Note di lettura: “L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi” di Marino Magliani.

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di Luigi Preziosi

220Marino Magliani, con L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi (da poco in uscita presso Exorma, euro 14,50), continua l’esplorazione di se stesso, già praticata in forma esplicita almeno con Soggiorno a Zeewijck (Amos, 2014) e con Il canale bracco (Fusta, 2015), i suoi ultimi libri più importanti, e con alcuni dei racconti antologizzati in Carlos Paz e altre mitologie private (Amos, 2016). Qui l’autore dismette in parte la procedura narrativa utilizzata in precedenza, consistente nell’individuazione di un pretesto narrativo (raccontare un canale, o la vita in flânerie di una cittadina olandese) che fungeva da spunto per acuminare memorie, ripensare esili, inventare nuove geografie, disegnare mappe e stabilirvi analogie geografiche e spirituali tra luoghi del passato e luoghi del presente. Ne scaturiva l’attribuzione alle cose minime (ma non solo) del mondo di un significato altro, ulteriore rispetto alla sua reale apparenza, quasi un casuale istantaneo scintillio rivelatore del senso dello stare al mondo. Qui il volo si fa più alto, non c’è più ricerca di occasioni contingenti per rendicontare i risultati di questo nuovo modo di investigare se stesso, il pretesto è esattamente ed apertamente il mero bisogno di raccontare.

         Ma che cos’è esattamente L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi? La storia è raccontata da un io, traduttore e scrittore (Magliani? Una sua proiezione? Un ibrido tra narrante e narrato quale pochi ne circolano nella narrativa contemporanea? Un’aspirazione neanche tanto inconscia dell’autore di essere altro da sé?) che vive da tempo in Olanda, ma che continua a coltivare ricordi e periodiche frequentazioni della sua terra di origine, quel lembo del ponente ligure tra mare, montagna e frontiera da cui pare aver tratto ruvidezze e malinconie. E i ricordi si mescolano al presente, e lo rendono vivo. In un incessante andirivieni tra passato e presente, il racconto si avvia con i ricordi bambini degli anni dell’infanzia, in cui anche la nascita in un ricovero per anziani può alla fine incidere sulla consapevolezza di sé, e le immagini della madre (“la parte buona del pianeta”) e del padre, cameriere stagionale in costa azzurra. Silenzi, sguardi e pensieri non detti sono l’infanzia del narratore, che appena uscitone manifesta una vaga irrequietezza, una non ben risolta propensione per l’altrove. Il bambino di allora si trasfigura a volte in Gregorius/Gregorio, personaggio in cui l’adulto s’imbatte esercitando il suo mestiere di traduttore: il tempo trascorso deforma le sensazioni di allora, alonandone la memoria, ed una velatura onirica circonfonde la narrazione.

         Un destino di diversità, di lontananza dalla norma pare delinearsi fin dal tempo della scuola, trascorso in un collegio di Mondovì e poi, in parte, presso i Fratelli Maristi di Velletri, Da qui rientra in Liguria, perché, come nota il direttore dell’istituto, “la carne brucia più della fede”. La stagione degli studi si interrompe, la vita incappa in una prima curva: “cosa sarebbe successo se non fossi andato in un collegio, e avessi terminato gli studi? Una laurea in lettere, insegnare in una scuola media, una collaborazione con qualche giornale”.

