Acqua

by



Franco Brizzo rende omaggio, molto dal basso, a Italo Calvino

[Nei primi giorni di giugno 2017, così assicura l’editore (Laurana), se l’Autore non s’inventerà qualcosa di strano, sarà in libreria Fiction 2.0, di Giulio Mozzi, nuova edizione parecchio riveduta del libro Fiction già pubblicato presso Einaudi nel 2001. Ci sarà dentro qualcosa di un po’ cambiato, qualcosa in più e qualcosa in meno. A questo “qualcosa in meno” – racconti che all’Autore sono sembrati incompatibili col resto dell’opera, o che non gli piacciono più, o che come questo sembrano sorpassati dagli avvenimenti – diamo un’estrema chance di sopravvivenza pubblicandoli qui. Ecco il secondo, attribuito a Franco Brizzo. Come tutti ricorderanno, Qwfwq è “il narratore e protagonista di alcune storie scritte da Italo Calvino, tra cui le Cosmicomiche e Ti con zero” (Wikipedia). gm]

Qwfwq si stiracchiò.
Forse non era esattamente uno stiracchiarsi, quello, comunque si trattava della cosa più simile allo stiracchiarsi che fosse capace di fare.
Fece entrare acqua, fece uscire acqua.
Si avvicinò alla riva, pulsando.

Una parte del suo corpo sporse dall’acqua, percepì l’aria. Qwfwq sentì una specie di bruciore. Si schiacciò sul fondale, in modo da rimanere del tutto sommerso.
«Le cose stanno peggiorando, là fuori» pensò.
Là fuori significava: nel mondo di coloro che camminavano ancora sul suolo. Nel mondo di coloro che avevano voluto conservare la propria carne.
«Che stupidi!» pensò Qwfwq.
Percepì di nuovo, attraverso il velo d’acqua che lo difendeva, l’acidità dell’aria. Distinse l’anidride carbonica, il benzene, le polveri combuste.
«Via da qui!».
Si contorse, per rivolgere lo sfintere verso la riva. Su quella riva, una volta, c’era stata gente in vacanza, mamme che chiacchieravano, bambini che giocavano a tamburello, adolescenti che flirtavano. Su quella riva, insieme a Leila, lui stesso si era sdraiato a prendere il sole. Quanto tempo prima? Quando il sole era ancora un amico.
«Che cosa ci sarà, ora? Non posso saperlo. Ma mi basta sentire l’aria».
Si gonfiò d’acqua, la espulse dallo sfintere, si allontanò da quello strato d’acqua troppo sottile. Con lente, potenti pulsazioni s’inoltrò nel mare.
«Inutile nostalgia. Non sarei dovuto tornare qui».
Lì, su quella spiaggia, era iniziata la sua avventura. Lì, da quella spiaggia, era scivolato dentro l’acqua. E, nell’acqua, quello che la biologia e la chimica non avrebbero mai consentito, l’aveva consentito la fede.
«Divinità, vi ringrazio».
Mare aperto! Ora sì che si sentiva bene, Qwfwq. L’acqua che lo riempiva era buona. Gli dava ossigeno, minerali disciolti, minuscole prede. E – una mobilità incomparabile.
Giunse sull’orlo di uno scalino. Si precipitò giù, lungo il bordo della piattaforma continentale. Percepì che la luce diminuiva – con quale organo? non lo sapeva più –, ma ormai da tempo – quanto tempo? non lo sapeva più – non aveva bisogno della luce.
Quanto tempo? Da quando la sua carne era cambiata, il tempo per Qwfwq era diventato come l’acqua: qualcosa che non scorre in una direzione precisa, ma entra ed esce da te.

Tutto era cominciato con la nuova profezia. Qwfwq l’aveva sentita alla televisione, come tutti. L’ultimo profeta era apparso contemporaneamente in tutti gli schermi televisivi del mondo (come aveva fatto? nessuno l’aveva capito) e aveva detto (in spagnolo, ma a chiunque lo sentì sembrò che parlasse nella sua propria lingua, sia pure con un accento terribile): «Dicono le divinità: il fuoco brucerà la terra».
Nel giro di qualche giorno non si parlò d’altro. I mezzi di comunicazione sociale fecero il loro lavoro. Planetnet quasi esplose. Miliardi di televisioni restavano accese giorno e notte. Le famiglie si davano i turni. Le centrali elettriche collassarono.
La domanda universale era: «Quando?».
L’ultimo profeta apparì di nuovo, qualche settimana dopo. Disse solo (e di nuovo tutti lo capirono al volo): «Dicono le divinità: presto, molto presto».
Tutti lo presero sul serio. Questo non finiva di stupire Qwfwq. Un profeta da strapazzo, uno che aveva collezionato dozzine fermi di polizia per accattonaggio e vagabondaggio, campando di espedienti e di piccoli traffici tra California e Messico – le immagini apparse in televisione erano state analizzate e rianalizzate da tutte le polizie del pianeta, e alla fine si era trovato un nome e un cognome, per quel tipo –, all’improvviso era diventato la persona più creduta della storia dell’umanità.
D’altra parte, apparire contemporaneamente nei canali televisivi… in tutto il mondo… e parlare, ed essere capito da tutti… come avesse posseduto l’antico dono delle lingue… mancava solo la fiammella sopra la testa…
Ma i suoi occhi! Nei suoi occhi c’era il fuoco!
Non la fiamma dello spirito, ma la fiamma della distruzione. Il fuoco che avrebbe bruciato la terra e tutto ciò che sopra la terra è vivo.
Così il pensiero di tutti era diventato: scampare alla distruzione.
Qwfwq gli aveva creduto. Era stato tra i primi. Ma non aveva mai avuto paura.

