Quando però un testo è scritto in modo tecnicamente eccellente, non servono commenti, si sente a orecchio, molti lo scaricano e se lo studiano, anche se a pelle non gli è piaciuto, la bellezza tecnica supera le sensazioni epidermiche e coagula il gruppo in un insieme compatto.
    Come dice Luca, concordo, di fronte alle parole non ci capiremo mai, ciò ci disorienta ma al contempo ci affascina, altrimenti che noia. Come dice Giulio, è difficile anche per lui.
    La Gettoniera mi piace come iniziativa, perché offre molto a chi ama leggere e scrivere. Mi piace quando è educata nei toni, intelligente e costruttiva nelle critiche, quando non leggo polemiche che scadono in uno scenario da “Amici” (la trasmissione televisiva, per citarne una) come è purtroppo successo e mi è dispiaciuto per tutti coinvolti, lì è andata persa un’occasione di capire e capirsi.
    Mi piace Giulio quando interviene da mestro, quando parla di poetica, quando, dopo che i nostri commenti lo hanno un pochino esasperato, finalmente ci spiega cosa tecnicamente lo ha colpito nel testo che ha selezionato “Io posso dire che questo racconto mi interessa poco per la materia, ossia per l’immaginario che mobilita (così come mi interessano poco, per la loro materia e il loro immaginario, autori notevolissimi come Ballard o Sterling); mi piace per la velocità della narrazione e, in particolare, per l’efficienza ed economia degli scambi di conversazione (una cosa che trovo raramente, anche in scrittori patentati); mi piace per l’asciuttezza, per l’uso divertente di parole che non capisco (e che non ho cercate sul vocabolario: mi bastava il suono). Mi piace poco l’attacco, mi piace parecchio la fine. Se dovessi dirlo in tre parole, direi: è fatto bene.”
    Questo è utile a chi vuole imparare a scrivere, utile per imparare a leggere con gusto d’indagine sulla tecnica, si rivela una forma didattica remota, non solo un’iniziativa culturale, questo è più “oggettivo” del semplice mi piace non mi piace e ci avvicina tutti su un terreno di confronto all’interno del quale abbiamo qualche possibilità in più di capirci e di imparare.
    Se posso esprimere un desiderio: mi piacerebbe che la Gettoniera continuasse ad essere questo, utile così.

  32. vibrisse Says:

    Gabriele, la risposta è: sì.

  33. cletus Says:

    In un pomeriggio di giugno che sembra novembre, si, con colpevole ritardo ho ultimato la lettura delle 26 pagine (parte dei commenti inclusi) stampate fronte-retro per risparmiar carta (ma non inchiostro) perchè ho problemi a leggere cose più lunghe di venti trenta righi a monitor.
    L’autore dal nome chilometrico (mettiamoci d’accordo, dalla realtà alla finzione letteraria: Francesco Paolo Maria di Salvia è già un programma).
    Il suo lungo racconto mi è piaciuto. L’ho letto con l’avidità di chi percepisce l’uso sapiente della terminologia. Qui ho capito che forse quando l’ha scritto aveva, come si dice, già in mente il suo lettore. Ma Mozzi, almeno cosi ricordo, dice sempre che “questo è il testo”. Voglio interpretare: lasciate da parte ogni altro giudizio: concentratevi su ciò che è scritto, forse, anzi, di più di come è scritto. Questo racconto è scritto bene. Questo racconto accarezza qualcosa che nella mia mente ha fatto capolino più volte: dove ci porta la tecnologia ? Scenari da Blade Runner, a me son cose che affascinano, e devo dire, s’è pure trattenuto. L’algoritmo dell’Amore, lungi da una contigente assonanza, è il nodo oscuro verso il quale stiamo scivolando. Svelare che si tratta dell’arte della delega. Dalla chimica dei sentimenti alla logica ferrea (e per niente fuzzy, al momento, delle macchine). E’ la pigrizia a fotterci. Come sempre.

  34. Gabriele Says:

    Per vibrisse: lo ammetto, un po’ frettoloso forse su Sanguineti. Ma l’effetto “parlato una volta e per sempre” ci sarà in S.? Provo a cercarlo. Ma insomma quando muore tra le mani della polizai un ragazzo a Roma, sui muri scrivono “mi cercarono l’anima forze a di botte”. De André, mica Sanguineti. E nota che lo stesso succede con Dante. Confermo la mortale noia intellettuale del gettone.

  35. GabrieleG Says:

    Questo mi è piaciuto. L’autore sa scrivere (è una notizia) con buon ritmo incalzante. Il linguaggio da “smanettoni” non è esagerato, anche se può mettere in difficoltà chi si ostina a snobbare la tecnologia. L’idea del computer femmina è singolare e qui funziona. La compenetrazione uomo-macchina è descritta con buona progressione; mi ha ricordato, a tratti, le immagini di un vecchio film paranoico giapponese: “Testsuo, l’uomo d’acciaio”, ma quella è un’altra storia.
    Il Superutente ha il massimo dei privilegi d’acesso alla macchina e qui va anche oltre, sino all’atto d’oltraggio e d’amore supremo.
    Un bel racconto fantabarocco.

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