Albert Cossery, “I fannulloni nella valle fertile”

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di Stefano Brugnolo

E’ uscito nel 2016 per Einaudi un romanzo di Albert Cossery I fannulloni nella valle fertile (pp. 185, euro 18,50), originalmente pubblicato nel 1948. Cossery era nato in Egitto nel 1913, ma a partire da questo suo romanzo ha sempre scritto e pubblicato in francese, fino alla sua morte avvenuta nel 2008, a Parigi, dove dal 1955 viveva in una stanza dell’Hotel Lousiane, un piccolo albergo di Saint-Germain de Prés. Si tratta a suo modo di un autore leggendario che finalmente viene tradotto in italiano grazie a Giuseppe A. Samonà che cura anche un’ottima introduzione, intitolata “La rivoluzione del non fare” dove ci vengono date le coordinate fondamentali per comprendere l’originalissimo e appartato mondo di Cossery.

In effetti tutto il romanzo racconta di una resistenza disperata e eroica condotta da un’intera famiglia di cairoti contro la diabolica tentazione del lavoro. Non solo in famiglia nessuno lavora ma per lo più tutti dormono. E lo fanno con convinzione, con dedizione, quasi si trattasse di una missione da cui non vogliono essere distolti (Honda, la giovane domestica, deve svolgere in modo silenzioso e pressoché clandestino le pulizie di casa per non disturbare i suoi padroni). Anche solo da queste poche righe di presentazione si capisce bene che non si tratta certo di un romanzo realistico bensì allegorico e ai limiti del fantastico o del surreale. Soprattutto Galal, il maggiore dei tre fratelli, si dedica al sonno con una determinazione pressoché fanatica (nel quartiere si vocifera che lui dorma di continuo da almeno sette anni). Ed ecco per esempio cosa si dice di Rafik, forse tra i fratelli quello più consapevole, una specie di ideologo del sonno:

In fondo era l’unico essere lucido di tutta la famiglia. Quel destino tranquillo in cui dava il meglio di sé la mollezza congenita di tutto un popolo, l’aveva coscientemente scelto – portatovi dalla sua ragione non meno che dalla sua natura. Era capace di analizzare tutto quel che un tale destino comportava di grandezza disinteressata, e si irritava a vedere che tutti gli altri non sembravano rendersi conto della propria felicità (p. 38).

C’è in effetti qualcosa di epico in questo romanzo familiare che racconta essenzialmente di una volontà di sonno e assenza dal mondo che niente e nessuno riesce a vincere (ci provano le simpaticissime donne del romanzo ma con nessun risultato). In effetti, uno dei fratelli sembrerebbe volersi distinguere dagli altri familiari, è il giovane Serag che ogni tanto effettua delle spedizioni per vedere come procedono i lavori di costruzione di una fabbrica dove lui sogna, senza troppa convinzione per altro, di potersi un giorno impiegare: «l’arditezza con cui eseguiva il pellegrinaggio per osservare il luogo in cui avrebbe dovuto lavorare, era già uno sforzo che meritava la stima e la fiducia in se stesso» (p. 21). Solo che i lavori di costruzione sono da tempo cessati e la fabbrica è diventata ormai un rudere incompiuto:

In un grande terreno incolto, simile a una contrada selvaggia, la fabbrica rimasta incompiuta giaceva in mezzo ad un ammasso di macerie e impalcature crollate. Era una zona strana e pericolosa, disseminata di buche e pantani, ostile. Somigliava piuttosto a un cantiere di demolizione. Si vedevano solo parti di muri costruiti a metà, un’intera architettura appena sorta, abbandonata ai rovi. E tutt’intorno, rottami di ferro, di pietra, gettati qua e là nella polvere (p. 19).

Come dimostra questa citazione Francesco Orlando avrebbe trovato molte esemplificazioni nel libro di Cossery di almeno due tra quelle dodici tipologie che il critico ha enumerato nel saggio Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura (1993; 2015), e cioè “il desolato-sconnesso” e “lo sterile-nocivo”, che riguardano quegli ambienti che a causa di incuria o abbandono vengono presentati come degradati. I fannulloni della valle fertile è pieno di queste immagini, ma quella che abbiamo appena citato ha una sua indimenticabile potenza simbolica: è infatti evidente che quella fabbrica abbandonata sta per un progetto di modernizzazione abbandonato. Là dove c’era natura ci sarebbe stata cultura, questo era il progetto faustiano; là dove c’era cultura ritorna a predominare la natura: così si presenta la tipica scena di una modernità fallimentare.

