Posts Tagged ‘Mario Pomilio’

Considerazioni sparse e provvisorie in vista di una qualche modesta proposta per riuscire a fare a scuola gli autori del nostro tempo senza rinunciare ai classici (e viceversa)

23 giugno 2017

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Dieci proposte per il rinnovamento della letteratura cattolica

30 settembre 2016

di giuliomozzi

1. Tempo fa commisi l’errore di procurarmi un libro che s’intitolava più o meno La letteratura cattolica nel Novecento. Dico “più o meno” perché l’ho poi dato via, e non mi torna in mente il nome dell’autore. L’ho dato via perché in quel libro si identificava la “letteratura cattolica” con (a) narrazioni in prosa, romanzi o racconti, aventi per protagonisti preti o suore; (b) componimenti poetici assimilabili al genere letterario della preghiera. La prima proposta, dunque, è: fare della letteratura cattolica che, se in prosa, non consista di narrazioni aventi per protagonisti preti o suore; se in versi, non consista di componimenti assimilabili al genere letterario della preghiera.

2. Nel 1999 Giovanni Paolo II scrisse una Lettera agli artisti. Vi si parla di arti figurative, di architettura, di musica, di poesia, di teatro, fors’anche di giocoleria e di pirotecnica, ma di romanzi no. I romanzieri, insomma, per la massima autorità dell’organizzazione ecclesiastica cattolica, non esistono. D’altra parte, mi ricordo, più o meno in quel periodo ebbi occasione, dopo la registrazione di un programma di Sat2000, di fare due chiacchiere con il cardinal Paul Poupard, allora presidente del Consiglio pontificio per la cultura: e Poupard mi disse che l’ultimo romanzo che lo aveva veramente colpito era il Diario di un curato di campagna di George Bernanos: un romanzo (molto bello, per carità) con protagonista un prete, per l’appunto, e comunque del 1936. La seconda proposta, dunque, è mandare romanzi in omaggio al papa e ai cardinali. Chissà, magari leggono. (Ve lo vedete, Bergoglio che ogni sera, a letto, prima di spegnere la luce, si legge un capitolo di Infinite Jest? Io sì).

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Dimmi chi leggi e ti dirò chi sei

27 gennaio 2016
Due scrittori a confronto

Due scrittori a confronto

di Enrico Macioci

[Enrico Macioci (vedi qui la sua “storia di formazione”) ha pubblicato: Terremoto, Terre di mezzo 2010 (vedi); La dissoluzione familiare, Indiana 2012 (vedi); Breve storia del talento, Mondadori 2015].

Tempo fa postai su Facebook, per gioco ma nemmeno troppo, una frase in cui Cormac McCarthy disprezzava Marcel Proust, e aggiunsi di ritenere il francese inferiore a Dostoevskij: valanga di commenti, educati ma accalorati. Proust rappresenta oggi una delle poche figure letterarie davvero indiscutibili, un totem, un imperativo categorico, per tanti addetti ai lavori “il più grande scrittore di ogni tempo.” Ciò è indice, credo, di un’epoca oramai del tutto mondana e secolare; ma non è questo il punto.

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Modernità e postmodernità di Mario Pomilio

9 novembre 2015

Intervista a Andrea Cortellessa

[Andrea Cortellessa, critico letterario, è il responsabile della collana fuoriformato, nata presso l’editore Le Lettere e oggi publicata dall’editore L’orma. In questa collana – molto particolare, come si vedrà – è stata ospitata la nuova edizione de Il quinto evangelio di Mario Pomilio].

