La formazione della scrittrice, 11 / Adriana Libretti

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di Adriana Libretti

[Questo è l’undicesimo articolo di una serie che spero lunga e interessante. Ringrazio Adriana per la disponibilità. Chi volesse proporsi, mi scriva mettendo nell’oggetto le parole “La formazione della scrittrice”. La prossima settimana tocca a Valeria Parrella, gm]

adriana_librettiLa mia prima scrittura non l’ho scritta. L’ho dettata a mamma perché ancora non sapevo scrivere. La poesia in questione conteneva un errore indispensabile alla rima; la cosa mi fu fatta notare, ma la licenza poetica mi venne subito concessa con tanto di sorriso.

Rugiada che brilli al sole
che parli al fiore
che dici al mio cuore?
L’ascolto commossa, lei dice:
“Tu sì sei felice
io no, non son felice
perché il sole m’assorbisce
e la mia vita è breve
finisce.

Poi ho subito smesso, credo per giocare con gli altri bambini della scuola materna: ero già innamorata del più monello della classe e l’amore mi avrebbe sottratto alla scrittura per molti anni, eccetto forse gli sfoghi sui diari di scuola su cui non rimaneva mai abbastanza spazio per annotare i compiti. C’erano le poesie struggenti, le parole per le canzoni di cui era autore, per la parte musicale, mio cugino. Fu lui la causa prima dei miei tumultuosi innamoramenti a catena; mi presentò i suoi amici durante le medie e da lì in avanti passai da un uragano amoroso all’altro. Sopravvisse, forse, un’esile forma di ricerca espressiva in qualche tema; ricordo che alcuni di essi vennero lodati in classe; fui costretta a leggerli pubblicamente, mi tremava la voce. Era limpida e ferma però quando cantavo, cosa che mi veniva richiesta spesso dai parenti. Ero intonata come la mamma cantante. Conosco a memoria le parole di moltissime canzoni italiane, da quelle dell’immediato dopoguerra a quelle degli anni ottanta. Della famiglia materna facevano parte un chitarrista e un contrabbassista che ‘provavano’ chiusi nel bagno di casa della nonna e suonavano in giro per il mondo, oltre a mamma che faceva serate e incideva sui primi vinili. Dopo la sua prematura morte mi è capitato di scrivere testi per lo zio contrabbassista, che è anche compositore. L’estenuante ricerca di parole che meglio si accordassero a frasi musicali non mie divenne, ad un certo punto, quasi una sindrome ossessivo compulsiva. Lo zio mi telefonava in continuazione e neanche parlava più, se non per dire: “ho cambiato un passaggio”, quindi cantava e ricantava: ne uscii stremata ma felice. Musica e parole, parole e musica: per me era questo il paradiso in terra. Grazie al professore di lettere del ginnasio avevo coltivato la passione per Petrarca, Manzoni, Carducci, Leopardi, ma i poeti più letti, ascoltati e interpretati sarebbero rimasti a lungo De André, Mogol, Dalla, De Gregori, Fossati.

Intanto leggevo, mi piacevano soprattutto i racconti. Verga, Pavese, Pirandello, ma anche autori italiani e stranieri contemporanei. Più tardi mi sarei nutrita delle parole di Anna Maria Ortese, in cui mi sono rispecchiata e da cui ho tratto conforto nei momenti bui, tanto da dedicarle lo spettacolo: “Mi parve di sentir cantare”, messo in scena a Milano nel 2000. Perché questo è accaduto: verso i vent’anni, oltre all’amore per svariati ragazzi, c’è stata la scuola di teatro e le prime rappresentazioni. Soltanto al teatro mi sono dedicata mentre frequentavo il corso di filosofia all’università e la scrittura era per me, saggi filosofici a parte, quella stampata sulle pagine dei copioni. Ma ero di nuovo innamorata, e stavolta molto, moltissimo e in modo strabiliante. Il mio grande amore era un motociclista, insieme macinavamo chilometri su due ruote, la mia testa stava ancora di più in mezzo alle nuvole. Gli aggettivi suggeriti dalla Ortese per il fenomeno del vivere e del sentire mi appartenevano ed erano: estatico, fuggente, insondabile. Finché un giorno il mio grande amore mi propose l’uso di un interfono, ossia di un microfono che ci consentisse di comunicare anche mentre il motore del mitico Morini rombava; lo acquistò e lo montò all’interno del casco, ma dopo un paio di volte io mi rifiutai categoricamente di usarlo. Non fu per cattiveria e nemmeno per disattenzione o crollo d’interesse nei suoi confronti, però lui se la prese. E’ che andando per le strade e guardandomi attorno la mente mi si affollava di altre voci. Lungo il percorso catturavo frasi che non potevo ignorare, dialoghi misteriosi che tolto il casco magico captavo a stento. Forse il mio amore non capì e si sentì trattato come l’ultimo dei figuranti, di sicuro si lamentava per le mie ‘assenze’. Spesso accade questo alle donne che si ostinano a coltivare passioni che esulano da quelle canoniche, o almeno così mi parve allora. Per anni e anni il nostro amore camminò sul filo. Dopotutto facevo parte della grande famiglia del circo, ero anche clown, il mio nome era Taffetà, lo facevo sorridere. Di lì a poco fu la scrittura per il cabaret, i copioni di teatro comico a due recitati sul palcoscenico (ancora minuscolo e sperimentale) di Zelig, che aveva appena aperto, le serate demenziali, il divertimento spensierato in giro per i locali. Qualche mio racconto era già apparso in antologie e sulla rivista letteraria Nuova Prosa, a selezionarli fu Cesare De Marchi, che poi divenne un amico caro; della raccolta Crimine del 1995 di Stampa Alternativa fece parte uno dei tre selezionati da lui: Miracoli. Dopo la pubblicazione su Nuova Prosa fui contattata dalla Casa Editrice Marsilio, evvai! Mi chiesero se avevo un romanzo da presentare, non lo avevo e persi il tram. Nel 1999 venne girato un film ambientato a Milano, una produzione indipendente che partecipò a molti festival internazionali ma non trovò, ahimé, una vera distribuzione: Animali Felici di Angelo Ruta, di cui ero protagonista femminile. Il film piacque molto ai tipi della Zephyro (casa editrice che si occupa ancora prevalentemente di psicanalisi, ma non solo) tanto che decisero di pubblicarne il VHS e la sceneggiatura con commento per la collana “Film e Psiche”. Un giorno portai loro i miei racconti; li lessero e dopo qualche tempo li diedero alle stampe. Nacque così Incontri di stagione. Era il 2004, avevo ripreso a dipingere dopo un’interruzione di oltre vent’anni: grazie alla rinnovata esperienza con il colore mi sembrò che le parole diventassero fluide, si amalgamassero in libertà, che le storie assumessero all’improvviso forme inaspettate.

