Chi ha investito nella formazione/crescita di un pubblico?

by

Cristoforo Colombo alla ricerca di nuovi mecati

di Valentina Durante

[Valentina Durante ha inserito in calce al mio appunto Perché alla letteratura si chiedei di impoverirsi, mentre altri media narrativi (cinema, serie tv, videogiochi) continuano ad arricchirsi un interessante commento. Lo riporto qui (tagliando il cappello) perché credo che sia un buon punto di svolta della discussione. gm]

[…] Lavorando nel marketing e nella pubblicità, so per esperienza che il pubblico (o per essere più precisi il target) non va solo cercato ma anche creato. Che un’azienda che si proponga degli obiettivi commerciali di medio e lungo periodo (non solo di breve e di brevissimo) debba investire anche in formazione (e in certi casi pure in alfabetizzazione vera e propria) del suo pubblico. Questa formazione ha un costo: e non sempre questo costo è sostenibile e non sempre viene recuperato, almeno nell’immediato.

Le domande da porsi sono dunque, secondo me:

Quali settori (parlo di cultura e intrattenimento) hanno investito, negli ultimi dieci quindici anni, nella formazione/crescita del proprio pubblico?

Quali settori hanno – per caratteristiche intrinseche e per congiuntura di mercato – la possibilità finanziaria di continuare (o cominciare) a investire nella formazione/crescita del proprio pubblico?

Quali settori hanno – per caratteristiche intrinseche e per la congiuntura di mercato – la possibilità finanziaria di lavorare nell’ottica di piani di sviluppo a cinque, dieci, quindici anni, e non solo a dodici mesi (arco temporale di un piano di marketing standard)?

Sicuramente, negli ultimi dieci quindici anni, hanno investito nella formazione/crescita del pubblico l’industria videoludica, quella del cinema di animazione e quella delle serie TV (mi riferisco, qui, soprattutto alle serie statunitensi, da Lost in poi). I videogiochi, a esempio, sono oggi un prodotto sofisticato e “difficile”: come un romanzo di Robbe-Grillet, bisogna essere stati o essersi educati all’utilizzo del codice, per poterne ricavare gratificazione (per avere un assaggio di questa difficoltà, provate a fare una chiacchierata con un frequentatore abituale di MMORPG). Gli stessi, banalissimi platform non sono più elementari come negli anni Ottanta e Novanta. Il settore è cresciuto (questo significa che è cresciuto anche il profilo – artistico, culturale – di chi programma videogiochi, così come è cresciuta la gratificazione nel farlo) ed è cresciuto il pubblico (capace, oggi, di apprezzare livelli di difficoltà un tempo non proponibili).

Ora, io non posso sapere quanto questa evoluzione sia stata determinata da un preciso piano industriale e quanto dal caso e dalla spontaneità (ci saranno parecchie analisi a riguardo, ma bisognerebbe fare della ricerca). Nel caso dell’industria videoludica, la crescita è andata anche (ma non solo) di pari passo con l’evoluzione delle tecnologie e dell’interfaccia grafica. Il cinema ha dovuto incentivare l’animazione e il 3D per ragioni di mercato prima ancora che artistiche: eliminare gli attori dalla pellicola, sostituendoli con la computer grafica, aiuta a contenere i costi; e il 3D è nato per introdurre un’esperienza che non fosse replicabile nel salotto di casa o piratabile (ci sono i sistemi di home theater domestici, ma hanno un certo costo e non sono interamente sostitutivi del cinema). Però so che sia il cinema che l’industria videoludica possono contare su sostegni economici che all’editoria sono preclusi: la collaborazione con altri settori industriali, a esempio, grazie al fenomeno delle sponsorizzazioni e del product placement (diffusissimi sia nel cinema che nei videogiochi; assente, mi pare, almeno il product placement, nel mondo dell’editoria); o la possibilità di estendere i profitti grazie al merchandising (nel cinema di animazione l’incasso non è solo quello che si realizza nelle sale, ma anche, o soprattutto, quello che deriva dalle royalty – siano esse gadget, abbigliamento o profumi). Questo giro di affari significa margini maggiori, dunque più sicurezza, dunque possibilità di investire in attività non solo di brevissimo periodo: sperimentare con i format, segmentare i target, cercare di farli evolvere alzando di volta in volta l’asticella, rischiare qualche flop (più si è grandi, più ci si può permettere di sbagliare; Nike, a esempio, è un’azienda che nella sua storia ha sbagliato moltissimo, ed è cresciuta proprio perché ha avuto la possibilità di sbagliare).

Per far capire meglio cosa intendo per “creazione e formazione di un pubblico” e per “ottica di lungo periodo” cito un esempio non attinente (e neppure troppo edificante: ma tant’è, si parla di pubblicità). Negli anni Settanta la Nestlè decise di entrare nel mercato giapponese con il suo marchio Nescafé. Le prospettive erano allettanti: un mercato praticamente vergine (i giapponesi, lo sanno tutti, sono per tradizione fortissimi bevitori di tè), nessuna concorrenza. I primi tentativi furono un fallimento: ai giapponesi il caffè proprio non piaceva. A quel punto Nestlé abbandonò l’idea di realizzare un profitto a breve termine e ragionò sul lungo periodo: si limitò a lanciare una linea di dolci al cucchiaio al gusto di caffè (ma senza caffeina) rivolta agli adolescenti (che andò abbastanza bene). In questo modo, riuscì a educare il gusto di quei consumatori che, finita la scuola e entrati nel mondo del lavoro (fabbriche, uffici…), avrebbero poi iniziato ad apprezzare anche il caffè in tazza vero e proprio.

A me pare dunque che occorrano cautele, prima di confrontare settori che – pur appartenendo al mondo generico della cultura e dell’intrattenimento – hanno (credo) modelli di business un po’ diversi fra loro. Per l’impressione che ne ho avuto (limitata, va detto), l’editoria tende ultimamente ad avvicinarsi al mondo della comunicazione pubblicitaria, dove gli orizzonti temporali sono sempre più corti, i margini di guadagno sempre più risicati e dove è molta la paura di sbagliare (perché non si hanno spalle abbastanza larghe, dal punto di vista finanziario, per sostenere le conseguenze di un eventuale fallimento). Quando mi affidano un lavoro di comunicazione, la richiesta è sempre quella di: «Un concettino semplice, rassicurante e facilmente campagnabile, in tutti i mezzi.» Mi sembra una frase molto simile a quella citata in chiusura di articolo. [*]

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[*] “Mi dispiace dirlo, ma vorremmo dei libri non tanto grossi, con un protagonista nel quale ci si possa identificare senza indugi, una vicenda lineare, e alla fine un messaggio di conforto”. (vedi)

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31 Risposte to “Chi ha investito nella formazione/crescita di un pubblico?”

  1. antonellaalbano Says:

    È interessantissimo. E come si può immaginare, nel campo editoriale, l’educazione del target? Esperimenti come mettere copertine accattivanti, o meglio ammiccanti, ai classici per renderli appetibili alle giovani generazioni andava in questo senso? O erano tentativi di scarso respiro? A me sembra l’ultima. Chi dovrebbe agire? Gli autori, gli editori, il settore marketing delle case editrici? Ma poi, la parola educazione fa pensare a qualcosa di funzionale alla vendita, oppure alla reale crescita dei lettori, pensando al loro bene e non alle casse delle case editrici? Le due cose sono compatibili?