Mi hai detto in privato, Andrea, di aver letto Il quinto evangelio «quasi vent’anni fa». Quindi, dato che siamo nel 2015 e tu sei del 1968, più o meno trentenne. Che ricordo hai di quella prima lettura? E quando l’hai riletto in vista della nuova pubblicazione in Fuori formato, ne hai ricavato un’impressione diversa?

pomilio_evangelio_LormaDoveva essere il 1996. Ci arrivai per una via doppiamente obliqua, che i pomiliani puri e duri (se esistono) potrebbero forse trovare offensiva, per la sua memoria, o comunque riduttiva. Offensiva spero non sia, riduttiva lo è senz’altro. Ha ragione Demetrio Paolin: all’Università, Pomilio, non si studiava (non credo si studi neppure adesso, se è per questo). Naturalmente ne avevo sentito parlare, però. Dai manuali ne usciva l’immagine di uno scrittore conservatore, un neorealista attardato con un di più d’inquietudine confessionale, cattolica (ma senza il torbido sensuale e controriformista che a noi miscredenti sessuomani fa tanto amare i cattolici veneti; il suo veniva presentato invece come un cattolicesimo socialdemocratico, pallidamente riformista, infeltrito e un po’ nasale, appenninico e terrone). Date queste premesse si potrà capire forse che, nella mia smania d’aggiornamento d’allora, sebbene leggessi un po’ di tutto e freneticamente, ritenessi che prima di lui c’erano tanti altri autori da leggere.

In particolare prima di lui avevo letto suo figlio Tommaso. Non dirò che per me Mario Pomilio fosse allora, prima di tutto, il padre di Tommaso; ma più o meno era così, in effetti. Anche perché Tommaso non era solo l’autore di libri esoterici e misteriosi, che mi affascinavano, ma era anche una persona, viva e squisita, ed esoterica e misteriosa, che mi affascinava (e tuttora mi affascina). Va aggiunto che Tommaso è stato il mio grande passeur, il mio iniziatore alla poesia contemporanea (per me allora la poesia si concludeva, come da programmi universitari, più o meno con la Z di Zanzotto; era luil’ultimo poeta, come da allora è continuato a essere per Giulio Ferroni, i cui seminari allora seguivo con passione); sottobanco, nei corridoi della «Sapienza», mi metteva a parte dei «sodalizi clos-iniziatici» (mi è rimasta impressa questa sua formula) in cui era coinvolto in prima persona. Ma con un di più di pudore mi faceva capire, in pari tempo, che quella scelta remota e per certi versi comprensibile – di cambiarsi il cognome da «Pomilio» in «Ottonieri» –, dopo la scomparsa di Mario aveva preso a pesargli. Perché a dispetto di tutto – dei conflitti che aveva avuto con lui e colla cerchia di amicizie che lui aveva avuto in vita, e che anche dopo la morte continuavano a soffocarlo nel cordone sanitario dello “scrittore cattolico” – lui, Tommaso, era convinto che si trattasse di uno scrittore importante. Non solo per lui, voleva dire (che in nome del padre ha poi scritto il suo libro forse più bello, Le Strade Che Portano Al Fucino: che la sorte vorrà sarò proprio io a pubblicare, nella prima fuoriformato, quella de Le Lettere). Così lessi Il quinto evangelio – e scoprii quello che era, non solo per me evidentemente, un capolavoro sconosciuto (non fu certo quella, del resto, né la prima né l’ultima mia lettura tardiva). Un libro di una modernità, o forse di una postmodernità, sconvolgente. Che fuoriusciva da tutte le scuole, che eccedeva tutti i canoni, che veniva da tutti i libri e da nessuno.

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Aggiungere qualcosa alla Bibbia e far finire il tempo

6 novembre 2015
Padova, Battistero del Duomo, Scene dell'Apocalisse

Padova, Battistero del Duomo, Scene dell’Apocalisse

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Evangelium non erubesco

5 novembre 2015
Masaccio, Cacciata di Adamo e Eva dal Paradiso Terrestre

Masaccio, Cacciata di Adamo e Eva dal Paradiso Terrestre

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Mario Pomilio / Dai giornali e dalla radio

5 novembre 2015
Clicca sulla radio per ascoltare

Clicca sulla radio per ascoltare

Ieri, nel programma Pagina3 (la storica rassegna stampa mattutina di Radio3), Nicola Lagioia ha parlato a lungo di Mario Pomilio, a partire dall’articolo (apparso nel quotidiano “Il giornale”) in cui Gianluca Barbera racconta il nostro convegno online. gm

Un libro, un luogo: Mario Pomilio e Santa Restituta

4 novembre 2015
Duomo di Napoli, Cappella di Santa Restituta

Duomo di Napoli, Cappella di Santa Restituta

di Antonella Cilento

[Il “convegno online” dedicato a Mario Pomilio si è concluso. Nel corso del convegno abbiamo tuttavia ricevuto ulteriori contributi, che volentieri pubblichiamo. Questo articolo di Antonella Cilento apparve nel quotidiano di Napoli Il Mattino il 7 dicembre 2014].

