Perché alla letteratura si chiede di impoverirsi, mentre altri media narrativi (il cinema, le serie tv, i videogiochi) continuano ad arricchirsi? (appunto aperto)

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di giuliomozzi

[A questo mio articolo ha risposto Alessio Cuffaro qui. Ho commentato l’articolo di Cuffaro qui. Valentina Durante ha dato un’interessante svolta alla discussine qui. Edoardo Zambelli ha precisato alcune cose qui].

Per ragioni private che non sto qui a contarvi frequento assai poco la televisione (la guardo, talvolta, la mattina presto, nelle camere d’albergo), ancora meno il cinema (l’ultima volta che entrai in una sala fa il lunedì di Pasqua del 2007), e quasi per nulla i videogiochi. Invece libri ne leggo tutti i giorni. Questo per dire qual è il mio livello di competenza, sia pure come semplice fruitore, di certe cose.

Quando in un articolo apparso l’altro giorno in Le parole e le cose ho visto Gilda Policastro riproporre una domanda di Gabriele Frasca,

Già un decennio fa un saggio capitale come La lettera che muore di Gabriele Frasca si interrogava sulla ragione per cui ai videogiochi, ad esempio, o alle serie televisive, si chiedano strutture e linguaggi ben più complessi di quelli che pare possano soddisfare le aspettative dei lettori: “Perché quest’ansia di semplificazione”, si domandava Frasca, “riguarda solo la narrativa letteraria?”,

mi è venuto in mente che già un anno e rotti fa, nella lunga chiacchierata che facemmo attorno al suo romanzo Cella, Gilda aveva rievocato la medesima domanda:

[..] tornando al discorso del moltiplicarsi dei piani e dei livelli, perché lo spettatore medio si ritiene in grado di decodificare un film come Inception e un lettore dovrebbe smarrirsi di fronte a Cella? (vedi)

Non ho visto Inception, ma ho visto che all’estensore della relativa voce in Wikipedia sono servite più di 9.500 battute per raccontare la trama (in estrema sintesi: “Sogno o son desto?”, o “Se me l’hanno regalata in sogno, perché ho al collo questa catenella?”, o “Se tu e io sogniamo il medesimo sogno, che cosa succede?” ec., il tutto reso complicato da una logica complottistica piuttosto classica, inseguimenti e così via).

Qualche settimana fa, alla Bottega di narrazione, ci capitò di guardare un celebre cortometraggio di Zbigniew Rybczyński, Tango (1980, premio Oscar 1983 come miglior cortrometraggio d’animazione: e gli Oscar non sono un premio “di nicchia”). Io lo avevo visto probabilmente (e casualmente) nel 1983 (quando di me stesso immaginavo tutto, fuorché di diventare quel che sono adesso), e poi ne avevo perse le tracce (non ricordavo il titolo, non ricordavo il nome dell’autore, sono ignorante di mio ec.); ma lo descrissi in aula e, come speravo, saltò fuori che più d’uno lo conosceva benissimo:

Provate a fare qualcosa di simile per iscritto, e probabilmente vi verrà fuori una roba che anche il vostro migliore amico considererà “difficile”. Vi propongo qui, tra i testi comparabili (non per meccanica della costruzione, ma – secondo me – per la logica di funzionamento del tutto) le celebri Istruzioni per l’uso pratico della Signorina Richmond di Nanni Balestrini:

Nettatela squamatela infilatele nel ventre
le erbe odorose fissatela allo spiedo
con un sottile filo metallico o con uno spago
umido grigliatela alla carbonella accesa

cospargetela con rosmarino e alloro
lasciatela riposare per un’ora così che
tutti gli aromi la penetrino poi scuoiatela
e pulitela tagliatela in grossi pezzi

infilzatela ben unta d’olio sullo spiedo
e praticatele qualche taglio sulla pelle
perché non abbia a screpolarsi fatela cuocere
a fuoco moderato spruzzandola di sale

tagliatela a dadini potatela a bollore
mescolando senza interruzione cuocetela
a fuoco scoperto molto dolce per 20 minuti
colatela attraverso un setaccio sottile

ponetela in una casseruola che la contenga
appena copritela con acqua fredda e portatela
lentamente a bollore toglietela dal fuoco
e lasciatela immersa nel liquido per 10 minuti

[continua]

E’ “difficile”, questa ballata di Nanni Balestrini? A me pare di no. Certo, alla domanda: “Ma che cosa racconta, esattamente, questa ballata?”, tocca rispondere, all’incirca: “Racconta una serie di opeazioni crudeli benché familiari, terribili benché espresse con dolcezza, sul corpo della Signorina Richmond, che nel libro Le avventure complete della Signorina Richmond è un soggetto che può fare, o subire, più o meno qualunque cosa; ma il godimento per chi legge non è tanto in un’azione (non c’è ‘romanzo’, in questa ballata) quanto nell’uso del linguaggio”. Quanto al tasso di difficoltà, è forse superiore a quello dell’oroscopo di Nino Frassica?

Quindi: non mi pare che le Istruzioni pratiche possano essere considerate “difficili”. Al massimo, se non ne siete stati ipnotizzati (come succede regolarmente a me), vi saranno sembrate un po’ noiose (come Tango, peraltro): una noiosità che viene, direi, dall’infrazione di alcune “regole ritmiche” (sia le Istruzioni sia Tango sono, per dire, “un po’ troppo lunghi”). Cosa che vale anche anche per l’oroscopo di Nino Frassica.

