“Grida quando stai bruciando”

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camus[Ho letto con interesse l’articolo del Professor Brugnolo “I fannulloni nella valle fertile” di Albert Cossery e propongo come umilissimo controcanto questo scritto (un temino) su “La peste” di Albert Camus scritto di getto qualche mese fa. Se Cossery mi sembra riprendere e ampliare Gončarov, Camus mi sembra riprendere Balzac. La questione posta dal mio intervento credo sia principalmente: alcune cosiddette allegorie del ‘900 non sono un po’ troppo artificiose? mc]

di Marco Candida

Iniziamo con un paragrafo delle Illusioni Perdute di Balzac:

“La necessità di coltivare il padre, del quale la signora de Bargeton aspettava l’eredità per andare a Parigi, e che invece li fece aspettare tanto che il genero morì prima di lui, costrinse il signore e la signora de Bargeton ad abitare ad Angoulême, dove le brillanti qualità della mente e le ricchezze naturali celate nel cuore di Naïs dovevano perdersi senza frutto, e col tempo diventare addirittura ridicole. In effetti, i nostri lati ridicoli sono in gran parte originati da un bel sentimento, da virtù o da facoltà spinti all’eccesso. La fierezza, non attenuata dalla pratica del gran mondo, si trasforma in durezza quando si esercita sulle piccole cose invece di spaziare in una sfera di sentimenti elevati. L’esaltazione, questa virtù nella virtù, che genera i santi, che ispira dedizioni segrete e stupende poesie, diventa esagerazione quando si appiglia alle inezie della provincia. Lontano dall’epicentro in cui brillano i grandi intelletti, in cui l’atmosfera è carica di pensiero, in cui tutto si rinnova, l’istruzione invecchia, il gusto si altera come un’acqua stagnante. Per mancanza di esercizio, le passioni si rimpiccioliscono ingrandendo le cose trascurabili. Ecco la causa dell’avarizia e dei pettegolezzi che appestano la vita di provincia. La persona più degna è portata in breve ad imitare le idee ristrette e le maniere meschine. Così soccombono uomini nati per essere grandi, donne che, se emendate dagli insegnamenti del mondo e formate da spiriti superiori, avrebbero potuto diventare delle creature affascinanti” (Neretto mio, ndr)

In fondo, Albert Camus, nella Peste, si è ispirato molto a Balzac. Ha preso una cittadina di provincia e ha mostrato come abitudini e vezzi proseguano anche se in questa cittadina sopraggiunge il morbo della peste. Questo, l’assurdo di Camus – che Balzac, nel profluvio del secondo capitolo delle Illusioni Perdute, definisce “ridicolo”. L’assurdo sta nel continuare a far le cose, anche se non ha più senso farle. Camus si appropria di un aspetto della “commedia umana” di Balzac, e lo espande, facendolo diventare il caposaldo di un intero sistema filosofico. Il provincialismo è specchio di una condizione esistenziale. Il provincialismo è ritagliarsi un’isola, un vivere scollegato, una sorta di volontaria auto-emerginazione.

Anche nel primo romanzo di Camus c’è già qualcosa di simile. Lo straniero è la storia di un uomo comune, un impiegato, che non prova nulla per la vita: solo sentimenti di apatia. Questo, molto più del mero dato anagrafico, lo rende straniero, nella sua città. E, a ben guardare, il concetto di “straniero” include il concetto di “estraneità”. Chi più estraneo di uno straniero? Ma il concetto di “estraneità” include, a sua volta, il concetto di “esclusione”. Per quanto si possa essere gentili con lui, infatti, un estraneo non lo si mette mai a parte di tutto, da qualcosa lo si esclude sempre. Ecco, dalla dimensione individuale di estraneità, emarginazione, isolamento ed esclusione dello Straniero si passa, nella Peste, a una dimensione collettiva degli stessi stati dell’esistenza. Il provincialismo è una forma di auto-emarginazione, di chiusura nei confronti del mondo. Camus lo dimostra narrando una situazione-limite (una cittadina di provincia infestata dalla peste) che conduce all’assurdo.

bukSolo che, in questo romanzo, arriva la pagina 98, almeno nell’edizione dei Tascabili Bompiani, che viene presa qui come riferimento. E questa pagina, a chi sta redigendo il presente scritto, ha fatto venire in mente le parole di un altro scrittore, Charles Bukowski, contenute nel racconto Grida quando stai bruciando nella raccolta Musica per organi caldi:

