Francesco Paolo Maria di Salvia e “La circostanza”. Seconda domanda

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[Sono convinto che il romanzo di Francesco Paolo Maria di Salvia, La circostanza, sia un’opera di altissimo livello. Ho deciso di fare qualche domanda a Francesco, pregandolo di darmi le risposte più lunghe possibile. gm]

[Aggiornamento: il 4 luglio 2015 La circostanza ha vinto il Premio Berto].

2. Nella prima risposta ci hai rivelato che, per un certo tempo, il titolo del romanzo è stato L’immacolata concezione di Italo Saraceno. Italo, figlio di padre ignoto (più o meno come Gesù di Nazareth), può essere quindi considerato una specie di figura messianica. Ma messianica di che? In realtà, lungo tutto il romanzo lui non fa altro che adattarsi alle circostanze che via via si susseguono. La circostanza è dunque il diavolo, ciò che distoglie.
Alla fine del romanzo, quando la narrazione giunge ai giorni nostri, il «caro ragazzo» al quale Italo si rivolge nei capitoli nei quali racconta in prima persona compare in scena (è l’ultima riga del romanzo a garantire l’identificazione) e porta il nome di Francesco Paolo Maria di Salvia. E in concomitanza con questa apparizione Italo, questo messia così meticolosamente fallito, ritrova qualcosa della sua forza – o almeno della sua verve – originaria e pubblica un pamphlet di grande successo intitolato Rivoluzionatevi! «un messaggio per quei ragazzi che non hanno ancora venduto l’anima al paradigma liberal-democratico».
E dunque, Francesco? Non sei tu, tu biograficamente, questo «ragazzo»; tu sei uno di quei «ragazzi»; che portano su di sé, come generazione o parte di una generazione, una spinta messianica…
Ecco. Ho fatta la mia interpretazione. Che ne pensi?

3172038Rispondere a questa domanda richiede un certo senso dell’equilibrio che non sono sicuro di possedere. Il rischio di cadere nel burrone della pomposità o nell’abisso della fuffa è piuttosto alto. Provo a destreggiarmi senza guardare troppo di sotto, avanzando col monociclo sul cavo, e vediamo come va.

Parto dal messianesimo. Sì, è un tema molto presente nel libro. Ho come l’impressione che buona parte degli italiani viva nella costante e inconsapevole attesa della venuta di un nuovo messia. Non una seconda venuta di Gesù. Mi danno proprio l’idea di ritenere che qualcosa sia andato storto in passato; e che neanche Cristo in persona abbia rappresentato una risposta divina adeguata ai perché? sul dolore dell’umanità. Gesù è ormai percepito come portatore di un messianesimo tradito, o incompleto. Vedo la disperazione del non riuscire a giustificare l’unde malum? e il tentativo di ottenere una risposta più concreta (moderna?) rispetto a quella contenuta nei vangeli. Gramsci? Mussolini? Berlinguer? Berlusconi? Non sono forse tutte figure in cui una parte del popolo italiano ha voluto vedere un piccolo messia? Si accontentano, per ora. Sono di bocca buona e pronti a sputare via il piccolo messia indigesto alle prime difficoltà di masticazione. (Non fraintendiamoci: gli idoli sono infiniti e multiformi. Tra gli italiani che Flannery O’Connor chiamerebbe «cristiani loro malgrado» ci sono fior-fiore di atei che attendono il loro nuovo messia subconscio e se lo vanno a cercare ora nella razionalità, ora in Darwin, o nella scienza).

