“Un uomo che incessantemente cerca il suo Dio, amando sempre, con il cuore e con il corpo”

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Questo servizio su Carlo Coccioli è apparso nel Venerdì di Repubblica di oggi 20 febbraio 2009. Cliccare sulle pagine per ingrandirle. [L’articolo è stato ripreso nel sito Gionata.org.]

Carlo Coccioli. Quello scrittore dimenticato che non ebbe paura di dirsi gay
di Elena Stancanelli

Sogna, il vecchio Davide a un passo dalla fine, di volare sopra i monti della Giudea, il corpo di nuovo giovane, rigoroso, attraversato da una frenesia di piacere. “Potente di rifiorita potenza, sentivo crescermi tra le cosce la capacità e l’indicibile godimento di fecondare la terra”. Davide, il re d’Israele, padre di innumerevoli figli, amante di innumerevoli donne.

Un uomo che incessantemente cerca il suo Dio, amando sempre, col cuore e con il corpo. Così lo racconta Carlo Coccioli nel romanzo che, a distanza di trent’anni dalla prima uscita, l’editore Sironi ripubblica grazie all’appassionata ostinazione di un altro scrittore, Giulio Mozzi. Dichiarazione di innamoramento si intitola la prefazione scritta da Mozzi per il libro. “Ho scoperto Coccioli” racconta “come quasi tutti gli scrittori della mia generazione: leggendo Un wee-end postmoderno di Pier Vittorio Tondelli. Mi precipitai a comprare il poco che si riusciva a trovare, primo fra tutti un libretto, il Piccolo Karma, dal quale anche Tondelli era stato sedotto. Me ne innamorai. Da allora, era il 1990, ho messo insieme quasi tutti i suoi libri, trovati sulle bancherelle in giro per il mondo. Solo Marco Coccioli, il nipote, e adesso curatore dell’opera di suo zio, ne ha più di me”.

Carlo Coccioli era nato a Livorno, nel 1920. Il padre, Attilio, è un sottotenente dei bersaglieri, la madre è Anna Duranti, livornese di famiglia ebraica. Cresce in Libia, poi si trasferisce con la famiglia a Fiume. Si laurea all’Orientale di Napoli e nel 1946 pubblica il primo romanzo, per Vallecchi, Il migliore e l’ultimo. Nel 1950 scappa a Parigi. Perché, come riporta Tondelli, non poteva sopportare il predominio di Moravia sulle lettere italiane, e non era disposto a rendere omaggio né a lui né a Piovene. Scrive Il cielo e la terra, che diventa subito un grande successo tradotto in diciassette lingue. Nel ’52 pubblica in Francia il libro della svolta, Fabrizio Lupo, storia d’amore omosessuale. Dovranno passare più di vent’anni prima che il libro arrivi in Italia. Il tema, l’omosessualità, e il suicidio finale de due amanti, considerato un possibile pessimo esempio, spaventano gli editori. Ma attraggono invece Pasolini, che si ispirò al protagonista del romanzo di Coccioli per disegnare il misterioso ospite del film Teorema.

Soltando dopo Davide, finalista al premio Campiello (1976), l’editore Rusconi si azzarda a stampare Fabrizio Lupo, chiedendo una traduzione allo stesso Coccioli. In una recensione dell’epoca, Dario Bellezza attribuisce a questa bizzarra liturgia del travaso da una lingua all’altra alcune manchevolezze della scrittura. Ma di questa continua oscillazione si nutriranno sempre i libri di Coccioli, nel bene e nel male, e la sua vita.

Dopo lo scandalo seguito a Fabrizio Lupo, lo scrittore aveva lasciato l’Europa per l’America Latina. E a Città del Messico visse fino al 2003, accanto all’amatissimo Javier. Che adottò, non potendo sposarlo, per legalizzare la loro unione e farne il suo erede.

Coccioli ha scritto moltissimo e in molte lingue. “Era un grafomane” mi racconta ancora Giulio Mozzi “come tutti i mistici. Tutta la letteratura religiosa è una letteratura fluviale, una smisurata preghiera. La scrittura diventa un quotidiano esercizio spirituale, ma anche un dono, che deve essere il più abbondante e il più ghiotto possibile. Al Dio del momento, che nella tortuosa avventura spirituale di Coccioli è stato Cristo, Buddha, Krishna, ma anche un cane, o i santi bevitori”.

