Leggere (e rileggere) Mario Pomilio oggi, nei frammenti di un’amicizia

by

di Donatella Trotta

[continua il “convegno online” dedicato a Mario Pomilio].

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Il 4 agosto 1953, Mario Pomilio trentaduenne scriveva da Avezzano (L’Aquila) all’amico Michele Prisco, con il quale era iniziato – il 9 ottobre 1950 – un corposo carteggio che si sarebbe ben presto declinato, da un’iniziale e rispettosa colleganza, in salda, affettuosa, fedele (e reciproca) amicizia quarantennale, letteraria e umana, fondamento esistenziale e professionale, per entrambi, oltre che singolare coincidenza di destini incrociati e spunto, oggi particolarmente utile, per un esercizio postumo di “memoria attiva”:

[…] Non so come ringraziarti. Voglio però cogliere l’occasione per esprimerti per iscritto la mia riconoscenza: a voce non ne sono stato capace. La tua amicizia, la tua cordialità, il tuo incoraggiamento hanno avuto su di me un effetto veramente benefico. Per sfiducia nelle mie forze avevo ormai abbandonato da tempo ogni velleità letteraria e mi ero messo a un lavoro di critica senza soddisfazione e senza meta, solo pel puntiglio di fare qualche cosa, di non dirmi veramente vinto. Ma sarebbe difficile descriverti quanto scoramento e quanto malcontento c’era dietro quel puntiglio. Non è un caso che alla stessa poesia io abbia messo mano solo dopo averti rivisto. Avevo sempre sentito il bisogno di un amico col quale consigliarmi, dal quale farmi guidare e che, pur segnalandomi gli errori, mi indicasse le mie possibilità, mi aiutasse a chiarire me stesso. Perciò la mia riconoscenza è di quelle che non possono esprimersi a parole.

Questo passo inedito risulta, a mio avviso, particolarmente significativo per ri-avviare una riflessione, oggi, su Mario Pomilio: non tanto (o non soltanto) sul piano meramente privato, per le illuminanti tonalità, vorrei dire intime, con cui lo schivo e riservato autore abruzzese manifesta ad esempio con estrema chiarezza la sua fedeltà al sentimento del primato degli affetti, e al valore della lealtà e dell’amicizia, ben sintetizzato in un celebre passo del Commento di Giovanni Crisostomo alla Lettera ai Tessalonicesi: “Un amico fedele è un balsamo nella vita, è la più sicura protezione. Queste parole hanno senso solo per chi ha un vero amico; per chi, pur incontrandolo tutti i giorni, non ne avrebbe mai abbastanza”. Non solo. Confidando a Michele, di un anno più grande, il proprio travaglio interiore legato a precise stagioni biografiche (dall’impegno nella ricerca e nell’insegnamento, dopo la laurea in Lettere alla Normale di Pisa, attraverso il fecondo biennio di “sradicamento” europeo, vissuto con borse di studio tra le università di Parigi e Bruxelles dal 1950 al 1952, fino all’iniziale attività poetica, dispiegata tra il 1948 e la fine degli anni ’50 prima del precisarsi della sua vocazione di narratore e critico “militante” anche nel lavoro di giornalista), nella sua lettera autografa Pomilio dissemina, infatti, pure preziosi “indizi” subliminali utili a una prospettiva paratestuale (ma anche peritestuale ed epitestuale) quale quella del mio presente – e inevitabilmente sommario, in questa sede – contributo di testimonianza. E lo fa proprio alla vigilia del suo esordio narrativo con il romanzo L’uccello nella cupola, scritto tra maggio e giugno del 1953, pubblicato nel 1954 e dedicato appunto a Michele Prisco che in effetti ne incoraggiò l’uscita, seguendo l’opera sin dal suo concepimento e stesura capitolo per capitolo, poi sostenendola presso Bompiani e anche dopo, attraverso una rete di recensori e di segnalazioni (anche a Corrado Alvaro, membro della giuria letteraria del Premio Marzotto, che il romanzo di Pomilio infine vinse, segnalandosi così anche al grande pubblico).