«Per secoli siamo stati bambini», pensò Qwfwq. L’acqua attorno a lui era diventata pesantissima. Allargò il corpo fino a una forma quasi sferica, e smise di pulsare. Solo attraverso le micropulsazioni della pelle avveniva il ricambio d’acqua. Riposo assoluto.
«Ci attende il grande battesimo». Questo era stato, nei giorni in cui tutti sembravano impazzire dal terrore, il pensiero di Qwfwq. Guardava la gente attorno a sé, atterrita dalla prospettiva della morte, e pensava: «Chi teme un destino, corre a buttarsi nelle sue fauci. Chi non lo teme, si prepara ad affrontarlo. Così è scritto, e così sarà».
Aveva provato a convincere qualcuno. Ma gli stupidi temevano per la loro carne. Costruivano tende di plastacciaio sopra le città, tunnel sotterranei da una città all’altra, veicoli scolpiti nel silicio per attraversare i luoghi aperti. Per proteggere la loro carne d’uomini, volevano trasformarsi in topi.
«Ma avrebbero dovuto farsi spuntare il pelo e la coda!».
Qwfwq aveva fatto quello che poteva. Si era armato di uno sgabello e aveva cominciato a girare le piazze. Si arrampicava sullo sgabello, riempiva i polmoni e gridava: «Dicono le divinità: “Noi siamo quello che siamo”. Non dicono: “Noi siamo questa cosa, quell’altra cosa”. Ascoltate le divinità! La vostra carne è soltanto… carne. La carne non è importante, è importante la vita!».
Nessuno lo ascoltava.
«Tutto si trasforma!», gridava Qwfwq dal suo sgabello. «Chi si oppone alla trasformazione si vota alla sconfitta. Il vincitore non sarà colui che si oppone, ma colui che si piegherà. La forza delle divinità si abbatterà su di noi: ma le divinità non sono i nostri nemici! Noi siamo i loro servi prediletti. L’amore ci lega. Il legame è sempre reciproco! Come l’amante è necessario all’amante, le divinità ci sono necessarie e noi siamo necessari alle divinità».
Benché terrorizzati trovavano il coraggi di deriderlo, di fargli gesti osceni.
Ma Qwfwq insisteva: «Voi temete il fuoco. Stupidi! Non sapete che dopo il fuoco viene l’acqua? La profezia dice: verrà il fuoco. Ma dopo il fuoco? Il calore scioglierà i ghiacci. Il clima cambierà, ci saranno tempeste. I fiumi strariperanno. I mari invaderanno le pianure. E tutto ciò che sarà sopravvissuto al fuoco, l’acqua lo distruggerà».
A quel punto preciso del discorso, ogni volta – e Qwfwq aveva ripetuto centinaia di volte il suo discorso, in centinaia di piazze diverse – diventavano furiosi.
Gli gridavano: «L’acqua non è nella profezia!».
Qwfwq replicava: «Noi crediamo alla profezia: per questo dobbiamo rinunciare alla ragione? Davvero credete che le divinità abbiano creato questo mondo per poi divertirsi a distruggerlo? Con questo pensiero insultate le divinità!».
Qui la folla, di solito, cominciava a stringerglisi attorno.
«Le divinità non commettono sprechi» proseguiva Qwfwq. «Se il fuoco verrà, sarà per metterci alla prova; e se l’acqua verrà, sarà per metterci alla prova. Il mondo non sarà distrutto: sarà messo alla prova. Infatti sta scritto: chi rischierà la propria vita, la salverà; chi vorrà proteggerla, sarà distrutto».
A questo punto cominciavano a volare i primi sassi, e Qwfwq tagliava la corda, proteggendosi la testa tra le gambe dello sgabello.
Mesi e mesi così, senza riuscire a convincere nessuno. E poi, un giorno, il cielo era diventato rosso. Allora Qwfwq aveva smesso di pensare al destino degli stupidi uomini, e si era presentato sulla riva del mare. Si era dato all’acqua.