Ma per quanto riguarda la difficoltà, basta vedere che cosa ha fatto per Kylie Minogue (non esattamente un’artista considerata “difficile”) il regista Michel Gondry, in quello che è un esplicito (Gondry l’ha dichiarato più volte) omaggio a Rybczyński:

Mi viene in mente un classico romanzo “difficile”: Le gomme (1953; in Italia per Einaudi nel 1962), di Alain Robbe-Grillet; il romanzo fondatore del cosiddetto nouveau roman (“nuovo romanzo”) nonché dell’école du regard (la “scuola dello sguardo”). La storia è semplice: un uomo è ferito, ma non ucciso, in un attentato nel suo studio; la polizia ne simula la morte, per ragioni investigative; un investigatore si mette sulle orme dell’assassino, in una lunga giornata ne ripercorre i passi fino a giungere nello studio della vittima; la quale, in gran segreto (nemmeno l’investigatore lo sa) è tornato là per ricuperare alcui documenti; l’investigatore se la trova davanti e, d’istinto, spara uccidendola davvero. E’, come si vede, un gioco sulle regole del romanzo giallo (abbondano, nel percorso dell’investigatore, gli indizi insignificanti ec.), in fondo non tanto diverso da La panne di Friedrich Dürrenmatt (dal quale il film di Scola, con Alberto Sordi, La più bella serata della mia vita) o da certi romanzi della stessa Agatha Christie (Dieci piccoli indiani – il libro giallo più venduto al mondo, si dice -, Sipario ec.).

Non è certo la storia in sé, il problema. E allora il problema dov’è? La scrittura di Alain Robbe-Grillet è limpidissima, tutta visiva, cinematografica per definizione: dov’è il problema? Mi viene in mente il film di Luis Bunuel Quell’oscuro oggetto del desiderio: nel quale (vado a memoria: lo vidi in una sala parrocchiale nel 1978 o giù di lì) non fa problema a nessuno che la donna della quale l’attore Fernando Rey (l’attore-feticcio di Buñuel) sia interpretata alternatamente, e forse casualmente, da Angela Molina o da Carole Bouquet.

Da sx: C. Bouquet, A. Molina, L. Buñuel.

E dunque? No, non ho una risposta alla domanda di Gabriele Frasca, ripresa da Gilda Policastro. Ho delle risposte generiche: l’industria dell’intrattenimento visivo-narrativo (cioè del cinema e delle serie televisive) ha un regime economico molto diverso dall’editoria; fa su ogni prodotto, anche il più piccolo, un investimento molto più rilevante; ha un rapporto col pubblico molto più stretto e, devo dire, più decisivo; Inception è un film di una certa complessità ma con dentro qualche divo che tira pubblico (Leonardo Di Caprio almeno); la decisione su ogni prodotto da fare è oggetto, dentro l’editoria cinematografico-televisiva, di lunghe riflessioni (nell’editoria, vi prego di credermi, càpita che si discuta di un libro proposto per cinque o sei minuti). Ma tutto questo non è pertinente alle opere: sta nel contorno, nella sociologia.

E poi, non posso dimenticare il giorno in cui un dirigente di Einaudi (mica di Newton Compton), alla mia disperata domanda: “Ma insomma, che cosa volete che vi proponga?”, mi rispose: “Mi dispiace dirlo, ma vorremmo dei libri non tanto grossi, con un protagonista nel quale ci si possa identificare senza indugi, una vicenda lineare, e alla fine un messaggio di conforto”.

Invito voi, che leggete qui, e che siete lettrici e lettori di libri, spettatori e spettatrici di prodotti cinematograsfico-televisivi: perché vi affascina una difficile serie tv e vi respinge un romanzo di difficoltà assai inferiore?

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33 Risposte to “Perché alla letteratura si chiede di impoverirsi, mentre altri media narrativi (il cinema, le serie tv, i videogiochi) continuano ad arricchirsi? (appunto aperto)”

  1. gian marco griffi Says:

    “Vorremmo dei libri non tanto grossi, con un protagonista nel quale ci si possa identificare senza indugi, una vicenda lineare, e alla fine un messaggio di conforto”.
    Ah, ecco. Buonanotte.

  2. Ma.Ma. Says:

    In verità non sono certa che il presupposto sia “vero” per davvero. Provo a spiegarmi.
    Io sono una fruitrice d bassa cultura. Telefilm, poco cinema e di solito quelli “facilissimi” (non quelli idioti, che proprio non amo, ma – per dire – l’ultimo film “vero” che ho visto è stato nel 2011 ed era”Sherlock Holmes: https://it.m.wikipedia.org/wiki/Sherlock_Holmes_-_Gioco_di_ombre).
    Tuttavia l’oroscopo “idiota” lo trovo più “complicato” (perché non capisco come riuscire a ridere, ma è forse un problema mio) che non Istruzioni pratiche, che mi pare chiarissimo e più godibile. Ciononostante: ho visto molto più spesso passarmi davanti scenette come quelle che contengono idiozie, che non testi come quest’altro. In questo caso forse la differenza sta sempre nella stessa cosa: la gente “comune” come me forse è più portata a preferire un’idiozia che non un testo “serio” che è diverso dal dire facile o difficile, secondo me. Poi non è mica sempre così, di certo. Alcuni film si prendono molto sul serio, ma che cosa attira davvero di un film in cui c’è molta azione e inseguimenti ecc? Il concetto o l’azione spettacolare?
    Anche io video musicale è pieno di Azioni: io non so che cosa canta e non so chi sia questo Rybczyński, ma mi godo il video. Cioè: non mi serve capirlo è divertente. E di nuovo in apparenza “non serio”.
    Vorrei leggere Le gomme per capire il paragone. Perché è definito “difficile”, da chi? Chi lo ha detto lo saprà… o no? A meno che non si sia detto che è difficile solo perché non ha venduto…
    ma non ho ancora spiegato la prima frase. Non sono convinta perché i film che escono mi sembrano più o meno tutti facili, mentre la “letteratura difficile” dei film io l’ho sempre paragonata a quelle pellicole che passano ad esempio al Festival internazionale di Locarno e quelli sì che sono per la maggiore indigesti, difficili, incomprensibili, e strani (ne ho visti alcuni, non tutti, ma è dura davvero). Ecco questi non arriveranno mai al cinema del grande pubblico (e son tantissimi) e mai verranno considerati da cassetta.
    Per cui il paragone lo farei con questi e non con quelli che escono. E in questo senso è pure probabile che la letteratura, l’editoria osi (chissà se lo farà ancora) molto di più. Secondo me.
    Poi forse mi sbaglio: ci penso ancora.

