Ancora su letteratura e semplificazione (risposta ad Alessio Cuffaro)

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La complessità è a sinistra, la semplicità a destra

di giuliomozzi

Ieri pomeriggio Alessio Cuffaro ha pubblicato in Gli stati generali un articolo nel quale discute gli articoli di Gilda Policastro La più amata dagli italiani. Teresa Ciabatti e l’eutanasia della critica e il mio Perché alla letteratura si chiede di impoverirsi mentre altri media narrativi (cinema, serie tv, videogiochi) continuano ad arricchirsi?.

Poiché l’articolo mi pare un coacervo di incomprensioni, imprecisioni e vaghezze logiche, mi permetto di commentarlo quasi punto per punto. Se non altro allo scopo di tutelare il mio diritto a rispondere di ciò che dico e non di ciò che non ho detto.

È di questi giorni una discussione intorno alla mancata sperimentazione in letteratura laddove invece la si riscontra sovente in altre arti: il cinema, le serie tv (che è cinema seriale, anche se continuiamo a sminuirlo con quel “tv” finale), i fumetti e i videogiochi.

Non è questo l’argomento della discussione. L’argomento è una domanda di Gabriele Frasca, così riportata da Gilda Policastro:

Gabriele Frasca si interrogava sulla ragione per cui ai videogiochi, ad esempio, o alle serie televisive, si chiedano strutture e linguaggi ben più complessi di quelli che pare possano soddisfare le aspettative dei lettori: “Perché quest’ansia di semplificazione”, si domandava Frasca, “riguarda solo la narrativa letteraria?”.

Ovvero: non si parla di “sperimentazione” ma di “complessità/semplificazione”.

La domanda ha una sua ragion d’essere. Le narrazioni sono lineari. Le possibilità strutturali di composizione dell’opera sono spesso neglette.

Qui mi sfugge la connessione tra una frase e l’altra. Forse Cuffaro vuol dire che la “linearità” delle narrazioni è causa o conseguenza della negligenza delle “possibilità strutturali di composizione dell’opera”? Oppure sta constatando che oggi, qui, spesso o sempre le narrazioni sono “lineari”, e questa “linearità” consiste nella negligenza delle “possibilità strutturali di composizione dell’opera”? E: si riferisce alle narrazioni scritte, come fa supporre vagamente il séguito, o a tutte le narrazioni?

Eppure io, che da poco faccio parte di questo mondo come autore, pur facendone parte da anni come lettore, correttore, editor ecc., non ho alcuna paura che questo possa coincidere con la condanna a morte della narrativa. Perché? Cosa mi rassicura al punto da non condividere i desiderata di Mozzi e della Policastro?

Mai avuto paura che l’attuale semplificazione “coincida con la condanna a morte della narrativa”. Policastro ha parlato di “eutanasia della critica”, e la critica è una cosa diversa dalla narrativa. Nell’articolo cui Cuffaro fa riferimento mi pare di non aver espresso nessun desideratum. Certo: la letteratura semplificata mi dice poco, dal punto di vista artistico; ne conosco bene invece la grande importanza dal punto di vista editoriale. So che le case editrici sono vissute per duecent’anni (facciamo gli ultimi duecent’anni, prima era tutto troppo diverso) di letteratura popolare, e che “popolare” è un aggettivo avalutativo: dentro ci stanno tanto Manzoni quanto Guerrazzi, tanto D’Annunzio quanto Da Verona, tanto Fallaci quanto Littizzetto [*].

L’esempio musicale è illuminante: se la musica dei Radiohead perde interesse (per Cuffaro) nel momento in cui diventa interessante (per me), ci siamo capiti alla perfezione. Ma nell’esempio c’è un errore. Quando Cuffaro dice

[I Radiohead] a un certo punto hanno smesso di rivolgersi al pubblico per rivolgersi agli addetti ai lavori,

non si accorge che sta mettendo come presupposto ciò che invece dovrebbe mettere come conclusione. Ovvero: se lo scopo è provare (almeno suggestivamente, col mezzo retorico dell’esempio) che Policastro e io esprimiamo una “richiesta esplicita” (in realtà, stando a Cuffaro, sarebbe non detta: e quindi implicita) di “materiale per addetti ai lavori”, bisognerebbe (perché l’esempio funzioni) provare che la “svolta” dei Radiohead è conseguenza della scelta di “rivolgersi agli addetti ai lavori”: cosa che Cuffaro non fa, limitandosi ad affermarla. Ma vabbè: abbiamo capito cosa intendeva dire.

