Posts Tagged ‘Luigi Preziosi’

Note di lettura: “L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi” di Marino Magliani.

2 giugno 2017

di Luigi Preziosi

220Marino Magliani, con L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi (da poco in uscita presso Exorma, euro 14,50), continua l’esplorazione di se stesso, già praticata in forma esplicita almeno con Soggiorno a Zeewijck (Amos, 2014) e con Il canale bracco (Fusta, 2015), i suoi ultimi libri più importanti, e con alcuni dei racconti antologizzati in Carlos Paz e altre mitologie private (Amos, 2016). Qui l’autore dismette in parte la procedura narrativa utilizzata in precedenza, consistente nell’individuazione di un pretesto narrativo (raccontare un canale, o la vita in flânerie di una cittadina olandese) che fungeva da spunto per acuminare memorie, ripensare esili, inventare nuove geografie, disegnare mappe e stabilirvi analogie geografiche e spirituali tra luoghi del passato e luoghi del presente. Ne scaturiva l’attribuzione alle cose minime (ma non solo) del mondo di un significato altro, ulteriore rispetto alla sua reale apparenza, quasi un casuale istantaneo scintillio rivelatore del senso dello stare al mondo. Qui il volo si fa più alto, non c’è più ricerca di occasioni contingenti per rendicontare i risultati di questo nuovo modo di investigare se stesso, il pretesto è esattamente ed apertamente il mero bisogno di raccontare.

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Note di lettura: “Qui come altrove” di Zena Roncada.

9 dicembre 2016

di Luigi Preziosi

   Quarantanove brani raccolti in mazzetti di sette per affrescare un tempo e un mondo diversi da quelli che per obbligata consuetudine, o magari anche a volte per colpevole indugio sull’effimero che riempie i nostri giorni, ci tocca frequentare nella quotidianità. Anche il lettore ormai assuefatto a ben diversi scampoli di prosa riuscirà ad individuare i piccoli gioielli di scrittura che Zena Roncada offre con il suo Qui come altrove (Effigie edizioni, 2016). Ognuno dei testi occupa una sola pagina, e l’incipit è il sempre ritornante “qui come altrove…”, a segnare al tempo stesso la peculiarità del grumo di terra dove le storie si formano, e la possibilità che le sensazioni e le emozioni che germinano da queste stesse storie si universalizzino.

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Note di lettura: “Una visita serale e altri racconti” di Emmanuel Bove.

2 agosto 2016

di Luigi Preziosi

La misura breve del racconto, si dice – ormai quasi un luogo comune – soprattutto e a maggior ragione in tempi di videoclip come il nostro, favorisce la definizione esatta della narrazione, ne stabilisce con precisione geometrica i contorni, evidenzia con certezza ciò che al racconto è necessario. Può anche, e solo apparentemente al contrario, lasciare scivolare oltre il termine temporale e narrativo della trama situazioni destinate a restare irrisolte, creando o talvolta amplificando l’effetto di separazione tra la trama e il significato complessivo della narrazione. Entrambe queste caratteristiche sono presenti nei racconti di Emmanuel Bove antologizzati in Una visita serale e altri racconti, uscito da qualche mese presso Fusta Editore (collana Bassa stagione, diretta da Marino Magliani e Stefano Costa), nella traduzione di Claudio Panella.

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Note di lettura sui racconti di Marino Magliani

31 maggio 2016

Marino-Magliani

di Luigi Preziosi

La misura breve del racconto pare particolarmente consona alle esigenze espressive di Marino Magliani, e lo si intuisce anche nelle sue opere di respiro più vasto, come, tra le più recenti, Soggiorno a Zeewijk (Amos edizioni, 2014) e Il canale bracco (Fusta editore, 2015). Qui il serrato monologare, la pratica assidua dell’osservazione attenta delle cose, il riannodare ricordi minimi alla attualità quotidiana per trarne significati non effimeri per le azioni del presente, se non possiedono il respiro largo del romanzo, possono però servire come fondamento ad una scrittura che si perfeziona nella brevità della descrizione perfetta, nell’emozione che è evento in se stessa, nel dipanarsi lento di impressioni che di colpo rivelano, trasfigurandola, una realtà diversa da quella apparente.

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Note di lettura: “Il canale bracco” di Marino Magliani.

