Note di lettura: “Margini” di Zena Roncada.

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di Luigi Preziosi

Zena Roncada antologizza in  Margini. Storie di donne e di uomini senza storia (2013, edizioni Pentagora, curatela di Lucia Saetta) una serie di racconti, alcuni dei quali già apparsi sul suo blog Colfavoredellenebbie (interessante esempio di travaso dalla rete alla carta stampata). Li annoda in sequenze coerenti i cui titoli (Mappe di terra, di fiume di cielo, Il tempo delle formiche sulla tavola, Orti, corti e cortili, Amori e spose) permettono di intuire facilmente sia la materia trattata sia il modo scelto per trattarla. Sono storie di terre basse, che dicono di distese di campi rigate da strade impolverate e chiuse su fondali di pioppi, di lanche di Po e argini a presidio di strenue fatiche di generazioni di contadini, di cascine che accolgono e preservano, un po’ templi rustici un po’ rustiche fortezze. Le popola un’umanità umile, caratterizzata da un ricco catalogo di individualità piuttosto spiccate: in Margini uomini e donne sono anche la terra che abitano, i cieli a cui alzano lo sguardo, le strade di paese, i cortili di cascine dove si intrecciano dialoghi, si possono modellare emozioni ed affastellare ricordi

La misura della Roncada è la storia minima. Ed è la somma di episodi quasi tutti all’apparenza marginali a consolidare la rappresentazione complessiva di un microcosmo a cui non sono estranee le asperità dell’esistenza, eppure raccolto intorno ad un nucleo indissolubile di sentimenti condivisi, e rasserenato dalla lunga consuetudine, presente nelle piccole comunità paesane della bassa, a condividere un destino comune. Così, a puro titolo di esempio tra i tanti, il topos non nuovo della differenza caratteriale tra due sorelle (Sorelle), l’una casa e chiesa, l’altra più incline al ballo e agli incontri con i ragazzi, viene adeguato al contesto paesano e risolta dalla madre con equità (due schiaffi, uno per sorella). Anche il tema del contrasto tra bellezza interiore e bellezza esteriore viene tradotto nella storia dell’Alda e del suo matrimonio e riportato in un ambito di vita contadina (L’Alda).  Abita questa provincia dello spirito un’amplissima galleria di personaggi (tra cui Gi, che compare in più racconti, e adombra il padre dell’autrice), digrossati tutti in modo da individuarne i tratti salienti del carattere nel semplice confronto con l’azione, anche di scarsa rilevanza, che muove ogni singolo episodio. In ogni storia trascorre un senso di umana simpatia verso gli uomini e le cose, il fiume ed i campi, i borghi e gli animali.
Una straordinaria capacità di osservazione della realtà dà spessore ad ogni dettaglio, rendendolo vivo e degno non solo di attenzione ma perfino di affetto. E la scrittura ricorda l’acquerello, colma com’è di impressioni indistinte e di una sovrabbondanza di colore che rende indeterminati i contorni. La attraversa una sorta di vertigine nominalistica tesa all’identificazione puntuale di piante, fiori e frutti della campagna padana, nonché degli attrezzi e dei lavori di cascina, appoggiata su una fitta trama di strutture paratattiche ed ellissi, usi colti e latinismi immersi con singolari effetti di contrasto in un parlato zeppo di copiosi prelievi dialettali. Tutto concorre alla rappresentazione, non precisamente idillica, ma incline piuttosto al realismo, di un mondo tiepido di affetti, spesso pervaso da un senso di pacata letizia. Una sapienza antica, di certo non molto presente nella nostra attuale narrativa, presiede a queste esigenze di scrittura. La Roncada pare al riguardo assimilare bene la lezione di Luisito Bianchi (in particolare del Bianchi di Le quattro stagioni di un vecchio lunario), con un che di maggior enfasi lirica, sottolineata da una scrittura assai frequentemente declinata sul verso, asciutta ma intessuta di endecasillabi (Tante biciclette, poggiate ai pioppi, /e gente dappertutto, fin sull’argine, /come in un parlamento contadino/traversato dall’aria di boschina) e settenari (Era un’ora da uscire a malincuore. /Con quel sole a ombra breve:/esangue e senza piede), a volte sbalzata su rime nascoste o su assonanze (Cancelli sprangati e scorta a pattugliare. /Braccianti e salariati a piedi, dappertutto:/di traverso per fossi e cavedagne, / col passo della rabbia e della fame). Alla versificazione in prosa si accompagna in certi racconti l’interruzione della narrazione con l’improvviso palesarsi, a volte su un diverso piano temporale, della conclusione, cortocircuitando, com’è proprio di molta poesia novecentesca (e il ricordo qui va anche al verso prosastico del Bertolucci della maturità), il significato e le immagini suscitate.
E tutta questa sovrabbondanza espressiva illustra storie che non sono propriamente storie di uomini e donne senza storia: a ben guardare, lo stesso titolo ci si svela come  paradosso. Neanche in esistenze come queste, rinchiuse nei termini brevi della campagna della bassa padana e nella angusta cerchia delle relazioni che sono loro toccate in sorte, ci può essere marginalità. Non mancano a queste vite le storie, per quanto esili, a volte amare, a volte giocate sul filo del grottesco. La verità che la Roncada dimostra è altra: ognuno nell’universo di Margini ha una storia, anzi ognuno è una storia, per quanto comune sia la sua esistenza. Ognuno  è degno di essere raccontato, per un momento, un brano di vita, un soffio più intenso di vento nel giorno particolare in cui è stato unico, sottratto all’insignificanza, meritevole di memoria.

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Una Risposta to “Note di lettura: “Margini” di Zena Roncada.”

  1. Note di lettura: “Qui come altrove” di Zena Roncada. | vibrisse, bollettino Says:

    […] ritmata, sobria e puntualissima nel rendere oggetti ed emozioni. Spesso, come già nei racconti di Margini, usciti nel 2014, dei quali i ritratti di Qui come altrove richiamano le stessa gioiosa pietas […]

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