Il tema della cristomimesi è una delle piccole gallerie sotterranee che percorrono il romanzo. Non è solo un consiglio di condotta; è anche una questione iconografica. Italo è un Cristo inetto. Sua madre viene presa in giro dal popolino per la sua immacolata concezione. La moglie Emilia spinge più volte Italo a farsi portatore di una buona novella, che poi è quella del suo comunismo cristeggiante, eretico per entrambe le chiese. Anche il figlio Carletto, nel paragrafo 9 agosto 1974, esasperato da questo padre-messia sempre assente, lo mette nel calderone dei paragoni assieme a Gesù e Tex Willer: «Il tipico eroe occidentale, insomma; un messia misericordioso che esporta il Verbo (Verità, Rivoluzione, Democrazia) presso popoli incapaci di salvarsi da soli». Fino alla dichiarazione, in 19 maggio 1986: «Italo Saraceno si voltava spesso a controllare i lineamenti severi del Maestro. Il volto di Gramsci lo incupiva. Il padre del comunismo italiano era un individuo inimitabile: il modo in cui era morto; le ragioni del suo decesso; l’epoca che lo aveva ammazzato. Italo Saraceno aveva perso la grande occasione di crepare al tempo di Mussolini. Non aveva mai avuto il fisico del messia. C’aveva provato, Italo Saraceno. Il suo l’aveva fatto. L’Eroe è muscoli più tempra; qualità che Italo aveva avuto in abbondanza; ma il Messia è fatto di carisma più morte violenta. E alla quasi accettazione, davanti proprio alle ceneri di Gramsci, con Emilia ormai corrotta dalla malattia di Alzheimer, quando Italo ammetterà: «Tu vuoi salvare, ma innanzitutto vuoi essere salvata. […] Hai sempre cercato un Salvatore, ti saresti accontentata di un Gramsci, ma non di un marito». Ci sono poi anche molte figure minori dai tratti messianici. C’è il «messia fragile» Gramsci e c’è Enrico («un messia capace di camminare senza bagnarsi sulle acque torbide del degrado italiano»). L’imitazione iconica del Cristo ritorna anche in Che Guevara (El Cristo de Vallegrande) e nei quadri cattocomunisti di Christian Marx. Perfino nella parte americana: il rombo tra Felice Saraceno, JFK, Jack Ruby, Oswald fa emergere degli elementi messianici. Nixon lo dice addirittura di se stesso: «Che sono io? Sono soltanto un paradosso. Il migliore e il peggiore degli uomini. Troppo umano perché a un democratico io possa piacere come Presidente. Voi avete bisogno di supereroi, di messia».

Che genere di messia potrà mai essere Italo Saraceno? Come hai detto tu: «un messia meticolosamente fallito». Fallito in cosa? Devo fare un passo indietro e tornare alla circostanza. Hai scritto: «In realtà, lungo tutto il romanzo lui non fa altro che adattarsi alle circostanze che via via si susseguono. La circostanza è dunque il diavolo, ciò che distoglie». Qui bisogna fare attenzione: c’è la circostanza; e poi ci sono le circostanze. Italo si adatta alle circostanze che gli capitano; ma rifiuta sistematicamente la sua circostanza natale. La sopravvivenza di Italo è assicurata dal suo conformarsi, dal suo «adattarsi alle circostanze che via via si susseguono». Il darwiniano survival of the fittest premia chi riesce a spremere al massimo la propria adattabilità ai cambiamenti ambientali. Italo è sopravvissuto alle diverse ere del Pci perché ha seguito il gesuitico perinde ac cadaver che gli è stato suggerito dal compagno Pajetta come metodo di condotta. La sottomissione al moderno principe gramsciano. L’esattezza perenne della linea, coadiuvata dal centralismo democratico, diventa un mondano dogma dell’infallibilità papale; che, se seguito alla lettera, assicura una sopravvivenza politica illimitata. Un altro inetto, Mattia Pascal, viene costretto dagli eventi a scoprire come non ci possa essere vita fuori dall’anagrafe; così Italo segue il suggerimento di Emilia e scopre che, nonostante tutto, Extra Ecclesiam nulla salus. È il tema della sottomissione o dell’abbandono all’autorità. Se ne parla molto in riferimento all’Islam, in questo periodo, e Islam proprio sottomissione dovrebbe significare. Perché un ragazzo cresciuto in Occidente dovrebbe arruolarsi nell’ISIS e guardare una puntata dei Teletubbies prima di sgozzare un altro essere umano? Perché i totalitarismi del Ventesimo Secolo? Perché il linoleum nei soggiorni delle case? Perché la sottomissione ti fa sentire al sicuro. Non c’è niente di più confortante del non prendere decisioni. Delegare tutto a un’autorità superiore. Orwell in 1984: «That the choice for mankind lay between freedom and happiness, and that, for the great bulk of mankind, happiness was better». Il conformismo è una forma edulcorata di sottomissione.