Nel frattempo l’amore-funambolo precipitò, non ero certo dell’umore giusto per continuare a produrre e mettere in scena testi comici. Mi prendevo cura di me scrivendo pur senza avere un progetto preciso, presto però si ripresentò il desiderio di tornare a scrivere per il teatro. Mi iscrissi alla Scuola Nazionale di Drammaturgia di Gioia dei Marsi diretta da Dacia Maraini, la terra d’Abruzzo mi fece un poco da madre. Nel cassetto giacevano già da tempo diverse commedie non rappresentate. Mancavano sempre i fondi, mancavano sempre gli spazi, mancava spesso anche la sintonia con gli altri attori, con i registi. Non sono mai stata abile nel gestire le relazioni, non lo sono tuttora, sto cercando di applicarmi ma temo di avere il complesso della ripetente. Ne ho preso atto e ho ricominciato a scrivere in solitudine per la narrativa: da Lettere a un cretino (ATì Editore, 2005) epistolario, ho tratto anche una versione teatrale; ha avuto un ottimo riscontro ma per ragioni che tralascio alla fine è stata replicata una sola volta. Nel 2008 è uscito il romanzo Un dolore senza fissa dimora, in cui ho tentato di dialogare con la mia parte oscura, sempre per i tipi di ATì. Ho provato grande soddisfazione quando tre delle mie poesie sono state scelte e inserite nella Antologia della poesia erotica contemporanea (ATì Editore, 2006).
L’ultimo nato è Linfe (2012, Vydia Editore), romanzo vegetale che vede protagonisti gli alberi. Sto ancora scrivendo e la scrittura è fatica, lavoro vero; pubblicare con piccole case editrici (mai a pagamento, sia chiaro) significa essere invisibili, avere “venticinque lettori”, per dirla alla maniera di Manzoni, il che magari mi porta anche bene. Non so come considerarmi e a volte nemmeno come presentarmi, però di cognome faccio Libretti. M’innamoro (quasi) di tutto quello che vivo e faccio, continuo a essere curiosa e a stupirmi come un’adolescente: mi stupisco perfino adesso di comunicarlo a voi.
Mi piace concludere ancora una volta con le parole di Anna Maria Ortese, le stesse con cui salutavo il pubblico alla fine dello spettacolo a lei dedicato

Sento che vivere è viaggiare, e viaggiare e crescere. Sento che occorre un mutamento nel paesaggio. Sento che è fondamentale un mutamento nel cuore.

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5 Risposte to “La formazione della scrittrice, 11 / Adriana Libretti”

  1. La formazione della scrittrice | adrianalibretti Says:

    […] https://vibrisse.wordpress.com/2014/03/24/la-formazione-della-scrittrice-11-adriana-libretti/trackbac… […]

  2. adrianalibretti Says:

    L’ha ribloggato su adrianalibrettie ha commentato:
    Oggi su vibrisse, a cura di Giulio Mozzi.

  3. Rosalia Lia Dattoli Says:

    “assorbisce” è una licenza poetica fantastica!!

  4. Rosalia Lia Dattoli Says:

    bella

  5. Alberino Says:

    questo tuo pezzo si commenta da se’ alla stessa maniera del sole oggi nel cielo blu terso con cirri bianchi in dissolvenza di Los Angeles: splende.

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