Andò a versarsi uno scotch con acqua, lo portò in camera da letto, si tolse la camicia, i calzoni, le scarpe e le calze. Rimase in mutande e andò a letto con il drink. Era mezzogiorno meno un quarto. Niente ambizione, niente talento, niente opportunità. Solo la fortuna gli aveva impedito di finire in strada, ma la fortuna non durava in eterno. Vuotò il bicchiere e si stirò. Prese L’uomo in rivolta di Camus e ne lesse qualche pagina. Camus parlava di angoscia, di terrore e dell’infelicità della condizione umana, ma ne parlava in modo così sereno e fiorito…il suo linguaggio era tale da dare l’impressione che niente sarebbe mai riuscito a scalfire né lui né il suo stile. In altre parole, era lo stesso che se tutto fosse andato nel migliore dei modi. Il suo modo di scrivere era quello di un uomo che aveva appena finito di mangiare una grossa bistecca, con contorno di insalata e di patate fritte, accompagnandola con una bottiglia di buon vino francese. Forse l’umanità soffriva, ma lui no di sicuro. Molto saggio da parte sua, ma Henry preferiva qualcuno che urlasse quando il mondo andava a fuoco.

Il dubbio che viene, leggendo questo autore così pieno di profondità e saggezza, è: ma questo autore, così pieno di profondità e saggezza, lo sa davvero di che cosa sta parlando? Non è possibile che in Albert Camus, che nella sua vita fece anche l’attore, ci fosse un pizzico di ipocrisia? Leggiamo a pagina 98 del romanzo La peste nell’edizione dei Tascabili Bompiani:

“Dopo tutto?” disse piano Tarrou.

“Dopo tutto… “ ricominciò il dottore, ancora esitando, con lo sguardo attento su Tarrou, “è una cosa che un uomo come lei può capire, vero, ma se l’ordine del mondo è regolato dalla morte, forse val meglio per Dio che non si creda in lui e che si lotti con tutte le nostre forze contro la morte, senza levare gli occhi verso il cielo dove lui tace”

“Sì” approvò Tarrou “posso capire. Ma le vostre vittorie, ecco, saranno sempre provvisorie”

Rieux sembrò rattristarsi.

“Sempre, lo so. Non è una ragione per smettere la lotta”

“No, non è una ragione. Ma immaginiamo allora cosa può essere questa peste per lei”

“Sì” disse Rieux, “un’interminabile sconfitta”

Tarrou fissò un attimo il dottore, poi si alzò, dirigendosi pesantemente verso la porta, seguito da Rieux. Questi lo aveva raggiunto quando Tarrou, che pareva si guardasse i piedi, gli disse:

“Chi le ha insegnato queste cose, dottore?”

La risposta fu immediata.

“La miseria”

 

Questo passaggio riassume l’idea fondamentale di un altro scritto di Camus, molto importante: Il mito di Sisifo. Nella mitologia greca Sisifo è l’eroe delle imprese assurde. Sisifo vuole incatenare la Morte – come, in fondo, il dottor Rieux della Peste. E soprattutto, è famoso per essere stato condannato a trasportare a forza di braccia un masso pesantissimo sulla sommità di una collina per poi vederlo inesorabilmente rotolare a valle. Ora, questa immagine si presta molto bene a rappresentare le abitudini degli uomini. Uomini e donne compiono quotidianamente una quantità di gesti sempre uguali a se stessi. Non solo, ma questi gesti sono, spesso, del tutto vani, inutili. L’immagine si presta anche alle fissazioni, ai rovelli che ciascuno di noi si porta dentro. Ai tentativi inutili. E si presta anche a rappresentare le imprese vane, come quelle che il dottor Rieux sta compiendo nella cittadina algerina di Oriano. Ma, c’è un problema. Qualcosa che Camus sembra dimenticare, o voler considerare, con imbarazzo, come dato secondario.

Proseguiamo con la lettura. Pagina 101.

