“Una lapide in Via del Babuino”

by

di Emanuele Trevi

[continua il “convegno online” dedicato a Mario Pomilio].

Mario Pomilio

Mario Pomilio

Tra i tanti brutti tiri che la Storia può giocare ai singoli individui, c’è anche quello di illuderli di essere al centro degli eventi e per così dire nella cabina di comando, mentre in realtà il loro ruolo è quello di semplici pedine, facili prede del più irrimediabile oblìo. Difficile che in questo periodo, in cui tanto si discute e si scrive del Risorgimento e dell’unità d’Italia, qualcuno si azzardi a rievocare il pallido spettro del principe Girolamo Napoleone. A fianco dell’entrata dell’Hotel de Russie, in via del Babuino, una targa ricorda che la “nobile vita” del principe terminò proprio a Roma, il 27 marzo del 1891.

Già a quei tempi, in pochi si ricordavano di quell’aristocratico esiliato, venuto a spendere i suoi ultimi giorni alle falde del Pincio. Eppure Girolamo, come si addiceva a un Bonaparte, era vissuto in maniera tutt’altro che noiosa. Suo cugino Napoleone III, d’accordo con Cavour, l’aveva sposato a Clotilde di Savoia, la figlia di Vittorio Emanuele II. Matrimonio tutt’altro che felice, ma importantissimo, come si può intuire, dal punto di vista politico e diplomatico. Per conto suo, Girolamo nutriva sentimenti tutt’altro che prevedibili per un membro della famiglia imperiale francese imparentato ai Savoia. Gli piacevano quelle che ai suoi tempi si definivano le idee radicali, odiava i preti, ed era un massone. Era amico di Alexandre Dumas, che proprio in compagnia del principe, durante un viaggio nel Mediterraneo, aveva visitato l’isola di Montecristo.
Come militare, aveva partecipato a molte guerre, dalla Crimea all’Algeria, alle campagne per l’indipendenza italiana, ma la sua vera passione furono gli intrighi politici e giornalistici, che alla fine gli costarono l’esilio a Roma.

L’aspetto pingue e bonario dei suoi ritratti ci suggerisce inoltre l’idea di uomo che amava i piaceri. Se dalla principessa Clotilde ebbe tre figli, altri due ne fece con una dama di compagnia di sua moglie, di trent’anni più giovane di lui. Per completare questo rapidissimo ritratto, non si può tacere il buffo soprannome con cui quest’uomo così energico e avventuroso era chiamato in famiglia e nella cerchia dei più intimi: Plon-Plon.
Come si può vedere, ce n’è abbastanza per un romanzo storico, di quelli in cui i grandiosi scenari della guerra e del potere si mescolano ai più imbarazzanti pettegolezzi privati. Fosse per me, lo intitolerei proprio Plon-Plon, perché c’è più verità in questi nomignoli familiari, non si sa se più affettuosi o crudeli, che in intere biblioteche di testimonianze storiche.

E a dire la verità, un grande scrittore italiano, che meriterebbe anche lui d’essere ricordato più di quanto oggi si faccia, fu tentato dall’impresa. E se non la portò a termine, ci ha lasciato del tentativo una testimonianza struggente, forse più preziosa dell’opera stessa che non riuscì a compiere.

Parlo di Mario Pomilio, autore di libri importanti come Il cimitero cinese e Il quinto evangelio, che nel 1964, durante una visita a Roma (lo scrittore, di origine abruzzese, viveva a Napoli), passeggiando per via del Babuino fu incuriosito dalla targa commemorativa dedicata a Girolamo e intraprese delle ricerche storiche per dar corpo a quel personaggio che gli era venuto incontro, in maniera sommessa e misteriosa, dagli abissi del tempo. A quei tempi, il vecchio albergo di via del Babuino dove il principe aveva trascorso i suoi ultimi giorni, era la sede centrale della RAI. E Pomilio era stato colpito proprio dalla somiglianza dei destini del vecchio palazzo e di quel suo improbabile personaggio, travolti l’uno e l’altro dalla marea del tempo che cancella ogni significato.

Come spesso accade, il progetto rimase tale, e lo stesso Pomilio se ne dimenticò per quasi vent’anni. Un giorno, frugando tra le sue carte, ritrovò quei lontani appunti. Forse non aveva più l’energia o la voglia di portare a termine l’opera, dopo tanto tempo. Ma gli venne un’idea anche migliore: raccontare le cose, cioè, come erano andate. Ne venne fuori un racconto, intitolato Una lapide in via del Babuino, indimenticabile per l’acutezza dell’analisi psicologica e la precisione dello stile. Nel 2002 l’editore Avagliano lo ha ristampato con l’introduzione di Silvio Perrella: per chi non lo conosce, sarà un bella sorpresa.
Uno scrittore ormai stanco, dunque, con qualche problema di salute e avanti con gli anni, ritrova tra le sue vecchie carte la traccia di Girolamo, quel fantasma indistinto che era stato sul punto di trasformarsi in un suo personaggio. Sa che ormai è troppo tardi per riannodare i fili di quella storia non scritta, ma questo non gli impedisce di provare un inaspettato sentimento di vitalità e di felicità. Rivede se stesso mentre passeggia, ancora giovane, per via del Babuino in una mattina di sole, e rivive qualcosa della “rara lieta vertigine della prima ideazione”. Cosa voleva raccontare di Girolamo? Un personaggio dovrà pure fare qualcosa, perché la sua storia esista. Magari, una semplice passeggiata, in direzione di un caffè, forse l’Aragno, a poche decine di metri dall’albergo di via del Babuino. In seguito, avrebbe potuto fargli prendere una carrozza pubblica, che lo portasse in cima al Pincio… Più ci medita sopra, più il vecchio scrittore si avvicina a una verità essenziale, a un’intuizione preziosa.

Da giovane, aveva messo rapidamente da parte quell’abbozzo, passando ad altro, senza nemmeno il rimpianto di un’occasione sprecata. La nostra mente funziona così: non sempre l’idea che produce, o la fantasia di cui è sedotta, arrivano al momento giusto. Bisognava che il personaggio di Pomilio diventasse vecchio, e come esiliato dalla vita, perché le parole della lapide di via del Babuino risuonassero davvero in lui, rivelassero un senso insospettabile, facessero scattare la molla dell’identificazione. Chi passeggia per Roma, non fa che accumulare tesori di cui, sul momento, non conosce né il valore né l’impiego. Pomilio ci racconta come tutto quello che vediamo può maturare in segreto, per lunghi anni, fino a che il momento giusto ce ne rivela la bellezza, l’importanza, il particolare messaggio che solo a noi è dato di cogliere, prima che sia troppo tardi.

Emanuele Trevi (Roma, 1967) è scrittore, editor e critico letterario oltre che uno dei fondatori della casa editrice Fazi. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: I cani del nulla (Einaudi, 2003), Letteratura e libertà (Fandango, 2009), Il libro della gioia perpetua (Rizzoli, 2010), Qualcosa di scritto (Ponte alle Grazie, 2012), Il popolo di legno (Einaudi, 2015). Collabora con “Il Manifesto”, “la Repubblica” e “La Stampa”.

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