Archive for the ‘Libri ai quali Giulio Mozzi tiene’ Category

Lo storico recalcitrante: “La via di Schenèr” di Matteo Melchiorre

22 settembre 2016

di giuliomozzi

melchiorre_viadischenerQualche anno fa, nel 2004, si parlò parecchio, almeno all’interno della Repubblica delle Lettere, di un piccolo libro pubblicato dalle edizioni Spartaco: Requiem per un albero. Resoconto dal Nord-Est. Ne era autore Matteo Melchiorre, di professione storiografo, cioè scrittore di storia, ma anche – diciamo così – scrittore di storie. Il piccolo libro raccontava la storia di un albero, niente di più, di un grosso albero, di un alberón, come lo chiamavano gli abitanti del paesello di Tomo, dalle parti di Feltre, nella cui piazza sorgeva. Da quell’albero, da ciò che se ne diceva nel paesello, da ciò che si poteva ricavare dagli archivi, dall’osservazione dei luoghi, dall’ascolto delle persone, eccetera, Melchiorre riusciva a tirar fuori la storia di una comunità. Bel libro, molto bello.
Altrettanto bello, secondo me, ma forse meno notato benché pubblicato da un editore maggiore (Laterza), era il successivo La banda della superstrada Fenadora-Anzù (con vaneggiamenti sovversivi), per il quale vi rimando (ma dovete mettervi comodi: è una cosa lunghetta) a questo bel documentario-intervista. E colgo l’occasione per ringraziare pubblicamente Christian Raimo, che di quel libro si prese molta cura.
Ora Matteo Melchiorre (che, nel frattempo, ha prodotto alcune serissime opere da storiografo puro: delle quali qui, per incompetenza mia, non parlo) torna in libreria con La via di Schenèr. Un’esplorazione storica nelle Alpi. Visto che ne ho scritta la bandella (e che mi pare una bandella abbastanza ben riuscita), ve la riporto pari pari qui:

(more…)

Due o tre cose che so (o che credo di sapere) sul conto di Tullio Avoledo

7 settembre 2016

di giuliomozzi

Tullio Avoledo

Tullio Avoledo

Spesso, quando parlo di Tullio Avoledo, mi sento dire: ah, sì, quello dell’Elenco telefonico di Atlantide. In effetti quel romanzo, apparso nel 2003 presso l’editore milanese Sironi – per il quale all’epoca lavoravo – fu un esordio memorabile. Dopo il la dato da Antonio D’Orrico, che si era appena divertito a lanciare Giorgio Faletti come “il più grande scrittore italiano” e che aveva reagito positivamente a una mia provocazione (più o meno: a far diventare famoso uno già famoso sono buoni tutti, prova con questo qui che non lo conosce nessuno ed è pubblicato da una casa editrice che esiste da sei mesi), ne parlarono praticamente tutti (nel bene e nel male, ovviamente). Tanto che le vendite effettive dell’edizione Sironi (circa diciassettemila copie, circa un mese di permanenza tra il secondo e il quinto posto in classifica nelle vendite di romanzi italiani) venivano ampiamente sovrastimate anche dagli stessi operatori del settore.

(more…)

Edoardo Zambelli, “L’antagonista”, a breve presso l’editore Laurana

6 settembre 2016

di giuliomozzi

cop_antagonistaAttorno al 22 settembre (ma in qualche libreria anche un po’ prima) arriverà nelle librerie un romanzo veramente importante. Si tratta dell’esordio di Edoardo Zambelli – trentenne tranese, oggi residente a Cassino, curiosamente nato a Città del Messico – e s’intitola L’antagonista (lo so, s’intitolava così già un romanzo di Cassola: ma c’era poco da fare, il titolo giusto era quello).

Perché è importante il romanzo di Zambelli? Per tre ragioni, secondo me.

La prima è che, detto nel modo più semplice possibile, mi pare un romanzo assai bello, letterariamente denso ma di agevole lettura, con una trama semplice e molto tesa (si tratta, in sostanza, dell’inseguimento di una persona che continuamente sfugge – non tanto fisicamente, poiché è già morta, quanto alla comprensione; direi addirittura: alla percezione).

(more…)

“Il racconto dell’apocalisse”

3 settembre 2016

di Demetrio Paolin

[Questo articolo di Demetrio Paolin è apparso oggi nel quotidiano Il foglio].