       L’esperienza presso istituzioni totalizzanti si completa con la dolorosa odissea di un servizio militare troppo simile nel ricordo ad un periodo di carcerazione, vissuto tra soprusi, mancati congedi per la malattia e la morte del padre e ricoveri in ospedali militari. Si consolida la sensazione di non essere mai nel posto giusto. L’inquietudine si manifesta allora in forma ancora embrionale nella ricerca di quel posto, da scoprire finalmente come proprio, o al quale ritornare, avendolo improvvisamente riconosciuto, quasi come un risveglio da una temporanea amnesia. L’imbarco come mozzo sui traghetti per la Corsica annacqua per un po’ l’irrequietezza, ma non la spegne. Sbarcherà sull’isola centinaia di volte, ma non ne conoscerà davvero neanche un solo luogo preciso, iniziando così a sperimentare un senso di distanza (dal mondo, dalle emozioni scaturite dalla sua esplorazione, da se stesso?) che attutisce la letizia che dovrebbe abitare la prima giovinezza: “quando non ha nulla da fare il mozzo torna in fretta sul ponte, a esercitare l’occhio nel segno liquido, le facciate con le persiane, la verdura degli alberi, i tetti, il mozzo sta lì, a sentire il limite di qualcosa pieno di speranza che evapora.”

         Ma molto presto viaggiare in questo modo non colma più le inquietudini che l’incipiente pienezza dell’età pare nutrire piuttosto che sedare. Seguono anni raminghi, notti sfrenate in Costa Brava, mestieri precari e nessun pensiero sul futuro, amicizie con il senno di trent’anni dopo riconosciute almeno come improbabili, per la diversità dei percorsi che nel tempo ha eroso le affinità originarie. Ed ancora il grande salto oltre la “pozzanghera”, le piane sconfinate dell’Argentina, altra precarietà, ancora più cercata che subita, una voglia di non mettere radici (“L’estate non si fermava più, la notte neanche”). Partire per poi ritornare, e di ritorni ce ne sono tanti, in quella Val di Prino, dove i rovi infestano ogni anno di più la montagna e rendono manifesto il trascorrere degli anni. E nel ripartire cerca inutilmente di trovare il modo utile per domare, se possibile, la nostalgia: “Andandotene volontariamente speri di sbarazzarti della malinconia (ci si nasce con la malinconia), di lasciarla da qualche parte sotto un portico. Ecco, cosa fai, scappi via. Non sai che sarà l’unica cosa che porterai con te”. Col tempo, il vagabondaggio si trasforma in esilio: sempre qualcosa manca, ma non è più uno struggersi che non si riesce a definire, adesso si delimita, si sostanzia nel rimpianto di un luogo. In Olanda crede di trovare il corrispettivo opposto alla sua Liguria; le terre basse della costa richiamano per antitesi le montagne che si tuffano nel mare del ponente ligure, lo stesso profilo sulla mappa della costa nordica gli pare una Liguria rovesciata, le esistenze dietro le vetrate delle case olandesi non sono poi più solari di quelle trascorse nei muri spessi ed umidi del suo entroterra. Ma permane il senso dell’estraneità, che già marcava Soggiorno a Zeewijck e Il canale bracco: “Non parlo quasi mai con nessuno, ogni tanto lo farei volentieri, specie nei giorni d’inverno che si fa una fatica estrema a scambiare qualcosa e restano solo le figure del vento. Qui non è che uno sia morto, ma è come se non fosse ancora vivo.”

       Molti incontri caratterizzano una vita solitaria: di alcuni (gli amici della Costa brava, o quelli di Lincoln in Argentina – già presenti in La spiaggia dei cani romantici del 2012) lo sfrangiarsi nel tempo della frequentazione evidenzia occasionalità e superfluità. Per altri, la lontananza, o qualche misteriosa affinità che l’intermittenza obbligata della relazione lascia germogliare, esalta presenze, riannoda affinità ideali. E’ il caso di Antonio Tabucchi, sfiorato inconsapevolmente in qualche occasione, e poi compagno di colloqui pensosi, corrispondente da lunghe distanze, esperto com’era anche lui di lontananze e ricordi.