Poi c’è la circostanza. Se le circostanze portano al conformismo, o alla sottomissione, così la circostanza porta alla verità. La circostanza è nient’altro che la verità effettuale che ci troviamo attorno, che ci viene data in dotazione al momento della nascita, e che ci trasciniamo dietro fino al momento di venir sotterrati al camposanto (o disposizione alternativa delle spoglie mortali). Negare la circostanza equivale a negare la realtà. Italo non si è mai adattato veramente alla propria circostanza, ossia al vero che gli sta attorno. L’ha rifiutata sin dal principio. Se non accetti la tua circostanza, sarai costretto costantemente a rimanertene in fuga, soprattutto da te stesso. Una fuga che è opposto compenetrato della paralisi. Immacolata concezione rappresenta anche un gioco di parole. La seconda concezione non è fisica, ma intellettuale, e rappresenta l’idealismo. L’ideazione pura che ci fa sentire puri (finché non arriva uno più puro che ci epura). Gli onesti pensieri che ci promettono «il cielo, la purezza, l’inconfutabile». Se un diavolo che distoglie c’è; quel diavolo è l’ideale. La missione di Italo sarebbe quella di salvare se stesso. Non c’è niente da salvare nell’umanità: l’umanità è; e poi, un giorno non tanto lontano, non sarà più. L’ideale è ciò che distoglie dal reale condannandoci alla dannazione terrena. («Ma dov’è la questione mortale, Enrico? La vita che in nome delle altre vite ci siamo dimenticati di vivere?»). Ed è questo il punto: Italo non ha mai cercato di costruirsi davvero come individuo. Tutto ciò ha fatto è stato indossare una maschera idealistica. È ricorso a continue menzogne e ipocrisie sia sociali che intellettuali. Non ha avuto piacere nell’essere ciò che è stato e ne ha sofferto addirittura. (Vedi i costanti richiami al calcio e alla carriera da fisiatra durante l’intervista). Italo si è costretto a frammentarsi in ruoli diversi tra loro con il risultato di non avere alcuna identità profonda. («Il compagno Niente»). L’inettitudine di Italo è inettitudine verso la propria circostanza. Che genere di messia è, dunque? L’esempio di Italo è costruito in negativo e dice alle brave genti del mondo: non fate come me; non seguite il mio esempio; non rifiutate la vostra circostanza.

Mi riallaccio al paragrafo 19 maggio 1986. Qui Italo è già vecchio. Sta già contrattando con la sua circostanza. Si riavvicina all’azienda di famiglia, forse per noia, o in nome di una monotonia che nasconde altri significati. Poi si chiede: chi è stato Italo Saraceno? «Un secondo di lusso. Un fedele portatore d’acqua. Il migliore dei gregari. L’esempio morale perfetto per le generazioni a venire. Non è più il Pci delle 3M: il Martire, il Migliore, il Moralissimo. Siamo all’ascesa del Gregario. Perché ai giovani erano richieste tre qualità: silenzio, una ferrea volontà di non strafare e un’assorta ammirazione per le statue di gesso esposte nel Museo Civico e Morale della Repubblica Italiana. Una generazione aveva costruito. Le altre dovevano limitarsi a tacere e spolverare.
Le generazioni tornano a fare pressione le une sulle altre. No, non c’è nessuna spinta messianica nemmeno nella mia generazione. Siamo il Sante Geronimo Ghini («Nient’altro che merda secca usata con astuzia per accendere il grande falò dalla fiamme tricolori»); siamo il popolo di Internet; siamo il Libero Maria paralizzato dall’analisi e dalla Storia. Una generazione addomesticata; tutta infantilismo e gregariato. E io? Peggio che andar di notte. Francesco Paolo Maria Di Salvia è un messia tanto inetto quanto presuntuoso. La mia entrata in scena ha lo scopo di rendermi ridicolo e odioso. Il messianesimo dell’intellettuale è doppiamente grottesco. Se c’è una cosa su cui San Francesco e Nietzsche vanno d’accordo è proprio la diffidenza verso l’intellettualismo narcisistico.

Italo Saraceno è rivitalizzato dalla mia entrata in scena? Certo. Si prende letteralmente il mio sangue e si nutre delle mie energie per rinascere. E come rinasce? Ritorna uguale a prima. Lo stesso accenno al «paradigma liberal-democratico» è solo un riferimento al lessico di plastica usato dai burocrati di partito. In altre parti si parla di «cacatoio liberale» usando parole di Secchia e la cosa ha lo stesso valore simbolico. L’ultimo paragrafo, Rinascita è un grido di sconforto: non cambiano mai! Ancora con la rivoluzione!. L’oppio degli intellettuali; servito in tutto il suo splendore. Nel breve accenno a Rivoluzionatevi!, ciò che Italo ha imparato, ormai quasi novantenne, dopo aver passato le cinque fasi del suo percorso, viene offerto ai giovani come straordinario esempio di vita. Vuole addirittura assicurarsi che i giovani si impegnino in una sorta di italomimesi! Ma è puro vuoto pneumatico. È solo la scoperta dell’acqua calda. Rivoluzionatevi! è un gelido invito all’individualismo da parte di uno che è stato comunista per tutta la vita. Che ha capito, solo in punto di morte, che è impossibile annullarsi completamente, e che ce lo propone come grande intuizione universale («Dove, Dio mio!, dove ho letto parole quasi identiche? In quali sublimi pagine di Socrate? È una eco tommasiana quella che sento? O, forse, è Quasimodo?»). Fino nella frase finale che ci rimanda a pagina uno, dove comincerà tutto da capo, spiegandoci addirittura in poche righe nientepopodimenoché il senso della vita stesso.