Uomini in fuga, ristampato nel 2004 da Guerini e Associati, è un racconto-reportage sugli Alcolisti anonimi. Requiem per un cane, dedicato all’amato Fiorino, potrebbe essere il prossimo libero di Coccioli che uscirà per Sironi. Magari insieme a San Beniamino Cane, ancora mai tradotto in Italia.

“Coccioli” dice ancora Mozzi “non ha mai smesso di cercare Dio nelle cose, ma il suo Dio, chiunque fosse, era Dio carnale. Omosessualità, Dio e sesso. Non c’è niente di più temibile per la nostra tradizione, ma forse niente che ci riguardi di più. Lo sapeva bene Pasolini”.

Il romanzo Davide, osserva Mozzi, “mi ricorda moltissimo le Memorie di Adriano della Yourcenar. Per potenza espressiva e capacità di restituire la passione, la forza e l’inermità di un grande uomo. E’ un libro che si pone nella linea del romanzo storico, ma è anche la biografia di un’anima, scritta con l’abilità e nella lingua ricchissima di uno scrittore magnifico. Le cui radici toscane forniscono il respiro della grande epica, nel ricordo delle narrazioni mandate a memoria, dalla Bibbia all’Iliade, come si usava prima, anche nelle campagne.

Perché in Davide lo scrittore non inventa una storia d’amore, ma svela quella già contenuta nel più grande libro mai scritto. “La Bibbia è un grande romanzo popolare”, continua Mozzi. “C’è guerra, sesso, potere, ci sono quei corpi che la nostra Chiesa vorrebbe nascondere, ed evitare. Anche questo è un buon motivo, mi sembra, per ripubblicare proprio adesso il romanzo di Coccioli”.

E poi ci sono tutti i suoi ammiratori, orfani delle sue opere. Che sono moltissimi, e diversi tra loro. Coccioli era un uomo vanitoso, logorroico, un tipo strano. Uno che alla domanda “che cosa stai facendo” poteva rispondere “sto cercando Dio”. Un balordo, forse. Ma indimenticabile. “Ecco” mi spiega Mozzi “il motivo per cui amo tanto questo scrittore: è che sento in lui una santa stupidità, un approccio alla vita e alla lettratura innocente, creaturale. Che lo fa somigliare all’altra scrittrice religiosa della nostra storia letteraria del Novecento, la cui vita non fu meno appartata, la cui fama conobbe altrettanti inceppi: Anna Maria Ortese”. Anche lei difficile da costringere in un canone, e così diversa dai suoi contemporanei. Scrittori che, secondo la definizione di Dario Bellezza, avevano troppo da dire.

“Si spiega così l’ostracismo a Coccioli” conclude Mozzi “contenutista efferato per abbondanza di sentimenti e di passioni travolgenti: sesso, politica, religione… Troppa grazia! Si spiegano così in quegli anni successi di scrittori dimenticati e attardatisi a rimasticare le briciole del neorealismo o che ancora imperversano, grondando di vittorinismo e pavesismo, come la Gizburg, che sanno sì tenere la penna in mano, ma non hanno mai avuto, al contrario, granché da dire”.

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Dall’autocensura all’orgoglio, la letteratura ha fatto coming out
di Anna Lombardi

“La critica ha lungamento evitato di occuparsi dei gusti affettivi e sessuali degli scrittori considerandoli un fatto privato. La letteratura è universale, si è detto: ed è vero. Ma comprendere una poetica significa conoscere l’autore in tutti i suoi aspetti”. Francesco Gnerre, professore di Teoria della letteratura all’Università romana di Tor Vergata, ha focalizzato la sua attenzione sulla cultura omosessuale in Italia. Tracciandone la storia in L’eroe negato. Omosessualità e letteratura nel Novecento italiano (Baldini & Castoldi, pp. 447, euro 20). “E’ vero” dice Gnerre, “l’omosessualità di un autore è solo una delle tante componenti del suo lavoro. Ma quando un gruppo sociale emarginato prende la parola, bisogna avere il coraggio di definirlo e collocarlo. Tanto più da noi, dove, fra cattolicesimo, fascismo e comunismo, si è contemplato un solo modello sessuale: quello etero”.

