Maurizio Torchio, “Cattivi”. Appunti di lettura

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di Demetrio Paolin

9788806218904Se dovessimo riassumere per il lettore la trama del romanzo di Maurizio Torchio Cattivi (Einaudi) potremmo farlo in poche e brevissime parole. Un carcerato racconta in prima persona la sua esperienza dell’ergastolo; l’uomo è stato arrestato per il rapimento di una giovane donna e in seguito la sua pena è stata aumentata per un omicidio avvenuto durante la sua detenzione.

Non si veda, però, in Cattivi un testo sociologico sulla questione delle carceri e la loro disumanità. Un approccio di questo tipo non potrebbe che portare il lettore lontano dal cuore del libro, perché nella realtà più profonda il romanzo di Torchio è una riflessione sull’ambiguità di essere vittima.

Il testo, per come è concepito, è un progressivo discendere dell’io narrante, che non ha nome, età e parla da un tempo sempre presente proprio come il tempo di chi ha un’eternità davanti, verso il buio e il fondo. Il tipo di racconto, il modo di presentarsi della storia al lettore, ricorda il mito antico. Più volte durante la lettura ho immaginato questo io che narra come un Prometeo incatenato alla roccia. Una immagine che spiega perché il testo non parli dell’oggi (Cattivi non è un libro cronaca, non ha mai un taglio politico o di denuncia), ma scenda alle radici di cosa è uomo.

Il protagonista non chiede mai scusa di ciò che ha fatto, né si pente. Semplicemente lo racconta e produce in chi lo ascolta uno strano sentimento di disagio, quasi di vergogna, perché le sventure di un uomo suscitano sempre pietà (altro topos della letteratura classica), ma il fatto che questo uomo sia un criminale disturba la nostra coscienza.

Fin dal titolo ravvisiamo questa duplicità: Cattivi. La parola cattivo comunemente ha significato di malvagio, ma captivus in latino identifica il prigioniero di guerra, la persona che viene rinchiusa e privata dalla libertà. È un lascito del medioevo l’idea che il captivus sia il cattivo; e proprio questa sovrapposizione tra malvagio, prigioniero e cattivo ha creato il cortocircuito che Torchio esplora.

A nutrire questa ambiguità di fondo è poi la scelta della prima persona, tutto il racconto è filtrato dall’Io che narra e che quindi tende a portare il lettore la propria versione dei fatti, distorcendo quella che potrebbe essere la realtà. È il caso delle pagine, molto belle tra l’altro, legate al rapporto che viene instaurato tra l’io narrante, carceriere, e la donna rapita. Un rapporto che è fatto ovviamente di reclusione e di privazione di libertà, ma anche di gesti di tenerezza da parte dell’uno verso l’altra e viceversa.  Non si pensi a una banale descrizione della Sindrome di Stoccolma. Torchio è abile a non cadere nel cliché e a lasciar intravedere la complessità dell’animo umano, in un racconto che appunto si moltiplica come uno specchio. Infatti il rapporto carceriere e carcerato viene poi ripreso con una nuova variante in cui l’Io narrante è ora carcerato e intrattiene uno dialogo con il comandante, il direttore del carcere, in cui in un certo senso rivede la propria sofferenza e la propria situazione di recluso.

Leggendo il libro non è più chiaro chi sia il “rinchiuso” e chi il “libero”, il lettore è coinvolto in una sorta di carotaggio verso il fondo e scopre che l’io che racconta è una vittima, proprio come è una vittima la donna rapita, o la guardia morta. Si può essere vittime pur avendo fatto il male, è questa la conclusione di Torchio.

Centrale, la vera sostanza dell’opera,  è poi il tono o la voce:  Torchio riesce a costruire una voce credibile, che possiede in sé qualcosa di terribile e straordinario. Mette in scena in Cattivi l’umano più profondo e lo fa con uno stile preciso e senza fronzoli.  È un libro che non ha pose e che enuncia una verità sull’essere vittime e carnefici con una grande naturalità: esiste la possibilità che un uomo compia un’azione malvagia, e che quindi venga visto come cattivo, ma che nello stesso tempo sia vittima. I confini di ciò che è bene e ciò che è male sono più labili di quello che la nostra coscienza vorrebbe.  Il compito della letteratura e della scrittura sta proprio nel consegnarci a questa materia trasparente e Torchio lo fa con una lingua precisa, mai artificiale.

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10 Risposte to “Maurizio Torchio, “Cattivi”. Appunti di lettura”

  1. stiv70 Says:

    Grazie. Lo acquisto oggi.

  2. dm Says:

    Molto interessante.

  3. Carlo Capone Says:

    Sì, di Maurizio Torchio custodisco in libreria “Tecnologie Affettive” (Sironi 2005, Indicativo Presente), una raccolta di storie sul conflitto tra nuove tecnologie e valori umani che troppo spesso vede prevalere le prime. Ricordo che me lo consigliò Giulio ad una Fiera di Torino, credo del 2005 o del 2006. Giulio estraeva quei libri dallo scaffale Sironi con lo stesso affetto di un padre con i figli. Mia moglie ci scattò anche una foto, bei tempi.
    Di testi di Indicativo Presente ne ho letto parecchi, primo perchè erano curati e innovativi, poi perchè negli anni zero nutrivo grande interesse per i narratori italiani (Mozzi, Moresco, Romano, Franchini, Voltolini, quelli di Patrie Impure della Bendetta Centovalli e diversi altri). Oggi mi attira il Paolo Giordano di “La soliudine” e di “Il corpo umano”. Quest’ultimo lo associo a una piacevole mia vacanza di capodanno a Vipiteno.