Quale annuncio porta Italo? Quale annuncio porto io? Quale annuncio porta la mia generazione? Nessuno. Chi cerca un nuovo messia è destinato a morire aspettando di ascoltare anche un solo sussurro di conforto da parte di un salvatore. La tecnica ha reso i messia ormai obsoleti.

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5 Risposte to “Francesco Paolo Maria di Salvia e “La circostanza”. Seconda domanda”

  1. Francesco Paolo Maria di Salvia e “La circostanza”. Prima domanda | vibrisse, bollettino Says:

    […] [La seconda domanda e la seconda risposta sono qui]. […]

  2. Ma.Ma. Says:

    Interessante. Quanto ho letto mi ha riportata a un recentissimo incontro avuto in un caffè con una ventiduenne. Occhialino da intellettuale con la classica montatura nera molto vistosa, era elegante e indossava una maglia di cashmere nera dalla quale spuntava il colletto di una camicetta bianca: l’ultimo bottone era severamente chiuso. Tra una chiacchiera e l’altra a un tratto ha affermato che lei era nata nell’epoca sbagliata. Le ho chiesto che cosa intendesse dire e lei mi ha risposto che sarebbe dovuta nascere all’epoca di Woodstock. Ora (scusatemi la banalizzazione ma io sono troppo ignorante per giostrarmi tra gli innumerevoli riferimenti colti di questo excursus filosofeggiante che mi ha incantata) dopo averne un po’ discusso con la ragazza ho capito che rimpiangeva la forza di un idealismo. Quel tipo di aspirazione o volontà di massa che aveva trovato in tanti giovani un modo di concretizzarsi. Una battaglia da combattere… Al di là delle mie opinioni su quel periodo e sui falsi miti, ho pensato che – come molti – anche lei stesse aspettando una sorta di Messia, un qualcuno che le desse lo stimolo giusto per alzarsi in piedi e slacciarsi quel bottone stretto. Intanto, nell’attesa restano tutti immobili a lamentarsi indignati (almeno qui da noi). Le ho chiesto perché non aveva ancora preso l’iniziativa, poco importa di fare che cosa. “Se ha degli ideali – le ho detto – non dovrebbe servire un movimento per farteli esprimere”. Non è riuscita a capirmi. Forse il Messia ha sembianze meno corporei. Forse il Messia ha la forma del coraggio, della ribellione dei singoli, della voglia di realizzare dei sogni, della capacità di pensare a una rivoluzione, della solidarietà e della voglia di aggregazione in contrapposizione all’individualismo, tutte cose che sono venute a mancare. Oppure semplicemente non esistono più “esemplari“ in grado di fare quella “sana“ demagogia che incitava gli animi dei semplici? O invece sono i “semplici“ a non crederci più? Di certo non ho ancora notato nessuna spinta messianica concreta né nei giovani ma nemmeno tra gli attempati, purtroppo… Ben venga quindi un libro che porti questo messaggio, speriamo qualcuno lo raccolga.

  3. fpmds Says:

    Piccola aggiunta dell’autore. Uno dei miei motti da scrittore è stato vilmente rubato a Philip Roth: «Sheer Playfulness and Deadly Seriousness are my closest friends; it is with them that I take those walks in the country at the end of the day. I am also on friendly terms with Deadly Playfulness, Playful Playfulness, Serious Playfulness, Serious Seriousness, and Sheer Sheerness. From the last, however, I get nothing; he just wrings my heart and leaves me speechless»*.

    Vista la natura della domanda, mi sono dovuto sbilanciare più verso la deadly seriousness, mettendo alle corde la più simpatica sheer playfulness. Nel romanzo, al contrario, le due anime giocano e si rincorrono molto di più, e anzi la playfulness tende spesso e volentieri ad assumere il comando della missione, conducendo tutte le altre entità fino all’agognata meta di pagina 626.

    * Traduzione di cortesia: «La Giocosità Assoluta e la Serietà Mortifera sono le mie amiche più intime; è insieme a loro che faccio le mie passeggiate in campagna alla fine della giornata. Sono in rapporti amichevoli anche con la Giocosità Mortifera, con la Giocosità Giocosa, con la Giocosità Seriosa, con la Seriosità Seriosa, e con l’Assolutezza Assoluta. Dall’ultima, comunque, non ottengo nulla; mi spreme soltanto il cuore e mi lascia senza niente da dire».

  4. Milo Busanelli Says:

    Forse interesserà sapere che oggi l’e-book è in offerta a 6,99 euro. Io l’ho comprato.

  5. “La circostanza” vince il Premio Berto | vibrisse, bollettino Says:

    […] e tre risposte (lunghe) su La circostanza: – prima domanda (come hai fatto a farlo?), – seconda domanda (immacolate concezioni e messianismi), – terza domanda (Italo Saraceno, Italo Svevo, e altri […]

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