7228419_1572657Ne La ragazza selvaggia Laura Pugno continua a sviluppare il tema che è centrale nella sua poetica, ovvero il racconto dell’apocalisse. Se c’è una continuità tra il suo esordio narrativo (nel 2002 con una raccolta di racconti per Sironi) e questo suo ultimo testo, è sicuramente da rintracciare nella lunga e fedele riflessione sul tempo ultimo. La storia de La ragazza selvaggia, infatti, altro non è che il tentativo di raccontare un ritorno o, meglio, una resurrezione. Il tutto prende le mosse in un immaginario parco naturale di Stellaria (una sorta di ardito esperimento scientifico per fare sì che la natura riprenda il sopravvento senza controlli e senza regole di questi ettari di boschi, campi e monti) dove Tessa – una ricercatrice che monitora le varie fasi del ritorno al “selvaggio” – ritrova dopo dieci anni Dasha, giovane figlia adottiva di una famiglia di ricchi industriali, che due lustri prima si era perduta nel bosco ed era stata data per morta. Dasha, che incontriamo descritta come una ragazza-cagna, ha una sorella gemella, Nina, che è in coma dopo un incidente stradale. Intorno a queste due vicende si muovono tutti i fili di una storia che ha il suo fulcro in due domande, mai dichiarate apertamente, ma che aleggiano nelle pagine. Può ciò che è morto ritornare alla vita? Si può “ritornare” alla vita – Dasha rappresenta appunto un revenant – e che conseguenze ha questo ritorno? La risposta della Pugno è negativa. Sin dalle prime pagine, l’immagine della foresta e del bosco che prendono possesso con silenziosa tenacia delle case abbandonate, delle strutture lasciate in disarmo, rinfoltiscono boschi, cancellano sentieri in una sorta di paradiso vegetale, che ricorda certe suggestioni de La carta e il territorio di Houellebecq, si affianca al suo progressivo fallimento. Non è possibile sostenere i costi del parco e del suo inselvatichimento, molto meglio una “selvaticità” controllata e farlo diventare un parco turistico.

(more…)

“Il racconto di una lacerazione immedicabile richiede sobrietà”

31 luglio 2016

di Filippo La Porta

[Questo articolo di Filippo La Porta è apparso nel “Domenicale”, supplemento de “Il Sole/24 ore”, oggi 31 luglio 2016].

7228419_1572657Il quinto romanzo di Laura Pugno, La ragazza selvaggia, fa pensare a certi racconti dello splendido filone non horror di Stephen King, lì dove il perturbante agita il lettore mostrandogli la domestica familiarità dell’estraneo, l’oscurità impenetrabile che circonda il perimetro della razionalità. La giovane biologa Tessa, custode della riserva protetta di Stellaria – un progetto fallito per mancanza di fondi – «aprì la porta sul buio del bosco…». E così ritrova la ventenne Dasha, sparita nel bosco quando era bambina: il corpo pieno di ferite e cicatrici, l’odore di selvatico, un flebile mugolio. Di lì ricostruiamo l’intera vicenda, fitta di personaggi (suggerisco di fare uno specchietto nell’ultima pagina) e storie secondarie: Dasha e la sorella gemella sono state adottate in Ucraina dai coniugi Held, Giorgio e Agnese, poi Dasha sparisce nel bosco e Nina resta in coma per un incidente; Nicola, figlio dei Varriale, trascorre gli anni dell’infanzia con loro e si iscrive all’università – Economia – insieme a Nina; con lui Tessa, a sua volta cresciuta orfana, sotto la protezione della zia Sagitta, intreccia una relazione sentimentale e tenta – vanamente – di sbrogliare quella che sembra la matassa di una oscura maledizione.

(more…)

“Quel confine innominato ci attrae e ci atterrisce”

14 giugno 2016

di Andrea Cortellessa

[Questo articolo di Andrea Cortellessa è apparso in “Tuttolibri”, supplemento de “La Stampa”, sabato 11 giugno 2016].