         E poi c’è lei, incrociata da bambina, e poi alle superiori inseguita o ignorata sempre al momento sbagliato, ritrovata studentessa e poi professoressa di letteratura spagnola (che dialoghi i loro, durante la loro historieta, lui nel suo spagnolo corrente imparato nelle strade, lei con la sua lingua letteraria appresa sui libri…), una presenza che, remota e costante nella memoria, indica le pieghe del tempo, ciò che poteva essere, e non è. Non c’è rovello, e neanche pacificazione piena nel racconto di quest’amore, piuttosto la conferma di una ormai permanente estraneità a se stesso: “Queste cose però non mi tormentano, la preistoria non mi tormenta. Neanche raccontarti di noi, di com’eravamo vicini, senza saperlo, di come sei tutte le donne che ho conosciuto nella vita, quelle che hanno riso di me e dicono di aver pianto per me e con me, quelle che mi hanno aiutato un po’ e dicono di avermi dato tanto. Quelle che dicono di avermi amato ma non l’hanno fatto perché sono io il primo a dirlo, uno come me non si ama”.

         Forse nessun autore di oggi come il randagio Magliani coltiva una nostalgia di radicamento così profonda, che si esprime con accenti a volte lontanamente pavesiani: “Non lo so, forse i paesi contano poco fino a un certo punto, ma poi, prima di chiudere gli occhi ci chiudono i conti. La nostalgia non la senti quando sei lontano, ma quando sei lì, al tuo paese, e sai che fra poco te ne vai. Io la sento a settembre, eppure non vedo l’ora di andarmene. Lì so di essere, e mentre vado via so anche che da nessuna parte sarò ciò che resta di me al fondo della valle”. E pochi scrittori ricercano così meticolosamente nel se stesso del passato le ragioni del proprio presente, come all’autore riesce benissimo, consapevole che nella memoria di sé sono custodite molte delle spiegazioni che ognuno deve a se stesso.

        La scrittura di Magliani scioglie resistenze ed induce a cordiali condivisioni anche il lettore più restio. Esprime così una sua peculiare potenza rappresentativa proprio nel superamento degli ordinari limiti della narrazione autobiografica, quasi implicitamente proponesse al lettore di riflettere su comuni esperienze esistenziali (e paradossalmente, se si pensa alla singolarità di quelle raccontate).

      L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi racchiude una rara suggestione: sorprende la sua capacità di evocare nel lettore analoghe nostalgie di sé, analoghi tentativi di ricuciture tra rimpianti ed occasioni, tra partenze e ritorni. Com’è proprio delle opere che rimangono, che non vivono una sola stagione, sono diversi  gli itinerari di accesso a questo libro, che meriterebbe un resoconto critico ben più approfondito di quanto possano queste notazioni recensorie un po’ frettolose. Indagare quanto è invenzione, e quanto resoconto autobiografico, o meglio ancora (e ben più interessante), carpire il segreto di come sia potuta avvenire, senza la benché minima sbavatura nello sviluppo narrativo, questa fusione senza cesure tra finzione e vita ricordata. Scomporre questa lingua fino a cavarne l’essenza intima che integra una nuova scorrevolezza con un’antica e non tradita scontrosa scabrosità. Scoprire quanto la memoria riesca a plasmare l’attualità quotidiana. Vagliare di queste pagine il senso religioso dell’esistere, che impregna l’andirivieni incessante del passato e del presente. Identificare l’indagine su di sé nella nostalgia di un altrove, che fa di ogni luogo un esilio. Ma ciò che appare, ad un primo sommario esame, è la capacità di seguire la traccia che ci si porta dentro dalla nascita, e che, avendo attraversato mari, patito esili, amato donne, seppellito i propri morti, scontato ritorni ed abbandoni, fatto i mestieri più diversi con assoluta noncuranza, deve avere, non può non avere, un senso, una spiegazione che tutto ricomprenda e finalmente riconforti.

 

 

 

 

 

 

 

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2 Risposte to “Note di lettura: “L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi” di Marino Magliani.”

  1. Many Kazem Goudarzi Says:

    Recensione interessante, così come sembra interessante Magliani. Ho già in lista “Canale bracco”, ma quest’altro testo non so se lo leggerò, è un po’ troppo vicino agli eventi della mi vita.

  2. Many Kazem Goudarzi Says:

    … mia vita.

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