  2. Ma.Ma. Says:

    Ma come? Valentina conclude dicendo che “occorrono cautele, prima di confrontare settori che – pur appartenendo al mondo generico della cultura e dell’intrattenimento – hanno (credo) modelli di business un po’ diversi fra loro”. E poi crea il paragone con il caffè della Nestlè in Giappone? (C’ho scherzato anche ieri, ma qualcosa di vero c’è anche in questa mia domanda: poi lo so, si parla di modelli e non di prodotti, ma resta il fatto che – e rimando alla mia ultima domanda di questo commento – non paragonerei il modello commerciale di marketin per la creazione di consumatori di caffè in Giappone con quello per generare potenziali “consumatori” di letteratura italiana.)
    La prendo comunque per buona. E provo a guardarla dal punto di vista di qua (se ho capito qualcosa). Ovvero: bisognerebbe trattare il “prodotto libro” come un prodotto di mercato, per cui se si vuole educare il lettore a una lettura più complessa occorre lavorarci da un punto di vista del marketing arrivando addirittura quasi a una nuova “alfabetizzazione”?
    A parte che a me pare tutto parecchio ovvio: se voglio vendere un prodotto è il minimo che possa fare. Ma immedesimandomi in un editore, penso che essendo un’azienda commerciale il mio primo scopo non è etico, ma economico: voglio fare soldi. E allora perché dovrei prendermi la briga di educare un pubblico quando mi basta dargli quello che vuole e non mi costa niente? (taglio a fette, eh).
    Allora si torna all’inizio: perché in teoria lo farebbe la fabbrica cinematografica. Mah, continuo ad avere dubbi, continuo a credere di più a chi scrive e dice che anche nella cinematografia è richiesta semplicità e non solo per aiutare nelle vendite, per facilitarne la fruizione, ma pure per risparmiare i costi di produzione.
    [ Per curiosità: quali sarebbero i film e i telefilm più “difficili”, “complessi”, prodotti in Italia (non quelli tradotti che – come ha giustamente detto Giulio sotto un altro commento: significa “che avevano acquistata una certa reputazione altrove”)? C’è davvero un paragone diretto con la letteratura “non” pubblicata? ]
    Ma torno alla creazione di un pubblico:
    – Resta la domanda, perché (partendo dal presupposto che un’azienda ha lo scopo di fare soldi e non quello di istruire) un editore dovrebbe investire per modificare un pubblico che comunque esiste sebbene consumi prodotti peraltro più facile da confezionare?
    – Io penso che questo ruolo dovrebbe averlo il critico, anzi il recensore, ma già in altri spazi ho detto quello che penso al riguardo tante volte;
    – E poi torna la solita questione: in questo caso specifico non esiste già un’enorme macchina di costruzione di un target che sia il più possibile “colto” (con fine non economico, ma etico) che si chiama scuola? (Forse se a un certo punto il pubblico smette di seguire quell'”educazione” qualcuno bisognerà che cominci a pensare sul motivo, invece di continuare a restare dall’altra parte a ragionare su sistemi di convincimento: in questo caso – ma poi diventerebbe lunga – avrei delle esperienze dirette che concernono quella che io chiamo l'”arroganza del marketing” che ho spesso paragonato a quella politica che crede sempre – a volte purtroppo ci riesce – di manipolare il popolo. E lo so perché lavoro per un’azienda – la più grande dell’intero cantone – da 14 anni vedendo campagne-e-risposte).

  3. Giulio Mozzi Says:

    Antonella: le aziende editoriali pensano alla cassa, è nella loro natura. Lettori che leggono di più, e una maggior varietà di cose, fanno bene alla cassa. Per decenni l’editoria ha goduto i benefici di un colossale sussidio pubblico – la scuola – che aiutava i giovani lettori a prendere contatto col catalogo (i classici, gli evergreen, i libri da conservare a lungo ec.) e creava di anno in anno un ampio mercato. Andata in crisi (qui non m’interessano le ragioni, mi interessa l’effetto) la potenza di promozione culturale della scuola, l’editoria ha cominciato a vacillare. Essendo ciò avvenuto in tempo di crisi, e scarseggiando la propensione a investire sul lungo periodo, ecco la corsa alle novità di facile vendita. (Per sommissimi capi).

  4. amanda melling Says:

    Mi pare che l’editoria prenda semplicemente argomenti o personaggi cresciuti per un altro tipo di pubblico. Mi viene in mente per esempio il fenomeno delle star di youtube, che poi pubblicano con case editrici importanti, e sportivi, cantanti, mafiosi, artisti, medici. Tutti che hanno coltivato un seguito da un’altra parte. E forse, anzi probabilmente, anche i romanzi vengono scelti in quest’ottica: cosa tira oggi? L’immigrazione? La crisi? I vampiri che luccicano? Semplicemente l’editoria non fa crescere nessun mercato di appartenenza, confeziona un prodotto basandosi su mercati già esistenti.

  5. stefano Says:

    Mi ricordo che tempo fa scrivesti sorridendo dell’ammirazione che oggi si ha per le serie tv che stanno semplicemente usando le tecniche narrative sviluppate dal romanzo secoli fa. Allora forse quello che sta avvenendo è che la letteratura come arte ha raggiunto delle vette di complessità, mentre serie tv e videogiochi, essendo arti giovani lo stanno facendo adesso, e lo stanno facendo non tanto perché investono e creano un pubblico, ma perché questo pubblico c’era già, è lo stesso pubblico che apprezza la letteratura. Solo che serie tv e videogiochi sono arti più potenti dei romanzi in termini di intrattenimento, e ci sono più fruitori di serie tv e videogiochi complessi che non reggono in termini di intrattenimento la complessità di un romanzo. Senza contare che nel momento in cui il romanzo ha perso di rilevanza nel dibattito pubblico, nessuno si sente tagliato fuori da una conversazione oggi se non ha letto Bolano, mentre càpita con le serie tv. E una serie tv per quanto complessa non sarà mai più noiosa di un romanzo, quindi non c’è gara.

  6. acabarra59 Says:

    Proverbio pasquale: meglio soli che male campagnati.
    Ancora auguri a tutti.

  7. sergiogarufi Says:

    Comunque la crisi dell’editoria è ormai alle nostre spalle. E si appresta a doppiarci.