Anno cruciale, il 1954, per entrambi gli scrittori: lo stesso Prisco infatti racconta a sua volta all’amico, nelle lettere che fino agli inizi degli anni Ottanta si sono scambiati – prevalentemente nei mesi estivi della loro lontananza fisica, spesso dai luoghi della loro “villeggiatura” – il proprio personale travaglio nel passare dall’editore Mondadori a Rizzoli per la pubblicazione del suo secondo romanzo, Figli difficili (dopo il notevole successo di critica e di pubblico subito raggiunto dall’autore originario di Torre Annunziata ma di adozione napoletana con i suoi primi due libri: la raccolta di racconti La provincia addormentata, del ’49, e il romanzo Gli eredi del vento, del ’50). E anche Michele, come Mario, tiene in debito conto i suggerimenti che sollecita al suo interlocutore privilegiato, in ogni passo del loro parallelo impegno creativo tra genesi e stesura delle opere in cantiere (con tutti i dubbi e ripensamenti non tanto sulla poetica quanto sulla loro struttura, i dialoghi, i chiaroscuri dei personaggi), scelta dei titoli, immagini di copertina e persino impostazione delle bandelle. Un meticoloso, condiviso lavorìo con una cura dal sapore artigianale; tanto che in una lettera del 9 agosto 1954 di Prisco a Pomilio, al sollecito dell’editore del “solito pezzullo di presentazione al libro da stampare sul risvolto della sovraccoperta”, Michele chiede ad esempio all’amico Mario:

[…] tutto ciò per un autore è terribilmente imbarazzante, tu l’hai provato quando si è trattato di scriverlo per il tuo romanzo, ma te la sei cavata magnificamente. Poiché conosci il mio libro, puoi provarti a buttarmi giù qualcosa? I due punti forse su cui bisognerebbe puntare, in una presentazione, penso siano: il ritratto (e il fallimento) d’una generazione, da un lato, e la denuncia dall’altro d’una società tanto più ipocrita quanto più conformisticamente per bene – ma non vorrei accentuare un carattere polemico. Vedi tu, se non te la senti non farne nulla: magari ne parleremo insieme ora che vieni.

Accenti di intima consonanza, come si vede, che adombrano le indubbie affinità elettive tra i due autori ma dischiudono pure l’uscio dell’officina dei due scrittori, ad addentrarsi in tutto il carteggio: un corpus inedito di 125 lettere, delle quali 42 di Prisco a Pomilio, custodito nel Centro di ricerca sulla tradizione manoscritta di autori moderni e contemporanei dell’Università di Pavia diretto da Maria Antonietta Grignani e, per il solo versante prischiano, nel Centro Studi Michele Prisco di Napoli, presieduto da Caterina Prisco (ne ho dato una prima comunicazione con il contributo «Caro Mario, ti scrivo…». Le ragioni (non soltanto) affettive di un carteggio inedito, ora negli Atti del convegno di studi del 13 dicembre 2012 in memoria di Carmine di Biase su Le ragioni del romanzo. Mario Pomilio e la vita letteraria a Napoli, a cura di Fabio Pierangeli e Paola Villani, Studium 2014). E ne illuminano così, oggi, i “ripostigli degli attrezzi” di quell’operosa officina, e lo spirito con il quale essi vennero usati; oltre a offrire di continuo, nell’arco temporale di più di un trentennio di questo scambio epistolare e ben oltre il suo alveo domestico, colloquiale e familiare, dettagli di grande interesse sulla scena letteraria del tempo: tra retroscena delle dinamiche editoriali, umori e malumori intorno ai premi letterari, strategie comunicative per promuovere le proprie (e altrui) opere, ritratti di alcuni dei protagonisti del tempo, dentro e fuori dalle redazioni di giornali e riviste e – soprattutto – facendoci addentrare “dietro le quinte” di tale “palcoscenico”. Dove trapela, a tratti, certo disagio interiore (e, in qualche caso, isolamento) dei due amici scrittori per restare fedeli alla propria vocazione e ai propri valori in un mondo in rapida trasformazione. Un carteggio insomma che è specchio, in altri termini, di trepidazioni affettive e intellettuali, di traiettorie esistenziali domestiche e pubbliche, di percorsi di scrittura e lettura, di gusti e consumi culturali, speranze e disillusioni, polemiche e progetti, simpatie, empatie e antipatie in una sorta di anatomia dei sentimenti, piccolo atlante delle emozioni private, geografia e storia poetica dei due autori in costante dialogo.