  3. Francesca Violi Says:

    Mi è stato spiegato da una persona che si occupa di serie tv che le produzioni destinate a un pubblico ampio ( in italia tipicamente su Rai 1) devono essere semplici e comprensibili come trama, linguaggio (es. montaggio non troppo ellittico o rapido…) e non troppo controversi come contenuti : tipo Don Matteo. Perciò non molto diverso dala narrativa che in Einaudi ti hanno detto di cercare. Le serie americane avanzate, complesse ecc. che ci arrivano hanno ascolti di nicchia, e sono rivolte a un pubblico ben preciso come gusti età status socio economico e culturale . Una percentuale bassa di telespettatori (che può permettersi di vedere tv a pagamento ed è disposta a pagare per quei prodotti più audaci sofisticati ecc.) ma che nei grandi numeri del mercato USA e internazionale è sufficiente ad ammortizzare i costi.

  4. Nadia Bertolani Says:

    Sono confusa, perché non so ben definire le categorie “facile” o “semplice” e “difficile” o “complesso”; sono confusa perché da sempre le frequento entrambe con grande piacere (Via col vento, da una parte, e La doppia vita di Veronica, dall’altra, -Kiewsloski- per capirci). Ma non tutte le opere facili mi piacciono né riesco a digerire tutte quelle complesse (Musil sì, ma Roth no,- il Philiph perché il Joseph invece sì-, Proust sì ma De Lillo no, Byatt sì ma Marquez no ecc. ecc.). Io credo che capiti come conseguenza di quella stessa ansia di semplificazione che ha travolto anche la scuola degli ultimi trent’anni. Facile è brutto, ma tanto appagante! Bello, brutto, intelligente, idiota… E non è la stessa cosa in politica? Facili consensi, facili slogan, perché, orsù, non abbiamo mica tanto tempo per stare lì a pensare. E vogliamo parlare del concetto dei bellezza? Magari un’altra volta, devo togliere dal giardino davanti a casa i mozziconi, le bottigliette di plastica, gli incarti delle merendine che il “pubblico” lancia con grande spensieratezza. … ve l’avevo detto che sono confusa!

  5. marcocandida Says:

    Francesca Violi, ma anche le serie televisive americane “di nicchia” non è vero che sono più complesse dei libri. Se facciamo un paragone tra la serie televisiva “Bones” e un romanzo di Patricia Cornwell, ma non c’è il minimo paragone! Se paragoniamo un romanzo noir sui serial killer di Michael Connelly con un film dello stesso genere (mettiamo “Seven”, ma anche direttamente “Il silenzio degli innocenti”, il caposaldo), non c’è paragone! Se paragoniamo la serie televisiva dell’Avvocato Petrocelli con i libri di Grisham e di Scott Turow, che scherziamo?, non c’è paragone! I romanzi sono molto più completi, analizzano ogni aspetto, si addentrano, si imparano migliaia di cose (cioè, “si imparano”… la parola giusta è “imbeccate”: nei romanzi si ricevono molte più “imbeccate”, e il lettore può poi approfondire). Ci sono sicuramente delle eccezioni, com’è ovvio, perché questo è un intervento che affronta la questione a grandi linee e per generalizzazioni. Però, su Sky ci sono tutte le serie, e me le sono viste, e se poso gli occhi su un romanzo di genere corrispondente… ebbé, non c’è paragone.

    Lo stesso si può dire in Italia. Ci sono “Don Matteo” e “Il maresciallo Rocca”, ma ci sono i romanzi di Donato Carrisi, Massimo Carlotto… Lo stesso Umberto Eco ha scritto gialli-thriller sofisticatissimi, anche troppo! Non c’è paragone. Del resto, sì “Don Matteo” e “Il maresciallo Rocca” sono storie semplici: ma lì la forza sono Terence Hill e Gigi Proietti. Anche Sordi faceva dei film “di cassetta”, però c’era Sordi, e quei film facili sono diventati dei “cult” fuori dallo spaziotempo, fatti benissimo e inappuntabili.

  6. L'esageratore Says:

    Personalmente, un romanzo “difficile” mi affascina tanto e più di una serie tv elaborata. Ricordo comunque che i fruitori abituali di serie tv possono guardare un’intera stagione fino alla fine, riservandosi lo stesso di criticarla e sconsigliarla, nonostante sia “fatta bene”, magari perché lenta ritmicamente o narrativamente statica. In effetti mi ha sempre colpito questa espressione – una serie “fatta bene” – pronunciata dalla quasi totalità dei fruitori di serie tv: è giudizio che non ho mai sentito in bocca ai fruitori dei libri, se non addetti ai lavori. La laboriosità del prodotto filmico invece è come fosse diventata ormai un requisito quasi basilare, di partenza, per così dire, per potere entrare – in un secondo momento – nel discorso del giudizio vero e proprio, di “contenuto” (ove la godibilità non fosse proprio la sua laboriosità o la solidità in sé della struttura narrativa che sostiene il gioco della serialità). Rispetto ai libri, invece, la supposta richiesta di prodotti più elementari è da attribuirsi, secondo me, alla fatica sempre maggiore che un’opera letteraria (estrazione di immaginari complessi ricavati dalla sola parola scritta) richiede all’elaborazione del pensiero che, da circa trent’anni e forse anche di più, si sta adattando a processi di fruizione ed elaborazione visivi, abbandonando quelli legati al puro testo.

  7. sergiogarufi Says:

    Semplice è il contrario di facile.

  8. Michele Scarparo Says:

    Io ribalterei la domanda: perché l’industria dell’intrattenimento visivo-narrativo, che fa su ogni prodotto, anche il più piccolo, un investimento molto più rilevante, che ha un rapporto col pubblico molto più stretto e più decisivo, che ha tutte le capacità per declinare una sceneggiatura in un sotto-prodotto come il libro, non lo fa o lo fa raramente?