Il che ci conferma che il romanzo dello scrittore egiziano va inteso come una meditazione sulla ricezione della modernità in una zona periferica del mondo. Anche Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez (1967) è un libro che racconta questo stesso fenomeno ambientato in America Latina, ma lì la famiglia dei Buendía ‘ci prova’ a connettere la realtà periferica con il progresso mondiale, cercando di mettersi alla guida di un processo storico di indipendenza. Il risultato sarà ugualmente fallimentare e il vento spazzerà via Macondo e tutto quel che rappresenta dalla faccia della terra, ma almeno i Buendía avranno provato a uscire da una condizione di subalternità e arretratezza.

Nel nostro caso invece no, la famiglia di rentiers egiziani si dichiara preventivamente indisponibile a farsi carico di quel progetto. In effetti, a voler abbozzare un’ipotesi di carattere storico si direbbe che la famiglia al centro del romanzo è rappresentativa di una certa borghesia egiziana afflitta da passività e sterilità, incapace e comunque indisponibile a farsi carico dei suoi compiti nazionali. A sottolineare questo senso di sterilità sta la condizione del vecchio padre, Hafez, che vorrebbe rimaritarsi ma è deturpato da un’ernia che allontana da lui qualunque possibile giovane promessa sposa; ma anche la condizione di Rafik sta sotto lo stesso segno: ha rifiutato di maritarsi con la prostituta Imtissal, non perché non l’amasse e desiderasse, ma perché sposarla avrebbe irrimediabilmente turbato i ritmi sonnolenti suoi e della famiglia tutta.

Questa lettura sociologica potrebbe però far credere che Cossery fosse un moralista teso a denunciare i limiti politici e culturali della sua classe di appartenenza, come appunto aveva fatto García Márquez, ma è evidente che la bellezza di questo libro dipende anche dalla sua leggerezza morale e ideologica. E’ infatti evidente che Cossery è ambivalente rispetto alle straordinaria condotta di vita della famiglia, e che nel mentre ci rivela quanta autodistruzione essa comporti veda in essa anche qualcosa di grandioso, degno di stupore, se non di ammirazione. In effetti, il romanzo di Cossery discende da una tradizione il cui maggiore capostipite è il romanzo di Gončarov Oblomov (1859): Samonà minimizza questa ascendenza, ma è evidente che non si può capire Cossery senza quel riferimento. Ora, la grandezza del romanzo di Gončarov consiste proprio in questo: esso condanna l’oziosità del protagonista, che incarna la cattiva eredità della Russia feudale, ma contemporaneamente ce lo rende anche memorabilmente simpatico. E se Oblomov ci è almeno in parte simpatico è perché si ostina a non-agire in un mondo dove contano (almeno a parole) solo i valori dell’azione, del cambiamento, della produzione.

In effetti, per secoli lavorare fu un’attività maledetta e sgradevole, di cui si dovevano fare carico i subalterni, mentre le classi dirigenti aristocratiche si distinguevano proprio per la loro capacità di oziare splendidamente, di divertirsi, cacciare, giocare, guerreggiare, ecc. Da quando a partire dalla seconda metà del Settecento la mentalità produttivistica ha cominciato ad affermarsi essa ha finito per diventatare indiscutibile ma libri quali Oblomov e quali I fannulloni della valle fertile ci mostrano come esistano parti della nostra costituzione psico-fisica che resistono a una organizzazione del mondo che consideriamo come naturale, ma che naturale non è, se è vero che il lavoro corrisponde ad un obbligo, spesso penoso, e non a un’inclinazione spontanea della specie. Essi insomma ci continuano a raccontare di una resistenza contro la razionalizzazione industriale e consumistica del mondo, una resistenza che viene da lontano e dal profondo, e che non potrà mai essere del tutto sormontata.

E non è certo un caso che è stato soprattutto delle periferie del mondo, dove ancora vigevano modi lenti di vivere e pensare, che ci sono giunte, tra Ottocento e Novecento, quasi tutte le storie che ci raccontano delle resistenze anche solo passive all’avvento del cosiddetto Progresso, e cioè all’omologazione nel sistema-mondo capitalistico. L’esempio della Russia di Oblomov è solo uno di quelli possibili, tanti altri potrebbero essere fatti, e basti qui pensare, tanto per fare un caso più prossimo, ad un autore come Vitaliano Brancati e soprattutto al suo romanzo Gli anni perduti (1936). La storia si svolge in un’immaginaria Natàca (che sta per Catania), dove una gioventù annoiata e nullafacente si fa ingenuamente coinvolgere dal progetto portato avanti da un affarista dalla dubbia reputazione: costruire un’improbabile Torre Panoramica da cui finalmente poter contemplare il mondo circostante, sfuggendo così alla noia circostante.