Di Mario Pomilio, in Italia, pochi si ricordano, e fanno male. Peggio ancora, pochi hanno letto oggi Il quinto evangelio, che, uscito nel 1975, si stagliava allora, come adesso e anche di più, fra i capolavori assoluti della seconda metà del secolo e come un anticipazione di narrazioni che si sarebbero tradotte in fenomeno, che avrebbero fatto gridare alla rinascita del romanzo dopo la stagione del saggismo, gli anni Settanta, e che in realtà erano più centoni di ottima fattura che autentiche avventure letterarie, ovvero Il nome della rosa di Umberto Eco. Ma forse era di questa grande stagione di fini autori, come Pomilio era, anticipare in silenzio, come in fondo accadeva – e ne parleremo – al Giuseppe Patroni Griffi di Scende giù per Toledo, diretto antesignano dell’opera innovativa e amata di Pier Vittorio Tondelli. Sarà che a Napoli persone, cose e scrittori si nascondono e si dimenticano benissimo, come sapeva Gustaw Herling, il solo che fra i contemporanei penso vicino all’opera di Pomilio sia pur su basi del tutto diverse, che, come Pomilio, a Napoli venne a vivere e a morire, quasi in silenzio. Ma Pomilio scelse anche un’altra condizione, molto rara: da napoletano d’adozione, era nato in Abruzzo e a Teramo avrebbe dedicato lo sfondo di altri suoi romanzi, della città non parlò mai e non la fece mai protagonista di alcun suo scritto. Dunque, oggi, dovendo scegliere un luogo da connettere a questo romanzo lo farò in totale arbitrio, non pensando alle scuole pubbliche dove pure insegnò, da via Foria a via Andrea D’Isernia, ma al senso del nascosto, del cancellato, di quella menzogna che in fondo è verità manipolata, come si legge in questo romanzo, e cioè da Santa Restituta, ovvero da quel che resta della grande chiesa bizantina, la più antica della città e ai tempi la più grande, da oltre un millennio nascosta e divorata dal Duomo.

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Pomilio come io me lo ricordo. Una testimonianza

3 novembre 2015

di Giuseppe Panella

[Il “convegno online” dedicato a Mario Pomilio si è concluso. Nel corso del convegno abbiamo tuttavia ricevuto ulteriori contributi, che volentieri pubblichiamo].

Ho conosciuto Mario Pomilio e ho avuto con lui un breve carteggio non molto tempo prima che morisse (non sono in grado di quantificare il tempo passato dalle ultime lettere che ci scambiammo ma è stato meno di sei mesi). Il suo indirizzo postale (ma all’epoca le mail non usavano) lo ebbi tramite suo figlio Tommaso Ottonieri che era a sua volta molto amico di un amico comune (è passato tanto tempo da allora).
Pomilio fu di una disponibilità assoluta e rispose con cura a tutte le mie domande sulla sua produzione saggistica che era stato il principale oggetto della mia richiesta di chiarimenti. Poi le lettere presero un’altra strada e lo interrogai più decisamente sulle fonti della sua ispirazione. In particolare gli chiesi quanto fosse stato influenzato dai romanzi di Simenon che non avevano come protagonista Maigret e la sua risposta, con grande mia soddisfazione, fu che il rapporto con lo scrittore francese era stato non indifferente e che l’atmosfera francese che aveva voluto riprodurre era la stessa (il riferimento era – come si può intuire – a Il testimone del 1956, il secondo romanzo pubblicato da Pomilio). Un’altra questione che affrontammo fu il suo rapporto di filiazione con la letteratura italiana che in parte respinse: i suoi saggi su Svevo e Pirandello come pure quelli su Verga (a proposito del quale aveva curato una raccolta di scritti di Luigi Capuana dedicati perlappunto a Verga e D’Annunzio) erano stati in alcuni casi i frutti di una ricerca realizzata per motivi accademici. Ma non si sentiva vicino a Pirandello e Verga, semmai ad alcuni scrittori francesi come Mauriac e Bernanos.