  9. paola Says:

    immagino per una questione legata al tempo. Dei film, dei telefilm sappiamo già in anticipo la durata, ce ne informiamo. Anche se complicato, difficile, ci basta resistere 2 ore al massimo tre e siamo salvi. Abbiamo raggiunto l’obiettivo, ne potremo parlare (perché dei film visti se ne discute con gli amici) e anche se abbiamo perso qualche passaggio, abbiamo le immagini impresse nella mente a cui possiamo far riferimento (hai visto quando ecc ecc?). Un libro “difficile” chiede al lettore di riaprirlo e riaprirlo non si sa per quanto tempo prima di finirlo, è un tempo non assoluto, e credo che questo spaventi gli editori (se il lettore non finisce un libro ne acquisterà un altro? se l’esperienza di lettura è stata frustrante – e qui non ci sono le immagini che ci semplificano la lettura – l’editore si chiede se il lettore acquisterà di nuovo il libro di quell’autore).
    più simile la lettura al videogioco, il lettore e il giocatore devono contare sulle loro forze per andare avanti, per arrivare alla fine, per comprendere il senso di tutti i passaggi difficili. è a volte una sfida con sé stessi e con il creatore di quel mondo artificiale, si deve stabilire una sottile linea di piacere, come quella di certi amori complicati, e se manca si abbandona il libro, il videogioco e l’amore. Ma se si resiste…
    Gli editori dovrebbero tenere chiaro la differenza di complessità di quello che producono e non metterlo sullo stesso piano. Ok cinema e libri commerciali se però le industrie producono anche altro con logiche diverse, e che sia l’einaudi a dirle quelle parole è terribile.
    Perché significa che loro all’interno non sanno chi e cosa stanno producendo. Non è possibile livellare tutti gli autori. Non è possibile non riconoscerli e non farli esprimere, per quello che sono, per quello che possono dare.
    ps. personalmente vorrei trovare di più il modo di parlare dei libri che leggo (non sono tantissimi per la verità). Però a volte vorrei proprio entusiasmarmi per un passaggio o chiedere ma che ha voluto dire qua? proprio come si fa con i film…

    Grazie per le sue riflessioni e ora mi vedo il cortometraggio che ha postato!

    Cordialmente,
    Paola

  10. rapideyesmovementblog Says:

    immagino per una questione legata al tempo. Dei film, dei telefilm sappiamo già in anticipo la durata, ce ne informiamo. Anche se complicato, difficile, ci basta resistere 2 ore al massimo tre e siamo salvi. Abbiamo raggiunto l’obiettivo, ne potremo parlare (perché dei film visti se ne discute con gli amici) e anche se abbiamo perso qualche passaggio, abbiamo le immagini impresse nella mente a cui possiamo far riferimento (hai visto quando ecc ecc?). Un libro “difficile” chiede al lettore di riaprirlo e riaprirlo non si sa per quanto tempo prima di finirlo, è un tempo non assoluto, e credo che questo spaventi gli editori (se il lettore non finisce un libro ne acquisterà un altro? se l’esperienza di lettura è stata frustrante – e qui non ci sono le immagini che ci semplificano la lettura – l’editore si chiede se il lettore acquisterà di nuovo il libro di quell’autore).
    più simile la lettura al videogioco, il lettore e il giocatore devono contare sulle loro forze per andare avanti, per arrivare alla fine, per comprendere il senso di tutti i passaggi difficili. è a volte una sfida con sé stessi e con il creatore di quel mondo artificiale, si deve stabilire una sottile linea di piacere, come quella di certi amori complicati, e se manca si abbandona il libro, il videogioco e l’amore. Ma se si resiste…
    Gli editori dovrebbero tenere chiaro la differenza di complessità di quello che producono e non metterlo sullo stesso piano. Ok cinema e libri commerciali se però le industrie producono anche altro con logiche diverse, e che sia l’einaudi a dirle quelle parole è terribile.
    Perché significa che loro all’interno non sanno chi e cosa stanno producendo. Non è possibile livellare tutti gli autori. Non è possibile non riconoscerli e non farli esprimere, per quello che sono, per quello che possono dare.
    ps. personalmente vorrei trovare di più il modo di parlare dei libri che leggo (non sono tantissimi per la verità). Però a volte vorrei proprio entusiasmarmi per un passaggio o chiedere ma che ha voluto dire qua? proprio come si fa con i film…

    Grazie per le sue riflessioni e ora mi vedo il cortometraggio che ha postato!

    Cordialmente,
    Paola

  11. C. P. Says:

    A rendere più fruibile un tipo di prodotto culturale piuttosto che un altro, secondo me, non è tanto il livello di complessità dei contenuti o del linguaggio quanto l’abitudine dell’utente a quel determinato codice. L’abitudine al codice necessita un apprendistato che parte, di solito, da cose semplici: se i primi approcci funzionano, poi c’è la motivazione a superare le difficoltà. Supporre che siamo abituati al codice letterario perché utilizziamo e siamo esposti costantemente a quello verbale, anche scritto, penso sia fuorviante.

  12. acabarra59 Says:

    Caro Giulio, il fatto è che, a mio modesto, estenuato, rottamato parere, c’è un sacco di gente che vuole soprattutto vedere: le figure, le luci, gli zompi. E tanto gli basta. In quanto a capire… Siamo tutti stupidi, ecco quello che penso, ma non nello stesso senso. Io, per esempio, preferisco stare con gli occhi chiusi. Non so se mi spiego. E comunque, buona Pasqua a tutti.