Non è intenzione del narratore di dare a queste informazioni sanitarie più importanza di quanta n’ebbero. Al suo posto, è vero che molti nostri concittadini cederebbero, oggi, alla tentazione di esagerarne la portata; ma il narratore è piuttosto tentato di credere che dando troppa importanza alle buone azioni si finisce con rendere omaggio indiretto e potente al male: allora, infatti, si lascia supporre che le buone azioni non hanno pregio che in quanto sono rare e che la malvagità e l’indifferenza determinano assai più frequentemente le azioni degli uomini. E questa è un’idea che il narratore non condivide. Il male che è nel mondo viene quasi sempre dall’ignoranza, e la buona volontà può fare guai quanto la malvagità, se non è illuminata. Gli uomini sono buoni piuttosto che malvagi, e davvero non si tratta di questo; ma essi più o meno ignorano, ed è quello che si chiama virtù o vizio, il vizio più disperato essendo quello dell’ignoranza, che crede di saper tutto e allora si autorizza a uccidere. L’anima dell’assassino è cieca, e non esiste vera bontà, né perfetto amore senza tutta la chiaroveggenza possibile.

Il romanzo, fino a qui, e oltre, è costellato di perle di saggezza: aforismi difronte ai quali non si può provare altro che commozione data la loro profondità. Profondità, sì: perché fanno scorgere agli altri qualcosa che prima non si vedeva; quando l’intelligenza, invece, è solo: dimostrare agli altri di saper vedere. Incontrando il paragrafo appena riportato, però, si percepisce un doppiofondo di compiacimento nella “chiaroveggenza”, e questo, forse, stona un pizzico. E poi, che cosa sarebbero, nel caso della Peste, queste “buone azioni”? Le “buone azioni”, nel romanzo di Camus, sono un gesto di volontariato: le formazioni sanitarie concernenti cosa sia di preciso il morbo che sta mettendo in ginocchio la cittadina di Oriano. E a pagina 105 apprendiamo, in un paragrafo, che a causa di queste formazioni sanitarie…

“Il suo lavoro (di Rieux) ne sofferse e il capufficio glielo rimproverò severamente ricordandogli che lui era pagato per compiere un lavoro che precisamente non compiva. “Pare” aveva detto il capufficio “che lei faccia un servizio volontario nelle formazioni volontarie, oltre al suo lavoro. La cosa non mi riguarda. Ma quello che mi riguarda è il suo lavoro. E la prima maniera di rendersi utile in queste terribili circostanze è di far bene il proprio lavoro. Se no, il resto non serve a niente”

“Ha ragione” disse Grand a Rieux.

“Sì, ha ragione”, approvò il dottore.

“Ma io sono distratto, e non so come uscirne con la fine della mia frase”

Quest’ultima battuta, pronunciata da Grand, sembra mettere un po’ in burletta il richiamo del capoufficio. Dunque, da che parte sta, Camus? L’individualista anarchico Camus? Davvero, Camus, è tentato di far passare per “buona azione” un gesto di volontariato, peraltro dal suo narratore descritto, in quel contesto, come assolutamente necessario? Sarebbe questa, per Camus, una buona azione? Sono questo genere di azioni, le azioni che compiono gli eroi? Viene in mente il Cardinal Borromeo, nei Promessi Sposi, del Manzoni. Durante la peste, a Milano, il buon Federigo si prodiga, pur con qualche errore, in mille modi, arrivando a spogliarsi anche dei suoi averi. Ma, i tempi cambiano, evidentemente: e poi, non bisogna confondere santi ed eroi. Eppure, l’insistenza del tono glorioso assunto dal dottore, dopo un po’, porta a rivolgersi una semplice domanda: non consideri che questo è il mestiere che ti sei scelto, e che prendi uno stipendio, per questo mestiere? Sì, Camus lo considera, ma, nel suo romanzo, sembra mettere su un piano secondario, come abbiamo anticipato, questi aspetti. Ci vuole eroismo, per operare in mezzo alla peste. Altri se la squaglierebbero.

Ma, Albert Camus, così saggio e profondo, ripetiamolo ancora, sa davvero di che cosa sta parlando? Ecco perché Charles Bukowski, in fondo, non aveva torto a fiutare odore di bruciato. Bukowski ha fatto i peggio lavori, nella sua vita, e per uno schifo di paga. E c’è un sacco di gente che fa lavori degradanti, e usuranti, per la paga. In più, dobbiamo pur ricordarci che tutti siamo utili, ma nessuno indispensabile. Se Rieux vuole andarsene, qualcuno pronto a sostituirlo (qualcuno con figli e famiglia, magari), lo si troverà, senz’altro. Forse pensa di esserlo, ma non è poi così speciale, Rieux. Sembra che Camus, tutto questo, non lo consideri – o lo consideri, ma come piccineria. Qui sta l’ipocrisia: far finta di sapere qualcosa che non si sa. E questo qualcosa che non si sa è che c’è molta più gente di quanto Camus creda pronta a fare sacrifici, sacrifici terribili e inumani, pur di lavorare, portare a casa la pagnotta, pagare le bollette.