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“Febbre di scoperta”, un quasi-inedito di Mario Pomilio

2 novembre 2015

Fahrenheit 451

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Mario Pomilio: il “convegno online” è finito ma non finisce

31 ottobre 2015

di giuliomozzi

Intanto: un grazie da parte mia a Demetrio Paolin che si è inventato la cosa; e a Gabriele Dadati e Alessandro Zaccuri che con lui l’hanno realizzata (la mia parte, fin qui, è stata solo quella – per così dire – del tipografo). Un grazie da parte di tutti e quattro a quelle tre-quattrocento persone coraggiose che (per quel che si può capire dal servizio statistiche di WordPress) hanno seguito il “convegno online” con continuità. Un grazie alle edizioni L’Orma, Hacca e Vita & Pensiero che hanno apprezzato e sostenuto l’iniziativa. Grazie infine a chi ha fornito i contributi: molto diversi tra loro, come si è visto, e come è bene che sia.
Ora il convegno, benché finito, non finisce. Un paio degli organizzatori (Gabriele, io) si sono svegliati in ritardo e hanno messo al mondo un loro articoletto a convegno già avviato e pianificato. Antonella Cilento, scrittrice, ci ha mandato un suo articolo di un anno fa circa, molto bello, che volentieri ripubblicheremo. Giuseppe Panella, ricercatore presso la Scuola normale superiore di Pisa, ci ha mandato una testimonianza (Pomilio come io me lo ricordo). Un altro paio di contributi ci sono stati promessi e non sono ancora arrivati.
Nei prossimi giorni intanto pubblicheremo quello che abbiamo (da lunedì 2 novembre, alle 14).

Nel frattempo: se qualcuno volesse mandare altri interventi, basta che si faccia vivo con me (giuliomozzi@gmail.com, e provvederò a girare agli altri per la valutazione). In particolare: chi avesse fatto una tesi di laurea su Pomilio, o su argomenti affini, sappia che volentieri ne pubblicherei un estratto (o anche il testo intero, perché no?).

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Nessuno andrà senza perdono. L’”Evangelio” di Pomilio, il “Regno” di Carrère

30 ottobre 2015

di Alessandro Zaccuri

[Termina con questo intervento il “convegno online” dedicato a Mario Pomilio. Nei prossimi giorni pubblicheremo altri interventi che, grazie alla generosità di alcuni, si sono aggiunti a quelli programmati: alcuni ci sono già pervenuti, altri li attendiamo].

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Pubblicati a quasi quarant’anni di distanza l’uno dall’altro, Il quinto evangelio di Mario Pomilio (1975) e Il Regno di Emmanuel Carrère (2014) sono come lo stesso libro scritto da due autori diversi, in condizioni storiche e personali diverse, con strumentazioni tanto diverse da risultare opposte e complementari. Una montagna scalata da versanti differenti, anche se la cima è unica. Ma la cima è, per sua natura, evidente e nello stesso tempo sfuggente.

