Archive for the ‘appunti di lettura’ Category

Caravaggio astratto

5 gennaio 2018

[Nell’aprile del 2017 ho partecipato a un convegno presso il Monastero di Fonte Avellana dal titolo “Viaggio al termine della notte. Oscurità, penombra e splendore”. In questi giorni la casa editrice Nicomp ne ha pubblicato gli atti. Per gentile concessione dell’editore pubblico di segiuto il mio intervento su Caravaggio]

 

di Demetrio Paolin

Sono seduto alla scrivania nella scomoda situazione di dover scrivere un saggio a proposito di Caravaggio Astratto. In realtà la scomoda situazione me la sono creata da me quando ad aprile 2017 al Convegno, di cui questi atti sono testimonianza, ho deciso di parlare a braccio di questo tema. Ecco, il problema principale è questo: non ho più gli appunti che avevo redatto su di un piccolo quadernino con la spirale. In questo momento non ho nessuna idea del percorso che avevo intrapreso nella mia comunicazione. Potrei chiedere a Matteo se si ricorda qualcosa o alle persone che erano lì, ma invece quasi mi diverte costruire questa cosa partendo da questo vuoto totale di quello che ho detto. Quindi perché astratto?

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“Fare i conti con il ragazzo che ero e l’uomo che sono diventato”.

24 marzo 2017

[Esattamente un anno fa Conforme alla gloria veniva pubblicato da Voland e iniziava la sua vita negli scaffali delle librerie. Proprio in questi giorni Chiara Pasin ha discusso una tesi dal titolo Tra umano e disumano. Dal corpo memoria di Primo Levi al corpo-performance contemporaneo (relatore Alessandro Cinquegrani) , in cui un’intera parte, la terza e conclusiva dal titolo Tra corpo-memoria e corpo-performance: il caso di Conforme alla gloria di Demetrio Paolin, è dedicata al mio testo. La sua tesi ha come appendice una intervista che Chiara mi ha fatto nei giorni in cui completava il suo lavoro. Con il suo permesso e con molta mia gioia la pubblico qui. dp]

Chiara Pasin&Demetrio Paolin

Le pagine di Conforme alla gloria racchiudono numerosi riferimenti a fonti più o meno esplicite: Levi, Fergnani, Arendt, Kakfa, Celan, Covacich, solo per citarne alcuni, ma anche artisti e performer. Quali sono i suoi modelli più cari?

“È certamente difficile stabilire un canone letterario, ancorché personale e privato. Se dovessi dire le fondamenta sulle quali poggiano le pagine di Conforme alla gloria, direi che il primo testo di riferimento è la Sacra Scrittura. Soprattutto l’Antico Test amento e gli scritti di Paolo; credo che il Dio che compare più volte nel romanzo debba molto a queste mie letture, che sono state anche le letture della mia infanzia. […]Nello stesso tempo mi rendo conto che in Conforme alla gloria Cristo è assente, l’agnello mite e sacrificale, colui che prende e porta sulle sue spalle i peccati di tutti, non c’è. Dal punto di vista teologico, questo romanzo è stato scritto prima della nascita di Cristo, e il Dio a cui io faccio riferimento è il Dio dell’Antico Testamento e quindi concetti come colpa, peccato e male hanno nel romanzo risuonano al lettore in un modo diverso. Sono, se posso usare un termine, più tragici e originari. Hanno qualcosa che riguarda le scaturigini più profonde nel nostro essere umano.

Altrettanto fondamentali sono state per me le opere di De Sade. Dell’opera del marchese mi interessava soprattutto il trattamento dei corpi. Ovvero mi pare che in De Sade, so che sto semplificando, ma mi si perdonerà, c’è in germe l’idea del corpo asservito a una idea, anzi meglio ancora una ideologia, che è poi quello che sottolinea Pasolini – altra fondamenta del mio testo – in Salò. A me interessava questa ipotesi di corpi che passivamente diventano un luogo dove una ideologia si incarna e fa male.”

Leggi l’intervista di Chiara Pasin a Demetrio Paolin su Conforme alla gloria

Rivoluzione Quentin

11 novembre 2016

di Marco Candida

[Il testo si intitola La rivoluzione di Quentin]

con affetto a Quentin Tarantino

pulpbooks-7-900x1350È sbalorditivo constatare quanto Ernest Hemingway sia debitore di Sherwood Anderson. Eppure, pochi autori come Hemingway hanno consolidato il cammino della letteratura negli ultimi decenni – e qui “letteratura” ha valore altissimo: significa soprattutto “modalità di rappresentazione del mondo”. Esempi come quelli di Hemingway, in letteratura, ce ne sono un bel po’. Generalmente, sappiamo che tutti i grandi autori, o una parte non trascurabile d’essi, sono debitori. Forse, però, questa parola, la parola “debitore”, colpisce ormai in maniera troppo debole la nostra immaginazione. Infatti, se i grandi autori sono “debitori”, allora dobbiamo immaginarci “debitori” “pieni e strapieni di debiti”: non soltanto un paio di collane in una gioielleria e qualche bottiglia di whisky nel negozio di liquori sotto casa. Se sono “ladri”, li dobbiamo immaginare non semplici furfantelli che svaligiano un appartamento o commettono qualche scippo per strada: piuttosto quel tipo di birbanti che s’impadroniscono di capitali interi, società, know-how. Ecco, questo è il tipo di “debitori” o di “ladri”, se vogliamo usare i vocaboli “ladri” e “debitori”, che dobbiamo immaginarci. Ma, se sono “debitori” o “ladri”, che cosa consente a questi grandi autori di seguitare a essere considerati “grandi”? O, ancora meglio: perché questi autori sono indubitabilmente più grandi, importanti, belli e migliori degli altri autori?

