La stitichezza della letteratura italiana

by

di giuliomozzi

E’ passato a salutarmi un amico francese. Abbiamo chiacchierato un po’ in cucina – che, come tutti sanno, è il cuore della casa. Lui lavora nei libri, io lavoro nei libri, quindi abbiamo spettegolato.
A un certo punto lui ha detto:
“E’ difficile aver che fare con la letteratura italiana, perché i vostri scrittori sono stitici”.
“Non tutti”, ho detto: “Io vado regolarmente di corpo tre volte al giorno”.
“Non far finta di non capire”, ha detto l’amico francese. “Parlavo per metafore”.
“Questo l’ho capito”, ho detto, “ma non ho capito la metafora”.
“Allora”, ha detto l’amico francese, “sentiamo: quanti romanzi hai letto di Zola?”.
“Non tanti”, ho detto. “Au Bonheur des Dames, che è il mio preferito, L’Assommoir, Nana, Germinal, La bête humaine. Solo questi, credo”.
“E di Balzac?”, ha detto l’amico francese.
“Oddio, Balzac non mi piace, lo trovo insopportabile”, ho detto. “Più per dovere che altro ho letto Eugénie Grandet, Le cousin Pons, La recherche de l’absolu, Le Père Goriot, Illusions perdues. Forse altro che non mi ricordo”.
“E di Alessandro Manzoni”, ha detto l’amico francese, “quanti romanzi hai letto?”.
“Tutti”, ho detto.
“Cioè uno”, ha detto l’amico francese.
“Sì. Ma ho letto anche un sacco di altre cose sue”, ho detto.
“Ah, sì, certo”, ha detto l’amico francese, “quelle sue tragedie illeggibili, quegli inni pieni di buoni sentimenti, quei trattatelli apologetici…”.
“Opere sublimi”, ho detto. “Se poi tu nn capisci…”.
“Ma tu vuoi portarmi fuori strada”, ha detto l’amico francese. “Quanti romanzi ha scritto l’emerito Alessandro Manzoni?”.
“Uno”, ho detto.
“E il magnifico Ugo Foscolo?”.
“Uno”, ho detto.
“E il meraviglioso Giacomo Leopardi?”.
“Nessuno. Ma lui era un poeta”, ho detto.
“Certo”, ha detto l’amico francese. “Come Victor Hugo”.
“Mi arrendo”, ho detto.
“Vedi”, ha continuato l’amico francese: “I vostri grandi scrittori sono stitici, stiticissimi”.
“Ma nell’Ottocento…”, ho detto.
“Perché, nel Novecento?”, ha detto l’amico francese. “Sì, forse hanno pubblicato di più. Ma nessuno è stato capace di fare non uno solo, e non dico quattro o cinque, ma almento due – due – romanzi che siano rimasti. D’Annunzio? Il piacere, e stop. Moravia? Gli indifferenti, e il resto è ripetizione. Calvino? Non si legge più che Il barone rampante. Tondelli? Altri libertini, non resta altro. De Carlo: Due di due, e fine, anzi no: la prima parte di Due di due. Busi, il grandissimo Busi? Seminario della gioventù, e basta. Ecco, Gadda ne ha due, il Pasticciaccio e la Cognizione: ma entrambi non finiti”.
“Ma non puoi confondere produzione e ricezione!”, ho detto.
“Ah no?”, ha reagito l’amico francese. “Sostieni forse che le opere esistono di per sé, indipendentemente dal fatto che qualcuno le pubblichi, le faccia circolare, le legga?”.
“Non mi permetterei mai”, ho detto. “Io stesso, appena tu guardi dall’altra parte, smetto di esistere”.
“Non mi prendere per il culo”, ha detto l’amico francese.
“Non mi permetterei mai”, ho detto.
“Ti sei permesso”, ha detto l’amico francese.
“No”, ho detto.
“Sì”, ha detto.
“No!”, ho detto.
“Sì”, ha detto.

C’è stato un lungo minuto di silenzio.

“Pace?”, ha detto l’amico francese.
“Pace”, ho detto.
“Però dovevi chiederla tu, pace“, ha detto l’amico francese.
“No, tu”, ho detto.
“Tu”, ha detto l’amico francese.
“Tu”, ho detto.
“Tu!”, ha detto l’amico francese.
“Tu!”, ho detto.