7228419_1572657Sulla stampa illuminista, ai primi dell’Ottocento, tenne banco a lungo il caso del «ragazzo dell’Aveyron» (e ne resta ancora memoria, se nel 1970 François Truffaut gli ha dedicato Il ragazzo selvaggio: uno dei suoi film più asciutti e, dunque, davvero poetici): un ragazzino di una decina d’anni ritrovato in un bosco, nudo e privo di parola. A prenderlo con sé, il dottor Itard: il «caso» smontava l’idea del «buon selvaggio» di Rousseau, secondo il quale ricondotto allo stato di natura l’uomo avrebbe conosciuto la sua indole autentica, corrotta dalla civiltà; per lui, viceversa, educazione e cure parentali avrebbero restituito a Victor – questo il nome dato al ragazzo – la sua fisionomia umana. A partire dal linguaggio: tradizionale discrimine che fa, di questo, un uomo.

Ma Victor morirà, quarantenne, senza il dono della parola. Una vera dialettica dell’illuminismo: alla retorica dell’originario di Rousseau si contrappone quella, opposta, dell’apprendimento e della civilizzazione. Il nuovo romanzo di Laura Pugno parafrasa il titolo di Truffaut e ne ripropone la dialettica senza sbocchi; la sua storia ne differisce, però, in modo sottile.

(more…)

“La vera Zona è il romanzo stesso”

24 maggio 2016

di Daniele Giglioli

[Questo articolo di Daniele Giglioli è apparso in “La Lettura”, supplemento del “Corriere della sera”, domenica 22 maggio 2016. L’articolo è disponibile in pdf qui].

7228419_1572657Era una notte buia e tempestosa. No, sul serio, comincia proprio così La ragazza selvaggia (Marsilio) di Laura Pugno, anche se non con queste parole. Ciò non per insinuare che si tratti di una sfilza di luoghi comuni di scrittura e di invenzione: al contrario. Chi ha letto le sue cose precedenti sa che l’autrice ha un mondo narrativo tutto suo, riconoscibile all’istante nei temi e nel modo di porgerli, un insieme finito e ricorrente di elementi che si combinano in maniera ogni volta diversa e sorprendente. Vero però che ora, per la prima volta, quel mondo corre il rischio di apparire chiuso, fisso, non passibile di sviluppi, il che ne rappresenta insieme il fascino e il limite.

Quali sono questi elementi? Ecco la configurazione con cui si presentano qui. Ci sono la città e il bosco, natura e cultura sempre colte nelle faglie in cui entrano in frizione: la ragazza selvaggia di cui al titolo, Dasha, perdutasi una decina di anni prima perché abbandonata dalla gemella Nina (entrambe orfane di Chernobyl adottate da Giorgio Held, imprenditore andato a fare affari in Ucraina), viene ritrovata da Tessa, nipote di una strega di paese, biologa precaria e ultima abitatrice di Stellaria, riserva naturale creata per un esperimento universitario ora in via di smantellamento e sul cui sfondo si staglia una selva di pale eoliche (simbolo di energia pulita, fragile alleanza tra bisogni umani e risorse ambientali, bosco rassicurante).

(more…)

La voce di Gilda Policastro

8 aprile 2016
Bologna, 5 aprile 2016. Si parla di Cella, romanzo di Gilda Policastro pubblicato da Marsilio

Bologna, 5 aprile 2016

Martedì 5 aprile 2016 Gilda Policastro ha presentato il proprio terzo romanzo Cella, pubblicato da Marsilio, a Bologna presso la bella libreria Modo Infoshop Interno 4. Con lei Vincenzo Bagnoli e il sottoscritto. Pubblico attento, partecipe, e addirittura numeroso (notati tra i presenti: Gianluca Di Dio, Niva Lorenzini, Loredana Magazzeni, Piero Pieri, Simona Vinci). Cliccando sulla fotografia qui sopra potete ascoltare (in .mp3) la conversazione avvenuta, comprensiva di lettura di due capitoli del romanzo e di una poesia da parte di Gilda.

“La donna è il proletario del sesso”

9 dicembre 2015

di Elisabetta Rasy

[Questa recensione del romanzo Cella di Gilda Policastro è apparsa nel supplemento domenicale del quotidiano Il Sole 24 ore domenica 6 dicembre 2015].

GildaPolicastro_CellaIl lamento femminile d’amore appartiene a una lunga e nobile tradizione letteraria, dalle Heroides di Ovidio alle seicentesche Lettere di una monaca portoghese fino a La voce umana di Jean Cocteau, un genere letterario in cui, nella lontananza crudele dall’amato, si intrecciano recriminazione e risentimento con ricordi appassionati e rimpianto della felicità perduta.