Ma torniamo a Mario Pomilio, e al fatidico 1954, con un altro breve frammento epistolare che bene adombra quanto accennavo sopra. Il primo luglio 1954, da Sulmona, così l’inquieto scrittore apostrofava l’amico, corroborando le dichiarazioni della lettera del 4 agosto 1953:

Carissimo Michele, l’altro giorno ti scrissi una lettera molto frettolosa, e non ebbi modo (è il caso di dire) di ringraziarti delle tue affettuose espressioni come avrei dovuto. Del resto avevo appena ricevuto la tua lettera (rispeditami da Avezzano) e non avevo avuto tempo di riflettervi. Ma appena tornato a casa l’ho riletta quattro o cinque volte e non ti dico quanto bene mi abbia fatto.
Nella fraternità d’interessi, d’umanità e di temperamento che ci lega io ti sono debitore di molte cose: del mio ritorno alla letteratura, d’una nuova fiducia in me, di consigli infiniti e soprattutto d’una fiducia nel fatto letterario e nel mondo letterario che avevo completamente perduta. È perciò che questa nuova prova d’affetto, aggiungendosi alle precedenti, rinsalda un legame di cui non saprei più fare a meno e senza il quale non so se saprei continuare a scrivere.

Testimoniano questo saldo legame anche tutte le altre lettere successive, in un crescendo di scambi affettuosi di informazioni che intrecciano pubblico e privato, ma sempre con la cifra di un pudore innato e di una compostezza connaturata nel temperamento e nella formazione dei due pur diversissimi autori; accomunati, tuttavia, da una comune vocazione alla letteratura come “ritorno all’umano”, e perciò “condizione stessa della soluzione della crisi di valori del nostro tempo”: come scrivevano il primo gennaio 1960, nella presentazione del primo numero della rivista Le ragioni narrative, fondata insieme a Napoli (con Pomilio, anche Domenico Rea, Luigi Compagnone, Luigi Incoronato e Gian Franco Venè, diretti da Michele Prisco) e durata solo un anno, con nove numeri pubblicati. Stagione breve ma eloquente (la ripropone Francesco D’Episcopo nell’antologia critica Le ragioni narrative 1960-61, pubblicata da Tullio Pironti nel 2012) di un comune lavoro di scavo nella narrativa del tempo, più italiana che straniera, in aperta polemica con “certe avanguardie” suscitate e potenziate artificiosamente, secondo i promotori dell’avventura editoriale (la cui genesi tormentata è documentata da diverse lettere del carteggio in esame), dalla “pressione industriale” per “imporre determinati gusti e trarne profitti immediati”. Considerazioni, queste – cambiato ciò che c’è da cambiare – tutt’altro che superate, nell’odierno panorama narrativo-editoriale. Anzi. Basti tornare a leggere, non dico i densi saggi critici pomiliani pubblicati sulla rivista nella sua breve ma non del tutto effimera vita (e qui penso in particolare alle riflessioni di Mario Pomilio contenute in Dialetto e linguaggio, anno I, n. 2, marzo 1960 e soprattutto a La serrata ideologica, sul numero 5 dell’anno I, settembre 1960), ma anche solo le premesse di una poetica puntualmente enunciata nell’editoriale della rivista, a conferma di una condivisione costante, da parte di quel gruppo di intellettuali e scrittori-giornalisti, e giornalisti-scrittori (Pomilio e Prisco in primis), pur di grande diversità di timbro individuale e differente matrice ideologico-culturale, di una dichiarata e “irriducibile fiducia nella narrativa come operazione portata sull’uomo, […] cioè che abbia l’uomo, i suoi problemi, il suo essere morale e sociale a proprio centro d’interesse”.