7 dicembre 2015

di Luigi Preziosi

 Si può raccontare un canale? Un fiume può avere una sua storia, un inizio e una fine, tante vicende collaterali che affluiscono in quella principale, una tensione ad evolvere verso una dimensione maggiore, altro fiume o mare che sia, con tutti i simbolismi che ad una simile condizione si possono annettere, uno scorrere che può essere trama ed intreccio, partenza ed approdo. Il mare è avventura, prima di tutto interiore, figura dell’infinito, mutevolezza inesauribile di forme. Ma un canale potrebbe anche non avere una storia, un senso da restituire a chi ne accerta la natura di mero tramite, possibile non luogo nel suo connettere posti che sì hanno una loro identità, fatta di relazioni, di commerci, di attività: al massimo, nella sua mancanza di inizio e di fine mostra la relatività dei rapporti, la variabilità delle prospettive a seconda delle distanze. Occorre una singolare finezza di sguardo, che oltrepassi l’ovviamente visibile per cogliere in un canale vita che meriti di essere raccontata, ed è proprio ciò che dimostra di possedere in abbondanza Marino Magliani in Il canale bracco (Fusta editore, 2015).

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Note di lettura: “Rogo” di Giacomo Sartori.

10 ottobre 2015

di Luigi Preziosi

Una sottile sensazione di sgomento percorre le tre storie di donne che, anche senza ricorrere a simmetrie eccessivamente meccaniche, Giacomo Sartori intreccia nel suo ultimo romanzo, Rogo, uscito qualche mese fa presso CartaCanta editore. Ben poco in apparenza accomunerebbe le vicende di Lucilla, Gheta e Anna, separate prima di tutto da notevoli distanze temporali: la prima si svolge al crepuscolo degli anni Settanta, la seconda in un Seicento tenebroso e terribile, la terza nei nostri anni smemorati ed inconsapevoli. Ognuna di queste storie è fortemente caratterizzata dai guasti prodotti delle culture prevalenti, e di queste ognuna delle protagoniste è vittima inconsapevole: per Gheta, si tratta dei pregiudizi da cui germinò la persecuzione delle streghe; per Lucilla, è l’euforia di uno spontaneismo anarchico e refrattario all’assunzione di responsabilità che tende a negare ogni regola nelle relazioni; la deriva verso una ostinata sordità alle voci degli altri e l’attenzione esasperata alle apparenze che intristiscono questi nostri anni, per Anna. Sartori insiste proprio sulle diversità degli sfondi davanti ai quali agiscono le protagoniste per far risaltare per contrasto come affini le angosce che risalgono da profondità di anime forse malate, certamente difficili da comprendere. (more…)

Note di lettura: “Fight night” di Stefano Trucco.

22 settembre 2015

di Luigi Preziosi

stefano_trucco_fight_nightDue ragazzi, per diversi motivi attratti dal kick boxing, fino a diventarne protagonisti, si confrontano, percorrono senza conoscersi strade diverse, ma caratterizzate da un che di violento che si manifesta non solo nello sport che praticano, ma permea il loro modo di stare al mondo. Su di essi aleggiano, anche se materialmente assenti, ingombranti figure paterne. Ettore è figlio di un carabiniere, che è anche il primo caduto in Afghanistan, Alessandro è orfano di un maneggione disonesto, suicidatosi al momento di rendere il conto, finanziario ed esistenziale. Su queste premesse, Stefano Trucco sviluppa il suo romanzo di esordio, Fight Night (Bompiani).

Le vicende dei due giovani pugili si sviluppano su linee destinate ad intrecciarsi solo nell’ultima parte della storia, essendo la gran parte della narrazione dedicata a progressivi approfondimenti delle personalità dei due protagonisti. Ettore e Alessandro, nomi evocativi di ellenici splendori virili, utilizzati per conclamarne la vocazione epica, percorrono itinerari evidentemente simmetrici, anche se la narrazione tende positivamente ad occultare forme di meccanica specularità delle loro vicende.

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“Fanciulli di sabbia” di Lorenzo Muratore.

17 maggio 2015

di Luigi Preziosi

“Romanzo di tormenti, di vite scomparse nelle acque, ma fatto di una lingua che si inarca e implode, si estende, si spezza quando gli archi non reggono, una lingua, insomma, ed è la cosa che più conta”: così Marino Magliani, in un recente intervento sul blog della rivista torinese Atti impuri, ci introduce alla lettura di Fanciulli di sabbia, di Lorenzo Muratore, in uscita presso Nerosubianco. Ed in effetti, ciò che in primo luogo colpisce di questa opera prima lungamente meditata, è la lavorazione sapiente della parola, la tornitura complessa ed articolata, talvolta onusta, della frase, la straordinaria capacità di narrare per contorni, piuttosto che dettagliare eventi o fatti. L’arpeggio virtuoso, insistito fino ad estreme risonanze, prevale volutamente sull’ordito della storia, retta su dissolvenze, su descrizioni senza contorni, sull’indefinitezza del singolo episodio: di gran lunga preminente deve essere, nelle intenzioni dell’autore, ed anche negli esiti narrativi, la rappresentazione di emozioni che dagli eventi scaturiscono. E ciò è tanto più plausibile se si pensa che Fanciulli di sabbia è un romanzo di formazione, più precisamente la storia dell’educazione sentimentale di un ragazzo dell’entroterra ligure degli anni Cinquanta del secolo scorso.