L’ultima volta che aveva dormito (gli succedeva sempre più di rado, di entrare nell’inconsapevolezza) Qwfwq aveva sognato di essere in un liquido caldo e denso. Non l’acqua del mare: un liquido caldo e denso. Aveva ancora il suo corpo d’uomo, e nuotava nel liquido quasi senza fare movimenti. Andava verso una luminosità argentea. Dentro quella luminosità c’era Leila. Qwfwq era felice. Leila allargava le gambe e Qwfwq entrava tutto dentro la sua vagina. Nuotava dentro Leila, il suo corpo si allargava dentro il corpo di Leila. Sentiva – nel sogno – di essere dentro Leila, sentiva l’interno della pelle del viso di Leila sfiorare l’esterno della pelle del suo viso. La baciò sulla bocca, da dentro. Poi cominciò un tremito, uno scuotimento, e Qwfwq sentì che non solo lui era dentro Leila, ma anche Leila era dentro di lui: stavano diventando una sola persona con una sola consapevolezza. Poi invece sentì che la loro comune consapevolezza si divideva, diventava due consapevolezze che non erano né la sua né quella di Leila, e poi ciascuna delle due diventava due, e poi ciascuna delle quattro diventava due, e poi ciascuna delle otto diventava due; e continuava… continuava… continuava… La luminosità argentea era una bolla, Qwfwq e Leila dentro la bolla si duplicavano e dividevano e ogni nuova generazione era in parte Qwfwq e in parte Leila, e non era più né Qwfwq né Leila, e a questo punto del sogno Qwfwq ebbe paura e chiamò «Leila, Leila», ma non gli rispose Leila, gli rispose un coro di voci sottili, rapide, schioccanti.
«Clic clic» facevano «clic clac». A questo punto Qwfwq si era svegliato.

Abbandonare Leila era stato duro. Ma anche lei non capiva! Qwfwq parlava, parlava, e lei gli carezzava la testa e gli diceva: «Qwfwq, povero Qwfwq». L’ultima volta, Qwfwq era sfuggito per un soffio agli infermieri. Aveva sentito in Leila qualcosa di strano… un cambiamento nascosto… una distanza che non c’era mai stata prima… ancora lui parlava, parlava, e lei sembrava non ascoltare…
Leila aveva cercato il sesso, incongruamente. Ma Qwfwq non aveva voluto. Non era tempo per il sesso, quello! «Gli animali fanno così» le aveva detto. «Nell’imminenza del pericolo, si riproducono. Non c’è cibo, non c’è speranza di sopravvivenza, e proprio allora cominciano a riprodursi follemente. Ma noi, Leila, noi non siamo animali!».
Allora Leila aveva cercato di sedurlo. Si era spogliata difronte a lui, aveva esibita la bellezza del corpo. Contorcendosi, si era offerta. L’odore delle sue ghiandole aveva riempita la stanza. Uno spettacolo penoso, degno di un locale infame. Ma all’improvviso Qwfwq capì. Avevano fatto qualcosa a Leila. Gridò. Leila lo guardò assente. In quel momento gli infermieri-carcerieri fecero irruzione. Leila li guardò appena, non tentò nemmeno di coprirsi. Così Qwfwq ebbe la certezza, e si sentì perduto. Ma c’era la finestra, c’erano le gambe buone di Qwfwq, c’era la sua buona sorte.
«Addio, Leila. Mi consolo pensando che non eri veramente tu, quella volta. Forse la droga, forse chissà quali pressioni e suggestioni. Che cosa non hanno fatto, gli stupidi, pur di sopprimere la verità».

