Francesco Paolo Maria Di Salvia e “La circostanza” / Terza domanda

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[Sono convinto che il romanzo di Francesco Paolo Maria di Salvia, La circostanza, sia un’opera di altissimo livello. Ho deciso di fare qualche domanda a Francesco, pregandolo di darmi le risposte più lunghe possibile. gm]

[Aggiornamento: il 4 luglio 2015 La circostanza ha vinto il Premio Berto].

[Prima domanda e risposta] [seconda domanda e risposta]

3. Italo Saraceno. Italo Svevo. Che c’è tra loro due? A parte il fatto che Italo Saraceno sembra essere un narratore inattendibile più o meno come è un narratore inattendibile lo Zeno Cosini inventato da Svevo. Il suo raccontare mi sembra un continuo riformulare, riaggiustare il passato – per dargli una coerenza e un senso.

3172038Tutti hanno una loro personale ultima sigaretta. Questa è, secondo me, una delle intuizioni fondamentali di Svevo; e uno dei motivi per cui l’opera sia riuscita a sopravvivere al suo autore. Un mio amico mi prendeva in giro, – quand’ero tornato, come un Alfonso Nitti qualunque, al paesello nel tentativo di terminare La circostanza, – dicendomi: «Stai facendo il remake di Svevo: l’ultima paginetta!». Una ancora e poi smetto; un’altra! Dai, questa è l’ultima, giuro!

Italo Saraceno se ne accende parecchie di ultime sigarette; ma ce n’è una che è più importante delle altre: la sua sigarettina all’oppio è la rivoluzione, ossia la forma d’idealismo che ho scelto di appioppargli. «La Rivoluzione! Eccola! A portata di mano! La crisi del capitalismo! La crisi, evviva! Ci siamo! No, non era un’opzione reale, hai visto? Poi arriva un’altra crisi! Allora forse ci sbagliavamo: era davvero un’opzione reale! Dai, a organizzarsi! Ma come? Niente rivoluzione neanche stavolta? Cerchiamo di combattere dall’interno, allora! Ma poi: ecco l’inizio di un’altra crisi! Dai, dai, stavolta ce la facciamo: la rivoluzione era proprio un’opzione reale! Ma dici sul serio? La crisi è già finita pure stavolta?». L’ultima sigaretta per intere generazioni di oppiomani. Inetti con aspirazioni che gli americani definirebbero larger than life.

Ho già parlato del tema dell’inettitudine nel rispondere alla seconda domanda. Svevo è lo scrittore italiano che, per primo, e più di tutti, ha messo l’inettitudine al centro della propria opera. Pirandello la sfiora più volte; ma come di passaggio sulla strada che porta a parlar d’altro. Svevo ci costruisce un corpus: Una vita, Senilità, La coscienza. Italo Saraceno si avvicina un po’ a tutti questi personaggi sveviani. Di Alfonso Nitti ha: il ritorno al luogo natio e l’incapacità a viverci; il ritornare indietro per scoprire che il mondo è andato avanti anche senza di te. Di Emilio Brentani: il grigiore del funzionario di partito e le sue mille monotonie accompagnate dall’inerzia di vivere e da ambizioni che superano di gran lunga le sue reali capacità. Di Zeno Cosini: la maestria nell’ambiguità e nelle contraddizioni; la riscrittura delle proprie memorie fallaci; l’incapacità a godere di ciò che di buono gli accade; l’inconscio incontrollabile e mistificante. Tutti e quattro, poi, come inetti da manuale, sono dei velleitari patentati: vivono più di là, dentro l’immaginazione, che di qua, dentro la realtà.

Sai cos’è la cosa più interessante di tutto ciò, Giulio? Che io di queste cose me ne sto accorgendo ora, mentre ti sto scrivendo, con i testi di Svevo qui a sinistra, e qualche saggetto sparso aperto nelle schede del browser. Quanto influiscono inconsciamente su di noi le nostre letture? Quant’è davvero cambiata la condizione umana durante gli ultimi cento anni? Non sono forse l’inconscio iperattivo e il pessimismo nei riguardi del cambiamento due motivi profondamente sveviani? O sarà forse che io queste esperienze le ho vissute di mio: son tornato al paesello, da Roma, quando già mi sembrava di essermi costruito una carriera; la mia vita da impiegato è grigia e segue una routine da senilità precoce; e, come Zeno, con un sorriso amaro, credo che la vita sia un male incurabile.
Italo Saraceno vs. Italo Svevo è un bel duello. Mi sono accorto della similitudine tra i due nomi solo dopo aver inventato Italo Saraceno così com’è noto oggi. Il ragionamento alla base mi pare sia stato lo stesso: un ebreo triestino di nome Aron Hector Schmitz, bilingue fin dall’infanzia, sceglie Italo Svevo come pseudonimo per la propria carriera da scrittore. L’intento è quello di evidenziare il legame con le due culture che lo hanno formato. Il nome Italo penso che si spieghi da sé. Era molto diffuso soprattutto tra Risorgimento e Ventennio. Il mitteleuropeo Aron Hector Schmitz sceglie di usare Svevo come cognome; il biculturalismo del mio personaggio, invece, guarda al Sud del Mondo: ecco una memoria spesso rimossa, eppure ancora fortemente presente sul territorio, e uno spirito più mediterraneo. Il bisticcio tra i due nomi non è voluto; ma lo trovo simbolicamente interessante. Cosa c’è tra la Svizzera e la Libia? L’Italia è la terra di mezzo tra svevi e saraceni.