  8. Ma.Ma. Says:

    Comunque, al di là del mio precedente post che mi parrebbe già sottintendere quanto scrivo ora (ma non si sa mai, meglio che faccia degli esempi e prima dovevo andare a pranzo), e siccome non voglio fare perdere tempo a Valentina (ho letto che stasera si dedica a questi commenti) che prevedibilmente potrebbe rispondermi riportando l’attenzione sulle questioni che solleva. Provo a spiegare sin da subito quello che non ho scritto perché mi pare ovvio (a me, anche se forse è invece sbagliato).
    Chiedi “Quali settori (parlo di cultura e intrattenimento) hanno investito, negli ultimi dieci quindici anni, nella formazione/crescita del proprio pubblico?” e poco sotto fai l’esempio dei videogiochi in 3D. Per quello che ho visto (mio fratello è stato un grandissimo consumatore di videogiochi) di fatto non hanno complicato ma facilitato di molto la comprensione, rendendo ogni giorno molto più fruibile (e qui direi che vale la pena sottolineare quanto sia ancora molto più fondamentale l’identificazione dell’utente con i personaggi), per cui è stato un investimento il cui risultato credo dovesse essere più che prevedibile. Addirittura giocano sempre di più sulle emozioni forti creando spesso prodotti tali da proporre guerre, battaglie, violenze, scontri, cercando di fare diventare tutti degli eroi invincibili e via discorrendo senza assolutamente porsi nessun tipo di problema etico. Avessero investito per veicolare messaggi di pace, di fratellanza o filosofici o religiosi, o storie comunque più complesse e di difficile comprensione non sono certa che sarebbe andata a finire allo stesso modo.
    Per cui, allo stesso tempo a me pare logico poter affermare che anche l’editoria pare abbia investito esattamente nella stessa direzione: prodotti più consumistici (in cui il lettore si identifichi e alla fine tragga un senso di appagamento, interpreto per rendere comprensibile il paragone) e tecnologici (3D = ebook). Ma mi pareva che la questione iniziale fosse di tutt’altra natura.
    Per questo ritengo la domanda principale fuorviante, e nata solo da basi commerciali come ho già detto ovvie: non credo sia un mistero per nessuno che per vendere un prodotto non serva solo cercare un pubblico (ma prima ancora direi che non serva neppure solo pensare di produrre un prodotto adatto al pubblico), ma bisogna a volte anche crearlo… e magari anche adattando il proprio prodotto (suvvia, il caffè liofilizzazione in lattina è come un nuovo tipo di tè, più che altro); e non solo cercando di manipolare l’utente (che – già detto – personalmente trovo essere un’attività davvero poco gradevole: parlo per me, che non potrei mai fare la venditrice; e nemmeno l’avvocato o l’assicuratore o il politico, per intenderci; già l’aver fatto la giornalista ha avuto un suo costo mica da poco).
    La seconda domanda (quella su chi ha la possibilità di investire) è legata alla prima e parrebbe voler contenere in sé la risposta alla precedente. In verità poi citi la cinematrografia come ambiente ancora sano, mentre parlando con un paio di persone che lavoravano a cinecittà mi hanno riferito di grossissimi tagli, molti licenziamenti, lavori che scompaiono perché non ci sono più soldi. Parlando invece con un paio di registi (uno locale, un altro solo di sponda, che è venuto a insegnare dalle mie parti) i soldi mancano eccome. E non so in Italia, ma a Locarno – città del Festival del film – due o tre anni fa ha chiuso una delle sale cinematografiche tra le più antiche, perché la gente al cinema ci va sempre di meno. Persino qui dove c’è una scuola per i mestieri del cinema e dove stanno costruendo il palazzetto del Cinema (peraltro è attiva una collaborazione con una scuola di Torino). Ebbene sentire parlare questi registi e pure un paio di sceneggiatori è come sentire parlare editori e autori: vengono richieste sempre di più opere di facile consumo. A me, personalmente, che avrei una sceneggiatura nel cassetto (con salti temporali, poco lineare, e un po’ – come scrisse qualcuno – da calci sulle gengiva) ma che è arrivata però al terzo posto di un concorso nazionale svizzero riservato alle sceneggiature, è stato chiesto da un produttore di togliere le “vecchie” e metterci delle giovani donne un po’ belle; di ritoccare la storia per renderla più lineare; di ricreare un viaggio dell’eroe; e di fare una fine più positiva. Ho rinunciato al contratto. Allo stesso tempo ricordo – ma forse era una bufala – che durante una presentazione pubblica del suo libro “Milioni di milioni”, Marco Malvaldi raccontò che il gallo nero della copertina non c’entrava niente con il contenuto del libro, ma siccome richiamava direttamente un simbolo del Chianti (vado a memoria) l’editore sperava di recuperare dei contribuiti.
    Quindi se è vero (e non ho al momento ragione di credere che non lo sia), ci sono metodi già attivi nel recupero di investimenti anche nell’editoria. Anche in merito ai gadget, ricordo che da noi già un paio di mesi prima che uscisse il primissimo libro (non film) di Harry Potter, uno dei centri commerciali (era l’Innova di Losone) aveva arredato un intero reparto di piattini e tazzine e statuette e forse anche assi per il gabinetto tutti con il maghetto e la scritta… Me lo ricordo perché ci misi un sacco a capire di che cosa si trattava e lo compresi solo quando vidi uscire il libro. È Harry Potter, è vero, ma non si sapeva ancora se in Italia sarebbe andato, tant’è che fior fiori di editori (se non è una leggenda metropolitana) non accettarono la pubblicazione. Quindi è stato fatto anche questo e volendo lo si potrebbe fare ancora. Ma avrebbe senso farlo per ogni titolo?
    E qui arrivo a uno dei motivi per cui di certo secondo me non può reggere il paragone. Un conto è proporre una scarpa, un caffè, una linea, in verità un marchio (! – quasi dovesse contare più l’editore dei libri). Un conto è promuovere con la stessa forza ogni titolo che esce. E certo che qui il santo dovrebbe valere la candela. Per restare sui luoghi comuni e sulle ovvietà.
    E torno di nuovo alla mia prima osservazione, quando ho “ironizzato” sulla possibile contraddizione della tua conclusione.
    Secondo me è vero il contrario. Cinema e libri sono confrontabili, se parliamo della fruizione degli stessi in rapporto all’”alta o bassa qualità”. Non potremo confrontarli per molti altri motivi, compresi quelli economici (e per la quantità di gente che ci lavora; e per altri aspetti correlati). Ma in tutto il tuo articolo io non ho trovato nulla che riguardasse la domanda che ha originato l’intera discussione. Cioè sul “facile o difficile” che segue – secondo me – dinamiche e ragionamenti che dovrebbero essere completamente diversi da quelli commerciali; o meglio, che sono purtroppo legati a questo, ma che non dovrebbero esserlo, se non di sponda e tempi secondari, per cui che senso ha trattarlo da questo punto di vista?
    Mi è parso semmai solo una parentesi di cose note. Poi di certo Giulio ci avrà visto mille cose che io ignoro. Per cui chiedo scusa per la mia ignoranza. Ma siccome quello che mi interessava era la questione iniziale, non so che altro aggiungere qui.

  9. Selene Adesso Says:

    l’impressione è che piuttosto la grande editoria spaventata dalla crisi non osi libri difficili a meno che arrivino da autori gia affermati, ma la piccola in fondo li intercetta lo stesso e dopo, pure arrivano le grandi. alcuni libri importanti degli anni ’00 (a mente tra i citati di recente in facoltà): Il tempo materiale di Vasta, Personaggi precari di Santoni, i primi racconti di Ricci. Editori: Minimum Fax, Voland e addirittura un microeditore ignoto, “Addictions”. Canonizzati ufficialissimi anni ’90: Mari Moresco Siti, tutti editi da grandi. Magari è cambiato questo? O forse pure loro sono stati acquisiti dopo e in realtà non è cambiato niente? Mozzi?