In italia, le opere di autori omosessuali, o comunque attratti da quelle tematiche, hanno attraversato diverse fasi. A partire da quella che Gnerre definisce “rimozione della liberazione”. Nella prima parte del secolo, infatti, solo Sandro Penna ha avuto il coraggio di esprimere esplicitamente in versi le sue predilezioni sessuali. Aldo Palazzeschi le ha dissimulate e sublimate nei suoi racconti. Le sorelle Materassi compreso. “Carlo Emilio Gadda, poi” racconta Gnerre “secondo gli amici, era terrorizzato che qualcuno intuisse i suoi gusti sessuali. Nei suoi libri al tema di allude soltanto. In Quer pasticciaccio brutto de via Merulana la vittima Liliana, circondata da serve giovani, sembra mescolare amore materno a desideri erotici. Mentre il personaggio del sor Filippo, ritratto dell’autore stesso, si agita quando la portiera racconta l’andirivieni di garzoni dal suo appartamento”.

Ancora, nel 1953 Umberto Saba scrive Ernesto, storia dell’iniziazione omosessuale di un adolescente. Poi nasconde il manoscritto e chiede ai pochi che lo conoscono di non farne parola. Perfino Pier Paolo Pasolini, che con Giovanni Testori appartiene a una fase successiva, quella dello scandalo, non pubblica Amado mio (uscito postumo) perché esplicitamente autobiografico. “Accetta la sua omosessualità” dice Gnerre, “ma la considera, comunque, anomala. Nel dopoguerra chi voleva leggere libri esplicitamente omosessuali guardava ai francesi, leggeva Carlo Coccioli in francese. Scoprimmo gli italiani solo negli anni Settanta: e fu un peccato, perché ci furono opere sottratte ai loro lettori naturali, i contemporanei”.

All’epoca furono le poesie provocatorie di Dario Bellezza a imporre una visione alternativa. Almeno fino agli anni Ottanta, gli anni della consapevolezza. “La novità più significativa, e forse ancora incontrastata, fu Pier Vittorio Tondelli di Altri libertini, espressione i un’omosessualità esuberante ma leggera, di una nuova consapevolezza dell’essere gay e della conseguente volontà di autoaffermazione”. Tondelli è dunque l’ultimo grande scrittore gay di riferimento? “Ce ne sono di giovani bravi, che non hanno più paura di ciò che sono. Ma ancora combattono per affermare la loro identità e avere gli stessi diritti degli altri”.

Davide di Carlo Coccioli: la rassegna stampa. Presenza dello scrittore assente, in Nazione indiana. * Claudio Marabini nel Resto del Carlino. * Jacqueline Platier e Arnold Mandel in Le Monde. * Luca Doninelli nel Giornale. * Anticipazione nel Riformista. * Segnalazione nel Resto del Carlino. * Stefano Bucci nel Corriere della sera. * Irene Bignardi in Vanity Fair. * Daniele Priori in Il Secolo d’Italia. * Nicolò Menniti Ippolito in Il Mattino di Padova. * David Fiesoli in Il Tirreno. * Andrea Di Consoli in Il Tempo * Livio Romano nel Corriere del Mezzogiorno. * Elena Stancanelli e Anna Lombardo in Il Venerdì di Repubblica

Se non riuscite a trovare il Davide di Carlo Coccioli in libreria, ricordate che potete acquistarlo presso l’editore con il 10% di sconto e la spedizione gratuita (vedi qui le condizioni); oppure presso una delle tante librerie in rete: InternetBookshop, La Feltrinelli, BooksOnLine, Libreria Universitaria, Hoepli.it, eccetera.

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2 Risposte to ““Un uomo che incessantemente cerca il suo Dio, amando sempre, con il cuore e con il corpo””

  1. Bartolomeo Di Monaco Says:

    “Un uomo che incessantemente cerca il suo Dio, amando sempre, con il cuore e con il corpo”

    Particolarmente nel “Fabrizio Lupo”, del quale spero di potervi parlare presto, appena sbrigati alcuni impegni.

  2. futursonic Says:

    su Alias in edicola oggi 21 febbraio con il Manifesto, c’è un interessante articolo su questo libro a firma di Luca Scarlini

    posso dire che sono riusciti, entrambi gli articoli, a incuriosirmi

    esco a comprarlo

    b

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