E veniamo al dunque:

Gli articoli di Gilda Policastro e di Giulio Mozzi sono una richiesta esplicita: dateci oggi il nostro materiale per addetti ai lavori quotidiano. La richiesta è sensata. Io sono un addetto ai lavori. Io ho bisogno del loro medesimo pane quotidiano. Perché quelle pagine che trovano il coraggio di sperimentare mi regalano spunti, mi mostrano vie che non immaginavo prima, mi ribadiscono oltre ogni ragionevole dubbio la potenza illimitata dell’arte che ho scelto per esprimermi. Ma posso chiedere ai lettori “deboli”, a chi legge sei libri all’anno, di sacrificare uno dei sei all’altare della sperimentazione letteraria?

La formula “dateci oggi il nostro materiale per addetti ai lavori quotidiano” autorizza, mi pare, a pensare che nei supposti desiderata miei e di Gilda Policastro vi sia una motivazione alimentare: se non scovassimo libri difficili, perderemmo lo stipendio. Il fatto è che Policastro non ha uno stipendio (nessuno la retribuisce, almeno al momento, e comunque da un bel po’, per occuparsi di libri difficili) e io (che una sorta di stipendio ce l’ho) sono potentemente sollecitato a scovare libri facilmente smerciabili (quindi non difficili). Forse questo senso della formula non era nella mente di Cuffaro: a me pare che sia nel testo, e tanto mi basta, non è il punto.

Il punto è che quando Cuffaro dice che “quelle pagine che trovano il coraggio di sperimentare mi regalano spunti, mi mostrano vie che non immaginavo prima, mi ribadiscono oltre ogni ragionevole dubbio la potenza illimitata dell’arte che ho scelto per esprimermi”, al di là della già notata confusione tra “complesso” e “sperimentale”, al di là dell’enfasi sulla “potenza illimitata dell’arte che ho scelto per esprimermi” (personalmente sono contrario all’espressione, non credo che l’arte che ho scelta abbia una “potenza illimitata” – e: potenza di che? – e soprattutto non cado nel tranello suggestivo di trasferire l’idea di “potenza illimitata” al soggetto che ha scelta quell’arte), Cuffaro qui smentisce ciò che ha prima affermato sul conto dei Radiohead (e trasferito su Policastro e me). Ovvero: qui dice, o meglio non dice, ma fa intendere, che la scelta di “complessità” è prima di tutto una scelta “artistica”, e non una scelta “sociale” (come quella di rivolgersi solo a una ristretta cerchia).

Rimetto dunque in ordine le cose: chi fa una scelta artistica di complessità rischia, spesso, di ritrovarsi a parlare solo con gli addetti ai lavori. Questo mi pare ragionevole. Il discorso di Cuffaro mi pare voglia dire questo, benché lo dica a rovescio: chi vuole ritrovarsi a parlare solo con gli addetti ai lavori è costretto a fare una scelta artistica.

Fin qui, bene. Ora arrivo al punto in cui vado in bestia.

Perché dobbiamo chiedere alla letteratura di essere solo come i secondi Radiohead e non come i primi? Perché non possiamo semplicemente accettare che esista una letteratura per chi scrive e una letteratura per chi legge?

Primo: l’articolo di Policastro parla di eutanasia della critica, non della letteratura. Policastro se la prende, lo dico semplificando al massimo, con quei promotori e custodi della letteratura sofisticata che (per cecità o per un piatto di lenticchie, non conta) si sbracciano per lodare prodotti di letteratura triviale. (Nota: Policastro ha scelto come esempio il tam-tam attorno al nuovo romanzo di Teresa Ciabatti: sul quale io non ho nessuna opinione, non avendolo ancora letto; ma sia chiaro che l’oggetto dell’articolo di Policastro, nonostante il titolo, non è il romanzo di Teresa Ciabatti).

Secondo: io non ho mai auspicato una letteratura tutta “come i secondi Radiohead” (che peraltro a me, più che “sperimentali”, sembrano “nostalgici degli anni Settanta”; ma forse è questione di età). Non sono così stupido (Cuffaro mi attribuisce un’opinione che solo uno stupido può avere, purtroppo) da pensare che solo la parte più complessa della letteratura abbia senso e valore. Per dirne una: se non fosse esistito quel genere letterario popolare e screditatissimo presso le élite che era il romanzo, Alessandro Manzoni non si sarebbe mai messo a scrivere I promessi sposi: Manzoni abbandonò la scrittura di tragedie in pro’ del romanzo proprio perché voleva quella popolarità, quella penetrazione del pubblico, eccetera, che all’epoca solo il romanzo gli sembrava potesse garantire. E proprio perché addestrati al romanzo da tutti quei romanzi che oggi nessuno legge più (e, avendone letti un po’, confermo: non leggerli più è una scelta sensata) i lettori di Manzoni hanno potuto da subito apprezzare I promessi sposi.
Peraltro, ciascuno di noi non è sempre lo stesso identico lettore. Anch’io, talvolta, faccio lunghi e noiosi viaggi: e mi porto da leggere qualcosa di leggero, per passare il tempo. Anch’io, come tutti, leggo certi romanzi di valore artistico assai dubbio perché raccontano di luoghi e/o tempi che conosco poco, e che mi incuriosiscono. Eccetera.