  10. massimocassani Says:

    Provo a essere sintetico, a commento di questo post di Valentina (Durante) e anche a quelli precedenti di Gilda (Policastro) e Edoardo (Zambelli).

    Credo – e anzi, temo – che la risposta sia dietro l’angolo e per questo motivo più disarmante.

    Non è un fatto di cultura, ma più banalmente di abitudine o per meglio dire: di allenamento. Mi spiego con un esempio: in alcuni film in bianco e nero del tempo che fu per trasferire un’azione narrativa da una città (che so: Boston) a un’altra (New York) era necessario introdurre una scena di passaggio (di solito breve) che inquadrava dal basso un treno in corsa (ciuff ciuff) e magari inserire una sovrascritta con il nome del luogo. Ecco, è evidente che questa scelta era dovuta a due fattori. Il primo: comunicare il mutamento di ambientazione con una modalità facilmente comprensibile a un pubblico sostanzialmente ancora poco avvezzo al linguaggio per immagini. Il secondo: la scarsa conoscenza dei luoghi. Non tutti (non parlo solo degli americani, ma anche degli europei o, poniamo, dei giapponesi) erano in grado di identificare a colpo d’occhio le differenze fra Boston e New York. Oggi una scelta di questo tipo parrebbe addirittura banale nel senso di pleonastica, fin troppo didascalica ( a meno che non si tratti di due sperdute località della provincia cinese, se il film fosse destinato anche a un pubblico statunitense, europeo o, poniamo, australiano).

    Da quella fase in cui era necessaria la scena di passaggio del treno in corsa (ciuff ciuff) a oggi, il pubblico è stato progressivamente bombardato dal linguaggio per immagini; dal cinema, sì, ma poi soprattutto dalla televisione e ora – nell’epoca del 2.0 – anche dal web.

    E’ inequivocabile che il linguaggio del racconto per parole ha avuto la peggio sul linguaggio del racconto per immagini+parola+musica (tipico dei film). Per questo parlo di allenamento. Un allenamento quotidiano, costante e con livelli di difficoltà sempre crescenti.

    Conosco persone che alla mattina si fanno la barba con accanto il tablet per guardare le videonews, poi vanno in cucina a fare colazione con la televisione accesa per ascoltare le ultime di RaiNews24 o Sky e sui mezzi pubblici guardano filmati di vario tipo (magari caricati sui social) sullo smartphone e magari alla sera si fanno un paio d’orette giocando ai videogiochi o guardando un film. A fronte di un allenamento di questo tipo è stato più facile proporre prodotti maggiormente complicati, alzare sempre più l’asticella, come si dice (massimizzando i fatturati, s’intende).

    Impossibile che un libro sostituisca tutto ciò, per lo meno come quantità di messaggi. E l’allenamento alla lettura (che impone concentrazione) viene meno. Se il cosiddetto pubblico medio dedicasse alla lettura tanto tempo quanto lo dedica al consumo di immagini, il rapporto sarebbe invertito, ovvio. Ma ciò non è. E quindi anche le proposte editoriali si semplificano spesso banalizzandosi anche.

    Ecco, non sono riuscito a essere sintetico.

  11. maria Says:

    @Massimo Cassani.La ringrazio perchè Lei è chiaro e fa piacere seguire e comprendere appieno il giudizio di un esperto(ho ricercato il suo profilo!)

  12. massimocassani Says:

    No no, oh, @MariaSays (Says è il cognome? Se sì, siamo parenti, perché anch’io su lì mi chiamo massimocassani says), non sono un esperto. E Giulio Mozzi Says (che grande famiglia che siamo…) lo sa che non sono un esperto, arranco nel prunoso terreno della conoscenza sempre quel metro indietro circa. Il dibattito è interessante però: vedi quante cose stanno uscendo dalla miccia accesa da Gilda Policastro Says, rilanciato da Edoardo Zambelli Says e Valentina Durante Says? Bene: saluti a tutti i Says.

  13. C. P. Says:

    Ragionando sul concetto di “difficile” riferito a un testo letterario, trovo utile distinguerlo dal concetto di “complesso”. Mi sembra che la complessità riguardi il modo in cui l’opera è concepita e costruita, mentre la difficoltà riguarda il modo in cui è percepita dal lettore. Opere molto complesse possono non essere percepite come difficili, ma questo dipende, penso, più dall’abilità di chi scrive che da quella di chi legge.