«Divinità, ho fatto cose orribili per sopravvivere. Ma io vi amo! L’unico mio timore è non sapervi amare abbastanza!».
Così dice Qwfwq, nel profondo del mare.
E poi dice ancora, il fedele Qwfwq:
«Ora dirò la preghiera.
«Dal mio niente, divinità, io vi amo. La mia vita è consacrata a voi. Voi date e togliete la vita. Non è importante la carne, è importante la vita. Ho trasformato la mia carne per conservare la vita che mi avete donata. Non ho più né mani né piedi, non ho più né polmoni né cuore, non ho più né occhi né bocca. La mia carne è un sacco: il contenitore della vita. L’acqua circola liberamente nel mio corpo. Vivo nell’acqua, sono quasi del tutto acqua, tra me e l’acqua c’è soltanto una differenza minima: la vita.
«Voi sapete, divinità, a che cosa ho rinunciato. Ma voglio che sappiate: so che cosa ho guadagnato. Quando i miei occhi si sono chiusi, sono piombato nel terrore. Sentivo le cose avvicinarsi, e non le vedevo. Mi domandavo continuamente: che cos’è? può mangiarmi? Ma il terrore stesso mi ha istruito. Ho imparato a percepire attraverso l’acqua. L’acqua circolava in me, e dall’acqua io imparavo che cosa c’era fuori di me.
«Quando le mani sono state assorbite, sono piombato nel terrore. Come mi difenderò?, pensavo. Ma l’esperienza mi ha istruito. Qualcuno o qualcosa ha strappato un pezzo di me: mi ha morso, o mi ha tagliato. Ho sentito dolore. Poi il dolore è cessato, e ho capito: per una carne indifferenziata non è importante se qualcosa si perde. Se hai un organo e te lo tolgono, muori. Ma se non hai organi, è difficile ucciderti. Così la mia paura si è trasformata in coraggio.
«Quando i genitali sono scomparsi, i miei pori hanno trasudato acqua: la mia pelle ha pianto, versando acqua nell’acqua. Non rimpiangevo il piacere. Pensavo: non avrò discendenza. Poi, un giorno, ho provato a produrre una piega sulla mia superficie. Ho tenuta stretta la piega finché i tessuti premuti l’uno contro l’altro si sono fusi. Poi mi sono divincolato, e una bolla si è staccata da me. Ero pieno di emozione, amore e paura. Ho cominciato ad ascoltare l’acqua. E ho sentito! Ho sentito che fuori di me c’era un altro me! La bolla che si era staccata dal mio corpo era viva. Pulsava, assorbiva acqua, espelleva acqua. Io ascoltavo la sua acqua, lei ascoltava la mia acqua. Conversammo a lungo. Eravamo uguali, eppure distinti. Ci dicevamo: uno di noi due sopravviverà. Decidemmo di allontanarci, per aumentare le probabilità di sopravvivenza. È molto tempo che siamo separati, eppure ogni tanto incontro le sue tracce: un’onda mi porta il suo sapore, in una laguna scopro i segni del suo passaggio. È bellissimo.
«Ora, divinità, sento che il momento è vicino. L’acqua mi dice che lassù, sulla crosta, hanno fatto cose orribili. Molti mari sono morti. Anche sopra l’oceano ci sono nuvole di gas: avvicinandomi alla superficie le sento. Ho deciso di giacere sul fondo. Qui l’acqua è pesante e le mie pulsazioni sono lente. È una specie di sonno, per quello che mi ricordo del sonno. Forse perderò coscienza. Ma le correnti profonde mi riporteranno lentamente verso la superficie: allora mi sveglierò.
«Divinità, il vostro servo si affida a voi come la vergine si affida alla dolcezza del suo uomo. Non conosco la mia sorte, conosco solo il mio amore. E la sorte dell’amore è non morire mai».
Mentre Qwfwq pregava, ai bordi dell’oceano la terra andava in fiamme.

«Che cos’è questo?», disse la divinità Dipende. Impigliata all’antenna c’era una cosa gelatinosa. La sollevò.
«Oh quello», rispose la divinità Ridente. «Ho sentito le sue preghiere».
«È un essere pensante?».
«Lo è stato, almeno».
La divinità Dipende osservò la cosa più da vicino.
«Pulsa un po’. Magari può cavarsela».
«Boh. Comunque, ridotto com’è, nelle miniere di schisto non me lo vedo».
«Già», concluse la divinità Dipende. Fece oscillare l’antenna e gettò lontano l’oggetto. Poi srotolò la proboscide, abbassò la parte anteriore del corpo e ricominciò a scandagliare il fango. Un lavoro da schifo, per una paga da fame, su quel pianeta di merda.

Tag:

6 Risposte to “Acqua”

  1. Elena Ferro Says:

    Questo racconto sarebbe sorpassato? L’ho letto d’un fiato, dall’inizio alla fine. Sarà che sono antica

  2. Hanna Derrida Says:

    Con tutto il rispetto per l’autore, cmq. un gran bel racconto, ma trovo eccessiva la parte centrale. L’enfasi emotiva, capisco, amplifica il twist sarcastico finale, ma non trovo necessarie tante “spiegazioni” sulla mutazione. Grazie Giulio.

  3. Valentina Durante Says:

    Io l’ho trovato molto, molto bello. Mi ha fatto venire in mente (spero non sia un’associazione fuori luogo) “Chaos – Light – Dark” di “In Seven Days” di Thomas Adès: https://www.youtube.com/watch?v=n2B4KOGyTTk

  4. melaniaceccarelli Says:

    Molto molto bello e terribile. Per me, per molti forse, è difficile pensare questi pensieri che, invece, pare tu pensi con facilità.

  5. Many Kazem Goudarzi Says:

    Neanch’io capisco perché questo racconto sarebbe sorpassato; mi sembra ancora attuale. Forse è tra quelli che non Le piace più?

  6. Many Kazem Goudarzi Says:

    Una mia curiosità: c’è una relazione tra il racconto e i Led Zeppelin?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...