Posizione tutt’altro che scontata o acquisita per sempre; che – a mio avviso – provoca in profondità ancora oggi chiunque abbia a che fare con la scrittura, non necessariamente o esclusivamente letteraria; anche perché, con tutte le sue contraddizioni legate a un preciso contesto storico-sociale, essa pone anche un serio problema (etico?) di progettualità corale e di “reti” d’antan, più o meno generazionali, geografiche, ideologiche, intessute di trame di relazioni e comunicazioni più o meno conflittuali ma tutto sommato dialoganti, e incarnate da quella che Prisco stesso ebbe a definire problematicamente, in una parola, una “generazione: non sul piano anagrafico, ma sul piano dell’immagine collettiva”. “Generazione” costituita da un gruppo, quello dei cosiddetti “scrittori napoletani”, che dall’immediato dopoguerra fino a metà degli anni Sessanta all’incirca “ha avuto nel dibattito culturale del Paese una precisa presenza e un suo particolare peso e rilievo”. E tra questi, come scriveva Prisco in un articolo sul “Mattino” del 29 luglio 1991, dal titolo L’esilio necessario, egli annoverava appunto gli autori che vivevano, avevano vissuto o continuavano a vivere a Napoli, città per Enzo Striano “emblematico laboratorio del pensiero” (se stesso, l’amico Mario Pomilio, e poi Compagnone, Incoronato, Marotta, Orsini, Domenico Rea) ma anche quelli già trasferiti o già residenti altrove: come Bernari, Brianna Carafa, De Jaco, Ghirelli, La Capria, Clotilde Marghieri, Patroni Griffi e l’incompresa Anna Maria Ortese (finalista al Premio Napoli 1975 con Il Porto di Toledo, al quale fu significativamente preferito, dalla giuria tecnica come da quella popolare di nuovo insediamento, proprio il “libro dei libri” di Pomilio Il Quinto Evangelio).

Scrittori e intellettuali (ai quali magari aggiungere, oggi, artisti, drammaturghi, filosofi, registi, sceneggiatori, documentaristi, fotografi, videomaker, musicisti, persino blogger) a vario titolo inevitabilmente costretti a fare i conti con una metropoli “mittelmediterranea” come Napoli, da sempre corpus narrativo e narrante per antonomasia che – forse non a caso – oggi torna a far parlare di sé come fucina creativa, ma dagli esiti inevitabilmente, estremamente eterogenei; e, soprattutto, con una forse minore compattezza d’immagine “generazionale” (e conseguente peso sull’opinione pubblica) rispetto ad allora. Il che porrebbe ulteriori domande alla nostra “età dell’ansia” in un Occidente attualmente tecnocratico e turbocapitalista, con il suo bagaglio alquanto disgregante di relazioni “liquide”, soggettività nomadiche, passioni tristi, risorgenti intolleranze e nuovo disagio di civiltà: in inaspettata sintonia, magari, con quei “frammenti d’un’enciclopedia del dissesto” lucidamente adombrati da Mario Pomilio già negli anni Sessanta con il suo libro (opportunamente definito da Giovanni Maffei “di transito”) Il cane sull’Etna, pubblicato solo nel 1978 ma concepito, nei testi che lo compongono, tra il 1967 e il 1969.
Ma prima, nel 1965, c’è il romanzo La compromissione, che vince il Campiello: e l’amara parabola del protagonista e narratore Marco Berardi, un ferito a morte in ambito ideologico, anticipa per certi versi i temi dei saggi pomiliani raccolti in Contestazioni (1967), che sulla copertina della prima edizione di Rizzoli, sotto un’eloquente foto bianconera graficizzata, riportava a mo’ di manifesto: “Se è facile parlare d’alienazione, di smarrimento, d’irrecuperabilità d’ogni certezza, meno facile è andare con ragione e passione alle radici di ciò che ha spodestato credenze, ideali, speranze cui finora ci affidavamo”. Parole-chiave, nel lessico pomiliano abitato, appunto, da quella ragione e passione che Michele Prisco gli riconosceva e apprezzava, sino a restare afasico per un anno, dopo la morte prematura dell’amico del cuore il 3 aprile 1990 a Napoli. Tanto che Prisco riuscirà a scriverne, sul settimanale “Il nostro tempo”, solo il 31 marzo 1991 (anno 46, n. 13), in uno “Speciale” in ricordo di Pomilio aperto proprio dal suo pezzo – ancora in forma epistolare: quasi a suggellare una consuetudine praticata per decenni con il suo interlocutore privilegiato – dal significativo titolo dialogico Ti ringrazio di avermi scelto come amico: ulteriore esercizio di “memoria attiva”, stavolta postuma (quasi una tecnica, un metodo narrativo, più che mero autobiografismo) con cui Prisco riesce, pur schermendosi, ad affrontare in quella sede anche un ricordo critico. Che analizza, dopo il primo romanzo del 1954 e la chiusura con notazioni emotive sul “romanzo interrotto” Una lapide in via del Babuino, soprattutto il “trittico” composto appunto da La compromissione, Il Quinto Evangelio e Il Natale del 1833 (Premio Strega nel 1983): non a caso, opere ancora oggi potentemente attuali in quanto tre romanzi che sono – scrive Prisco – : “Rispettivamente, una lucida rimeditazione sul tema della scelta etica dell’intellettuale italiano e forse non soltanto italiano; una felicissima e originale ricerca del recupero del messaggio antico di Gesù attraverso quella perenne dissidenza evangelica che ha percorso l’intera storia del cristianesimo; un’altissima e dolorosa interrogazione sul perché del dolore del mondo”.