Questa che proverò ad argomentare non è propriamente una tesi critica, ma la convinzione che ho maturato nella mia storia di lettore di Pomilio e di lettore di Carrère. Dell’uno e dell’altro, non dei due contemporaneamente, perché per molte ragioni – la più banale delle quali deriva dall’anagrafe – ho conosciuto Pomilio e Carrère in tempi successivi. Ho letto Il quinto evangelio da ragazzo, mentre Il Regno mi è venuto incontro nel pieno dell’età adulta, e prima di lui c’è stato L’Avversario (2000), il libro nel quale Carrère, inaugurando la sua pratica dell’autofiction, tradisce quell’inquietudine teologica che ha reso ai miei occhi Il Regno stesso un libro meno sorprendente di quanto sia stato per altri. Un uomo che affronta in quel modo il mistero del male non può non essere attratto, con forza uguale e contraria, dal mistero del bene. Chi ha raccontato la dannazione, non può sottrarsi al racconto della salvezza, sia pure una salvezza possibile ed eventuale, qualcosa che balena giusto per un istante prima di perdersi nelle nebbie dello scetticismo.

È lo stesso annuncio portato dall’Angelo della Realtà di Wallace Stevens, l’epifania necessaria che si mostra all’improvviso sulla prosaica porta di casa, sempre restando “un’apparizione apparsa in / apparenze tanto lievi a vedersi che se appena / volge le spalle, subito, ahi subito svanisce”. Eppure, dice ancora di sé l’Angelo parlando ai paysans da cui è circondato, “Sono uno di voi ed essere uno di voi / vale essere e sapere quel che sono e so”. Per me la letteratura sta in questa comunanza di destino, in questa rivelazione fugace e ricorrente, indiscutibile nella sua indimostrabilità. Il quinto evangelio e Il Regno potrebbero essere letti, in questo senso, come un commentario ai versi di Stevens, ma vale anche l’ipotesi contraria, vale più che altro la constatazione per cui, in questo arcipelago di parole e segni, ogni testo commenta ogni altro e ne è a sua volta commentato.

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Mario Pomilio, “Il quinto evangelio”. Alcuni appunti teologici

30 ottobre 2015

di Andrea Ponso

[continua il “convegno online” dedicato a Mario Pomilio].

Ipse enim liber est, qui pro pelle carnem
habuit et pro scripturam Verbum Patris.
Garnerio

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Dal punto di vista teologico, il quinto evangelio, così tanto cercato attraverso tutta la storia del cristianesimo, non è altro che lo Spirito, inteso in senso trinitario, come istanza critica che impedisce la chiusura della dinamica relazionale dell’amore nell’economia divina e umana; è, inoltre, una paradossale critica alla canonicità del Secondo Testamento: paradossale proprio perché il bisogno di “andare oltre” e verso “altro” dalla limitazione degli scritti canonici deriva proprio dalla potenza di questi ultimi.

Esso potrebbe essere allora, con le stesse caratteristiche, quella che viene chiamata riserva escatologica, vale a dire la funzione tipologica che impedisce alle figure dei racconti evangelici di chiudersi in se stesse. Da quest’ultimo punto di vista mi pare fondamentale la riflessione di Paul Beauchamp sulla figuralità nei due testamenti. La figura è in un rapporto particolare con la cosa perché, come dice Beauchamp, “marcando la differenza tra significante e significato, la legge rinvia l’avvento del significato, lo differisce” (Paul Beauchamp, Le récit, la lettre et le corps, Paris, Ed. Du Cerf, 2007, p. 51). Tuttavia, non si tratta di disgiunzione dualistica ma di relazione e cooperazione che, per altro, non avviene fuori dal corpo (della vita, della lettera, della scrittura) ma dentro, in quella modalità immersiva e ripetitiva tipica anche del rito: ci troviamo in una specie di pienezza che lo stesso Beauchamp paragona al nome ebraico della “manna”, mân hu che letteralmente significa “che cos’è?”:

L’equilibrio di questa coincidenza nella manna ha per condizione la fugacità della cosa; gli ebrei la dicevano “che cosa?” (mân: Es 16, 15), da cui il suo nome, posato sul quasi niente. La sua apparizione è anche una sparizione, che ne impedisce l’acquisizione e il farne provviste. Si tratta di un oggetto del desiderio, ma anche di sazietà: “ancora manna …”. (Nb 11, 6) (Beauchamp, cit., p. 50)

Questo continuo riproporsi dell’interrogazione è la modalità principale per non cadere nell’idolatria e nella sicurezza della fede come possesso e proprietà di una conoscenza; per rimanere aperti alla grazia e alla storia nel suo farsi, in cui l’uomo è essenzialmente colui che riceve gratuitamente la rivelazione al di là di tutti i possibili significati che da solo può costruire e gestire:

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Due o tre cose su Pomilio e Teramo

30 ottobre 2015

di Renato Minore

[continua il “convegno online” dedicato a Mario Pomilio].

