Posts Tagged ‘Stefano Brugnolo’

Che cos’è il libro “Fiction 2.0” del 2017 e in che cosa è diverso dal libro “Fiction” del 2001

6 luglio 2017

Un certo numero di Giulio Mozzi

di giuliomozzi

Un uomo ha un’intuizione. Comincia a scrivere un romanzo. Scrive con foga, quasi senza pensare, come se una voce gli dettasse da dentro. Ha la sensazione che ciò che sta scrivendo sia bello. Porta i primi capitoli a un suo professore. Il professore legge, è perplesso, fa due controlli, poi meravigliato dice: “Figliolo, ma tu hai semplicemente copiato il Don Chischiotte di Cervantes!”. L’uomo, che non ha mai letto il Don Chisciotte, resta sbalordito.

Questa è la storia, notissima, raccontata da Borges nel racconto intitolato appunto Pierre Menard, autore del “Chisciotte”. Ma non è importante la storia in sé, quanto uno dei possibili significati proposto da Borges: il Don Chisciotte scritto da Cervantes all’inizio del Seicento e quello scritto da Pierre Menard in pieno Novecento, per il solo fatto di essere scritti da autori diversi e in tempi diversi, benché identici parola per parola sono due libri completamente diversi. Il Don Chisciotte cervantino, per dire, non potrà che essere letto alla luce della cultura spagnola del Seicento; quello di Menard alla luce di quella francese del Novecento. Eccetera. Ma vi ho ingannati.

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Complesso non coincide completamente con complicato

21 aprile 2017

L’attuale Biblioteca universitaria alessandrina

di Fiammetta Palpati

[Gli altri articoli della discussione in corso].

Provo a contribuire con una digressione a questo interessante dibattito innescato da Policastro, rilanciato da Mozzi e ripreso, nei suoi diversi addentellati, dai numerosi e rilevanti interventi.

Molto interesse hanno suscitato in me – per ragioni anche personali – soprattutto i contributi che, esplorando le coppie antinomiche «facile/difficile» e «semplice/complesso», hanno cercato di distinguere e semplificare una materia che è – appunto – complessa. Tanto più se si estende l’osservazione al di fuori dall’ambito letterario e si instaurano parallelismi tra diverse forme artistiche, o mezzi espressivi, o di dichiarato intrattenimento (e con questo ultimo termine ho già evocato, senza distinguere, ahimè, annose questioni sul «valore» del mezzo, quando non dell’opera). Mozzi ha sostenuto che si è generata una certa confusione (e se lo dice lui sarà bene fidarsi) tuttavia se semplificare è l’atto di ridurre dal molteplice all’unico (il semplice è, primariamente, il costituito da un unico elemento – il «piegato una sola volta» dell’etimologia – e solo secondariamente – in modo figurativo – sinonimo del facile) io sono ben contenta che tutto ciò che ho letto in questi giorni, e su cui ho ragionato, abbia contribuito innanzitutto a rendere più complesso – e quindi più ricco, più sfaccettato, più piegato – il mio pensiero in merito a certe questioni letterarie. Farò del mio meglio per contribuire alla confusione.

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Albert Cossery, “I fannulloni nella valle fertile”

16 gennaio 2017

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di Stefano Brugnolo

E’ uscito nel 2016 per Einaudi un romanzo di Albert Cossery I fannulloni nella valle fertile (pp. 185, euro 18,50), originalmente pubblicato nel 1948. Cossery era nato in Egitto nel 1913, ma a partire da questo suo romanzo ha sempre scritto e pubblicato in francese, fino alla sua morte avvenuta nel 2008, a Parigi, dove dal 1955 viveva in una stanza dell’Hotel Lousiane, un piccolo albergo di Saint-Germain de Prés. Si tratta a suo modo di un autore leggendario che finalmente viene tradotto in italiano grazie a Giuseppe A. Samonà che cura anche un’ottima introduzione, intitolata “La rivoluzione del non fare” dove ci vengono date le coordinate fondamentali per comprendere l’originalissimo e appartato mondo di Cossery.

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Dieci cose che Giulio Mozzi intende fare nel corso del 2015

29 dicembre 2014

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La formazione dell’insegnante di scrittura creativa, 1 / Giulio Mozzi

4 dicembre 2014

di giuliomozzi

[Considerata la pericolosità della rubrica, ho ritenuto opportuno fare io la prima puntata. In magazzino ho già gli articoli di Livio Romano e di Enrico Ernst. Il giorno fissato è il giovedì, ma temo che sarà difficile tenere il ritmo settimanale. Chi volesse proporsi mi scriva, mettendo nell’oggetto il titolo di questa rubrica. gm]

1994

1994

Il 30 aprile del 1993 pubblicai il mio primo libro di racconti. Non era il mio primo libro: negli anni Ottanta, quando lavoravo nell’ufficio stampa della Confartigianato veneta, mi era capitato di scrivere – oltre a innumerevoli comunicati stampa, discorsi, articoli – anche opuscoli e veri propri libri; di altri opuscoli e libri, non scritti da me, avevo curata l’edizione e la revisione. Mi fa piacere ricordare due persone che in quegli anni mi insegnarono molte cose: Guido Lorenzon e Maurizio Pescarolo.