  14. Valentina Durante Says:

    Tenterò di dare una risposta alle domande di Antonella e, soprattutto, alle perplessità sollevate da Ma.Ma. (in entrambi i commenti). Prima, però, una necessaria (e lunga) premessa: occorre fare un distinguo fra marketing e vendite. Il marketing si occupa di gestire i “punti di contatto” (touchpoint) fra l’azienda/marca e tutti i portatori di interesse (stakeholder): non solo i consumatori finali dunque (fattuali e/o desiderati), ma anche i fornitori, i dipendenti, le istituzioni territoriali eccetera (la lettera di rifiuto che una casa editrice invia, o non invia, a un aspirante scrittore rientra nel marketing, a esempio). Il marketing non è manipolazione o persuasione occulta o inganno: è prima, di tutto, una relazione. Come ogni relazione può generare storture o essere vittima di devianze: ma in sé il marketing non è “Il Male”. Il marketing si occupa anche di vendite, ma non solo di vendite. Il suo scopo è quello di attuare azioni con ottiche sia di breve (un anno) che di lungo (tre, cinque anni) periodo per realizzare degli obiettivi di business. In queste azioni rientrano certo le vendite, ma anche gli investimenti finalizzati ad ampliare il mercato e, soprattutto, a rafforzare il capitale di marca (quell’intangibile che rende, a esempio, la Coca Cola non una semplice bibita gassata ma, appunto, la Coca Cola). Dire che il marketing deve vendere a tutti i costi è inesatto. Anzi, un responsabile marketing potrebbe decidere di rinunciare al lancio di un prodotto potenzialmente redditizio perché poco coerente con il posizionamento della marca (a es., nell’editoria, rifiutarsi di pubblicare un potenziale bestseller perché non compatibile con la linea editoriale complessiva). Dire che il marketing deve soddisfare sempre e a ogni costo le richieste del consumatore è sbagliato (e miope): il marketing deve anche “sfidare” il consumatore proponendogli cose delle quali potrebbe aver bisogno, anche se ancora non ne è consapevole (a esempio, facendo capire al lettore che potrebbe accostarsi a testi più complessi di quelli che legge abitualmente). A questo proposito, resta sempre illuminante la famosa frase di Henry Ford: «Se avessi ascoltato i miei clienti, avrei dato loro un cavallo più veloce.»
    Spesso, tuttavia (anche nelle stesse aziende, vi assicuro), si crea una sovrapposizione o confusione fra marketing e area commerciale / vendite. I commerciali hanno sempre un orizzonte temporale a breve termine. Le loro richieste all’azienda sono orientate a ciò che il consumatore ha dimostrato di desiderare, in base agli ultimi dati di vendita (dunque intrinsecamente rivolte al passato). Il contributo dei commerciali è fondamentale (un’azienda che non vende è un’azienda che non sopravvive), ma subordinare alle loro indicazioni l’intero piano industriale significa diventare “ostaggi del mercato”. Una situazione di questo tipo – l’azienda che subisce le indicazioni dell’area commerciale rinunciando a investire nel lungo periodo – è però frequente nei casi di difficoltà (stallo delle vendite, piccola dimensione aziendale, scarsa liquidità, eccetera): la “scarsa lungimiranza dell’editoria” (lamentela che ho letto qua e là) è, per l’idea che mi sono fatta, una classica conseguenza della situazione congiunturale.
    Antonella:
    “E come si può immaginare, nel campo editoriale, l’educazione del target?” Non conoscendo a sufficienza il settore editoriale non sono in grado di rispondere. “Chi dovrebbe agire?” È compito del marketing, nell’accezione che ho descritta. “Ma poi, la parola educazione fa pensare a qualcosa di funzionale alla vendita, oppure alla reale crescita dei lettori, pensando al loro bene e non alle casse delle case editrici?” Il marketing è una relazione, come ho detto. Se la relazione è sana, ne beneficiano le aziende (che prosperano: e un’azienda che prospera significa, ricordiamolo, persone che lavorano, sia direttamente che come indotto) e anche il consumatore (che ottiene prodotti sempre più in linea con i suoi bisogni, anche quelli dei quali non è ancora o perfettamente consapevole).
    Ma.Ma.:
    “E poi crea il paragone con il caffè della Nestlè in Giappone?” Non ho paragonato il caffè all’editoria. Ho utilizzato un esempio per spiegare cosa intendessi per “creazione e formazione di un pubblico” e per “ottica di lungo periodo” in ambito industriale.
    “E allora perché dovrei prendermi la briga di educare un pubblico quando mi basta dargli quello che vuole e non mi costa niente?” Perché dare al pubblico solo quello che vuole significa ragionare esclusivamente in ottica di vendite (dunque in modo miope), precludendosi possibilità di crescita nel medio e lungo periodo con strategie di estensione (nuovi target) e penetrazione (maggiori e più vari consumi da parte del target attuale).
    “avrei delle esperienze dirette che concernono quella che io chiamo l’”arroganza del marketing” che ho spesso paragonato a quella politica” Non esiste un’arroganza del marketing. Esistono operatori dell’area commerciale che, per formazione e per necessità, usano tecniche di vendita aggressive (prima di giudicare, teniamo però conto che queste persone sono spesso libere professioniste, pagate a provvigione, e in una congiuntura di crisi; e tengono famiglia pure loro).
    “Per quello che ho visto (mio fratello è stato un grandissimo consumatore di videogiochi) di fatto non hanno complicato ma facilitato di molto la comprensione” Questo è inesatto. Il settore videoludico è nato rivolgendosi a un target infantile (si veda, a esempio, il film “The Wizard” del 1989, usato da Nintendo per lanciare una demo di Super Mario). Negli anni si è evoluto enormemente, segmentando l’offerta per raggiungere target molto diversi: 1) i “casual gamers”, con giochi semplificati; 2) gli “hard gamers”, con giochi sempre più complessi; 3) gli amanti dell’enigmistica, con i “brain training” (vedi sempre Nintendo); 4) gli amanti dei giochi di ruolo, con i già citati MMORPG 5) gli sportivi, con prodotti come la Wii 6) il mondo della formazione e industriale, con i business game (utilizzati anche in Bocconi) o i videogame per l’addestramento del personale sanitario (molto complessi, com’è ovvio) 7) gli anziani.
    “Per questo ritengo la domanda principale fuorviante, e nata solo da basi commerciali come ho già detto ovvie” Non ho mai ragionato in termini commerciali ma, come spiegato, in termini di marketing.
    “In verità poi citi la cinematografia come ambiente ancora sano, mentre parlando con un paio di persone che lavoravano a cinecittà mi hanno riferito di grossissimi tagli eccetera” Non ho mai affermato che la cinematografia sia un ambiente “sano” e non ho fatto alcun riferimento all’industria italiana del cinema. Ho parlato esclusivamente di cinema di animazione e di serie TV americane.
    “Quindi è stato fatto anche questo e volendo lo si potrebbe fare ancora.” Non ho mai detto che il merchandising non sia mai stato tentato nell’editoria. Ho detto che non mi risultano casi rilevanti di product placement (che è una cosa diversa).
    “Un conto è proporre una scarpa, un caffè, una linea, in verità un marchio (! – quasi dovesse contare più l’editore dei libri). Un conto è promuovere con la stessa forza ogni titolo che esce.” Certo che i settori non sono sovrapponibili. E non ho mai parlato, nel mio intervento, di promozione di singoli titoli. Posso azzardare, dicendo che una casa editrice che riesce a lavorare con linee editoriali chiare, eventualmente segmentate per target, che riesce ad affiancare ai “cash cow” (prodotti per fare cassa) dei tentativi per esplorare delle nicchie di mercato (nicchie che poi potrebbero espandersi) è una casa editrice con maggiori possibilità di crescita nel lungo periodo. Ma, ripeto, non conosco a sufficienza il settore per fare delle analisi: mi limito a creare dei parallelismi con modelli di business che conosco meglio.
    “Ma in tutto il tuo articolo io non ho trovato nulla che riguardasse la domanda che ha originato l’intera discussione. Cioè sul “facile o difficile” che segue – secondo me – dinamiche e ragionamenti che dovrebbero essere completamente diversi da quelli commerciali” Infatti sono ragionamenti che riguardano il marketing. Il collegamento alla domanda c’era nel cappello iniziale, che correttamente Giulio ha tagliato, perché conteneva riferimenti al mio caso personale, non generalizzabili. Un settore che investe della formazione / crescita del proprio pubblico lo aiuta a familiarizzare con l’uso del codice, rendendo approcciabili prodotti che, senza questa formazione, resterebbero inavvicinabili.
    Quanto al commento di Massimo Cassani, lo condivido.

  15. Valentina Durante Says:

    Ah: condivido anche il la precisazione di C.P.
    Grazie a Giulio per aver postato il mio intervento e grazie a tutti voi per i contributi: è una discussione, per quanto mi riguarda, assai formativa (per restare in tema) 🙂

  16. antonella albano Says:

    Grazie Valentina Durante, grazie Giulio Mozzi. Penso che “l’educazione del target” sia la cosa che mi interessa di più.