Forse questi pensieri vengono oggi, perché rispetto al “194…” i tempi sono cambiati. Nel “194…” l’idea di operare in condizioni di rischio assoluto, e di dedicarsi al volontariato, appariva, o poteva venire presentato, come un atto di eroismo. Oggi, nonostante le conquiste dello “Stato Sociale” (che le opere, i pensieri e l’operato tout-court di Camus stesso hanno, in modo determinante, contribuito a fondare e rinforzare) quanto volontariato, ciascuno di noi, ha fatto, nella sua vita? Quanto lavoro si è fatto, senza ricevere in cambio nulla? E quante persone, oggi, accetterebbero qualsiasi incarico, pur di avere una paga, pur di provvedere a chi devono provvedere? Ci sono associazioni di medici e docenti che vanno nelle zone più calde del mondo: e ancora, magari, su di loro oscillano ombre, sospetti. Viene da pensare, leggendo Camus, che i tempi, in fondo, cambiano.

Altro che “assurdo”.

E’ vero, una cittadina colpita dalla peste che seguita indefessamente nei propri affari quotidiani sembra un assurdo. Perché non scappano? Perché rimangono lì? Ma come può Camus non considerare che gli abitanti di quella cittadina hanno famiglia, un lavoro e una casa; e che andarsene significherebbe non avere più casa e lavoro generando anche, a poco a poco, una disgregazione del nucleo familiare? Come ha potuto, Camus, ergersi così stoltamente a giudice della vita di centinaia e centinaia di individui elaborando la categoria dell’assurdo? Forse, la vita non è un assurdo: forse è Albert Camus a non averla compresa. Già, perché per Camus, nel Mito di Sisifo, la domanda fondamentale per ogni uomo è: vale la pena o no di vivere la vita? Il problema di questa domanda apparentemente ineludibile (e che qui non è un ingrandimento, bensì una specificazione di altre domande, di altri autori, quali “Perché l’essere e non il nulla?” e “Essere o non essere?”) è che si tratta la vita come un oggetto nelle nostre mani. Ma, e se fossimo noi a essere nelle mani della nostra stessa vita? E’ la vita a chiamarci, e a comandarci; e noi le ubbidiamo. Ci vuole un atto di grande dominio intellettuale per rivolgersi la domanda: “Vale o no la pena di vivere la vita?”. Perché è la vita, spessissimo, che ci vive, imbrigliandoci nelle sue regole e nelle sue situazioni: e poi, ci sono i sentimenti, che sono le regole più importanti. Non è necessariamente vero, come sostiene Camus, che sia la morte a regolare la vita: piuttosto l’amore, e la mancanza di amore. Non facciamo le cose perché c’è la morte, ossia La Grande Scadenza da Rispettare Prima Che Il Prodotto Vita Scada. Le facciamo, invece, per amore. Ci innamoriamo, dimenticandoci della Grande Scadenza.

Sembra quasi che sia l’autore stesso a nascondersi nei suoi personaggi quando nella Peste, a pagina 100, scrive:

“Lei crede di conoscere tutto della vita?” domandò Rieux.

La risposta venne nel buio, data dalla stessa voce tranquilla:

“Sì”

Nemmeno Oscar Wilde avrebbe elaborato un calembour più sfrontato di questo!