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Mario Pomilio capitò a Teramo per la prima volta nel 1951. Aveva vissuto “una stagione di esilio”, come lui stesso la definiva, a Parigi, “una città crudele per noi italiani: agli occhi del francese medio eravamo ancora quelli della pugnalata alla schiena”.

Dall’interminabile paesaggio metropolitano era proiettato in uno spazio diverso, breve e domestico, tutto fasciato di colline: quello di una tipica provincia italiana con la sua dolcezza del vivere, le acredini, i sopori. In un’intensa testimonianza – il suo ultimo scritto – pubblicata sulla rivista “Il quadrilatero”, Pomilio aveva rievocato le ragioni e le emozioni che lo portarono a usare Teramo come “quinta” in due romanzi: il primo, quello d’esordio, “religioso”, L’uccello nella cupola, il secondo “laico”, La compromissione. Come due voci, due anime che Teramo riusciva a far convivere, con le sue soste al caffè, gli incontri per le strade, il corso che si popolava verso l’ora del crepuscolo, il suo stile di città centrata entro il cerchio delle sue antiche mura e della strada di circonvallazione. Due storie distinte, ma fuse insieme, garantite da un’urbanistica fatta a misura d’uomo e dal culto dello scambio comunitario ancora possibile in provincia.

La prima storia risultava implicita nelle vestigia di una vetusta vita religiosa, le piazze attorno alle chiese, la città intorno alla sua cattedrale. La seconda, “laica”, era il lontano prodotto della borghesia postrisorgimentale con altri punti di riferimento: appunto il corso, la villa comunale, “le piazze dominate da monumenti civici, gli edifici pubblici, le scuole, certi caffè”.

Si parlò molto di questa Teramo pomiliana non soltanto stretta nella dimensione della memoria, in occasione dell’omaggio che la città abruzzese dedicò allo scrittore pochi mesi dopo la sua prematura scomparsa, a sessantanove anni, nel 1990 in occasione dell’annuale premio Teramo, quell’anno vinto da Angelo Mainardi e Marco Tornar. Nello scritto citato, Pomilio andava oltre gli struggenti ricordi che aiutavano a capire meglio ciò da cui era stata alimentata la sua fantasia. Rievocava anche le sconcezze di certa speculazione edilizia che non aveva risparmiato Teramo. “Un caso esemplare di come si è rotta un’armonia anche estetica, e di come si è alterata una ragione urbanistica che resisteva da duemila anni”. Parole dure, di un uomo profondamente ferito nella memoria di cittadino, e non di uno scrittore alla facile ricerca di un impossibile tempo perduto della nostalgia e del rimpianto.

Parole in sintonia con l’intervento dello scrittore e critico Silvio Guarnieri, il quale ricordò per l’occasione la tristezza non soltanto caratteriale di Pomilio, sia pure condita di sottile e gentile ironia: quasi uno schermo, un riflesso condizionato della sua coscienza di uomo dilaniato dall’impossibilità di poter raggiungere le sue “alte aspirazioni”, dall’ostile resistenza frapposta dalla realtà a ogni convincimento di verità e d’impegno.

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Dai giornali

30 ottobre 2015
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Meta mobile

29 ottobre 2015
Mario Pomilio nel suo studio. Fine anni Sessanta

Mario Pomilio nel suo studio. Fine anni Sessanta

di Tommaso Ottonieri

[Continua il “convegno online” dedicato a Mario Pomilio].