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“Ranocchi sulla luna e altri animali” di Primo Levi.

5 maggio 2015

di Luigi Preziosi

“Primo Levi è uno scrittore di racconti. Il suo primo libro Se questo è un uomo, pubblicato nel 1947, è composto di brevi racconti racchiusi entro una doppia cornice: tematica, la testimonianza, e narrativa, l’inizio e l’epilogo della sua vicenda concentrazionaria /…/Anche La tregua, la storia del suo viaggio di ritorno, è costruita attraverso una serie di quadri successivi disposti in una sequenza temporale e spaziale ed è, a suo modo, un libro di racconti”. Così Marco Belpoliti, nel suo saggio introduttivo all’einaudiana Tutti i racconti del 2005. L’inclinazione per il genere è del resto denunciata dallo stesso autore come necessità di corrispondere all’ “intuizione puntiforme” che guida la misura breve del narrare, cioè, sempre secondo Belpoliti, quella “capacità di far nascere la narrazione a partire dai dettagli, particolari, punti attorno a cui si raggrumano e si dipanano storie”.

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Note di lettura: “Quartiere non è un quartiere” di Luciano Curreri

4 maggio 2014

di Luigi Preziosi

E’ possibile che una delle declinazioni della scrittura della memoria più adeguate a questi nostri anni sia piuttosto vicina alle forme espressive con le quali Luciano Curreri caratterizza il suo Quartiere non è un quartiere, da poco uscito presso Amos Edizioni. Per quanto la nostalgia per ognuno di noi abbia molti volti, spesso uno di essi prevale, e regala le impressioni dominanti di un periodo preciso della nostra vita: uno di essi in particolare Curreri raffigura, con partecipi cesellature nei particolari minimi, quello della nonna Dolenes, che corrisponde a quel passato che si dipana nel particolare segmento della vita situato tra la fine dell’infanzia e l’inizio dell’adolescenza. La nostalgia è per Curreri anche evocazione di luoghi, tutti racchiusi in un perimetro di pochi chilometri intorno al sobborgo di Portomaggiore vicino a Ferrara chiamato Quartiere, dove maggiormente si addensa la memoria dei giorni di straordinaria contiguità spirituale con la nonna.

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“Un’inconsueta combinazione di ampiezza argomentativa e di profondità di pensiero”

29 settembre 2011

di Luigi Preziosi

[Questo articolo è apparso in Bombacarta. g.].

Leggi la scheda del libro nel sito dell'editoreL’ampiezza dello spazio che i mezzi di comunicazione dedicano alle cose religiose rischia spesso di essere controbilanciata dall’ambiguità con cui le informazioni vengono fornite: il transeunte è scambiato con il definitivo, l’accessorio con l’essenziale, nel migliore dei casi è l’etica ad essere confusa con la fede. A questa tendenza si oppone questo prezioso Dieci buoni motivi per essere cattolici di Valter Binaghi e Giulio Mozzi. Al libro è premessa un’ampia quanto intensa introduzione firmata da Tullio Avoledo, intessuta di divagazioni così personali da potere essere apprezzate (per non dire spesso condivise) da tantissimi tra i lettori che intendano sperimentare se stessi con i dieci motivi di cui al titolo.
I due autori si sono cimentati con ciascuno dei dieci motivi del titolo. Più analitico e di sguincio lo sguardo di Mozzi, attento a dettagli a cui conseguono intuizioni fulminanti e dedito ad estrarre verità dalle narrazioni che compongono la tradizione cattolica. Binaghi riserva, invece, a sé il compito di perimetrare quella verità, richiamando i principi di una fede di cui tanti discettano senza conoscerli.

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La religiosità primitiva di re Davide

24 agosto 2009

di Luigi Preziosi

[Questo articolo è apparso nel quotidiano Corriere nazionale il 9 agosto 2009].