  13. Ma.Ma. Says:

    Mentre leggo qua e là varie spiegazioni he mi sembrano esterne, mi ritrovo comunque a pensarla dall’interno, cioè non sul perché ma sul cosa mi arriva in genere come lettrice o spettatrice. E al di là del facile o difficile, mi son ritrovata a pensare più spesso a fare l’amore differenza tra ciò che mi annoia rispetto a ciò che invece mi dà una certa emozione. Per cui se un’opera (bella, brutta, facile, difficile, semplice, complicata, colta, banale, vera, finta…) mi stimola un buon flusso di “serotonina” (che può essere data da molte cose stimolanti emozioni positive o negative, come la paura, la commozione, la palpitazione, lo straniamento, la gioia, la tensione, l’originalità…) mi piace, mi attira, si fa godere. È come assistere a una lezione con un maestro noioso oppure uno che ci sa fare: stessi contenuti, ma metodologie o punti di vista o energia o simpatia o… diversi, possono annoiare o insegnare. Se il pubblico è ben stimolato, non conta se è “difficile” la materia…
    Non so se mi spiego. Ad esempio, da un punto di vista narrativo (se la penso come una che prova a scrivere) mi pare una gran genialata l’idea di rinchiudere una vita (vite) interamente all’interno di una stanza (mi riferisco al video sopra riportato). Ma da utente… capita la pensata, trovo parecchio noioso lo svolgersi del filmato. È tutto scontato, poi va be’ c’è la scena di sesso che tira un po’ su, che attira lo sguardo e pensi che magari è un test psicologico per vedere che cosa attrae di più, per scoprire poi l’acqua calda… che è per l’appunto il sesso. Ma insomma. Di difficile non mi pare esserci proprio niente: mi emoziona? Mah! Diciamo che l’emozione in me è durata il tempo della comprensione poi è diventata, come detto, noia. Pagherei un biglietto per vedere questo video? No. Lo riguarderei con gli occhi di chi vuole scrivere storie? Sì, assolutamente sì. Questo per dire che mi pare di percepire un problema che viene creato più che altro dagli “addetti ai lavori” che cercano di capire che cosa cerca il pubblico senza (pare a me) tenere conto di quello che cerca il pubblico, se non applicando le solite regole del facile e difficile, del c’è chi ci arriva e c’è chi no. Forse. Continuo a pensarci perché è interessante.

  14. Mario Says:

    Io non guardo le serie TV perché mi scoccia, però tento lo stesso di dare la soluzione, a intuito: potrebbe darsi che quelli che guardano serie TV complesse e film complessi siano gli stessi che leggono i romanzi complessi? E che poi ci siano tanti altri, molti di più, che invece guardano barbara d’urso in TV, il film di Natale al cinema e leggono i libri, boh, di Fabio volo? Può darsi che per certi libri ci si aspettino certi lettori: pochi e capaci di entusiasmarsi per cose tipo quella di Ballestrini, e per altri libri ci si aspettino certi altri lettori: tanti e pronti a entusiasmarsi per cose più terra terra. Non so bene.

  15. emiliacapasso Says:

    Non ci ho riflettuto molto, ma credo che il fascino di un film o di una serie tv, con il relativo successo, siano dovuti soprattutto agli attori. Ho visto Lost soprattutto per i due attori maschili bravi e bellissimi. Lo stesso vale per Vickings. In entrambe le serie, sia dialoghi che intreccio sono stati molto ben curati. Da non dimenticare un particolare non da poco, che nelle serie tv, sceneggiatori e registi si alternano, si tratta di un lavoro di squadra necessario, visto il numero di stagioni. Film ne vedo sempre meno perché credo che, in generale, ci sia poco di interessante, a meno che non si trovi qualcosa di particolare girando sul web. Nella letteratura tutto è diverso e soggettivo. Cambiamo registro di pubblico. I lettori hanno aspettative diverse da chi vede un film o una serie tv, che possiamo riassumere in due: divertimento, riflessione. Meraviglia se lintrovi entrambi, ma jn genere non è così.
    Il linguaggio della letteratura, per quanto mi riguarda, deve essere il linguaggio di chi scrive, quindi personale e assolutamente disinteressato. Di certo oggi, scrivere in maniera difficile riduce le possibilità di vendita proprio per la presenza di film e serie tv. Credo che alla base del successo di un libro ci siano la storia, i fatti, i personaggi. Essere originali, dopp che ormai si è raccontato tutto.

  16. emiliacapasso Says:

    Chiedo scusa per la forma…non ho riletto!

  17. Venceslav Soroczynski Says:

    Azzardo un’ipotesi: la velocità. Il sistema economico contemporaneo richiede velocità almeno quanto, se non di più, qualità. Un prodotto finanziario va venduto velocemente; il fatto che sia di qualità o meno (per l’acquirente o per il sistema) è secondario per il venditore. Talvolta, il compratore non ha neanche i mezzi per valutarne la qualità (si veda il caso dei prodotti finanziari derivati che il Tesoro italiano ha acquistato negli ultimi vent’anni dalle banche americane senza capire neanche cosa comprava, con danni per il nostro Paese pari a circa 3,9 miliardi di euro). Forse, il mercato culturale ragiona allo stesso modo. Richiede prodotti consumabili rapidamente (cinema, televisione – le serie, una volta, avevano episodi da un’ora, adesso durano anche solo quaranta minuti). Il consumatore non investe molto tempo e può dire: “Ho visto Inception, che figata!” E poi lo commenta. Per leggere un romanzo da trecento pagine, ci vogliono giorni ed è più difficile commentarlo, perché la letteratura si spiega: parla, usa le parole e le parole si possono fraintendere meno dei gesti, delle facce, delle mosse delle mani. Quindi non si può dire qualsiasi cosa di Beckett, o di Cioran, o di Salinger, o di Nizan, mentre ci si può provare con il cinema commerciale contemporaneo. Insomma, si dà al pubblico ciò che il pubblico vuole. Che sia roba buona, o no, non conta. Poi, il consumatore di cultura ha oggi a disposizione i social, in cui ha un certo pubblico che legge le sue “recensioni”. Riceve qualche like, o qualche risposta e il riscontro è una forma di soddisfazione immediata. Insomma, abbiamo bisogno di espletare l’atto del consumo culturale velocemente, perché non abbiamo tempo da perdere, dobbiamo passare subito a un altro film, un’altra serie, un altro post, perché la verità e la felicità stanno più in là, nella prossima cosa. Ma, se siete arrivati alla fine di questa nota, non sono riuscito a dimostrarvelo.