Il discorso sul narratore inattendibile, invece, rischia di generare un piccolo buco nero. Io sono convinto che i narratori siano tutti inattendibili, compresi quelli onniscienti in terza persona, che sono elaborati dall’individuo più bugiardo e inaffidabile che ci sia: l’autore stesso dell’opera. Più una narrazione mi sembra a cuore aperto, più quel narratore mi dà l’impressione che stia nascondendo qualcosa: il suo segreto inconfessabile: quella volta che ha… e fa a fatica ad ammettere, o a ricordare, perfino quando è da solo con se stesso. Un narratore affidabile, e apparentemente puro di cuore, ha buone chance di essere un’ottima rappresentazione di un ipocrita, di un fariseo, di un self-righteous man. Un vero puro di cuore, – semmai ne possa esistere uno, – sarà un narratore inattendibile come Forrest Gump.

Un narratore apertamente inattendibile è un narratore più onesto, perché ci sta mostrando il suo lato più umano. Proprio come Svevo, che usa la prefazione del Dottor S. anche per dirci quante verità e quante bugie Zeno abbia accatastato nella sua autobiografia, così io cerco di rendere evidente l’inattendibilità di Italo fin dalle prime pagine del primo paragrafo. Italo Saraceno ci racconta del suo incontro con lo spettro al Viminale in due maniere differenti: prima svelandoci, passo dopo passo, le sue debolezze e le sue paure («– Sparo se non parli, – dico. Mi porto dentro una voragine maestosa, caro ragazzo. Non c’è distrazione abbastanza grande che possa tappare la falla. L’acqua sale; ma è il tempo che mi allaga per davvero»); e poi, prima della svolta, ri-raccontando tutte le sue azioni, nell’arco di poche righe, e dipingendosi quasi come una figura titanica («– Sparo se non parli –. Sono animato da una fierezza che non ha pari nell’Uomo»). Nel mio caso, però, il pretesto per la narrazione non è un diario psicanalitico, – anche se, a volte, può assomigliarvici, – bensì è il racconto che l’Italo senescente fa direttamente a me delle sue avventure e delle avventure della sua famiglia. La videocamera ha sostituito la psicanalisi. Come il paziente mente e manipola lo psicanalista, così l’intervistato mente e manipola l’intervistatore. Un’inattendibilità che contagia anche la terza persona: quelle parti sono narrate da me tramite la narrazione che Italo Saraceno mi ha fatto delle sue vicende. Un bugiardo che riporta le parole di un altro bugiardo che, spesso e volentieri, riporta le parole dette da altri bugiardi. Una matrioska di narratori inattendibili.
Svevo aveva trovato la psicanalisi nello spirito del suo tempo; io, invece, figlio delle scoperte neuropsichiatriche, mi diverto più a giocare con i bias, le false memorie e tutta la compagnia di inganni cognitivi che sono stati studiati negli ultimi cinquant’anni. La memoria di Italo Saraceno funziona un po’ come i memory hole di 1984. Mi riferisco ai tubi pneumatici che Winston Smith e gli altri zelanti funzionari usano per far sparire i documenti da falsificare risucchiandoli dentro un inceneritore. Bruciata la prova, il funzionario stesso è sinceramente capace di negare che quella tal cosa sia mai avvenuta. Rimuove addirittura dalla propria memoria l’azione stessa di distruggere il documento! I canali della memoria di Italo funzionano più o meno alla stessa maniera. La riscrittura degli eventi è costante. Esagero anche, a un certo punto, quando lo stile si fa più libero, a cavallo tra gli anni Novanta e gli anni Zero, e gli faccio dire: «Ecco, dentro di me, io non sono mai stato veramente comunista. (…) Come tutti i miei compagni, compresi i filosovietici che non vogliono ammetterlo nemmeno con se stessi, io sono sempre stato un socialista democratico e riformista. Nessuno di noi ha mai creduto di guidare la classe operaia verso il socialismo. (…) Alla fine, oggi lo possiamo dire senza falsi pudori, se il comunismo non s’è inverato in Italia, il merito è tutto del Partito Comunista Italiano, che ha impedito al comunismo di realizzarsi. La costante opera di sabotaggio della lotta di classe, la difesa della democrazia borghese, l’accettazione della legge costituzionale, la critica ostinata della Rivoluzione d’Ottobre. (…) Il Partito Comunista restava lì, saldo al suo posto di lotta e di governo, ultimo baluardo contro il comunismo». Una caratteristica che ritroviamo anche nel figlio-estensione: Folco Saraceno, politico di professione anche lui. Fiamma, la sua amante, definisce Folco come «un riscrittore di storia all’ultimo stadio»; e, mentre lo interroga sul passato, gli fa subire una raffica di cadenzati «non ha mai detto, nemmeno una volta, e ti cito» ricordandogli le dichiarazioni scomode del padre, della madre, e di Folco stesso. Meno forte del padre, o forse meno adattabile all’ambiente, Folco è diventato un nevrotico convinto di essere sempre stato in guerra con l’Estasia… ehm… di essere sempre stato socialdemocratico.