Come nel caso della fabbrica di Cossery anche questa Torre non verrà ultimata e sarà lasciata incompiuta restituendo i giovani che ci avevano creduto alla loro condizione di abulia. Ma analogie possono essere ritrovate anche con il film di Federico Fellini I vitelloni (1953) dove anche ritroviamo personaggi che, come il Serag di Cossery, esprimono il sogno di andare verso la grande città per lavorare, per realizzarsi. Alla fine uno di loro, Morando, partirà davvero. Non così nel romanzo di Cossery dove questi sogni si rivelano velleitari e impraticabili. Come certi inetti personaggi di Čechov che aspirano a essere salvati dal lavoro, Serag «si esaltava al pensiero della faticosa impresa in cui stava per lanciarsi. Avrebbe condiviso la sorte dell’umanità e partecipato alle energie che reggevano il mondo. La sua vita non sarebbe più stata inutile. Un’esistenza avventurosa, pullulante di imprevisti, l’aspettava. Era impaziente di arrivare in città» (p. 183). Ma poi non ha l’energia fisica e mentale per portare avanti il suo progetto e il legame regressivo con la casa del sonno che intendeva abbandonare alla fine lo avvince di nuovo a sé, gli fa rinunciare al viaggio intrapreso: «legami sottili, fatti di torpore e d’indicibili sonni, lo univano al destino che voleva tradire. Era stato pazzo a credersi differente dai suoi, e votato allo sforzo gigantesco e fastidioso degli uomini. Tutto ciò era soltanto vanità puerile. Si mise a pensare con terrore alle trappole malefiche della grande città» (p. 184). E ritorna così sui suoi passi.

Samonà sostiene che il romanzo «tesse uno dei più bei elogi letterari dell’ozio e […] ci porta a riflettere sul nostro modo di essere […] perché il non fare, il sonno costituiscono […] veri e propri strumenti di insurrezione contro la società fondata sul lavoro, cioè sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, con tutte le relative menzogne che essa implica» (XXII), ma è difficile non percepire quanto di angosciante traspare dalla citazione che ho appena riportato relativa alla rinuncia di Serag. Credo in effetti che la rivendicazione del diritto all’ozio sia solo una faccia del significato del romanzo, che se da una parte ci racconta con qualche simpatia di questa protesta estrema contro l’ordine vigente del mondo, dall’altra ci mostra anche come si tratti di una protesta assurda, disperata, autodistruttiva e in definitiva nichilistica.

In questo senso è giusto il richiamo di Samonà a quello che potrebbe essere considerato l’antenato ideale di questi fannulloni, quel Bartleby inventato da Melville (1853) che davanti ad ogni invito ad agire, a muoversi, a reagire rispondeva con il suo memorabile: «I would prefer not to…». Più il mondo si dimostra in preda ad un attivismo vorticoso ma anche fine a se stesso e privo di direzione e più siamo in grado di percepire la potenza evocativa della terribile frase enunciata dal povero scrivano; più cresce cioè sotto traccia una specie di disgusto per tutta quell’agitazione, un desiderio di nulla. Ecco perché questo libro di Cossery è bifronte: da una parte ci racconta delle resistenze al progresso che provengono da certe periferie sottosviluppate del mondo, ma dall’altra anticipa su un rifiuto più radicale di quel progresso, un rifiuto che però non ha niente di consolante e promettente, come ce l’hanno invece certi elogi dell’ozio, ma mette inquietudine, perché ci ricorda che siamo fatti anche di un ineliminabile bisogno di nirvana e morte.

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4 Risposte to “Albert Cossery, “I fannulloni nella valle fertile””

  1. Anna Maria Bonfiglio Says:

    Bellissima esposizione, scritto sul quale è interessante riflettere.

  2. Luciana Battan Says:

    “C’è in effetti qualcosa di epico in questo romanzo familiare che racconta essenzialmente di una volontà di sonno e assenza dal mondo che niente e nessuno riesce a vincere.”
    Colgo, oggi, questo passo come un’autentica verità. L’epica del sonno, bandita quasi dal nostro vivere che invece è soltanto, o quasi, azione. Azioni su azioni in un caotico susseguirsi, azioni per arrivare a… per difendersi da… per contrastare chi… Una vita fisica e interiore frenetica e pertanto malefica. Questa sera vorrei essere uno dei membri di questa famiglia “illuminata” e che sonno sia, in quel placido nullafacente che ho, purtroppo, dimenticato. Saluti e che Dio ci guardi.

  3. pococurante Says:

    Tutto il tempo passato da svegli è tempo perso.

  4. “Grida quando stai bruciando” | vibrisse, bollettino Says:

    […] di letture e scritture a cura di giulio mozzi « Albert Cossery, “I fannulloni nella valle fertile” […]

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