  18. flaneuse13 Says:

    È tutto molto interessante. Forse non aggiunge nulla al dibattito, e anzi ne devia parecchio il discorso, ma ci terrei a dire due cose.
    Come esemplare di un cinema commerciale impegnativo da decodificare, non sceglierei mai inception: il regista e lo sceneggiatore disseminano il film di istruzioni per l’uso, e la trama, seppur complessissima, è subito facile da sbrigliare, come in un un tutorial in cui si spieghi passo passo la soluzione per ricreare l’esacromia del cubo di rubik. Io l’ho trovato sommamente fastidioso, e senza alcun margine di riflessione (e il finale è solo fintamente aperto). È un didascalismo un po’ alla Dan Brown, solo reso meglio. Mi spiego: Nolan ha in mano il dispositivo cinematografico, e in più è un genio della forma. Queste cose vanno insieme a creare il fenomeno inception : il regista camuffa la facilità dell’impresa di decodifica e in un sol colpo convince lo spettatore del fatto che è un essere molto intelligente, nel capire il film – questo lo fa dando una buonissima regia, unp spettacolo e un intrattenimento abbacinanti . Non c’è nulla di male, credo. Ma sono queste le ragioni del suo successo. Mi pare più facile con il cinema dissimulare la semplicità di un’opera, o meglio, distogliere l’attenzione dello spettatore, seppur sia necessario disporre di maîtrise tecnica – altrimenti anche il codice da vinci al cinema risulterebbe un capolavoro.
    È proprio questo il punto: io non credo che un fruitore diventi pigro di fronte a un libro e non lo sia di fronte a una serie. È piuttosto, oltre che una questione di educazione (che dire dei pigri che duecento anni fa si divertivano andando all’opera?), una questione di mezzi e di codici. Alcune serie sono fi una povertà ideologica e semantica innegabili, e funzionano con facili espedienti degli antenati feiulleton- eppure spesso capita che siano accompagnate da una mise en scène di rara fattura e innescano un meccanismo identificativo molto veloce.
    Che poi, in effetti, come non attribuire una piccola parte di responsabilità alla facilità della proiezione cinematografica nel desiderio di “un protagonista nel quale ci si possa identificare senza indugi”?
    Chiedo scusa se il ragionamento è farraginoso, ma da mobile faccio fatica.

  19. Elena Ferro Says:

    Vabbé, hai presente le immagini come comunicano in un attimo decine e decine di giri di parole? E poi fuggono e se non sono proprio coerenti, scappano via, le hai già perse, e il tutto in un’ora e mezza. Nella società del mordi e fuggi, te la sbrighi subito con l’emozione e poi torni al tuo tran tran. Invece un libro complesso richiede tempi lunghi, sai che barba… 🙂
    Ah, E poi non rimase nessuno. Dieci piccoli indiani è la versione cinematografica, il titolo originale era … E poi non rimase nessuno. Bel lapsus, Giulio

  20. anna maria bonfiglioa Says:

    Secondo me è una questione di velocità. un film o una serie tv si risolvono in due ore o in sei puntate al massimo, si guardano in modo più superficiale, anche i più intricati, rispetto alla lettura. Personalmente non amo le serie televisive se non eccezionalmente e preferibilmente quelle inglesi, così come non amo i libri troppo difficili, elucbranti, ostici e fantascientifici. Però credo che la domanda che poni non potrà trovare risposte concrete poichè i codici letterari e i codici visivi sono giustamente lontani gli uni dagli altri.
    p.s. Tango, che conoscevo, non mi dispiace, mi suggerisce che in fondo si può vivere insieme restando ognuno estraneo agli altri.