Felice sintesi giornalistica, questa: utile non (sol)tanto sul piano esegetico o addirittura ermeneutico, quanto, semmai, preziosa per la conferma di una irriducibile fedeltà a quel primato di un’amicizia, affettiva e intellettuale, che si diceva all’inizio. Un’intesa oltre la morte, testimoniata appunto dallo scambio epistolare tra Mario Pomilio e Michele Prisco in stagioni determinanti per la vita della nostra società letteraria, di cui ho avuto la fortuna (il privilegio?) di essere in parte testimone diretta: quando, giovane studentessa di Lettere dell’Università Federico II, soggetto nomade proveniente da altri mondi (e sradicamenti) geografici, trovai proprio in casa Prisco un accogliente, diuturno e duraturo approdo, oltre che uno stimolante cenacolo sempre aperto ad artisti, scrittori e giornalisti di tutte le età e dalle più variegate formazioni. E fu proprio lì che incrociai, purtroppo solo nei suoi ultimi anni di vita, lo sguardo acuto di Mario Pomilio, intercettandone la dolcezza ineffabile e la mite, inattuale gentilezza, con la sua vibratile sensibilità maieutica frutto, forse, anche dei lunghi anni di insegnamento, oltre che di un’empatia incarnata (capace di mettersi immediatamente in sintonia con l’altro) e di una radicata attitudine a un lavoro di scavo interiore che appartiene soltanto agli autentici “esploratori dell’esistenza”.

Ma per tornare ora in conclusione ai frammenti dell’amicizia tra Mario Pomilio e Michele Prisco nello specchio di un epistolario ritrovato – grazie alla generosità dei figli Tommaso e Annalisa, per l’uno, e Caterina per l’altro –, il primo frutto di questo sodalizio intellettuale e umano, reciprocamente maieutico, come si è mostrato, mi sembra appunto L’uccello nella cupola: un romanzo che si stacca nettamente dalla coeva produzione postbellica di una narrativa italiana che, vale la pena ricordarlo, lo stesso anno vede anche l’uscita, fra il resto, di libri come Allarme sul lago di Anna Banti, La raganella d’oro di Tommaso Landolfi, Il disprezzo di Alberto Moravia, Il mio cuore a Ponte Milvio di Vasco Pratolini, La malora di Beppe Fenoglio, La nuora di Bruno Cicognani, la raccolta di versi Barbaresco di Giovanni Arpino, oltre al già citato Figli difficili di Prisco. Per non parlare dell’elenco dei libri in lizza per la XXVII edizione del Premio Strega del 1954, vinto quell’anno da Mario Soldati con Le lettere da Capri: da Il crollo della Baliverna di Dino Buzzati a Emilia sulla diga di Milena Milani; da Memorie dell’incoscienza, romanzo d’esordio di Ottiero Ottieri, a Le orecchie del diavolo di Giacinto Spagnoletti; da La bambina Europa di Vittorio Sermonti a Giovannino di Ercole Patti fino a Un riccone torna alla terra di Leonida Repaci, per citarne solo qualcuno tra i più noti.