C’è stato un altro lungo minuto di silenzio.

“Birretta?”, ho detto.
“E va bene, birretta”, ha detto l’amico francese.

Ho tirato fuori due Moretti dal frigo, ho preso due bicchieri da sopra l’acquaio.

“In sostanza”, ha detto l’amico francese, dopo la prima sorsata di birra, riprendendo il discorso, “quello che accade è che i vostri romanzieri, o scrivono poco, veramente poco, o scrivono anche tanto, ma senza mai riuscire a mettere a punto un’opera dignitosamente vasta. Campano cent’anni, magari, e pubblicano un sacco, ma per il pubblico – e anche per la Repubblica delle lettere, per citare un modo di dire a te caro – restano magari sempre quelli dell’opera prima”.
“E perché, secondo te”, ho detto.
“Ma perché, obiettivamente”, ha detto l’amico francese, “il valore delle opere è quello che è. Umberto Eco ha scritto Il nome della rosa, tutto il resto al confronto è sbiadito o inutile”.
“Ma ci sono le eccezioni”, ho detto, “come per esempio Mario Soldati o Antonio Tabucchi”.
“Eccezioni che non invalidano la regola”, ha detto l’amico francese, “e comunque Mario Soldati non lo leggete più, c’è poco da fare”.
“Eh”, ho detto.
“Pensa la povera Silvia Ballestra”, ha detto l’amico francese, “che per tutti è ancora quella del Compleanno dell’Iguana. La povera Lidia Ravera, caso limite, che per tutti è ancora quella di Porci con le ali, nemmeno scritto da sola. Il povero Enrico Brizzi, che è ancora quello di Jack Frusciante. Magari a volte non è proprio il primo, quello che resta, ma comunque: di Oriana Fallaci esiste solo Un uomo, di Margaret Mazzantini solo Non ti muovere. E così via”.
“Be’, Elsa Morante…”, ho detto.
“Giusto. Il suo romanzo più ambizioso”, ha detto l’amico francese, “La Storia, mostra tutti i segni del tempo. Mentre Aracoeli, L’isola di Arturo, Menzogna e sortilegio, resistono”.
“Però scusa”, ho detto, “anche da voi, per dire, Marguerite Yourcenar è quella di Le memorie di Adriano. Mentre L’oevre au noir e tutto il resto…”.
“Non mi toccare la Yourcenar!”, ha detto l’amico francese.
“Ecco, vedi?”, ho detto. “Sei sciovinista”.
“No che non lo sono”, ha detto l’amico francese.
“Sì che lo sei”, ho detto.
“No”, ha detto l’amico francese.
“Sì”, ho detto.
“No!”, ha detto l’amico francese.
“Sì!”, ho detto.

Per la terza volta, un lungo minuto di silenzio.

“Usciamo?”, ho detto.
“Usciamo pure”, ha detto l’amico francese.

Per la strada, mentre ci godevamo questa serata di primavera che finalmente è una serata di primavera, abbiamo ripreso il discorso.
“Comunque in fondo sì”, ho detto, “hai un po’ ragione. Ci sono letterature i cui grandi scrittori hanno prodotto capolavori a manetta. Noi no. Abbiamo tanti grandi scrittori unius libri“.
“Te l’avevo detto”, ha detto l’amico francese. “Siete stitici”.
“Non è un modo carino per dirlo”, ho detto.
“E’ un modo come un altro”, ha detto l’amico francese.
“E qual è l’altro?”, ho detto.
“Non ho capito”, ha detto l’amico francese.
“Non importa”, ho detto. “Ma tu, per questa cosa, ce l’hai una spiegazione?”.
“Mah, boh, sì”, ha detto l’amico francese.
“E qual è?”, ho detto.
“Solo se prendiamo un gelato”, ha detto l’amico francese.