  21. Valentina Durante Says:

    “A rendere più fruibile un tipo di prodotto culturale piuttosto che un altro, secondo me, non è tanto il livello di complessità dei contenuti o del linguaggio quanto l’abitudine dell’utente a quel determinato codice. L’abitudine al codice necessita un apprendistato che parte, di solito, da cose semplici”: sono molto d’accordo con quanto ha scritto C.P.
    Di Alain Robbe-Grillet ho letto (e riletto e riletto) “La gelosia” e “Nel labirinto” (non ancora “Le gomme”): e li ho amati moltissimo. Questo non fa di me una lettrice intrinsecamente “evoluta”: so per certo che, se mi fossi accostata a questi testi anche solo un paio di anni fa, li avrei trovati inaccessibili. In questi due anni c’è stata dunque in me, come lettrice, una evoluzione: determinata e facilitata da altri testi (letti e scritti) e da conversazioni e da consigli. Non dico che non vi fosse in me una predisposizione (non mi sento predisposta a godere di una complessità come quella di Gadda, a esempio), ma senza questa formazione (e auto-formazione) la predisposizione sarebbe rimasta tale.
    Lavorando nel marketing e nella pubblicità, so per esperienza che il pubblico (o per essere più precisi il target) non va solo cercato ma anche creato. Che un’azienda che si proponga degli obiettivi commerciali di medio e lungo periodo (non solo di breve e di brevissimo) debba investire anche in formazione (e in certi casi pure in alfabetizzazione vera e propria) del suo pubblico. Questa formazione ha un costo: e non sempre questo costo è sostenibile e non sempre viene recuperato, almeno nell’immediato.
    Le domande da porsi sono dunque, secondo me:
    Quali settori (parlo di cultura e intrattenimento) hanno investito, negli ultimi dieci quindici anni, nella formazione/crescita del proprio pubblico?
    Quali settori hanno – per caratteristiche intrinseche e per congiuntura di mercato – la possibilità finanziaria di continuare (o cominciare) a investire nella formazione/crescita del proprio pubblico?
    Quali settori hanno – per caratteristiche intrinseche e per la congiuntura di mercato – la possibilità finanziaria di lavorare nell’ottica di piani di sviluppo a cinque, dieci, quindici anni, e non solo a dodici mesi (arco temporale di un piano di marketing standard)?
    Sicuramente, negli ultimi dieci quindici anni, hanno investito nella formazione/crescita del pubblico l’industria videoludica, quella del cinema di animazione e quella delle serie TV (mi riferisco, qui, soprattutto alle serie statunitensi, da “Lost” in poi). I videogiochi, a esempio, sono oggi un prodotto sofisticato e “difficile”: come un romanzo di Robbe-Grillet, bisogna essere stati o essersi educati all’utilizzo del codice, per poterne ricavare gratificazione (per avere un assaggio di questa difficoltà, provate a fare una chiacchierata con un frequentatore abituale di MMORPG). Gli stessi, banalissimi platform non sono più elementari come negli anni Ottanta e Novanta. Il settore è cresciuto (questo significa che è cresciuto anche il profilo – artistico, culturale – di chi programma videogiochi, così come è cresciuta la gratificazione nel farlo) ed è cresciuto il pubblico (capace, oggi, di apprezzare livelli di difficoltà un tempo non proponibili).
    Ora, io non posso sapere quanto questa evoluzione sia stata determinata da un preciso piano industriale e quanto dal caso e dalla spontaneità (ci saranno parecchie analisi a riguardo, ma bisognerebbe fare della ricerca). Nel caso dell’industria videoludica, la crescita è andata anche (ma non solo) di pari passo con l’evoluzione delle tecnologie e dell’interfaccia grafica. Il cinema ha dovuto incentivare l’animazione e il 3D per ragioni di mercato prima ancora che artistiche: eliminare gli attori dalla pellicola, sostituendoli con la computer grafica, aiuta a contenere i costi; e il 3D è nato per introdurre un’esperienza che non fosse replicabile nel salotto di casa o piratabile (ci sono i sistemi di home theater domestici, ma hanno un certo costo e non sono interamente sostitutivi del cinema). Però so che sia il cinema che l’industria videoludica possono contare su sostegni economici che all’editoria sono preclusi: la collaborazione con altri settori industriali, a esempio, grazie al fenomeno delle sponsorizzazioni e del product placement (diffusissimi sia nel cinema che nei videogiochi; assente, mi pare, almeno il product placement, nel mondo dell’editoria); o la possibilità di estendere i profitti grazie al merchandising (nel cinema di animazione l’incasso non è solo quello che si realizza nelle sale, ma anche, o soprattutto, quello che deriva dalle royalty – siano esse gadget, abbigliamento o profumi). Questo giro di affari significa margini maggiori, dunque più sicurezza, dunque possibilità di investire in attività non solo di brevissimo periodo: sperimentare con i format, segmentare i target, cercare di farli evolvere alzando di volta in volta l’asticella, rischiare qualche flop (più si è grandi, più ci si può permettere di sbagliare; Nike, a esempio, è un’azienda che nella sua storia ha sbagliato moltissimo, ed è cresciuta proprio perché ha avuto la possibilità di sbagliare).
    Per far capire meglio cosa intendo per “creazione e formazione di un pubblico” e per “ottica di lungo periodo” cito un esempio non attinente (e neppure troppo edificante: ma tant’è, si parla di pubblicità). Negli anni Settanta la Nestlè decise di entrare nel mercato giapponese con il suo marchio Nescafé. Le prospettive erano allettanti: un mercato praticamente vergine (i giapponesi, lo sanno tutti, sono per tradizione fortissimi bevitori di tè), nessuna concorrenza. I primi tentativi furono un fallimento: ai giapponesi il caffè proprio non piaceva. A quel punto Nestlé abbandonò l’idea di realizzare un profitto a breve termine e ragionò sul lungo periodo: si limitò a lanciare una linea di dolci al cucchiaio al gusto di caffè (ma senza caffeina) rivolta agli adolescenti (che andò abbastanza bene). In questo modo, riuscì a educare il gusto di quei consumatori che, finita la scuola e entrati nel mondo del lavoro (fabbriche, uffici…), avrebbero poi iniziato ad apprezzare anche il caffè in tazza vero e proprio.
    A me pare dunque che occorrano cautele, prima di confrontare settori che – pur appartenendo al mondo generico della cultura e dell’intrattenimento – hanno (credo) modelli di business un po’ diversi fra loro. Per l’impressione che ne ho avuto (limitata, va detto), l’editoria tende ultimamente ad avvicinarsi al mondo della comunicazione pubblicitaria, dove gli orizzonti temporali sono sempre più corti, i margini di guadagno sempre più risicati e dove è molta la paura di sbagliare (perché non si hanno spalle abbastanza larghe, dal punto di vista finanziario, per sostenere le conseguenze di un eventuale fallimento). Quando mi affidano un lavoro di comunicazione, la richiesta è sempre quella di: «Un concettino semplice, rassicurante e facilmente campagnabile, in tutti i mezzi.» Mi sembra una frase molto simile a quella citata in chiusura di articolo.

  22. teresa Says:

    sono d’accordo con c.p. Si sta perdendo l’abilità di decodificare il testo scritto.

  23. Ma.Ma. Says:

    (Ma i giapponesi bevono soprattutto il caffè solubile e persino quello in lattina, preferendolo alla Coca Cola! Non mi pare sia stata fatta una grande operazione “culturale” nell’arte del bere il caffè, e poi si sa, a loro piace copiare tutto e sono super esterofili quando si parla di fare affari: bastava dirgli che era una bevanda molto famosa in Occidente. 😉 scherzo, eh)

  24. Valentina Durante Says:

    (i giapponesi non copiano: nipponizzano ;))

  25. antonellaalbano Says:

    L’impatto emotivo dell’immagine forse limita naturalmente l’intellettualismo dell’intenzione dell’autore. Forse?
    Serie tv: Legion. Molto innovativa, non banale, da diversi punti di vista. Stupisce di certo. In un libro magari il lettore si fisserebbe sull’intenzione dell’autore di stupire a tutti i costi. E a me come lettrice dà fastidio chi vuole stupire a tutti i costi.

  26. Julian Adda Says:

    Senza rifletterci sopra troppo, senza leggere gli altri commenti, e rispondendo d’istinto: perché una difficile serie tv è un pacchetto già pronto del quale assorbire audio e immagini, senza necessità di immaginazione, e comunque ricavandone una emozione immediata (e ricordando che un’immagine vale mille parole). Mentre un testo scritto ha bisogno di una elaborazione complessa per trasformarsi in immagini e audio e successivamente provocare emozione.
    Alcuni spunti dell’articolo mi hanno fatto venire in mente Tentativo di descrizione di un luogo parigino, che sicuramente Mozzi conoscerà. Quante parole servono per descrivere azioni semplicissime, quanta distrazione è implicita in questo rispetto al tema portante della storia?

