Posts Tagged ‘Antonio D’Orrico’

Due o tre cose che so (o che credo di sapere) sul conto di Tullio Avoledo

7 settembre 2016

di giuliomozzi

Tullio Avoledo

Tullio Avoledo

Spesso, quando parlo di Tullio Avoledo, mi sento dire: ah, sì, quello dell’Elenco telefonico di Atlantide. In effetti quel romanzo, apparso nel 2003 presso l’editore milanese Sironi – per il quale all’epoca lavoravo – fu un esordio memorabile. Dopo il la dato da Antonio D’Orrico, che si era appena divertito a lanciare Giorgio Faletti come “il più grande scrittore italiano” e che aveva reagito positivamente a una mia provocazione (più o meno: a far diventare famoso uno già famoso sono buoni tutti, prova con questo qui che non lo conosce nessuno ed è pubblicato da una casa editrice che esiste da sei mesi), ne parlarono praticamente tutti (nel bene e nel male, ovviamente). Tanto che le vendite effettive dell’edizione Sironi (circa diciassettemila copie, circa un mese di permanenza tra il secondo e il quinto posto in classifica nelle vendite di romanzi italiani) venivano ampiamente sovrastimate anche dagli stessi operatori del settore.

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“La circostanza” vince il Premio Berto

5 luglio 2015

di giuliomozzi

3172038Il romanzo d’esordio di Francesco Paolo Maria Di Salvia, La Circostanza, pubblicato nel febbraio scorso da Marsilio, ha vinto il Premio Berto. Il Berto è un premio dedicato alle opere prime. La circostanza ha prevalso su una cinquina composta anche da L’Amalassunta, Giunti, di Francesco Brandimarte (vincitore di quel Premio Calvino 2014 – il Calvino è per inediti – nel quale La circostanza fu finalista con menzione speciale), La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin, Feltrinelli, di Enrico Ianniello, L’invenzione della madre, minimum fax, di Marco Peano, e Marta nella corrente, Neri Pozza, di Elena Rausa. La giuria era composta dal giornalista del Corriere Antonio D’Orrico (presidente), Cristina Benussi professore ordinario presso l’Università di Trieste, Enza Del Tedesco ricercatrice presso la medesima Università, Giuseppe Lupo professore dell’Università Cattolica di Milano e scrittore, Laura Pariani, scrittrice, Stefano Salis, critico e giornalista del Sole 24 Ore e Alessandro Zaccuri, critico, scrittore e giornalista dell’Avvenire.

In vibrisse, tre domande (serie) e tre risposte (lunghe) su La circostanza:
prima domanda (come hai fatto a farlo?),
seconda domanda (immacolate concezioni e messianismi),
terza domanda (Italo Saraceno, Italo Svevo, e altri narratori inattendibili).

Il bello è che questo romanzo, secondo me meraviglioso e importante, ha ricevuto una sola recensione: da Francesco Durante, nel Corriere del Mezzogiorno: potete leggerla qui.

Se volete un assaggio della scrittura di Francesco Paolo Maria Di Salvia, potete dare un’occhiata al suo racconto Il superutente, pubblicato in vibrisse il 25 maggio del 2010. Un po’ di tempo fa (leggételo dunque come opera giovanile).

Il libro più bello di Coccioli

24 settembre 2010

[Ieri in Sette, supplemento del Corriere della sera, nella rubrica di Antonio D’Orrico].

Otto anni non sono pochi / 7

31 maggio 2009

[Negli otto anni del mio lavoro presso Sironi abbiamo pubblicato tanti libri. Riprenderò qui, in questi giorni, alcuni articoli relativi a quei libri che – a prescindere da qualunque valutazione commerciale – mi sembrano aver meglio “resistito” nel tempo. Questo servizio di Antonio D’Orrico apparve in Corriere della Sera Magazine, supplemento del quotidiano Corriere della sera, il 24 novembre 2005. gm].

È possibile che nel 1929 un gruppo di scrittori italiani capitanati da Filippo Tommaso Marinetti, il fondatore del futurismo, abbia scritto un romanzo d’avventura, pieno di colpi di scena, ambientato tra Pechino, Costantinopoli, Parigi, Roma ecc., nel quale si immagina che Nicola II, l’ultimo zar, non sia morto nell’eccidio di Ekaterinenburg, ma scampato alla furia omicida bolscevica si sia rifugiato in Manciuria diventando quindi oggetto di una formidabile caccia all’uomo con la partecipazione di tutti i servizi segreti (russi, cinesi, italiani, inglesi ecc.)? Ed è possibile che questo «grande romanzo di avventure», come recita il sottotitolo, sia anche un libro di avvincente lettura, di deliziosa fattura e di insospettabile ironia? Ed è ancora possibile che di Lo Zar non è morto, questo il titolo del libro, nessuno sappia nulla, neppure gli specialisti del periodo, quasi non fosse mai esistito?
Queste domande rivolgeva a se stesso alle tre e cinquanta della notte tra il 17 e il 18 novembre 2004, nella sua casa di Padova, lo scrittore Giulio Mozzi. Aveva appena finito di leggere le 400 pagine e oltre del romanzo scritto a venti mani da Marinetti assieme al divino Massimo Bontempelli (il capofila del realismo magico), al mondanissimo Lucio D’Ambra, ad Alessandro Varaldo (l’inventore del giallo italiano), a Cesare G. Viola (da un suo romanzo De Sica avrebbe tratto I bambini ci guardano), al grande snob e profondo conoscitore dell’anima femminile Luciano Zuccoli, ad Antonio Beltramelli (fedelissimo amico del Duce), Alessandro De Stefani, Fausto Maria Martini e Guido Milanesi. Mozzi era rimasto estasiato dal romanzo del Gruppo dei Dieci (come si erano ribattezzati).

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“Davide” porta a porta

1 marzo 2009

di Antonio D’Orrico

Questo trafiletto è apparso in Magazine, supplemento del Corriere della sera, il 29 febbraio 2009.