In fatto di gelati il mio amico francese ha gusti orribili.
“Non ha senso, fragola e cioccolato”, ho detto.
“Ha senso perché mi piace”, ha detto l’amico francese, “non mi piace perché ha senso. Piuttosto tu, col tuo misero monogusto fiordilatte…”.
“Il vero gelatiere si vede dal fiordilatte”, ho detto.
“Ecco, vedi?”, ha detto l’amico francese. “Ti sei dato la spiegazione da solo”.
“Non ho capito”, ho detto.
“Immaginavo”, ha detto l’amico francese.
“E dunque spiégati”, ho detto.
“Uh, che nervoso”, ha detto l’amico francese. “Allora: per te non esistono ‘i gelati’, per te esiste ‘il gelato come deve essere’. Tu non sei interessato alla varietà inesauribile delle combinazioni dei sapori del gelato, tu sei interessato al gelato perfetto, al gelato in sé, all’idea di gelato, al gelato-gelato, peggio: al vero gelato”.
“E che c’entra?”, ho detto.
“C’entra”, ha detto l’amico francese. “Allo stesso modo lo scrittore italiano non è interessato alla sconfinata varietà di storie che possono concretizzarsi in un romanzo: è interessato al romanzo perfetto, al romanzo in sé, all’idea di romanzo, al romanzo-romanzo, peggio: al vero romanzo”.
“E questo non va bene?”, ho detto.
“Va benissimo”, ha detto l’amico francese. “Ma vi condanna alla stitichezza”.
“Questa è l’ipotesi”, ho detto. “Bisognerebbe provarla”.
“Ma le prove sono ovunque!”, ha detto l’amico francese. “Pensa solo a questo: i vostri critici, dell’opera che si accingono a criticare, guardano esclusivamente com’è scritta. Si riempiono la bocca di parole come ‘espressionismo’, ‘monolinguismo’, ‘sperimentazione’, e così via. E lodano un romanzo solo se è illeggibile”.
“Stai esagerando”, ho detto.
“Sì”, ha detto l’amico francese. “Sto esagerando”.
“E dunque?”, ho detto.
“E dunque”, ha detto l’amico francese, “non c’è scampo. La vostra letteratura è fatta così”.
“E qual è la causa, secondo te?”, ho detto.
“Ma non lo so”, ha detto l’amico francese. “Dipenderà dal clima”.
“O sarà qualcosa negli spaghetti“, ho detto.
“Non dire cazzate”, ha detto l’amico francese.
“Hai cominciato tu”, ho detto.
“Quali cazzate avrei detto?”, ha detto l’amico francese.
“Da quando hai cominciato a parlare hai detto solo cazzate”, ho detto.
“Mi stai insultando”, ha detto l’amico francese.
“No, sto constatando”, ho detto.
“Insultando”, ha detto l’amico francese.
“Constatando”, ho detto.
“Insultando!”, ha detto l’amico francese.
“Constatando!”, ho detto.

Ci fu una breve colluttazione. Due passanti intervennero per separarci. Ci portarono in un bar, dove bevemmo un’altra birra. Poi un’altra. E poi un’altra ancora.
Qualche ora più tardi accompagnai l’amico francese al suo albergo. Ci salutammo con cordialità, come sempre.

[L’immagine in cima all’articolo, come tutti avranno capito, non c’entra nulla].

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12 Risposte to “La stitichezza della letteratura italiana”

  1. mariagiannalia Says:

    Sono convinta che il tuo amico francese abbia ragione. E poi condivido ciò che ha detto a proposito di Elsa Morante: anch’io sono del parere che “L’isola di Arturo” e “Menzogna e sortilegio” siano dei capolavori. Ma noi ricordiamo sempre e solo “La storia”. Tanto che io fino a poco tempo fa neppure li avevo letti. Tra l’altro trovo che ciò che, sempre il tuo amico francese, dice dei critici italiani, sia verissimo: essi guardano solo agli aspetti formali di un testo e non a quanto questi testi siano in grado di “parlare” alla sensibilità del lettore.
    A meno che questo tuo scritto non sia tutta una fiction esso stesso e il tuo amico francese non sia il tuo stesso alter ego: ma anche così trovo che l’alter ego dica cose buone e giuste.