  27. calicetigiuseppe Says:

    Ciao Giulio. Non sono d’accordo. Sai che la mia formazione è musicale. Spesso faccio delle comparazioni tra la complessità delle strutture musicale e quelle narrative. Mi è difficile non farlo. Da sempre. E si che quelle musicali risultano più complesse. Non c’è il problema del significante. Ogni nota musicale è significato, possiamo dire. Ebbene, se prendo un romanzo di Kundera, la complessità della struttura compositiva è paragonabile a quella di una sinfonia o di un quartetto d’archi. Un concerto vivaldiano, per esempio, lo è molto meno. Certo che se tu prendi una poesia di balestrini e il paragone lo fai basandoti sul presupposto non detto una nota = una parola, puoi dire senza difficoltà quello che sostieni in questo articolo. In realtà, però, se spostiamo l’attenzione sulle strutture complesse di tutto l’organismo narrativo, musicale e non, tutti gli organismi che cioè, intendo io, lavorano e si muovono nel tempo – teatro, letteratura, film, immagine, musica, – credo che anche nella letteratura ci siano organismi complessi e non solo semplici. ciao. giuseppe caliceti

  28. booklandia2017 Says:

    Sono confusa…. in generale mi confondono le categorie. Facile o difficile alla fine è bello o brutto. Vale per tutto. Ci sono film facilissimi ma godibili e mi viene in mente il recente Perfetti sconosciuti, c’è Kaurismaki che fa film difficili ma bellissimi. C’è letteratura di intrattenimento che passa senza fermarsi. Ci sono libri complessi (Murakami lo è ma “vende”): Sto leggendo (su richiesta) un romanzo italiano che risponde ai criteri che ha citato Giulio: “libri non tanto grossi, con un protagonista nel quale ci si possa identificare senza indugi, una vicenda lineare, e alla fine un messaggio di conforto” e sto facendo fatica a leggerlo.

  29. dm Says:

    Quasi tutti i lettori che conosco leggono “per immagini”, cioè sfruttano il testo per riempire il proprio maxischermo immaginale di immagini più o meno comprensibili (a cui, credo, accostano un contenuto per così dire emotivo di rispecchiamenti, proiezioni, distanza e rifiuto senza cui le immagini nel maxischermo sarebbero molto noiose). (Io sono uno che fa spesso la domanda: “Ma mi spiegheresti come leggi? Cosa accade nella tua testa quando avvicini un testo scritto eccetera?”)
    Il cinema e i videogiochi si collegano per filo diretto (o quasi) al maxischermo immaginale del fruitore eminentemente visivo, e dicono tutto. Nel caso del testo letterario, possiamo considerare in quest’ottica (che esclude il linguaggio) la scrittura come una forma di resistenza (nel significato non tecnico ma comune di “resistenza elettrica”). Insomma, chiedersi perché mai certi film o certi videogiochi strutturatissimi possano essere bevuti come acqua minerale ma Robbe-Grillet mica, è la dimostrazione del non esser mai stati nella vita (o in un tempo che si ricorda) dei lettori mediocri o dei lettori disfunzionali; io modestamente sì, e serbo anche dei buoni ricordi).

  30. Clotzky Says:

    Forse si confondono editoria e letteratura. I romanzi più incredibili di questi anni come 2666 di Bolaño, Austerlitz di Sebald, Europe Central di Vollmann, Abbacinante di Cartarescu, ecc. sono tutt’altro che semplici. Anzi, sono COMPLESSISSIMI. E sono quelli il fronte della letteratura, non certo l’ennesimo giallo, noir, midcult. Anche a un grado sotto di complessità troviamo DeLillo o la Robinson, mica Volo o Carofiglio o Coelho. E anche a un grado ancora sotto troviamo Knausgard o la Ferrante. Insomma: non è vero che alla letteratura si chiede semplicità. È l’EDITORIA che propone ANCHE cose semplici per, chiamiamoli così, lettori di non-letteratura (i quali spesso si sovrappongono in vari modi ai lettori di “sì-letteratura”).

  31. Giulio Mozzi Says:

    Clotsky: ti faccio notare che Bolaño, Sebald, Vollmann, Cartarescu, DeLillo, Robinson, Knausgard non sono scrittori italiani. Sono scrittori pubblicati in Italia dopo che avevano acquistata una certa reputazione altrove. E aggiungo: i numeri di DeLillo, rispetto a quelli di Volo o di Coelho, in Italia, sono bazzeccole.

    Più corretto sarebbe, mi pare, rovesciare la tua formula e dire che l’editoria italiana propone anche libri per lettori di letteratura. In realtà la produzione di bassa qualità è sempre stata dominante sul piano quantitativo (e quindi per la gestione economica delle aziende editoriali); le novità degli ultimi tempi sono
    – che la rilevanza economica delle opere “letterarie” è in decisa diminuzione,
    – che la “letterarietà”, reale o pretesa, di un’opera è valutata da molti editori come un mero dato per il marketing: serve a far sì che l’opera di venda su entrambi i mercati (quello dei lettori di “letteratura” e quello dei lettori di “non-letteratura”).

  32. Sendero Luminoso Says:

    Non sarà forse un problema più legato alla distribuzione e al possesso di librerie di catena da parte dei grandi marchi? Nelle librerie indipendenti che conosco si vendono eccome i libri “difficili”, alla Trebisonda di Torino (e non solo lì) ho visto vendere moltissimi Kent Haruf, alla Altroquando di Roma Mircea Cartarescu va via come il pane, gli autori italiani di riferimento sono magari Malaparte o Manganelli o addirittura la Campo… Cambia tutto se si entra in una Giunti al Punto, in una Mondador-È. Meno in una Feltrinelli o in una IBS ma comunque le grandi catene sono diventate pusher di robaccia, piegate appunto a una logica per cui Benjy e Fede valgono Canetti, sempre libri sono…

  33. Giulio Mozzi Says:

    Chiudo i commenti qui e invito a continuare la discussione qui a partire dall’intervento di Valentina Durante.

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