Posts Tagged ‘Dino Buzzati’

Come sono fatti certi libri, 19 / “I miracoli di Val Morel”, di Dino Buzzati

17 agosto 2017

di Michela Fregona

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa si intenda qui per “forma” mi pare, visti gli articoli già pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). gm].

Fu un addio che non riuscì a dare. E, come tutti i congedi senza compimento, gli è rimasto addosso il destino delle cose che non sono state del tutto: un torpore, un’ambiguità, un mistero, una certa vena di rimpianto.
De I miracoli di Val Morel, l’ultimo libro di Dino Buzzati, sappiamo più della genesi pratica che del pensiero anteriore; eppure non ce n’è un’altra, tra le opere dello scrittore, così sovrabbondante di sogni, ricordi, cronache, dicerie, leggende, invenzioni, autocitazioni, prestiti letterari, corpi, turbamenti, esagerazioni: Buzzati vi attinge con leggerezza e una punta di ribalderia, totalmente a proprio agio, come se la partita con il proprio inconscio fosse ormai scoperta. E’ il suo ultimo segno nel mondo di qua (sa già di essere malato) ed è un segno ricco della sacralità delle ultime cose: stratificato di memorie, verosimile e falsificato insieme, bambino e adulto.
Libero.
Eppure, non avrà una parola: Buzzati farà in tempo a tenerne tra le mani la prima copia stampata, ma non lo presenterà mai; non lo racconta, non lo spiega, non ne parla, non lo commenta, non risponde ad alcuna domanda: nessuna interazione con chi lo legge. Il libro esce in novembre, lo stesso mese in cui il suo autore varca le soglie della clinica da cui non uscirà più. Due mesi dopo, il 28 gennaio, Dino Buzzati è morto.

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“La mistificazione”, di Carlo Della Corte e Alcide Paolini

28 giugno 2016

di Ennio Bissolati

[Ennio Bissolati è un bibliofilo. Per vibrisse recensisce libri introvabili, dei quali sostiene di essere l’unico lettore. gm]

mistificazioneI lettori saranno tolleranti, così spero e mi auguro, se per una volta il loro umile bibliofilo si azzarderà a trattare di un’opera, non solo con poca fatica reperibile (benché da lungo tempo fuori commercio) ma addirittura – così mi si dice – esistente. D’altra parte, tràttasi di un’opera (e qui sappiamo di stuzzicare la curiosità del nostro sempre cortese ospite) che tratta sua volta di letteratura (se condizione d’esistenza per l’opera è la sua circolazione) sommamente inesistente: ovvero inedita. Riportiamo per intero – data la sua illustrativa pregnanza – il titolo dell’opera in questione, così come lo reca – in una ripresa o parodia dell’uso antico – la copertina: La mistificazione. Un saggio di Carlo Della Corte e Alcide Paolini su lettere, poesie, suppliche, brani di romanzi, racconti di tutti gli aspiranti scrittori. Una antologia del sottobosco letterario, uno sconcertante panorama dell’incultura. Pubblicato in Milano per i tipi di Sugar editore. L’anno è il 1961. E, a quel che ci risulta, codesto non corposissimo libro (duecento pagine, cinquanta di saggio iniziale che evidentemente si vuole socioantropologico e politico, e centocinquanta di raccolta documentaria, o antologia degli orrori) costituisce il primo e finora unico tentativo di rappresentare seriamente la “letteratura inedita in Italia”, ovvero la produzione letteraria e scritturale nazionale che non trova via di pubblicazione – ed è, vale la pena di ricordarlo, massicciamente preponderante su quella che invece l’editoria, buontà sua, manda alle stampe e alla distribuzione.

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Leggere (e rileggere) Mario Pomilio oggi, nei frammenti di un’amicizia

28 ottobre 2015

di Donatella Trotta

[continua il “convegno online” dedicato a Mario Pomilio].

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Il 4 agosto 1953, Mario Pomilio trentaduenne scriveva da Avezzano (L’Aquila) all’amico Michele Prisco, con il quale era iniziato – il 9 ottobre 1950 – un corposo carteggio che si sarebbe ben presto declinato, da un’iniziale e rispettosa colleganza, in salda, affettuosa, fedele (e reciproca) amicizia quarantennale, letteraria e umana, fondamento esistenziale e professionale, per entrambi, oltre che singolare coincidenza di destini incrociati e spunto, oggi particolarmente utile, per un esercizio postumo di “memoria attiva”:

[…] Non so come ringraziarti. Voglio però cogliere l’occasione per esprimerti per iscritto la mia riconoscenza: a voce non ne sono stato capace. La tua amicizia, la tua cordialità, il tuo incoraggiamento hanno avuto su di me un effetto veramente benefico. Per sfiducia nelle mie forze avevo ormai abbandonato da tempo ogni velleità letteraria e mi ero messo a un lavoro di critica senza soddisfazione e senza meta, solo pel puntiglio di fare qualche cosa, di non dirmi veramente vinto. Ma sarebbe difficile descriverti quanto scoramento e quanto malcontento c’era dietro quel puntiglio. Non è un caso che alla stessa poesia io abbia messo mano solo dopo averti rivisto. Avevo sempre sentito il bisogno di un amico col quale consigliarmi, dal quale farmi guidare e che, pur segnalandomi gli errori, mi indicasse le mie possibilità, mi aiutasse a chiarire me stesso. Perciò la mia riconoscenza è di quelle che non possono esprimersi a parole.