Magari, la categoria dell’assurdo nasconde, dopo tutto, un’altra parola: deresponsabilizzazione. L’uomo esistenzialista: l’uomo del sottosuolo, il K. kafkiano, il Leopold Bloom di James Joyce, il proustiano Marcel, gli uomini senza qualità…; costoro, vivono una vita priva di responsabilità dirette. Sono turisti, del mondo e della vita. Vedono le cose capitare, ma non c’è coinvolgimento. Sì, ho ucciso un uomo, ma, in fondo, che finisca in gattabuia non ha altre conseguenze che per me stesso – e questo è Lo straniero di Camus, il quale romanzo sembra un approfondimento, se vogliamo, di un altro grande archetipo novecentesco ossia il Bartleby di Melville. Se le azioni che compiamo non hanno conseguenze su nessuno eccetto che sulla nostra vita, allora ecco il rischio dell’apatia, dell’indifferenza. Persino l’idea della morte può essere accarezzata, perché se muoio non trascino nella disgrazia altri che me stesso. E poi, va pur sempre considerato che far terminare la propria vita dipende, nella maggioranza dei casi, dal non avere più scelta. Non si decide di farla finita, con la vita, per la malattia; ma quando quella malattia porta diritto a sofferenze atroci. Anche qui, Camus afferma, ma non analizza fino in fondo, distinguendo tra morte e morte, causa e causa. Dice, nel Mito di Sisifo che c’è una causa, ma questa non giustifica, veramente. Invece, no. Se si distingue, ci si rende conto che certi gesti si compiono quando non è rimasta scelta.

camus-la-pesteSarebbe credibile un racconto dove un uomo a cui va tutto bene, ed è felice, decidesse di scegliere di morire?

Anche questo sarebbe un “assurdo”. Ma un “assurdo” dell’uomo e non della vita.

La disperazione è non avere scelta.

La domanda di Camus “Vale o meno la pena di vivere la vita?”, potrebbe anche essere riformulata così: “Sono degno di vivere la vita? La merito? E cosa faccio per meritarmela?”.

Cambio di prospettiva, che muta tutta la questione.

Supponiamo di riscrivere il mito greco di Sisifo. E di riscriverlo così: Sisifo non è più condannato a fare quello che fa, viene invece pagato per fare quello che fa: pagato per portare il masso sulla sommità della collina e accettare che questo rotoli inesorabilmente a valle. Sempre lo stesso masso. A questo punto, come minimo, ci verrebbe voglia di domandarci: perché Sisifo non si cerca un lavoro migliore? D’accordo la paga, ma… che razza di lavoro è mai quello? Fatta questa domanda, potrebbe poi venire voglia di domandarsi: ma chi è Sisifo? Forse Sisifo è talmente stupido da non saper fare altro che quel lavoro, o si crede talmente stupido da non saper fare altro nella vita? O forse Sisifo non ha scelta. Qualcuno minaccia Sisifo? Forse Sisifo ha legami fortissimi con alcune persone, e quella paga gli serve per quelle persone – anche perché lui, impegnato ventiquattrore su ventiquattro, quando la ritira, la paga? Insomma, come si vede, prendere a prestito un mito, e farlo diventare il vessillo di un sistema di pensiero, è operazione che va fatta con accuratezza. Bisogna, prima, considerare, per bene, ogni aspetto, di questo mito. Altrimenti, si rischia di raccontare, più che altro, bugie. Di spacciare un fraintendimento per la verità.

Ecco, un elemento spicca dall’analisi del romanzo di Albert Camus La peste: l’importanza dei soldi. I soldi, nelle storie, sono sempre importanti. Lo sono quando ci sono e lo sono quando non ci sono. Lo sono quando a essi si attribuisce importanza e quando si cerca di trattarli, con imbarazzo, come elementi secondari. Ricordiamoci che i soldi, giusto o sbagliato, per alcuni sono un dio. Sul dio denaro si fondano atteggiamenti religiosi, credi, sette. Perciò, mai si può fare come se i soldi non ci fossero, in un romanzo, in una storia. Se lo faccio, la pago con un ammanco di credibilità. A pagina 98 La peste scricchiola perché Rieux si comporta come se non ricevesse compenso per ciò che fa, e come se fosse unico e indispensabile. E ricordiamoci che La peste è un romanzo, non una storia vera: in un romanzo tutto è messaggio, specie in un romanzo stupendamente incastonato di perle di saggezza, e superbamente scritto, come quello di Albert Camus. Se la cronaca di Rieux si limitasse all’esposizione di ciò che Rieux fa e basta, allora Rieux ispirerebbe solo ammirazione. Ma Rieux come Meursault non è un eroe, a causa delle sue dichiarazioni: fa quel che fa, ma non per una necessità stretta. Lo fa in modo esistenzialista, senza ragione: per vedere com’è, per curiosità. Sì, si rende utile, eccetera. Ma non può pretendere nulla, giacché potrebbe essere sostituito da un altro “eroe” dal municipio e dal capoufficio in qualsiasi momento.