  17. Ma.Ma. Says:

    Dunque:
    – sarà che che ho studiato alla commerciale e ho lavorato per dieci anni in un negozio e ora lavoro da 14 per un’azienda che utilizza il giornale (che è suo) per fare marketing coinvolgendo anche noi in certe decisioni (pacchetti promozionali che comprendono relazione con fornitori, servizi ad hoc non per vendere ma per “abbellire” la faccia dell’azienda, conferenze su progetti di sostenibilità, campagne mirate, ecc… ecc…) di fatto la premessa mi pare altrettanto scontata; però come la dici tu non sarei stata capace di dirla (non conosco i termini in inglese). Nell’ecc… tuo potevi inserire anche statistiche sul traficco generato dai centri commerciali per dimostrare che non ne generano, oppure tutti gli impegni sociali ed ecologici, ecc… roba risaputa, almeno da me. Ricordo in questo senso i quattro giorni che trascorsi in Svezia presso i centri di Ikea che illustrarono a me e ad altri giornalisti giapponesi e americani e non ricordi di che altra nazionalità tutta la loro filosofia di mercato. Fu molto interessante.
    – Anche la politica è nobile, direi molto nobile, poi c’è la partitica e un sacco di interessi privati o societari, ecc… eh, sì, molti politici che ho conosciuto sono persino convinti che tutto il popolo (tranne quelli che la pensano come loro) sia stupido da sempre e lo resterà per sempre.
    – sull’arroganza del marketing mi permetto di dire la mia basandomi su persone dipendenti in uffici di marketing (l’azienda per cui lavoro ad esempio conta solo in Ticino – ma è nazionale – 2mila dipendenti, di cui almeno una decina sono del marketing: ah, promoviamo anche eventi sportivi a titolo di marketing.). E ammesso e non concesso che tu abbia certamente le tue esperienze permettimi di poter avere anch’io le mie, sebbene siano diverse dalle tue, evidentemente.
    – sui paragoni che crei, l’ho detto che era ironico e ho messo pure una parentesi spiegando che sapevo bene che ti stavi riferendo a dei modelli di business; di fatto ho anche detto che secondo me non ci stanno e lo ribadisco.
    – sull’investimento a lunga durata, e chi ha detto che non lo fanno? Puntano sulla massa… offrono un prodotto che funziona, e se c’è un calo è risaputo che è causa della congiuntura. Il problema è che non trovano conveniente pubblicare cose “difficili”. Ora ci starebbe ampliare l’offerta se ci fosse scarsità di libri di intrattenimento, ma pare che di quelli non ne manchino mai: il loro lavoro è trovare roba buona e innovativa ma di grande fruibilità, magari anche a bassi costi. E non dico che sia giusto o sbagliato, ma appare assai logico.
    – sulla complessità dei giochi abbiamo ovviamente da metterci d’accordo. Io la vedo come Zambelli: si sono evoluti, ma non sono diventati più difficili, e di fatto anche i bambini (certo non i bebè) possono giocare ai giochi degli adulti, se a un genitore sfugge il bollino dei +18. E ne ho visti tre o quattro di bambini alle prese con questi giochi: ci sanno fare eccome! Il brain storming fa parte dei test più che dei videogiochi. Secondo me. E raggiunge un altro tipo di categoria, o target. Ma è come dire che il telefonino è diventato più complesso perché hanno inventato le app (solo perché bisogna prima capire come scaricarle, forse), quando servono sempre di più alla semplificazione.
    – e io non ho parlato di vendite dirette ma di cose commerciali, cioè relative al commercio, all’attività di un’azienda che comprende tra le attività anche il marketing e il lavoro di segretariato. Il punto è che lo scopo alla fine è vendere, e fare soldi (attraverso tutti i canali che vuoi, ma il punto finale è fare soldi, se non parliamo di una onlus (anzi pure loro fanno del marketing per raccogliere fondi).
    – la distinzione l’ho fatta io tra italiani e stranieri perché m’era parso di capire che si escludevano degli esempi editoriali stranieri… sai com’è, cercavo di restare nel tema originario.

    Mi dispiace Valentina, ma come vedi non mi sposto di una virgola. Ognuno c’ha il suo pensiero. E non dico che non dici il vero, eh. Mi pare di aver confermato quasi tutto. Dico anzi che sono cose risapute e che di certo saranno già state pure applicate in lungo e in largo, o che almeno qualcuno dell’editoria ci avrà pensato e magari provato fallendo, non credi? Cioè, non saremo solo io e te, spero, a conoscere queste dinamiche. Mi auguro. E poi non è che non siano mai stati venduti questi “prodotti”, una volta si pubblicavano più libri di letteratura, quindi dove si è rotto l’ingranaggio? Per il resto il tema non viene – a mio vedere – né risolto né affrontato parlando di queste cose. È solo quello che penso io. Tutto qui. Ancora una volta abbiamo detto la nostra, io da perfetta ignorante, certo. Buona Pasquetta.

    Spero non ci siano troppi errori che scrivo dal letto. Semmai mi scuso.

  18. maria Says:

    @Massimo Cassani Chiedo scusa dell’interferenza. Forse devo evitare i miei troppo spontanei giudizi,dopo tutto sono solo una lettrice…Forse mi sto seccando di appartenere ad una categoria che fa sì comodo ,ma sicuramente vista con un po’ di sufficienza, un male inevitabile.