Questo passo inedito risulta, a mio avviso, particolarmente significativo per ri-avviare una riflessione, oggi, su Mario Pomilio: non tanto (o non soltanto) sul piano meramente privato, per le illuminanti tonalità, vorrei dire intime, con cui lo schivo e riservato autore abruzzese manifesta ad esempio con estrema chiarezza la sua fedeltà al sentimento del primato degli affetti, e al valore della lealtà e dell’amicizia, ben sintetizzato in un celebre passo del Commento di Giovanni Crisostomo alla Lettera ai Tessalonicesi: “Un amico fedele è un balsamo nella vita, è la più sicura protezione. Queste parole hanno senso solo per chi ha un vero amico; per chi, pur incontrandolo tutti i giorni, non ne avrebbe mai abbastanza”. Non solo. Confidando a Michele, di un anno più grande, il proprio travaglio interiore legato a precise stagioni biografiche (dall’impegno nella ricerca e nell’insegnamento, dopo la laurea in Lettere alla Normale di Pisa, attraverso il fecondo biennio di “sradicamento” europeo, vissuto con borse di studio tra le università di Parigi e Bruxelles dal 1950 al 1952, fino all’iniziale attività poetica, dispiegata tra il 1948 e la fine degli anni ’50 prima del precisarsi della sua vocazione di narratore e critico “militante” anche nel lavoro di giornalista), nella sua lettera autografa Pomilio dissemina, infatti, pure preziosi “indizi” subliminali utili a una prospettiva paratestuale (ma anche peritestuale ed epitestuale) quale quella del mio presente – e inevitabilmente sommario, in questa sede – contributo di testimonianza. E lo fa proprio alla vigilia del suo esordio narrativo con il romanzo L’uccello nella cupola, scritto tra maggio e giugno del 1953, pubblicato nel 1954 e dedicato appunto a Michele Prisco che in effetti ne incoraggiò l’uscita, seguendo l’opera sin dal suo concepimento e stesura capitolo per capitolo, poi sostenendola presso Bompiani e anche dopo, attraverso una rete di recensori e di segnalazioni (anche a Corrado Alvaro, membro della giuria letteraria del Premio Marzotto, che il romanzo di Pomilio infine vinse, segnalandosi così anche al grande pubblico).

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La formazione dello scrittore, 30 / Stefano Trucco

26 dicembre 2014

di Stefano Trucco

[Questo è il trentesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice. Ringrazio Stefano per la disponibilità. Le due rubriche ormai escono irregolarmente, seguendo l’arrivo degli ultimi contributi. gm]

stefano_truccoFormazione dello scrittore? Io? E’ proprio il caso?

Giulio Mozzi me lo chiede e io gli devo molto (una salutare stroncatura, soprattutto); c’è un mio romanzo in libreria, finalmente; gli editori, Bompiani e Rai-Eri, vogliono che io mi dia da fare ad autopromuovermi. Insomma, ci devo provare, a raccontare la mia formazione di scrittore, anche se ne avevo parlato abbastanza a lungo (sì, lo so, troppo a lungo) in un articolo qui su vibrisse il gennaio scorso e quindi lascerò parecchie cose come già dette e altre come omesse del tutto. Non è che parlare di me mi dispiaccia, anzi. Del resto, fare lo o essere uno scrittore è stato, fin da quando riesco a ricordare, l’unico obbiettivo serio della mia vita, l’unico mezzo accettabile per perpetuare il mio nome dopo la morte, motivo che ho in comune con la maggior parte degli artisti, grandi e minori, il cui nome sia stato davvero ricordato, almeno per un po’.

Il problema è un altro. Mettiamola così: da circa una decina d’anni sono impegnato in una minuziosa e radicale riscrittura di me stesso, una ristrutturazione il più completa possibile dei modi in cui mi rapporto con il resto del mondo. Negli ultimi quattro anni, poi, da quando mi sono finalmente rimesso a scrivere dopo più di vent’anni di blocco, si sono cominciati a vedere i risultati; nell’ultimo anno, infine, dopo la partecipazione al programma televisivo Masterpiece e la pubblicazione del mio romanzo d’esordio, Fight Night (insieme a un provvidenziale miglioramento delle mie condizioni di lavoro), il cambiamento in meglio è ormai innegabile. Ho persino cominciato ad andare in palestra. Di questo potrei parlarne fino alla nausea.

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La formazione dello scrittore, 27 / Vanni Santoni

24 novembre 2014

di Vanni Santoni

[Questo è il ventisettesimo articolo della serie La formazione dello scrittore, parallela alla serie La formazione della scrittrice. Le due serie escono, ormai un po’ come viene viene, il lunedì e il giovedì. Ringrazio Vanni per la disponibilità. gm]

vanni_santoniLa base di tutto: in casa mia c’erano molti libri e fumetti, e io li leggevo. Ho cominciato a scrivere molto tardi ma a leggere molto presto, e anche molto seriamente. Mio nonno mi leggeva i classici; dalla biblioteca di mio padre attingevo indifferentemente libri da bambini e libri da adulti, fumetti da bambini e da adulti (c’erano del resto a disposizione collezioni integrali di Linus, Corto Maltese, Alter, L’Eternauta…). I miei libri preferiti da bambino erano quelli di Calvino, Borges, Andrea Pazienza e Umberto Eco; tra quelli effettivamente destinati all’infanzia apprezzavo molto il romanzo La pietra del vecchio pescatore e tra i fumetti la Pimpa di Altan e tutta la produzione di Carl Barks. Anche i Ronfi di Adriano Carnevali non erano male.

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