Duro a dirsi, forse; ma, è così.

Siamo partiti da Balzac e a Balzac facciamo ritorno. Balzac descrive una situazione di provincialismo, e le sue parole sono più o meno condivisibili. Camus, invece, nella Peste, offre una visione drammatizzata e sovraccarica del “provincialismo”. Esagera i toni. Distorce la visione. Albert Camus non individua una metafora di qualcosa di più grande in un aspetto precipuo della realtà, ma edifica artificialmente una metafora, rivestendola di realismo, di verità.

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5 Risposte to ““Grida quando stai bruciando””

  1. rossana v. Says:

    Non dimentichiamo che Sisiso, in fondo, quando è sulla cima della montagna è felice. Forse è la stessa felicità dell’autore, che sa bene di aver colto nel segno. Quindo potrebbe aver ragione anche Bukowski, tutto torna.

  2. Claudia Pillonca Says:

    È possibile che Camus, nel rappresentare la provinciale e ottusa Orano (non Oriano, comunque) si sia ispirato in qualche modo a Balzac, ma i riferimenti letterari nel romanzo sono molti e complessi, da Dostoevskij a Kafka, dal Defoe del Journal of the Plague a Tucidide e a Sartre. C’è anche da ricordare che quando il romanzo è uscito, nel 1947, i suoi lettori avevano bene in mente l’indifferenza della gente comune di fronte all’orrore: più che dalla letteratura, Camus aveva preso spunto dalla storia recente.
    Per quanto riguarda il “pizzico d’ipocrisia” attribuito nell’articolo a Camus, sottolinearlo adesso, dopo la celeberrima polemica in proposito tra Camus e Sartre, non aggiunge elementi a una questione ampiamente dibattuta (fra l’altro, molti anni dopo Sartre si è in parte ricreduto, riconoscendo come autentica la tensione etica nell’opera di Camus).
    In che senso Bartleby lo scrivano di Melville, pubblicato a metà Ottocento, è un “archetipo novecentesco”?

  3. marcocandida Says:

    Le dirò, Claudia, Camus mi sembra un Sarte-che-ha-accettato-il-Premio-Nobel. Camus ha insegnato all’Occidente che si può provare nausea o apatia per tutto e ritirare tranquillamente il Premio Nobel alla cassa. Perché no?
    In fondo, cos’è, La peste? La Peste è un romanzo su quanto sia ingiusto e scorretto non pagare le ore extra di lavoro. E quanto sia onorevole fare corsi di formazione informazione su base volontaria. Mi viene quantomeno da pensare che i tempi da allora sono cambiati. Una volta a un uomo non sarebbe nemmeno venuto in mente un solo istante di cedere un grammo del proprio tempo in cambio di nulla. Solo in una distopia surreale si poteva immaginare di farlo: e poi ancora, chi anche solo lo immaginava, si prendeva riconoscimenti di grandezza a non finire.
    Quanto tempo ci è stato rubato, servendosi delle parole di Camus?

  4. Claudia Pillonca Says:

    Con tutti i suoi limiti ideologici, la Peste racconta, con ognuno dei suoi personaggi, una diversa posizione intellettuale di fronte alle tragedie della storia: c’è chi volta le spalle, chi si arrende, chi si rifugia nella creazione artistica, chi dà un’interpretazione religiosa, chi cerca di cambiare le cose anche se sa che forse è tutto inutile. Che parlasse anche di ” quanto sia ingiusto e scorretto non pagare le ore extra di lavoro. E quanto sia onorevole fare corsi di formazione informazione su base volontaria.” sinceramente, non lo avevo capito. Visto che si tratta di un’opera di fiction fortemente allegorica, applicarle categorie di natura contrattuale e previdenziale mi sembra strano, un po’ come lo sarebbe chiedersi se Ettore era assicurato, se prendeva lo straordinario o se Priamo gli versava i contributi.

  5. marcocandida Says:

    Claudia, un’opera di fiction fortemente allegorica deve comunque ricordarsi che se vieni pagato un motivo c’è. Quello di Rieux è un mestiere atroce, e Rieux ha tutti gli onori nel farlo, ma è il suo lavoro. Riceve un compenso, ed è libero di andarsene.
    Concetti molto terra terra, me ne rendo conto.

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