Carlo Coccioli ha fino ad oggi condiviso la stessa sorte dei molti autori del Novecento colpiti da repentino oblio post mortem: solo per alcuni di loro cominciano adesso a registrarsi, all’inizio del nuovo secolo, timidi ritorni di interesse, grazie a riedizioni che avviano nuove stagioni di studi e di approfondimenti. A trghettare anche la sua opera narrativa alla storia letteraria può ora contribuire la recente riapparizione in libreria del suo Davide (ed. Sironi), dovuta all’intuizione di Giulio Mozzi, che ne firma anche la pregevole prefazione. Il romanzo è una sorta di autobiografia del re Davide, strettamente fedele al testo biblico. In esso il protagonista, al culmine della sua gloria terrena e ormai prossimo alla morte, narra in un lungo monologo le tumultuose vicende della sua vita. Il suo percorso è stato lunghissimo, iniziato con la misteriosa chiamata presso la corte di Saul, in apparenza per lenirgli le angosce di un’incipiente follia con il suono della cetra, ma in realtà per succedergli sul trono di Israele, continuato tra guerre crudeli, congiure di palazzo, matrimoni, tragedie familiari, infedeltà coniugali e tradimenti politici, e concluso nella gloria di un regno forte e rispettato dai popoli vicini, con una nuova capitale, Gerusalemme, in cui ha trovato sede definitiva l’Arca dell’Alleanza tra Dio e il suo popolo.

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Otto anni non sono pochi / 11c

10 giugno 2009

[Ancora su Il più dolce delitto, di Giancarlo Onorato. Qualche settimana dopo il mio articolo e la lettera di Giancarlo, Luigi Preziosi mi avvisò di aver scritto un articolo sul romanzo. Per la rivista Stilos: che però chiuse prima che fosse pubblicato. Lo riprese poi Il Sottoscritto, che di Stilos era, e tuttora è, la (spero) provvisoria reincarnazione. gm]

Dicerie su una clinica svizzera
(vibrisse, 15 aprile 2008, qui)
di Luigi Preziosi

Giancarlo Onorato con Il più dolce delitto sperimenta percorsi non del tutto consueti per la narrativa italiana di questi anni, distanziandosi da minimalismi tematici e stilistici vari per indagare sugli intrecci tra follia e saggezza, e tra eros e thanatos con una scrittura di onusta sontuosità, molto adatta a sondare gli abissi più segreti della mente, i più arcani da comprendere e i più difficili da rappresentare. Il romanzo vibra con ammirevole costanza di una sorprendente tensione lirica. Una particolare intensità emotiva vi si coniuga con un pathos rivisitato con stilemi tardo romantici: certamente sul rigore espressivo prevale il turgore delle urgenze che attraversano l’anima del protagonista e ne debordano. E della creazione romantica ha anche i furori e le deflagrazioni emotive e soprattutto le disarmonie, le asimmetrie cercate ed esibite, a cui non giova certa ripetitività nella proposizione dell’ossessione erotica del personaggio principale, che pone a rischio di banalizzazione proprio ciò (la libertà assoluta nel rapporto tra uomo e donna, per quanto anomalo possa essere) che l’autore intende palesemente sublimare.

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“Un miracolo di immedesimazione”

13 maggio 2009

di Luigi Preziosi

[Questo articolo di Luigi Preziosi è apparso in Bibliomanie].

Carlo Coccioli ha normalmente nelle storie letterarie del secolo scorso l’onore di una citazione o poco più: per quanto non lo si possa definire uno scrittore ignorato dai suoi contemporanei (è stato pubblicato da case editrici importanti, tradotto in più lingue, ha vinto premi letterari prestigiosi), è stato certamente piuttosto trascurato, non sufficientemente approfondito e conseguentemente sottovalutato. Non gli ha sicuramente giovato né l’omosessualità dichiarata, e assurta a tema di alcune sue opere (Fabrizio Lupo, per esempio), né l’evidente ricerca religiosa tracimante dai suoi testi, né soprattutto, l’esplosiva miscelazione di questi due elementi.
Eppure, basta leggere questo suo Davide, recentemente ripubblicato da Sironi con un’appassionata prefazione di Giulio Mozzi, che questa operazione ha fortemente voluto, per capire come uno scrittore come lui che rivela una tale statura letteraria meriti una collocazione più consona rispetto a quella che gli è solitamente accreditata, giusto accanto ai grandi nomi della seconda metà del secolo scorso, e per riconoscere al tempo stesso che il nostro canone novecentesco presenta ancora ampi spazi per revisioni e riscritture.
Il libro è una sorta di autobiografia di Davide, tutta condotta con fedeltà pressoché assoluta al testo biblico (primo e secondo libro di Samuele e al Primo libro dei Re), che l’autore “completa”, regalando al suo protagonista un pensiero che postilla le gesta narrate nei libri sacri. E’ difficile non pensarla anche come un’autobiografia dello stesso Coccioli, per lo meno per quanto attiene all’inesauribile anelito alla ricerca del divino. Se ne trae del resto indiziaria conferma nell’episodio segnalato da Mozzi nella prefazione, secondo cui, all’interlocutore che in una nota trasmissione televisiva gli aveva domandato di che cosa parlassero i suoi libri, Coccioli rispose: “Di Dio! Di cos’ altro vuole che parlino? C’è forse qualcos’altro di cui parlare?”.

Leggi tutto l’articolo in Bibliomanie.