Nel giugno del 1993 mi telefonò Roberto De Gaspari, che non conoscevo. Mi raccontò di aver fondato a Padova un nuovo circolo Arci, “Lanterna magica”, e mi chiese se ero disponibile a tenerci dei corsi di “scrittura creativa”.
Non lo so, risposi. Devo pensarci. Non so che cosa è che s’intende, con le parole “scrittura creativa”.
Restammo d’accordo di sentirci a settembre.

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La formazione della scrittrice, 8 / Giovanna Frene

2 marzo 2014

di Giovanna Frene

[Questo è l’ottavo articolo di una serie che spero lunga e interessante. Ringrazio Giovanna per la disponibilità. Chi volesse proporsi, mi scriva mettendo nell’oggetto le parole “La formazione della scrittrice”. gm]

Il logos non ha nulla a che vedere, al principio, con la letteratura

giovanna-freneSe devo ripensare a come mi sono imbattuta nella poesia, e a come non sia più riuscita a liberarmi dal suo abbraccio, mi viene in mente uno tra i bellissimi Proverbi infernali di William Blake: “Improvement makes straight roads, but the crooked roads without Improvement are roads of Genius” [“Le migliorie raddrizzano le strade; ma le vie tortuose e prive di migliorie sono quelle del genio”, traduzione di G. Ungaretti]. Dico imbattuta, perché niente nel mio destino poteva neppure minimamente preludere a un mio coinvolgimento nella scrittura, figuriamoci in quella poetica. Questo me lo fece notare molto più tardi Zanzotto, il quale sottolineò per primo, con mia sorpresa, come fosse davvero notevole il mio essere stata in grado da sola, malgrado le mie origini, il luogo di nascita e la mia condizione sociale, di scoprire e far fiorire il mio talento. Dico questo con la serenità non di chi ha qualcosa di cui vantarsi – intendo né del talento, né della capacità di averlo fatto fruttare -, ma con lo stupore di avere visto venire verso di me la parola poetica nella sua incredibile gratuità. Questo stupore mi fa scrivere ancor oggi. Questa parola poetica, prettamente materna, mi ha sedotto nei modi e nei travestimenti più impensati, fino a rivelarsi come la mia vera vocazione.

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Stanlio e Ollio, ovvero dell’impossibilità di applicare le istruzioni per essere normali

17 settembre 2013

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“Le viscere della coscienza”

6 gennaio 2011

di Annalisa Bruni

[Questo articolo apparve nella rivista Nexus nel corso del 2000].

ilmalenaturaleUna mano adulta sbuca tra le gambe serrate di un corpo morbido e ne attanaglia nella sua morsa il ventre, penetrandolo quasi con dita spalancate a ventaglio: questa immagine forte, realizzata con una fotografia in bianco e nero molto sgranata, è stata scelta da Mondadori per la copertina dell’ultima raccolta di racconti, Il male naturale, di Giulio Mozzi (febbraio 1998). Niente avrebbe potuto sintetizzare meglio il lavoro di questo scrittore che nel giro di pochi anni si è imposto con autorevolezza nel mondo letterario italiano. Ciò che Mozzi racconta (fin dalla prima prova, Questo è il giardino, Theoria, 1993, ripubblicato da Mondadori nel 1998) attanaglia infatti le viscere della nostra coscienza, mettendoci di fronte al mondo visto e vissuto da chi non lo potrebbe altrimenti raccontare: un ladro che scrive una lettera alla sua vittima, consapevole di averne violato l’intimità; un apprendista che motiva il suo desiderio di mantenersi gregario, per esempio. Così anche nel secondo libro, La felicità terrena (Einaudi, 1996), Mozzi dà voce a chi, da sempre, non ce l’ha: un’impiegata delle poste chiusa nella sua disperata follia, una madre che reagisce alla morte del suo bambino creando rituali quotidiani d’amore che glielo mantengano vivo, e altre figure borderline, anime spezzate dalla fatica di vivere, dall’essere diverse o problematiche. Piccole esistenze descritte con un linguaggio preciso, mai ridondante, che si sofferma sui dettagli, che analizza la realtà come se fosse la trama di un tessuto da osservare al microscopio, con lucida partecipazione.

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