In un paio di occasioni, non troppo tempo fa, m’era occorso di addentrarmi, per l’onda di certi domestici ritrovamenti (semi-miracolose riemersioni di cartelle e fogli sparsi, in doppia copia o in fotocopia, ultime seppur riprodotte tracce d’una scrittura nel luogo proprio, in cui era potuta lievitare), nel palpitante intrico dei laboratori di mio padre, specie di quelli meno finalizzati a progetti che avessero trovato infine compimento; ne era risultata, quasi mesmerica, una sorta, potrei dire, di impreveduta avventura fantasticamente-filologica, voglio dire al quadrato (per riflettere qui la celebre espressione che, a caratterizzare il suo metodo e la sua opera, coniò Pietro Gibellini).

Da quelle brevi, ma per me intense incursioni, emergeva a risalto uno scrittore in parte imprevisto (imprevisto, cioè, solo per chi senza saperne si fosse arrestato all’etichetta incrostatasi attorno al suo nome); un Pomilio meno conosciuto, ma affatto spinale: quello “emblemista” o forse (meglio) contemplatore di emblemi, emblemi da disserrare e che pure si ostinano a racchiudere, come un’ostrica, la compattezza irriducibile del loro pulsante mistero, in bilico fra spirale della rivelazione e la vertigine del non-senso.

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Appunti su Mario Pomilio, “Il quinto evangelio”

29 ottobre 2015

di Demetrio Paolin

[Continua il “convegno online” dedicato a Mario Pomilio].

Antefatto. “Come una narrazione”

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Nell’agosto di quest’anno ero seduto fuori da una piccola chiesa in un luogo non ben definito tra Abruzzo, Marche e Lazio. Questa piccola chiesa, il Santuario dell’Icona Passatora, ha conservato in ottimo stato un bellissimo ciclo di affreschi del ‘400. Mentre sono lì che aspetto il sacerdote perché venga ad aprire l’edificio, penso che Pomilio potrebbe aver passato una domenica tra queste montagne. Me lo vedo seduto, come me, sul bordo di una fontana di pietra di fronte la chiesa a contemplare un paesaggio così simile a quello che lui descrive ne Il quinto evangelio [QE]: montagne, boschi e chiese solitarie, nelle quali eremiti e abati scrivono e dialogano tra di loro su un fantomatico testo che corre lungo la storia dell’uomo e che potrebbe cambiarla.

Quando il prete arriva, mi fa entrare e accende le luci: il colpo d’occhio è incredibile; è come se tutte le immagini mi venissero incontro. C’è qualcosa di familiare, ma non riesco a spiegarlo in nessun modo, il mio interlocutore mi toglie dall’imbarazzo, dicendomi: “Sembra che parlino alle persone. Era il modo che aveva la Chiesa di annunciare l’evangelio”. Dice proprio “evangelio”, in questo modo, così come il titolo del libro. Mi sorride e continua: “Una volta per annunciare la novella si usavano le immagini. Questo affresco è qualcosa di più: non ci sono solo le storie del vangelo e quelle della pietà popolare, ma anche rappresentazioni dei concetti presenti nelle lettere apostoliche”. Così mi porta verso un dipinto: si intravede una collina, con tre croci innalzate. “È una crocifissione”, dico io. Lui mi guarda: “No, questa è la lettera di San Paolo ai Corinzi, in particolare il passaggio dove Cristo viene indicato come il nuovo Adamo”. Guardo con più attenzione e vedo che il pittore ha fatto in modo che il sangue dei piedi di Cristo scenda lungo il legno per filtrare in una specie di montagnola di terra dove si intravede un teschio. “È il teschio di Adamo”, dice il prete, “il sangue di Cristo salva l’umanità che viveva nella morte rappresentata da Adamo”. Dopo un po’ di silenzio, il prete aggiunge: “Tutti, così ci ha salvati”. Quindi mi saluta e va da altri turisti a raccontare le storie di questi affreschi.
Così non appena penso di scrivere le mie note di lettura al QE, mi torna alla memoria quel giorno d’agosto e l’affresco, come se lì davanti a quei dipinti avessi intravisto il significato della bellezza del romanzo di Pomilio, di cui gli appunti a seguire sono un semplice tentativo di razionalizzazione.