Terzo. La distinzione tra “letteratura per chi scrive” e “letteratura per chi legge” è sciocca: perché presuppone l’inesistenza di lettori che, senza avere alcuna ambizione di scrittura, prendano piacere a leggere opere complesse. E che questo non sia vero, a me pare evidente.

Eppure, vi prego di credermi, sarebbe più comodo per chi si mettesse in testa di esordire oggi eleggere a lettorato naturale quello degli addetti ai lavori più che il lettore puro. Perché gli addetti sono i gate keepers, i giurati dei premi letterari, i critici che dovrebbero recensirti sulla carta stampata, sono gli amici di chi decide a chi affidare i blog affiliati alle testate on-line.

A parte che Cuffaro trascura il fatto che gli “addetti ai lavori” sono in primis le persone che lavorano nelle case editrici, qui il serpente si mangia la coda: Cuffaro replica a chi nota che gli “addetti ai lavori” tendono a compiere scelte non da “addetti ai lavori” ma da “lettore puro” (dove, forse, era meglio dire: “lettore debole”) invitando gli aspiranti scrittori a rivolgersi agli “addetti ai lavori”. A fronte di una repubblica delle lettere che sembra aver ceduto alle sirene della semplificazione, Cuffaro invita (perché “sarebbe più comodo”) a comporre opere complesse. È un non sequitur.

L’esempio sull’arte figurativa non sta in piedi: non solo per la sua volgarità (“Andare a una mostra d’arte contemporanea è diventato come conoscere il primo fidanzatino di tua sorella minore: sai già che sarà un cretino di prima specie, ma dovrai dire che ti sembra un tipo a posto, altrimenti le tarpi le ali”), ma perché non è vero che i “critici d’arte”, a causa del loro “snobismo”, “non facciano altro che denunciare la ‘facilità’ di Banksy”. Basta farsi una passeggiata in Google, o anche consultare la sola voce di Wikipedia, per rendersi conto che non è così.

Quanto alla “consolazione” (poi mi fermo, anche perché qui finisce l’articolo di Cuffaro), e al di là del fatto che una formula come “toccare il cuore del mondo” mi sembra – anche se l’ha scritta Stig Dagerman – piuttosto priva di contenuto, vorrei far notare che la “consolazione” di cui Dagerman parla nel breve saggio Il nostro bisogno di consolazione è una cosa un po’ diversa dalla “consolazione” che può offrire un romanzo che ti conforti nel tuo essere ciò che sei.

Infine: che non esista progresso in letteratura, è cosa di cui – credo – quasi tutti sono convinti. Ma che le opere “complesse”, quando riescono artisticamente, generino poi cambiamenti profondi anche nella letteratura “semplificata”, direi che non si può non vederlo; così come non si può non vedere (rimando all’esempio manzoniano precedente) che la letteratura “semplificata” è pur sempre un “terreno di coltura” per la letteratura “complessa”. Qualunque contrapposizione mi pare futile; mentre addirittura dannoso mi pare elevare questa o quella specie di letteratura, “complessa” o “semplificata”, a unica realtà letteraria.

(Se a qualcuno venisse in mente di pensare che ho cercato il pelo nell’uovo, rispondo preventivamente: si danno uova pelosissime, nelle quali non serve cercare).

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4 Risposte to “Ancora su letteratura e semplificazione (risposta ad Alessio Cuffaro)”

