“Romanzo avventuroso e fantastico, inquietante e ristoratore, colmo di vita e di materia”

by

di Claudio Marabini

[Questo articolo di Claudio Marabini sul romanzo Davide di Carlo Coccioli apparve nel quotidiano Il Resto del Carlino l’8 giugno 1976].

La copertina di una delle edizioni rusconiane.

La copertina di una delle edizioni rusconiane.

Ci si accosta ai grandi temi biblici e mitici con animo guardingo. Il primo sospetto è che la letteratura ne sia scavalcata nella sua sorgente più viva, che è quella dell’invenzione. Il secondo è che venga esaltata nella sua veste più esteriore, che è quella della celebrazione didascalica. Si ha però sempre la certezza di un contatto con qualcosa di grande. Pensiamo ad Alfieri, a Mann, a Bacchelli*, per quanto riguarda il tema biblico; per quello mitico c’è una sterminata letteratura, soprattutto di teatro, che arriva sino ai nostri giorni. Il teatro ha cercato nel mito la dinamica delle tragiche passioni; la letteratura ha invece trovato nella Bibbia l’effusione della vita, spesso la qualità moderna del sentimento. Delle due grandi fonti, la Bibbia è indubbiamente più fluida e inafferrabile, forse ricreabile e plasmabile all’infinito. La spiegazione consiste probabilmente nella prevalenza del sentimento religioso e nella sua rifrazione in un alone di sensibilità impalpabile. Tra Agamennone e Saul la differenza umana, culturale, antropologica è grande, tra Oreste e Davide è infinita. Sono due mondi e non è detto che un paio di abbondanti millenni li abbiano fusi dentro di noi. La grande visitazione di Mann dei temi biblici si inscrive perfettamente nella sua contemplazione dell’anima decadente; le scelte di Bacchelli (il figlio di Lais, Gesù stesso, Giobbe) muovono da un acuto sentimento della modernità.

Carlo Coccioli ora si è cimentato con Davide. Davide è il grande re degli ebrei salito al trono prima del mille avanti Cristo, successore di Saul, vincitore di Golia e dei Filistei, musico e poeta, sposo di Mical figlia di Saul, amante di Betsabea, padre di Assalonne e di Salomone, grande amico di Gionata figlio di Saul, del vecchio Saul amato e odiato, braccato e minacciato, re di Giuda prima e di Israele poi, a trent’anni unto re, vincitore, oltre che dei Filistei, dei Moabiti dei Siriani degli Idumei, immerso nel sangue e nella violenza contemplativo delle bellezze del mondo e dell’umanità, celebratore della gloria di Gerusalemme, la città scelta finalmente come capitale, uomo giusto, meditativo, attivissimo all’occorrenza, tattico e stratega degli eserciti: biondo, rossiccio, alto, atletico, occhi chiari, bellissimo…

La trama biografica del libro è naturalmente quella fornita dalla Bibbia. Solo qua e là Coccioli ne ha colmato o ritoccato le linee esterne, talora scavalcando le ipotesi della filologia. I fatti sono tanti, sufficientemente precisi e inamovibili, così com’è ben delineata interamente la figura del re. Assieme alle figure principali e a quelle secondarie, in numero assai folto, bisogna però richiamare l’importanza del paesaggio, il suo fascino sugli animi e in particolare su quello di Davide. Infine le guerre, le violenze, le crudeltà, le opere di giustizia e di vendetta che stanno alla base del grande regno; e, remoto, il gravame del peccato, l’incesto, quello che Davide chiama il “letamaio” che sta alle sue spalle. Nell’insieme, una grande epopea che scioglie le sue linee nel cuore di un uomo come tutti, il quale ne vive il peso e la grandezza, la fatalità e la casualità.

Perché, in Coccioli, questa scelta? Il Coccioli di Montezuma (’64) ama ovviamente i grandi temi e i grandi personaggi del mito e della storia.

Quale, allora, il Davide di Coccioli? Innanzi tutto si tratta di un uomo che chiede a se stesso il segreto del suo essere. Il primo motivo di ricerca appartiene dunque al ruolo dell’identità. In secondo luogo, appare il motivo, strettamente conseguenziale, della divisione della persona tra ragione e istinto, angelo e animale. Su questa divisione si lacera l’anima di Davide, che sente potentemente il richiamo di Dio e quello della carne e degli istinti. Quanto alla tensione più strettamente religiosa, il Dio di Davide è particolarmente un Dio-presenza, un’entità immensa e attiva che sfugge a ogni definizione, anche a quella della parola. Nulla di antropomorfico, ma soltanto l’essenza di qualcosa che è l’Eterno, Lui, Tu eccetera; a cui si unisce il sentimento di un’altra realtà prossima e possibile, un non-tempo e un non-spazio che sono però sempre oltre.

E’ questo il Davide più moderno, nel quale si scopre irresistibile la coincidenza della personalità dell’autore. Tutto l’altro del romanzo, i grandi fatti, non sono forse che appariscente struttura, fantastica scena di un dramma di vita risolto e irrisolto, appagato e irrisolvibile, esaltante e tragico, tutto interno e inafferrabile. Coccioli attraverso Davide ha istituito un interminabile colloquio con Dio, martellante di domande che si compendiano poi in una sola, sempre la stessa, immutabile. Il vero tema è infatti l’esame dell’essenza di Dio partendo dal presupposto della sua incessante presenza; è il suo godimento spirituale e carnale; è dubbio e certezza, esaltazione e dannazione. Si può scoprire Coccioli nella celebrazione della vita e delle sue bellezze, nei piaceri di Davide, che sono forti e frequenti; ma soprattutto lo si scopre nel versante spirituale, dove Davide poeta e musico si fa interlocutore dell’Eterno. A questo punto affiora il tema estremo, che sottende al colloquio: l’attesa, che viene a coincidere con l’accidente fisico della morte e col suo potere nullificante.

Romanzo e avventuroso e fantastico, inquietante e ristoratore, colmo di vita e di materia, e pure aperto come una grande finestra sul mistero dell’eternità; romanzo di passioni sanguinose e di continua preghiera, com’è vera preghiera la parola, qualunque essa sia, inviata a chi è sempre in ascolto. Un ritorno di Coccioli scrittore plurilingue (più celebrato all’estero che in Italia, e non è giusta discriminazione), più che degno di affermare la sua sicura appartenenza al meglio della nostra letteratura contemporanea.

Marabini si riferisce a queste opere: Vittorio Alfieri, Saul; Thomas Mann, Giuseppe e i suoi fratelli; Riccardo Bacchelli, Il pianto del figlio di Lais, Il coccio di terracotta, Lo sguardo di Gesù.

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