  4. Carlo Capone Says:

    e.c. Benedetta

  5. Carlo Capone Says:

    Dimenticavo, tra i narratori italiani degli anni zero, non posso dimenticare Giuseppe, Pino, Montesano e il suo “Di questa vita menzognera”. Intanto il titolo è per me tra i più belli e pregnanti della nostra letteratura, e poi perchè Pino è un grandissimo scrittore. A conferma prego leggere, tra i tanti di questo romanzo, vincitore del Viareggio di Garboli, il brano del pranzo di ‘O Tolomeo.

  6. Carlo Capone Says:

    Oggi WordPress mi fa ammattire. Ho scritto un ulteriore mio commento. Poichè non me lo pubblicava l’ho riscritto. Buca con acqua. Allora l’ho inviato ancora. Questa volta è apparso il seguente warning.

    “Identificato un commento duplicato; sembra che tu abbia già scritto questo commento!”

    Però non compare nessuno dei due duplicati. Boh.

  7. Sandro Campani Says:

    L’ho iniziato ieri pomeriggio, finito stamattina. Per quanto all’inizio mi respingesse, man mano le cose che mi attiravano dentro son state di più e più forti, e non c’è stato modo di uscire fino alla fine. Questo è il primo grosso pregio del libro. Il secondo è quello che Demetrio Paolin descrive così: “Torchio è abile a non cadere nel cliché e a lasciar intravedere la complessità dell’animo umano, in un racconto che appunto si moltiplica come uno specchio.” Data la materia, non era per niente facile. Scrivere un libro così, che stia in piedi e stringa il lettore con questa forza, deve aver richiesto un’abilità incredibile. La terza cosa che mi ha impressionato è il grandissimo controllo che Torchio dimostra nel gestire, rendere credibili ma soprattutto vere, dure, tutta una serie di informazioni sul carcere che noi, da fuori, possiamo giusto vedere nei film, o leggere nei libri. È quello che deve aver fatto anche Torchio, sicuramente: documentarsi. Il modo in cui i risultati di questa documentazione vengono usati è impressionante (permeando il libro, dando sempre l’impressione di sgorgare veri e senza trucco): non cade mai nel sensazionalistico, non strizza l’occhio, e proprio per questo alla fine ha forza.
    La cosa che all’inizio mi respingeva è lo stile in cui è scritto. È vero, è pulito, senza fronzoli, funziona, ma è anche prevedibile. Le frasi corte. Secche come foglie. E corte. Cortissime, come una miccia che non basta.
    Poi si va a capo.
    E ancora a capo. E si continua con un’altra “E”.
    E un’altra ancora.
    Perché le parole siano come pietre. Levigate dinanzi agli occhi.
    È uno degli esempi migliori che mi siano capitati, senz’altro, di uno stile che però è così diffuso e così vincente da rendere gli autori che scrivono in quel modo indistinguibili al mio orecchio. Questo per me è un peccato, perché altrimenti il libro sarebbe stato un capolavoro di quelli grossi.

  8. acabarra59 Says:

    “ Domenica 27 gennaio 2002 – Sul tram n. 2 (ex 225) è salito un omìno con un loden blu un po’ liso e senza nemmeno un dente in bocca. Alla passeggera che le offriva il posto ha detto no, grazie. Poi ha detto di avere novantunanni. Poi ha declamato un verso che, ha spiegato, è nell’Amleto di Shakespeare. Poi ha recitato tutto l’Addiomontisorgenti. Poi ha chiesto i soldi per il caffè – li ha chiesti a me, che l’avevo ascoltato, unico fra i presenti, con attenzione – invece la tizia che gli stava accanto si è spostata per non prendersi in faccia una mano del declamante-gesticolante. Poi, poiché non glieli davo, ha detto che non era vero, che lui prende cinque milioni al mese di pensione, che era un altissimo dirigente della Romana Elettricità. Poi, mentre scendevo, poiché scendevo senza avergli dato niente, mi ha detto che sono cattivo. Ma io non sono cattivo, sono solo stupito. Sempre di più. “ [*]
    [*] La s-formazione dello scrittore / 212

  9. fra Says:

    Ho lavorato in carcere. E ho conosciuto certe dinamiche relazionali che davvero da fuori sono inimmaginabili. Come ha fatto l’ autore a conoscerle, come le sa chi le vive? Mi e’ meno difficile comprendere la maestria sopraffina delle sue descrizioni.

  10. Cattivi (Maurizio Torchio) » fulviocortese.it Says:

    […] (di Luca Illetterati, di Matteo Moca, di Goffredo Fofi, di Giacomo Raccis, di Demetrio Paolin, di Giovanni Turi, di Lorenzo Marchese, di Cecilia […]

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