Contestualizzazione non pacifica, per capire la temperie nella quale la traiettoria di Pomilio s’inscrisse, per azzardare qui qualche breve riflessione finale limitata a quell’anno cruciale. Quando viene pubblicato, il romanzo di esordio di Pomilio viene definito dal suo editore milanese, nella presentazione ai lettori, “una opera prima non solo per l’autore, ma per la nostra letteratura”. L’opera, cioè, di un tormentato e interrogante testimone del suo tempo, destinato a segnare un “nuovo corso” nella nostra storia non soltanto letteraria, con le sue profetiche e lucidissime contestazioni, dettate dall’insofferenza pomiliana a ogni forma di compromissione (e inerzia) morale e da una fede che aveva avuto una prima svolta radicale con il celebre incontro, proprio a Napoli nel marzo 1953, con la giovane suora ospedaliera della clinica Villa delle Querce dove la moglie dello scrittore, Dora Caiola, sposata nel 1951, dovette subire un delicato intervento chirurgico.

Incontro peraltro rievocato da Pomilio stesso, com’è noto, nella bellissima Lettera a una suora, poi raccolta nei suoi Scritti cristiani (1979, ora opportunamente riproposti da Vita e Pensiero in una nuova edizione accresciuta, a cura di Marco Beck con prefazione di Giuseppe Langella): dove lo scrittore rivela, retrospettivamente, i chiaroscuri di una nativa “sensibilità morale”, accanto alle predilezioni, e la predisposizione, da lettore onnivoro sin da ragazzo, “per certi libri di scavo, di sondaggio degli entroterra coscienziali, di interrogazione sull’uomo, sul suo senso e mistero che non sarebbero possibili senza un presupposto e una radice religiosi” (Scritti cristiani, p. 33). Passaggio eloquente, questo, di un terreno fertile per la profonda metanoia generata in Pomilio – “giovane intellettuale impegnato” e fino a quel momento, ricorda ancora lo scrittore stesso, “agnostico assai poco interessato al fenomeno religioso in sé” – dall’incontro trasformante con quella giovane religiosa.

Perché quella svolta (nella fede, ma anche nella scrittura) mi sembra segnata allora da quella che chiamerei, prendendo in prestito una bella definizione di Enzo Bianchi in un suo libro eponimo del 2006 per Einaudi, la differenza cristiana: ossia l’attitudine a un umanesimo autentico più che integrale, a uno spazio laicamente irrinunciabile di dialogo e di recupero di valori (e princìpi) condivisi, oltre che a un luogo etico di ricerca, confronto, interrogazione perenne e antidogmatica che caratterizzerà l’intera vita e opera dello scrittore, da considerare a pieno diritto un vero e proprio classico del Novecento. Capace, anche per questo, di interpellarci profondamente ancora oggi. Come del resto tutti i grandi classici nelle accezioni che ne dava Italo Calvino: da leggere e rileggere, appunto, per capire chi siamo e dove siamo arrivati. Proprio perché i classici non hanno mai finito di dire quel che hanno da dire, con la loro potente risonanza di libri-mondo, “totali”: come il capolavoro pomiliano Il Quinto Evangelio, per fare un solo esempio fortunatamente appena riproposto, a 40 anni dalla prima pubblicazione – e in piena “nuova stagione” ecclesiale, incarnata, mezzo secolo dopo il Concilio Vaticano II, dal pontificato di Francesco – in una nuova edizione critica da L’Orma Editore, con un denso saggio di Gabriele Frasca e una nota archivistica di Wanda Santini: opera al centro, il 9 ottobre 2015, di un Forum ospitato dal quotidiano “Il Mattino” dove Pomilio lavorò a lungo, alle pagine culturali.