  2. stefanocostanzi Says:

    Certi apologhi hanno il pregio di far intravedere sotto la trama delle parole l’ordito di alcune verità, certo i distingui sarebbero tanti e si perderebbero di vista le pagliuzze d’oro che pur brillano in questo post.
    Mi permetto solo di segnalare un fraintendimento di fondo tanto significativo quanto invalso e prezioso come solo certi errori sanno essere: scrittore non significa romanziere, l’amico d’oltralpe usa disinvoltamente i due termini (poi sì, certo, anche Hugo era un poeta…)
    Vecchia storia, neve d’anno. Viene il sospetto che la sovrapposizione scrittore-romanziere abbia più a che vedere con il mercato -sotto le spoglie della ricezione- che con la letteratura o, se me la si passa,la letterarietà; nulla di male intendiamoci, basta dichiararlo da subito.
    Sarà che la prima opera cha ha abitato l’italiano era una laude e l’ultimo Nobel assegnato alla lingua del sì è stato dato a un drammaturgo… massì, anche un pittore.
    Tracciare perimetri vuol dire tanto tenere dentro quanto lasciare fuori e da parte mia lasciare fuori – scrivo i primi quattro nomi del Novecento che mi vengono in mente- Delfini, Flaiano, Zavattini e Pasolini appare come un’inutile strage, non nei confronti delle loro opere, ma di quelle che (non) verranno, siano pure in francese.
    Eppure i critici d’oltralpe li ho pure studiati, da Barthes a Mauron… E io che credevo che l’Europa più autentica e sensata fosse quella delle lettere…

    Stefano

  3. Fiammetta Palpati Says:

    Beh, effettivamente la nostra non è una letteratura fatta di grandi romanzi. Non so se è una questione di tempi, di ritardi, o di tradizioni culinarie; se è tutta colpa di Croce come s’è detto fino agli anni ’80, o di chi l’ha avversato come m’è sembrato suggerisse il tuo amico francese (a proposito di cioccolato e fragola: chi mangia male pensa male; ma, per dire, non avrei dato una lira per caffè e crema alla menta, che invece ho trovato essere un gusto divino) ma io di questi nostri autori ho sempre apprezzato, da lettrice stitica, opere di respiro più corto e con minori ambizioni di compiutezza (sempre per dire: di Moravia torno a leggere i Racconti romani, non Gli indifferenti). Grazie, Giulio.

  4. Stefano Trucco Says:

    Molto vero ma viene un’obiezione. A parte la preminenza del romanzo rispetto a tutto il resto, poesia in testa, che si potrebbe dire sta nelle cose, qui mi pare si confonda fra l’effettiva ‘stitichezza’ di autori che scrivono un unico vero romanzo e altri che magari ne hanno scritti parecchi ma che critica e lettori decidono di considerare autori di un solo libro (anche di un solo personaggio: Camilleri che sarà sempre e solo l’autore di Montalbano). Uno potrebbe anche aggiungere, facendo l’esempio di Mario Soldati, decisamente molto produttivo, che proprio questa produttività, unita a una forte tensione al narrare, ha fatto sì che si finisse per svalutarlo. Insomma, non si distingue fra i veri autori di un solo libro e quelli definiti arbitrariamente tali dalla chiacchiera libresca, da una specie di necessità (storica? psicologica? critica? giornalistica? di ridurre ogni autore a un solo libro, come un’etichetta
    .

  5. Enrico Ernst Says:

    … vorrei ritrovare un audio radio 3 di Houellebecq… Secondo lui – vado a memoria – in Francia a partire dal 900 di grandi scrittori ci sarebbero lui e Camus, e basta… sarà un caso che l’amico francese vada a tuffarsi nell’800?

  6. C.P. Says:

    In realtà gli italiani scrivono il giusto, sono i francesi che scrivono troppo.

  7. adrianalibretti Says:

    Adoro questi tuoi dialoghi! 🙂

  8. rossana v. Says:

    non mi toccare la Yourcenar.

  9. Maria Concetta Distefano Says:

    Interessantissimo articolo. Ironico e dissacrante il giusto!
    Grande Giulio Mozzi!

  10. gianlucatrotta Says:

    L’amico francese cita con poca precisione il titolo del romanzo di Busi, che non è “della” ma “sulla”.

  11. Andy Says:

    Fragola e Cioccolato AMARO ha molto senso.

  12. gianni Says:

    Usato qui dentro, acquaio, mi rende felice.

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