  19. Teresa Capello Says:

    In merito alla discussione proposta da Giulio Mozzi, “Perché alla letteratura si chiede di impoverirsi, mentre altri media narrativi (cinema, serie tv, videogiochi) continuano ad arricchirsi” desidero proporre, proprio a partire da questa domanda, alcune riflessioni che scaturiscono dalla mia prospettiva di insegnante liceale e che in parte possono contribuire a rispondere all’articolata “quaestio” di risposte, sollevate in precedenti riflessioni da altri – come Alessio Cuffaro.
    Partirei quindi dalla domanda di Valentina Durante – in esergo al suo intervento : “Quali settori hanno – per caratteristiche intrinseche e per congiuntura di mercato – la possibilità finanziaria di continuare (o cominciare) a investire nella formazione/crescita del proprio pubblico?”. Desidero orientare la questione nell’ “orizzonte della scuola”, ma non vorrei neppur lontanamente avvicinare la consueta retorica – annichilente – di tanta parte del mondo scolastico riguardo all’investimento “dall’alto”. Della politica, insomma. E ancor meno vorrei schierarmi da una parte che non sia quella del contesto che sento profondamente mio: quello della scuola, di cui mi sento parte: non voglio cadere nella dimensione dei Docenti che parlano della scuola portandosene implicitamente fuori, come se avessero una corsia preferenziale data dalla loro maggiore professionalità rispetto ad altri. il mio discorso è sostanziale. La domanda, riproponibile in questi termini, è “Perché siamo sempre più “poveri” culturalmente”, tutti? La questione di Mozzi è nodale. Adesso.
    Il mio discorso riguarda l’”investimento” per “formare e crescere un Pubblico”, perché – concordo pienamente con Durante in tutte le sue osservazioni – siamo nel secondo decennio del secolo XXI, e – basti l’accenno – pensare ad una Lettura e ad una Letteratura che non tenga conto del Mercato è improponibile. Come, forse, lo è sempre stato: perché lo scrittore deve pur mangiare, con la sua opera di penna. Ma l’investimento di cui voglio parlare è un investimento, assolutamente fondamentale nella costruzione del Pubblico di lettori: quello da parte dei Docenti.
    In particolare, penso ai Docenti della Secondaria di Secondo Grado, che, alla conclusione di un lungo Ciclo educativo di un Sistema Statale, consegnano l’Uomo al Mondo, a quel che verrà dopo: le scelte. D’ogni tipo. Anche di fruitori di messaggi, di ogni tipo. La mia riflessione prenderà allora due direzioni parallele, per poi eventualmente ritornare al problema del Pubblico, pensando anche alla “Produzione” che si ritiene “adatta” per quel Pubblico – o purtroppo “adattata” – a quel Pubblico.
    Anche la scuola secondaria di secondo grado – e penso al Liceo, ma anche al Professionale, a tutti gli altri tipi di Scuole che appunto consegnano l’Uomo alla responsabilità della sue scelte nella Società , al termine del Ciclo educativo che conduce ad un’azione incisiva nel tessuto statale – deve orientarsi sul Mercato. Della Scienza, dell’Economia, della Tecnica. E a tutte le altre Finestre. Non ci sono strade alternative. Ma investire significa Credere nell’Importanza sociale – qualsiasi materia si insegni – del proprio Ruolo Morale.
    Non si tratta di un “Particulare”, che tutti noi Docenti ogni giorno già perseguiamo, quello della “preparazione”: lì ci siamo. Manca la Sostanza. Non si tratta di formare Merci o Prodotti di nome “Pubblico”, ma – posso spingermi oltre – di formare parola demodè – Anime. Insegno Lettere e Latino e non posso non pensare all’importanza strutturante della lettura, della comprensione dei testi. Non penso di sbagliarmi calcolando la percentuale dell’ottanta per cento dei testi di ogni tipo e in ogni ambito culturale che vengono fruiti siano “testi visivi”, nella forma di video, films, serie TV, scambi su Social d’ogni tipo, da ogni tipo di orifizio mentale. E non è affatto un problema, a mio parere. Semplicemente, un’evoluzione culturale, come molte in passato. Ma è necessario sottolineare che ai Neuroni Specchio questo tipo di Informazioni giunge in forma assai diversa da quella della Lingua, che – come prima fra tutte le scienze, la Linguistica ha provato – struttura la Logica, crea forme distintive, permettendoci di pensare con criteri binari di bit – su cui si costruì lo stesso digitale – sentendoci, al contempo, parte di una Società, di una Tradizione, di una Cultura. I messaggi visivi si accorpano per ridondanza, per associazione complessa, che – almeno in questa nostra fase culturale – deve essere fortemente guidata, ancorata e strutturata attraverso la Lingua. Senza ingiustificati timori di derive. Ne risulta la coscienza in più, il Valore Aggiunto. La Scuola, mediando strutture di Comprensione Complesse (le varie Discipline) forma Persone. Ecco perché si può e si deve scuotere la Coscienza Civile, per essere meno “poveri”. Solo la Scuola può farlo.
    Nel contesto, poi, le materie letterarie, rivestono questo particolare compito. Quello di far passare i contenuti, oltre che attraverso le Parole, come tutte le altre materie, attraverso l’altro aspetto, consegnando all’Uomo le strutture del ragionamento, della decodifica, della strumentazione retorica: la “Consapevolezza delle Parole”, che porterà poi gli Uomini a saper distinguere, valutare. Alle scelte. Ed anche alle scelte di testi da leggere, senza cedere alla Pressione del Pervasivo in quanto tale.
    Il secondo binario di riflessione è appunto quello più sostanziale di Formare e far Crescere un Pubblico, che non sia Passivo a subire quanto Altri Propongono, per leggi di mercato che, tentando – come spiega Durante – di andare ad anticipare queste scelte, rischiano di saturarle. La Scuola non può restar fuori dal flusso culturale della contemporaneità. Se nel “particulare” si resta “chiusi nei programmi”, Noi Docenti d’ogni materia, senza apporto personale, senza creatività, senza spiragli di riflessione a quel Complesso Mondo del Visivo e della Ricchezza Culturale ( e non sta ai Docenti “scegliere”, ma solo “proporre”) che permea la Cultura in divenire, allora si potrà ben dire che la Scuola, i Docenti, il Pubblico, la Società italiana, avranno perso ancora un’ultima battaglia (mi si permetta l’odioso termine: ma questa è urgente, da combattere).
    E parrebbe marginale parlare di “recensioni”, di “favori”, staccati dalla realtà di una società intera. Ecco perché la domanda di Giulio Mozzi, l’alternativa tra “semplice” e “complesso” – alternativa peraltro spesso articolata, come Mozzi ben conosce, in varianti affini in altri ambiti riguardo al Mondo 3.0 – è importante. La critica può e deve selezionare, valutare, proporre. Deve attaccare, come magistralmente la giovane Gilda Policastro ha fatto, con bordate, con stoccate, come sempre è stato. E alla Ciabatti, l’onore della Replica. Come è bene che sia. Qui, ancora più interessante: tra donne. Onore del mio Genere, lo ammetto. Ma tutto questo, senza il tessuto sociale, non resta che metafisicheria. Noi Docenti attendiamo gli Intellettuali nel Mondo della Scuola, non con una mano pietosa, ma con una stretta vigorosa. Nuovi Orizzonti. Senza attendere la Politica. Inutile, chiaro.
    Allora, in conclusione, non saranno le Case Editrici, indipendenti o pendenti, a determinare i Gusti, ma i Cittadini. Così come la Politica. E non ci sarebbe bisogno, se Noi Docenti acquistiamo Coscienza di Classe, di adattare un bel niente. Il Pensiero si pensa da solo e non ha bisogno di Essere pensato. Giovani Forze, di sani “Quadri dirigenti”, di “masse” pensanti. Che non subiscano l’Omologazione.

  20. massimocassani Says:

    @Maria Says: non era un’interferenza, la tua, e anzi grazie per l’apprezzamento alla mia (presunta) chiarezza. Il mio era un commento scherzoso, una scena di passaggio alla discussione, diciamo 😉
    massimocassani Says

  21. maria Says:

    @MassimocassaniSAYS. Sono sicura di aver capito la ” motivazione”della risposta scherzosa. Io,però,prendo molto sul serio le mie valutazioni (e non scherzo).

  22. Impoverimento della poesia? Sul dibattito recente | Alessandro Canzian Says:

    […] – risposta ad Alessio Cuffaro) e altre su Vibrisse tra cui quelle di Roberta Durante (Chi ha investito nella formazione/crescita di un pubblico?), Edoardo Zambelli (Di cosa stiamo parlando esattamente? Di forme complicate o del perché le forme […]

  23. Valentina Durante Says:

    Ma.Ma. Io non ho cercato di convincere nessuno. Mi sono limitata a dare un contributo in base alla mia esperienza e alle mie conoscenze (che esulano, come detto più volte, dall’ambito editoriale).
    Teresa Capello: grazie per il suo intervento. Non conosco il sistema scolastico dall’interno, dunque la sua testimonianza in tal senso è stata per me molto istruttiva.

  24. Pensieri Oziosi Says:

    eliminare gli attori dalla pellicola, sostituendoli con la computer grafica, aiuta a contenere i costi

    Ma ne siamo sicuri? A me personalmente non risulta, anzi piuttosto il contrario, come sembrerebbe provare il fatto che la Disney è impegnata in una serie di live-action remakes di film di animazione (Alice nel paese delle meraviglie, Il libro della giungla, La bella e la bestia)

  25. Valentina Durante Says:

    Pensieri Oziosi: Sì, per ammissione degli addetti ai lavori, fra i motivi che hanno determinato la crescita numerica dei film di animazione dal 2000 in poi rientra anche il contenimento dei costi (altro e non secondario motivo: più facilità nella creazione di merchandising; in Giappone, tanto per citare un esempio estremo, molte serie di animazione nascono su esplicita richiesta dei produttori di giocattoli). Il fenomeno che hai correttamente osservato dipende da un altro motivo. Disney è un marchio che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non si rivolge ai bambini, ma alle famiglie. Il suo approccio di marketing è dunque transgenerazionale, e mira a creare prodotti che possano essere fruiti simultaneamente e dai bambini e dai loro genitori. Per fare questo, Disney ha isolato una serie di personaggi (si pensi a esempio alle principesse: Biancaneve è del 1937) che ripropone in veste nuova di decennio in decennio, così da sfruttare da un lato l’effetto novità (per potersi rivolgere ai bambini), dall’altro l’effetto nostalgia (per potersi rivolgere ai loro genitori). Questa riproposizione non può avvenire sic et simpliciter, ma necessita di varianti e/o ammodernamenti. E dunque: il cartone animato che diventa film con attori veri, i prequel e i sequel, gli spin-off, eccetera.