Sì, è vero che Italo Saraceno cerca di dare coerenza e senso ai suoi ricordi con il racconciamento del suo passato. Italo falsifica per sé; ma falsifica anche a beneficio degli altri. A volte mente sapendo di mentire; altre volte è proprio convinto di ciò che dice, ingannato dai ricordi, e dai bias. Qui c’è un altro dettaglio da tenere a mente: Italo Saraceno è un politico. Francis J. Underwood ci ha detto di recente: «No writer worth his salt can resist a good story. Just as no politician can resist making promises he can’t keep». Narrative e storytelling sono due parole importanti nel gergo politico americano; ma la narrazione in sé e l’atto del narrare sono un patrimonio inconscio di ogni politico. (E qui si potrebbe aprire uno squarcio su che cosa sia e a che cosa serva la retorica). Le narrazioni di Italo Saraceno sono già in partenza promesse che lui sa di non poter mantenere: un tentativo di irreggimentare il caos, – per se stessi e per gli altri, – ma senza avere alcuna possibilità di riuscirci. Il problema è che la coerenza e il senso sono due miraggi prodotti dalla mente umana e riprometterseli in maniera programmatica non li rende meno irreali. (Sempre seguendo il paragone retorico tra scrittore e politico: la stessa cosa si potrebbe dire della grandiosa illusione di creare un romanzo-mondo o grande-romanzo: è l’apoteosi dell’idealismo letterario).

Un’altra cosa su cui sono riuscito a riflettere solo ora, mentre ti scrivo, riguarda un paragone tra la parte finale della Coscienza e quella della Circostanza. Innanzitutto c’è la presenza di due finali: uno fintamente consolatorio e uno pessimista e apparentemente scollegato dal resto: lo Zeno che si dice guarito contro lo Zeno visionario che prevede l’estinzione del genere umano. Così, nel mio romanzo, c’è prima un finale pessimista e poi uno consolatorio (il lettore mi perdonerà se non mi auto-spoilero raccontandoglieli!). Svevo ci narra la fine del mondo tramite una bomba piazzata da un folle dentro il nucleo della Terra. Boom! Niente parassiti (gli uomini) e niente più malattie (la vita). Allo stesso modo, nel mio finale pessimista, mi stacco per un attimo dai miei narratori schizofrenici, mi riavvicino al vero me stesso, e parlo di «squarcio insanabile», della folle ricerca di un «anestetico totale», e degli umani come di «chirurghi dall’identità disturbata». Il succo di entrambi i finali è: non vi affannate più di tanto: tanto la cura è impossibile.

Ho riflettuto solo ora su questa similitudine. Prima di due ore fa neppure mi era mai saltato in testa di accostare le ultime pagine dei due romanzi. Com’è stato possibile, allora, che io sia riuscito a strutturare il finale del mio romanzo in maniera così simile alle ultime pagine della Coscienza?
Be’, l’inconscio iperattivo e il pessimismo sul futuro sono caratteristiche innate per ogni inetto che si rispetti; e io, d’inettitudine, – modestamente parlando, – me ne intendo come pochi.

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4 Risposte to “Francesco Paolo Maria Di Salvia e “La circostanza” / Terza domanda”

  1. acabarra59 Says:

    “ 6 maggio 1995 – Italo Americano, Obesità. “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 277

  2. acabarra59 Says:

    “ 6 maggio 1995 – Italo Americano, Obesità. “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 277

  3. gian marco griffi Says:

    Lo sta leggendo mia moglie, poi tocca a me. Come il bagno. Che vitaccia.

  4. “La circostanza” vince il Premio Berto | vibrisse, bollettino Says:

    […] (come hai fatto a farlo?), – seconda domanda (immacolate concezioni e messianismi), – terza domanda (Italo Saraceno, Italo Svevo, e altri narratori […]

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