Appunti su Una grazia di cui disfarsi di Elisa Ruotolo

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di Demetrio Paolin

Elisa Ruotolo torna in libreria con un breve testo dedicato a Antonia Pozzi Una grazia di cui disfarsi (rueBallu editore, con disegni di Pia Valentinis). Uso la parola “testo” non a caso perché in questo frangente mi risulta difficile spiegare al lettore quale sia il genere a cui le pagine della Ruotolo appartengono. Da un lato potrebbe essere una sorta d’invito alla lettura per i più giovani; l’autrice infatti descrive e traccia una breve biografia della poetessa accompagnata da disegni molto belli e concludendola con una breve antologia di poesie della Pozzi, tra l’altro con una scelta non scontata e diversa dalle liriche che solitamente si legano al nome della giovane poetessa suicida.

Nello stesso tempo il libro della Ruotolo è un racconto, è un monologo interiore, in cui Antonia Pozzi racconta se stessa fino alla fine dei suoi giorni, ripercorre le tappe delle sua vita, o almeno una parte di esse, e le mostra a noi lettori. C’è, però, una ulteriore questione che è legata alla soglia del libro, al primo capitolo in cui a parlare e l’autrice stessa.

Di questo prologo mi colpiscono due notazioni stilistiche; in primo luogo il riferimento autobiografico della Rutolo a se stessa come lettrice della Pozzi, del modo in cui si è avvicinata all’opera di questa scrittrice; in secondo luogo la decisione reiterata di chiamare per nome l’oggetto del suo studio. Antonia Pozzi è per la scrittrice campana semplicemente “Antonia”. La spiegazione di questo atto linguisto può essere semplice: l’autrice vuole creare una certa intimità con la protagonista del libro, ma secondo me queste due sono spie testuali dell’ambiguità e del tentativo di mimesi, che permeano tutto il libro.

Cerco di chiarire.

Una grazia di cui disfarsi inizia con un personaggio che dice io, che ha un certo tono stilistico, una lingua e una postura; siamo ragionevolemente certi mentre le leggiamo che a dire “io” sia Elisa Ruotolo, scrittrice e autrice del libro. Quando inizia la narrazione vera e propria abbiamo un altro io che parla e inizialmente siamo confusi. Chi è che ha preso la parola? Proseguendo la lettura ci rendiamo conto che è Antonia Pozzi a raccontarci la sua storia e le vicende della sua vita, da una sorta di purgatorio luminescente, da cui osserva la sua vita con quel po’ di nostalgia e di distacco tipo della sua condizione di sospesa.

Ovvio che in noi, lettori, questo slittamento dell’io provochi una sorta di sbandamento, che è poi prodotto da questo tentativo mimetico perfettamente riuscito. Elisa Ruotolo diventa Antonia Pozzi; non c’è più nessuna distanza tra chi racconta e l’oggetto del racconto, che diventano una sorta di unicum in cui non riusciamo più a distinguere l’una dell’altra.

E la prova sta proprio nell’antologia finale. Fate un piccolo esperimento stilistico, prendete le parole della Pozzi e prendete le parole della “Pozzi” che narra la sua storia. Provate a guardare i movimenti, le scelte sintattiche, un certo gusto per l’immagine icastica, un certo movimento musicale nella scelta degli aggettivi e poi analizzate la prosa. Potrete notare senza nessuna difficoltà una unità di tono incredibile. La Ruotolo non ha voluto solo darci un ritratto in prima persona della poetessa Antonia Pozzi, ma ha fatto in modo che il personaggio che dice io nel libro fosse il più possibile aderente alla figura reale.

Molte volte pensiamo che un personaggio di un libro debba essere carne e sangue, cioè debba essere concreto, ma la vera concretezza del personaggio sta nella sua voce, sta nel modo in cui prende la parola, perché i personaggi di un libro sono consonanti e vocali che si mischiano, sono frasi, sono sintassi, sono un tono. Sono quella strana grazia che si ha quando la parola si accorda all’immagine, e questa grazia deve disfarsi, deve andare ad altri, cosa che accade in questo testo piccolo e agile, ma bello e profondo.

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