Ma nel nuovo romanzo di Gilda Policastro, il terzo di questa autrice che è anche poeta e saggista, tale tradizione subisce una radicale metamorfosi: una donna abbandonata piange il suo abbandono, ma se l’assenza dell’uomo è desolante e mortifera, la sua presenza è stata devastante e mortificante. Siamo negli anni Ottanta in un Sud che sceglie della modernità il lato peggiore, passando dalla sottomissione ai potenti alle connivenze col malaffare. Cella, la protagonista alla quale la figlia e il figliastro hanno affibbiato questo soprannome di cui solo alla fine si capirà il significato, è una donna ancora giovane, non ha che trentanove anni, ma ognuno di essi pesa come un macigno su spalle che la vita ha precocemente piegato. Vive in una grande casa in un piccolo paese con la figlia diciottenne con cui, le sembra, non c’è che odio e reciproca vergogna. Entrambe hanno «un fantasma con cui fare i conti, un padre distante». Quello della madre è morto dopo una vita problematica e di discontinua presenza familiare, quello della ragazza, l’uomo di Cella, è lontano, latitante agli occhi della legge ma soprattutto a quelli della sua famiglia: prima del codice penale ha infranto sistematicamente e ripetutamente il codice degli affetti.

(more…)

Gilda Policastro: tutta l’intervista su “Cella”

27 novembre 2015
Gilda Policastro

Clicca sul cartello per prelevare l’intervista

Chi volesse leggersi o rileggersi con comodo l’intervista a puntate a Gilda Policastro (a proposito del suo romanzo Cella, testè pubblicato da Marsilio), può cliccare sulla fotografia qui sopra: e otterà un grazioso pdf. (Quanto alla fotografia, è una mia scherzosa elaborazione di una foto di un fotografo il cui nome, nell’originale, era scritto così piccolo che non sono riuscito a leggerlo; e l’opera fotografata – quella a destra – è di Vettor Pisani).

Gilda Policastro: intervista su “Cella”, 10 (fine)

19 novembre 2015

Giosetta Fioroni: copertina del “Tristano” di Nanni Balestrini

(more…)

Gilda Policastro: intervista su “Cella” / 9

18 novembre 2015
Marco Giovenale

Marco Giovenale

(more…)

Gilda Policastro: intervista su “Cella” / 8

17 novembre 2015
Fëdor Dostoevskij

Fëdor Dostoevskij

(more…)

Gilda Policastro: intervista su “Cella” / 7

10 novembre 2015
Emma Bovary

Emma Bovary

(more…)

Gilda Policastro: intervista su “Cella”, 6

8 novembre 2015
Gilda Policastro

Gilda Policastro

(more…)

Gilda Policastro: intervista su “Cella” / 5

7 novembre 2015
Louise Bourgeois, Cell

Louise Bourgeois, Cell

(more…)

Gilda Policastro: intervista su “Cella” / 4

6 novembre 2015
Gilda Policastro

Gilda Policastro

(more…)

Gilda Policastro: intervista su “Cella” / 3

5 novembre 2015

giuliomozzi intervista Gilda Policastro

[Poco più di un mese fa è apparso presso Marsilio – l’editore per il quale lavoro – il romanzo di Gilda Policastro Cella. Policastro ha pubblicato presso Fandango Il Farmaco (2010) e Sotto (2013). In vibrisse si può leggere il suo intervento nella serie La formazione della scrittrice. gm]. [La domanda precedente]