La risposta al perché leggere, o rileggere oggi Pomilio, in sostanza, mi sembra allora efficacemente contenuta proprio nelle motivazioni che Calvino (che, per ironia della storia, rifiutò fra il resto, com’è noto, di pubblicare La compromissione), proponeva sul Perché leggere i classici: in quanto libri che “esercitano un’influenza particolare sia quando s’impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale” (come, tutto sommato, è avvenuto allo scrittore di origini abruzzesi nei lunghi anni dell’oblio postumo), rivelando tuttavia incessanti sorprese e continui, inaspettati, sempre inediti rinvii tra passato e presente. Purché – precisa ancora Calvino – “non si leggano i classici per dovere o per rispetto, ma solo per amore” (corsivo mio). Disinteressatamente. Ossia, in un rapporto del tutto personale. Precisazione che adombra quasi un corpo a corpo con i testi (e con il loro autore) generato da un cortocircuito emotivo, intellettuale, affettivo che l’intatta, radicale problematicità della scrittura di Mario Pomilio continua a riverberare, con il suo carico di interrogazioni che investono la coscienza di ciascuno. Precisazione, che mi sembra la chiave di lettura migliore anche per la mia sommaria testimonianza da una prospettiva particolare, nell’ottica di un’intelligenza emotiva che vorrebbe (ri)dare parzialmente voce – tra i frammenti e le righe qui appena accennati di un corposo epistolario inedito di Mario Pomilio con l’amico del cuore, Michele Prisco – a un intellettuale estremamente complesso e raffinato, dalle salde radici meridionali ma dal respiro ampiamente europeo, che non a caso si autodefiniva “scrittore pluralista di un’età di pluralismo” oltre che “postero di se stesso”; e veniva visto, da amici ed estimatori, come “un clandestino della letteratura, pellegrino dell’Assoluto” (Maria Pia Bonanate) e “credente pensante” (Carlo Maria Martini), ma soprattutto “scrittore scomodo perché non ha dato spazio al Grande Bluff” (Ermanno Paccagnini). Destino, evidentemente, condiviso allora come ora da molti cuori pensanti (per parafrasare la splendida e intramontabile definizione di Etty Hillesum nei suoi Diari). E solo in questa chiave, infine, può allora capitare a ciascun lettore, anche nel complesso itinerario pomiliano, d’imbattersi così nel “proprio” libro: quello che fa scoccare la scintilla della rivelazione (e dello svelamento di sé nello specchio dell’altro), il libro che “ci sveglia come un pugno che ci martelli sul cranio”, e ci perturba in profondità, e agisce “come una piccozza per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi” (secondo la celebre descrizione di Franz Kafka) per la grande capacità dell’autore di “ricevere scosse” dalla realtà in cui vive (come racconta Virginia Woolf in Momenti d’essere).

Perché se è vero – ultima veloce considerazione – che il cristianesimo è in fondo la religione di un incontro incarnato, con quel Cristo la cui parola è proclamata come via, verità e vita, e che la “verità” – nell’accezione della parola ebraica ‘emet – rinvia sempre a una relazionalità, a una fiducia/fedeltà nel rapporto tra Dio e gli uomini, ma anche tra singoli membri di una comunità, vorrei dire che nella eterogenea e straordinariamente vitale “comunità” dei cosiddetti scrittori napoletani della generazione dell’immediato secondo dopoguerra, nella quale Pomilio visse e operò con cifra di ricerca del tutto originale e personalissima, la sua amicizia con Michele Prisco costituisce un significativo leitmotiv che può aiutare a riflettere, come dicevo, anche sulle ragioni non soltanto narrative di un sodalizio. E di un assordante silenzio postumo. E soprattutto sull’orizzonte di una militanza critica e di una corresponsabilità vissute, dalle pagine di giornali e riviste fino ai libri, con un senso della letteratura come conoscenza che forse apparteneva a una intera generazione che “della letteratura e del libro da sempre ha fatto la sua religione”, come sottolineò Prisco stesso in un suo articolo del 1995. Anche su questo, anche per questo Mario Pomilio continua a interrogarci e a provocarci, oggi.

Donatella Trotta vive a Napoli dove scrive per “Il Mattino”, è giornalista professionista, autrice e curatrice oltre che direttore responsabile della rivista di studi di genere “La Camera Blu”. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Album Serao (Fiorentino, 1991), Salvatore Di Giacomo settant’anni dopo (Liguori, 2007), La via della penna e dell’ago. Matilde Serao tra giornalismo e letteratura (Liguori, 2008). È stata vincitrice di numerosi riconoscimenti come il Premio Andersen, il Premio internazionale di giornalismo civile dell’Istituto italiano per gli Studi Filosofici, il Premio internazionale Eip-Italia dell’Unesco e il Premio di giornalismo Matilde Serao.

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