  1. Matteo Cerami Says:

    La questione è molto interessante. Ma trovo sinceramente che il dibattito sia mal posto. Mettere sullo stesso piano letteratura, serie tv e videogiochi vuol dire limitare il punto di vista a quello del “lettore debole” – come l’avete definito –, del “fruitore occasionale”. In altre parole: del cliente, che considera qualsiasi opera essenzialmente come prodotto di consumo. E questo è riduttivo, oltre che, a mio avviso, offensivo nei confronti di ogni essere umano. Se si vuole portare avanti un ragionamento valido e costruttivo, la prima cosa da fare è evitare la trappola del consumo, che appiattisce e confonde i termini di giudizio.
    Qui, stiamo discutendo di “linguaggi”, non di prodotti. Ora, la letteratura, subito dopo la pittura, è il linguaggio più antico del mondo. Su questo punto penso che siamo d’accordo: ha inventato tutto. E, data la povertà di mezzi cui può fare, costitutivamente, ricorso, è forse il linguaggio più complesso che c’è. Ha avuto millenni per “complicarsi”. Per arricchirsi. E l’ha fatto, inventando generi e stili, rivoluzionando la lingua, entrando continuamente in conflitto con la realtà. Proprio grazie a quella povertà.
    Quello che voi interpretate come complessità secondo me è una grande inganno. Dal punto di vista linguistico, serie tv e videogiochi andrebbero giudicati esclusivamente sul piano dell’immagine, che è il loro segno primario, il loro alfabeto. E io trovo che da questo punto di vista l’evoluzione tecnica e tecnologica non abbia fatto grandi passi verso una maggiore ricchezza. La complessità tecnica è servita solo a mascherare la povertà di linguaggio, non l’ha arricchito. Sono trucchetti: videogiochi ed effetti speciali hanno sostanzialmente abolito ogni rapporto con la realtà; le serie tv hanno impoverito la regia (anche per questioni industriali), perché “c’è troppo racconto”, e poca immagine. Ecco perché tendono a complicarsi. Vi sfido a trasferire le migliori serie sulla carta: non reggerebbero il confronto con nessun romanzo, favola o mito. Sono contenitori vuoti. Lezioni di morale.
    La verità è che la semplicità è molto più difficile da conquistare. E forse fa paura.
    Ecco: se avessi una richiesta da fare alla letteratura, sarebbe di tornare a essere pura letteratura, refrattaria a qualsiasi adattamento, a qualsiasi trasposizione, senza cadere per forza nell’osceno, che non è trasponibile in immagine solo perché è moralmente irrappresentabile.

  2. antonellaalbano Says:

    Perdona la mia ignoranza, ma mi fai esempi di questo?
    “che le opere “complesse”, quando riescono artisticamente, generino poi cambiamenti profondi anche nella letteratura “semplificata”, direi che non si può non vederlo”
    A me è venuto in mente il paragone fra il primo Ungaretti e il Marinetti di “Zang tumb tumb” nell’innovazione in poesia ai primi del Novecento. Uno ha innovato parlando all’anima della gente (e conseguendo l’alloro), l’altro ha dato un interessante esempio di assurdità. Però mi interessa questo nel presente o nel passato prossimo. Lo chiedo perché la dinamica mi interroga, in un panorama talmente variegato e distante anni luce, da darmi il mal di testa.

  3. livioromanono Says:

    L’articolo di Cuffaro è simpatico, brillante, a suo modo suggestivo. Ma davvero io che bazzico questa dannata ‘società letteraria’ da vent’anni non vedo dov’è ch’egli scovi queste vestali della letteratura scritta per “gate keeper”, dov’è che starebbero questi editor sui quali puoi far colpo solo se ti presenti a loro scrivendo in maniera, diciamo così, iperletteraria. Alessio, te ne prego: scrivimi, dimmi chi sono, ho della roba da mandar loro. No, ché io ho trovato sulla mia strada sempre gente che mi diceva: la tua lingua è troppo complessa, non le si sta dietro, non la venderemmo mai e poi mai. E ora, il cortocircuito inelegante da dire, perché personale. Il brevissimo colloquio che abbiamo avuto, Giulio ed io, a Bologna, qualche mese fa, attorno a una cosa che gli avevo fatto leggere. Che pareva anticipare esattamente questa polemica innescata da Gilda Policastro. Dopo aver fatto un romanzo che per plot intricatissimo, lingua acrobatica e pasticciatissima, numero di personaggi in scena, numero e “importanza” di argomenti trattati poteva definirsi “complessissimo”, be’, ecco: decido che riscrivo la stessa cosa, ma servendomi di una lingua piana, concentrando il focus su un solo personaggio, un solo nodo conflittuale, e provando a non virare sempre sul grottesco ma, semmai, scivolando con amenità sul declivio dello humour. Ebbene, al contrario dell’altro del quale tanti sacerdotini dell’editoria non son riusciti a leggere completamente neppure l’incipit, per questo (che a me pare una robetta, un divertissement) pare che i guardiani dei cancelli si stiano improvvisamente scuotendo. Lo stesso Giulio, sai cosa mi ha detto, Alessio? Mi ha detto: “Non mi pare che questa storia rappresenti un’eccessiva riduzione di complessità della tua scrittura”. Cioè, dopo un esordio iper-sperimentale (Kid A), un paio di reportage narrativi (The bends), due romanzi very pop (Ok computer), un altro very Heil to the thief (comunque apprezzato da tantissimi lettori), mi presento ai gate con un singolo paragonabile a Creep e stai un po’ a vedere che a ‘sto giro mi danno finalmente la tessera magnetica per entrare nella Repubblica.

  4. Impoverimento della poesia? Sul dibattito recente | Alessandro Canzian Says:

    […] la Policastro e il nostro bisogno di consolazione), di Mozzi nuovamente in risposta a Cuffaro (Ancora su letteratura e semplificazione – risposta ad Alessio Cuffaro) e altre su Vibrisse tra cui quelle di Roberta Durante (Chi ha investito nella formazione/crescita […]

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