Veniamo dunque alle “virgolette fino all’ultima pagina invisibili”, come le chiamavo nella seconda domanda. Ricordo la prima lettura del dattiloscritto: leggevo, leggevo, e io, che ancora adesso che gioco a carte e bevo vino sono rimasto più o meno lo stesso lettore che ero quando a sei anni mi addentravo nei Misteri della jungla nera, prendevo tutto per oro colato. Mi rendevo conto che quella donna che parlava era una donna che delirava, senz’altro, o almeno una che non la contava giusta, o magari una che ci provava a montar su tutta una storia peraltro non abbastanza connessa da essere del tutto credibile; mi rendevo conto che alla storia, alle sue minuzie e alle sue improbabilità, non ero tenuto a credere fino in fondo: ma a quella voce di donna, ti dirò, ci credevo proprio. E invece, vlam!, all’ultima pagina, arrivo a scoprire, seppure con un po’ di dubbio, che quella voce di donna è tutta inventata, e addirittura, è inventata proprio da quell’uomo del quale la voce parla in continuazione, del quale dice le più terribili cose, che descrive come un mentitore totale. E sono rimasto di stucco, davvero. Non me l’aspettavo. Tu hai scritto ieri: “C’è stata la difficoltà di inoculare nel lettore il dubbio che a parlare fosse davvero una donna e quel tipo di donna: a quanto apprendo dalle reazioni dei primi lettori, è un dubbio che sorge immediatamente, ma c’è anche, a fugarlo, un’abitudine a considerare che nella finzione narrativa si diano possibilità non mimetiche, e dunque l’eventualità che una donna semicolta o non colta si possa esprimere in maniera quanto meno avvertita”; ma a me quel dubbio non mi è venuto per niente, finché tu nell’ultima pagina non mi hai spiattellato la verità. Oddio. Che cosa ho detto. Ho detto: tu. Ho detto: la verità. Ma insomma, non ci sono mica rimasto male. Tutt’altro. E’ il più grande dei miei piaceri, credere alle storie. Ma il piacere che viene subito dopo, nella classifica, è lo svelamento. Come quando avevo meno di sei anni, e mi raccontavano le storie di paura, e poi mi dicevano: “Ma non è mica vero, suvvia!”. E quindi quando ho riletto mi ci sono addentrato diversamente nel testo, e ho ancora goduto di non riuscire a venirne a capo: perché, allora, se quella voce di donna è finta, e finta da un personaggio, quel documento che c’è nel testo, il diario della terrorista, che cos’è? E’ finto anche quello? O è vero? Oddio, che cosa ho detto. Ci sono cascato di nuovo.

GildaPolicastro_CellaLuca Ricci ha accostato il procedimento che tu descrivi al sistema figurativo escheriano, in riferimento a Cella: non si capisce bene in effetti da quale verso e in quale senso vada intesa la prigionia e chi (ne) stia parlando, alla fine. E questo non per gusto del gioco degli specchi o delle moltiplicazioni dei punti di vista, ma perché la voce che racconta è una voce che prova a non avere un’identità definita nel senso del gender, proprio a partire dal fatto che invece riprende in modo esibito il cliché delle contrapposizioni donna-uomo, dentro-fuori, ratio-thumos. In particolare rispetto al dentro-fuori, che ci riporta alla metafora iniziale, quella tematizzata in tutto il romanzo, nell’ultima pagina la propensione domestica o la reclusione vera e propria della donna viene definita “euripidea”. E in effetti molti hanno ricondotto il mio personaggio (ma anche i precedenti, soprattutto rispetto al Farmaco) a una matrice classica: in questo caso Fedra, l’eroina innamorata del figliastro. Qui la vicenda col figliastro è una sorta di appendice (o di vicenda da romanzo di appendice, oggi diremmo fiction o serie tivù), però è vero che questa donna porta con sé una riflessione classica sui codici e i comportamenti legati al gender. Anche solo per smentirli, nell’ipotesi finale (che tale resta). Chiara Valerio nella prima presentazione del libro, a Pordenonelegge, si stupiva che da un’autrice, anzi due (insieme a me c’era Elisabetta Bucciarelli con La resistenza del maschio) potessero provenire dei personaggi femminili così anacronistici: nel mio caso una donna votata alla passività e all’attesa. Io “Cella”, la mia protagonista in realtà senza nome, non la vedo così perché nella sua attitudine monologante c’è una sorta di volontà di dominio, che è poi quella dello scrittore che t’incatena alla sua voce (in prima o in terza che sia) e ti molla solo all’ultima pagina, oltretutto non sempre incaricandosi di un inatteso finale.

(more…)

Gilda Policastro: intervista su “Cella” / 2

4 novembre 2015

giuliomozzi intervista Gilda Policastro

[Poco più di un mese fa è apparso presso Marsilio – l’editore per il quale lavoro – il romanzo di Gilda Policastro Cella. Policastro ha pubblicato presso Fandango Il Farmaco (2010) e Sotto (2013). In vibrisse si può leggere il suo intervento nella serie La formazione della scrittrice. gm]. [La domanda precedente]

Ci puoi raccontare la gestazione di Cella? Sapresti ricordare il giorno e l’ora e il punto in cui ti è venuta in mente la prima cosa, in cui hai messo giù le prime parole? E, questo racconto che è una specie di grande citazione (dentro virgolette fino all’ultima pagina invisibili), e che contiene a sua volta un altro testo (un diario): da che parte l’hai cominciato? (Dico nell’immaginarlo, e nello scriverlo). E dopo aver cominciato, come hai lavorato? Con quali tempi? Con quali, eventuali, andirivieni?