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La compromissione inevitabile. Un possibile rapporto tra due romanzi di Mario Pomilio

29 ottobre 2015

di Simone Gambacorta

[continua il “convegno online” dedicato a Mario Pomilio. L’intervento di Gambacorta, essendo ricco di note, e perciò mal leggibile in una pagina come quelle di vibrisse, viene fornito in pdf].

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Un autore certamente non ignoto e non estraneo alla formazione di Mario Pomilio, e senz’altro per ordini di ragioni ben più pregnanti delle lasche e spesso fuorvianti prossimità anagrafiche, ossia Benedetto Croce, in una delle sue opere più dense e impegnative, e incentrata su un tema che, in altro modo, avrebbe di per sé rappresentato un catalizzatore delle istanze politiche pomiliane, vale a dire la Storia d’Europa nel secolo decimonono, fra la gran messe di osservazioni consegnate a quelle pagine e che assumono una possibilità di significato autonomo (ossia più o meno adatte a essere asportate dal tessuto connettivo originario), ne dispensa una che, sebbene arbitrariamente, può essere esportata, e quindi importata, e senz’altra pretesa che farne un libero spunto di riflessione, proprio all’interno del variegato corpus romanzesco cui Pomilio ha dato forma con le sue opere: «Come se sia cosa possibile – scrive Croce – cercare e trovare la verità senza insieme patirla e viverla nell’azione e nel desiderio dell’azione».

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Dai giornali

29 ottobre 2015
Clicca sul ritaglio per prelevare la pagina

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L’8 ottobre 2015 il quotidiano Il Mattino di Napoli ospitò un “forum” dedicato a Mario Pomilio, curato da Donatella Trotta con la collaborazione di Davide Carbone. Parteciparono: Gabriele Frasca, Giuseppe Galasso, Giulio Ferrroni, Pier Luigi Di Pinto, Giovanni Maffei, Paola Villani, Tommaso Pomilio. Basta cliccare sul ritaglio qui sopra per prelevare le due pagine.

“Una lapide in Via del Babuino”

28 ottobre 2015

di Emanuele Trevi

[continua il “convegno online” dedicato a Mario Pomilio].

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Tra i tanti brutti tiri che la Storia può giocare ai singoli individui, c’è anche quello di illuderli di essere al centro degli eventi e per così dire nella cabina di comando, mentre in realtà il loro ruolo è quello di semplici pedine, facili prede del più irrimediabile oblìo. Difficile che in questo periodo, in cui tanto si discute e si scrive del Risorgimento e dell’unità d’Italia, qualcuno si azzardi a rievocare il pallido spettro del principe Girolamo Napoleone. A fianco dell’entrata dell’Hotel de Russie, in via del Babuino, una targa ricorda che la “nobile vita” del principe terminò proprio a Roma, il 27 marzo del 1891.

Già a quei tempi, in pochi si ricordavano di quell’aristocratico esiliato, venuto a spendere i suoi ultimi giorni alle falde del Pincio. Eppure Girolamo, come si addiceva a un Bonaparte, era vissuto in maniera tutt’altro che noiosa. Suo cugino Napoleone III, d’accordo con Cavour, l’aveva sposato a Clotilde di Savoia, la figlia di Vittorio Emanuele II. Matrimonio tutt’altro che felice, ma importantissimo, come si può intuire, dal punto di vista politico e diplomatico. Per conto suo, Girolamo nutriva sentimenti tutt’altro che prevedibili per un membro della famiglia imperiale francese imparentato ai Savoia. Gli piacevano quelle che ai suoi tempi si definivano le idee radicali, odiava i preti, ed era un massone. Era amico di Alexandre Dumas, che proprio in compagnia del principe, durante un viaggio nel Mediterraneo, aveva visitato l’isola di Montecristo.
Come militare, aveva partecipato a molte guerre, dalla Crimea all’Algeria, alle campagne per l’indipendenza italiana, ma la sua vera passione furono gli intrighi politici e giornalistici, che alla fine gli costarono l’esilio a Roma.

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