  26. Teresa Capello Says:

    >Valentina Durante: mi fa piacere aver contribuito alla discussione. Rispondo brevemente e “rilancio”. Per quanto riguarda il mio intervento precedente: non si tratta, penso – di conoscere “dall’interno” il “sistema scolastico”… quello è ben altro, mi creda, con alto livello di professionalità – che, tra noi colleghi, scherzando sullo stigma che ci circonda, chiamiamo – anche per sopravvivenza – “il didattichese”. Il mio intervento era bensì piuttosto generico ma – quello che mi premeva – e vedo che ci son riuscita – era dare una prospettiva (se pur limitata) del “dove” prendono forma i Lettori… del “cantiere degli addetti ai lavori”, insomma. Ma la “quaestio” – torno a dire- è di per sé veramente ampia ed attuale – grazie alla Ciabatti? o alla Policastro? forse, a tutte e due. Dunque, detto quanto sia veramente importante, l’approfondirla, ci ritorno – ringraziando sia Lei, sia Giulio Mozzi, sia Demetrio Paolin per questa bella opportunità. Bisogna approfondirla, a mio avviso, proprio per togliere questo ‘velo di Maya’, senza presunzione che non sia quella del “semplificare” – mia attitudine ‘semiotica’, diciamo così – che ci induce a pensare, da un verso, che la presunta “semplicità” possa essere qualcosa di negativo, e dall’altro, che “semplice” e “complesso” siano in antitesi tra loro. Su questo punto, penso che ci stiamo trovando d’accordo, pienamente, poiché se si utilizza – non vorrei sbagliare – il concetto di “semplicità”, per riferirsi a certi testi (mettiamo pure una serie di cartoni di successo, e di già – con orgoglio italiano – io “cito” le Winx, serie diffusa planetariamente – le quali hanno, cosa da non trascurare affatto, uno “schema narrativo” tradizionale, la lotta del Bene contro il Male, rivisitato, per dir così riassumendo frettolosamente, un po’ più in là della Barbie e un po’ più in qua delle Amazzoni) ci si potrebbe trovare a discuterne assai. Nell’insegnamento – per la mia formazione universitaria – ho sempre posto particolare attenzione al problema (se vogliamo chiamarlo così) della ‘struttura narrativa’, e senza alcun dubbio ora passerei a questo, come “punto di incontro” tra “semplice” e “complesso”. Stiamo parlando di strutture narrative. Il modo in cui noi “leggiamo il reale”, ogni nostra esperienza, ogni ricordo, tornandoci su mille volte, e forse mille altre, a nostra insaputa – ovvero l’assunto originario della psicanalisi, ovvero: il tessuto di trama ed ordito tempo-spaziali sui ci si dipanano molti dei nostri “perché”… Una struttura significante di tipo narrativo possiede sempre una “sintassi complessa”, in qualsiasi forma di codifica sia stata strutturata in origine. Anche quella “per immagini”, che non è affatto “semplice”. La decodifica, però, avviene sempre in forma “linguistica”: è questa la ‘stringa’ di ragionamento dell’Uomo. Noi non pensiamo per immagini! Neanche nei sogni. Traduciamo l’immagine nel flusso infinito della parola, sempre. Ed è questo ciò che ci permette di ‘connotare il ‘mondo’, ed il ‘reale’, di significanza. Che è quello che ci permette di ‘stare al mondo ‘. Cioè: il senso. Un senso. La struttura narrativa è fondante, e può essere definita la sovrastruttura del sistema linguistico. Prendiamo la configurazione infantile dello spazio/tempo: è qui che prendono origine quei criteri narrativi (io agisco nel mondo, nel divenire; tu fai, egli fa, essi …etc. etc.) che poi permettono di “leggere” – da lì per sempre – detto senza enfasi – il Reale, la propria vita tutta. Mi preme assai, davvero, poter proporre queste osservazioni – frutto di lunghe riflessioni di studio e di “sperimentazione” (va ribadito) di Docente liceale – con una comunità – quella di Vibrisse – di condivisione e di ascolto. Tornando all’assunto iniziale, non vedo “opposizione” tra “semplice” e “complesso”. Sono semplicemente strutture. Non in antitesi, ma in continua codifica/decodifica, l’una nell’altra. Per capirci: non sto divagando, ci vuole un esempio. Se si pensasse che l’operazione espressiva della Ciabatti fosse “semplificazione”, si farebbe un macroscopico errore, ma si sa che – nelle riflessioni – era già stato detto. Per scrivere “ripulendo l’espressione”, per arrivare a quel tipo di struttura, ci vuole un lungo lavoro di cesello. Che può piacere o no. Ma, sento che è utile ribadire, ridurlo a “semplificazione”, o ridurre testi come sceneggiature, video, brevi videoclip ed altri a questa categoria significa, temo, aver semplificato troppo. Mi si perdoni. Io trovo la “semplice” struttura argomentativo/logica di una fiaba… vertiginosamente complessa. Più è complessa, più è da considerare “archetipo”.

  27. C. P. Says:

    Teresa, non so se condivido tutto, ci dovrei pensare (e lo farò), ma trovo emozionante questa sintesi di cose studiate, riflettute, condivise per anni con i ragazzi, grazie.

  28. Ma.Ma. Says:

    Teresa Capello, potrei chiederle gentilmente di fornirmi per curiosità personale un qualche riferimento bibliografico dove è teorizzata la sua affermazione secondo cui: “Noi non pensiamo per immagini! Neanche nei sogni. Traduciamo l’immagine nel flusso infinito della parola, sempre.”? Grazie.

  29. Ma.Ma. Says:

    …aspetto ancora qualche giorno, ma comincio a temere che forse non ci siano molti riferimenti bibliografici sulla teoria esposta da Teresa Capello.

  30. Teresa Capello Says:

    Ma.Ma. Mi scuso per questa imperdonabile “non risposta”, che è semplicemente dovuta al… non aver individuato la tua domanda! Non ho più controllato il sequitur del Commento. Rimando quindi alla mia risposta al tuo successivo tuo interessantissimo Post fb al seguente indirizzo:

  31. Perché alla letteratura si chiede di impoverirsi, mentre altri media narrativi (il cinema, le serie tv, i videogiochi) continuano ad arricchirsi? | Downtobaker Says:

    […] l’articolo di Cuffaro qui. Valentina Durante ha dato un’interessante svolta alla discussine qui. Edoardo Zambelli ha precisato alcune cose […]

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