GildaPolicastro_CellaSi tratta in verità di due momenti distinti. La parte che contiene il diario della terrorista è la prima che ho scritto, diversi anni fa, ancor prima del Farmaco. Mi era stato commissionato un racconto che avesse un’ambientazione storica o che si riferisse a un fatto preciso, a una data, addirittura, e allora mi tornò in mente questo episodio d’infanzia legato alla clinica del paese in cui abitavo e al medico che aveva curato la terrorista. Poi non se ne fece più nulla, di quell’antologia per cui era stato commissionato, e dunque lo lasciai lì. Nel frattempo avevo scritto due romanzi e il mio stile si era andato evolvendo, oppure involvendo, se consideriamo un’idea più tradizionale di narrazione: mi è stato fatto notare da Giorgio Falco durante una presentazione di Cella che la parte contenente il diario è anche l’unica minimamente descrittiva in un libro che altrimenti risulterebbe quasi del tutto privo di ambienti e luoghi. La mattina in cui ho iniziato a scrivere Cella me la ricordo perché anche in quel caso ero mossa da una sollecitazione esterna, un concorso letterario o qualcosa del genere. E dunque con atteggiamento tra la scolara diligente che fa i compiti e l’impiegato che deve timbrare il cartellino a fine lavoro, cominciai a studiare l’architettura del romanzo.

(more…)

Gilda Policastro: intervista su “Cella” / 1

3 novembre 2015

giuliomozzi intervista Gilda Policastro

[Poco più di un mese fa è apparso presso Marsilio – l’editore per il quale lavoro – il romanzo di Gilda Policastro Cella. Policastro ha pubblicato presso Fandango Il Farmaco (2010) e Sotto (2013). In vibrisse si può leggere il suo intervento nella serie La formazione della scrittrice. gm].

Hai detto più volte che consideri Cella la parte finale di una sorta di trilogia, iniziata con “Il farmaco” e proseguita con “Sotto”. In che senso e in che modo queste tre opere, secondo te, costituiscono una trilogia? Che cosa è che è finito, per te, con Cella? E che cosa immagini (o già sai) che comincerà?

GildaPolicastro_CellaSicuramente più nel senso della Città di K che delle Sfumature: questo va da sé. Ho cominciato a lavorare sul tema del dolore e della costrizione, in connessione l’uno all’altra, a partire da un’esperienza di condivisione degli spazi dei malati, di rifiuto iniziale della loro condizione, di rabbia verso tutto ciò che stravolgeva la vita loro e altrui soprattutto sul piano materiale, dal corpo ai bisogni. Ho cercato risposte nei libri, nelle considerazioni sulla malattia di Foucault e dei foucaltiani e ho provato a razionalizzare la reazione nervosa trasformandola in narrazione. Qualcuno ha detto “scrittura-terapia” qualcun altro ha trovato elusivo il racconto della morte. Io però ero abbastanza soddisfatta, perché Il Farmaco iniziava, lo sentivo distintamente, un periodo nuovo per me, a partire dal fatto che avevo pubblicato un “romanzo”. Avevo scritto poesia e critica, prima, ma col romanzo comincia un percorso diverso, perché uscendo da ambiti più di nicchia, si fanno inevitabilmente i conti con l’orizzonte d’attesa. Quando presentavo Il Farmaco mi s’imputava un’eccessiva cupezza, un orizzonte malato e senza speranza (la vita?). E non da parte dei critici, capitava soprattutto con gente a me sconosciuta, lettori comuni, diciamo. Una volta ho aggredito una signora del pubblico, chiedendole se per caso la sua vita fosse tutto un cinguettare di uccelletti, perché la mia proprio no. E non serviva tirar fuori Svevo, la malattia della materia, Leopardi e l’ossimoro della vita mortale: no, nessuno sembrava volerne sapere di sfighe e di sventure e allora perché, provò a suggerirmi il mio editore, non spingi un po’ il pedale dell’ironia, che pure è nelle tue corde? Racconta qualcosa che abbia a che fare con la tua vita, lascia perdere i morti.

(more…)