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Don DeLillo, “Zero K”. Appunti di lettura

31 ottobre 2016

don_delillodi Demetrio Paolin

Ci sono diversi modi per provare a dire qualcosa sull’ultimo libro di Don DeLillo Zero K (Einaudi 2016, trad. Federica Aceto). La maggior parte delle recensioni sono in realtà riflessioni molto profonde e ultime sul tema del romanzo. È vero che Zero K costringe il lettore a questo tipo di taglio speculativo visti i temi che affronta (la vita dopo la morte, i limiti etici e tecnici della scienza, il rapporto padri figli), ma proprio l’immensità di questi topoi letterari fa sì che spesso e volentieri le riflessioni sul romanzo siano più vicine a una speculazione filosofica che una effettiva ricognizione del testo.

Questi pochi e brevi appunti partiranno, invece, da una spia testuale, e spero possano essere altrettanto interessanti. Chiunque abbia avuto una lunga frequentazione dei testi dello scrittore amerciano  non può non aver avvertito un cambio radicale di stile da Underworld a quest’ultima fatica; un evento che potremmo definire: la sparizione della similitudine.

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Alessandro Zaccuri, “Lo spregio”. Appunti di lettura.

6 ottobre 2016

di Demetrio Paolin

cop_zaccNe Lo spregio (Marsilio, 2016) Alessandro Zaccuri compone idealmente un altro piccolo tassello del suo personalissimo altare per il padre. Qui come nelle sue opere maggiori, penso certamente a Il signor figlio (Mondadori) ma anche a Dopo il Miracolo (Mondadori) l’autore milanese continua indefesso la sua riflessione sul nodo centrale del rapporto genitore/figlio, un vero proprio luogo narrativo per Zaccuri che s’invera anche nella sua formazione di scrittore, come aveva raccontato proprio sulle pagine di vibrisse.

La storia è presto detta. Angelo vive in un piccolo paese del comasco al confine con la Svizzera. Suo padre, soprannominato il Moro, gestisce una locanda che in realtà è il paravento per una serie di traffici poco leciti. Moro è un uomo di poche parole, ma profondamente innamorato del proprio figlio, a cui ha taciuto il fatto di non essere lui padre naturale, essendo Angelo un trovatello.  Per questo motivo l’uomo ha sposato Caterina, la cameriera del ristorante, pur non amandola per il solo fatto di poter tenere con sé questo bambino.

Angelo, che venera il padre, dopo aver scoperto la reale vita del Moro fatta di soldi con il contrabbando e la prostituzione, decide di essere come lui, anzi di essere meglio di lui e in questa folle corsa incontra Salvo, che con il padre Don Ciccio e i suoi fratelli maggiori (tutti esponenti della malavita) è stato costretto all’esilio al nord. Tra i due ragazzi nascerà un profondo legame che verrà spezzato dallo spregio che Angelo farà nei confronti di Salvo; un peccato di hybris che verrà punito nel modo più tremendo e possibile.

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“La mia dislessia”, di Philip Schultz. Appunti di lettura

21 settembre 2016

di Demetrio Paolin

Una volta, mi pare qualche anno fa, camminando per il paese che mi aveva visto bambino, ho incontrato la mia maestra delle elementari. Avevo pubblicato da poco Il mio nome è Legione e la donna, ormai anziana, si avvicinò e mi disse parolcopertinae che suonavano più o meno così: “Io l’avevo sempre detto che tu avresti scritto dei libri”. Io in quel momento non dissi nulla, ma io avevo chiaro nella mia mente un altro ricordo. Una donna, simile a quella stava di fronte ma più giovane, diceva a mia madre che io non riuscivo a scrivere correttamente parole come “terra” e “rabbia”, che scrivevo le doppie scempie e viceversa; che tutte le “effe” diventavano “vu” e tutte le “vu” diventavano “effe”, che spesso mi distraevo e sembrava mi assentassi da quello che dicevano; senza contare una leggera balbuzie sulla “bi” e la “esse” che sibilava. Mi ricordo anche uno studio con una dottoressa che mi spiegava come non c’era niente di male in me, niente di sbagliato, solo che “avevo un cervello più veloce della mano”.

Ora questo episodio mi è tornato in mente leggendo La mia dislessia di Philip Schultz (Donzelli Editore, traduzione Paola Splendore), che non è il solito memoir in cui il malato parla della sua patologia, ma è la testimonianza di uno dei più importanti poeti americani (vincitore nel 2008 del premio Pulitzer per la poesia), che all’età di otto anni non era ancora in grado di leggere e di scrivere.

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Giacomo Sartori, “Sono Dio”. Appunti di lettura

6 luglio 2016

di Demetrio Paolin

sonodioGiacomo Sartori in Sono Dio (NN Editore) costruisce un libro comico e questi appunti nascono per spiegare meglio questa mia affermazione perentoria.  Prima ecco in breve la trama: in un momento impensato e impensabile della sua vita eterna, Dio fissa il suo sguardo su una ragazza che dentro una stalla sta praticando una inseminazione artificiale su una vacca. All’inizio Dio è incuriosito da questa creatura, per lui simile in tutto e per tutto a un bacillo della peste, a un spugna marina o a un neutrino… Con il tempo, il suo interesse e la sua attenzione convergono nella vita di questa ragazza, quasi che se ne volesse/potesse (volere e potere in Dio coincidono) innamorare.

La storia del romanzo è tutta qui: la trovata narrativa è appunto quella di costruire un diario di scrittura, attraverso il quale Dio osserva la vita di questa ragazza e il suo progressivo entrare in contatto con lei.

Perché ho parlato di libro comico?

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Appunti di lettura: “Mescolo tutto”, di Yasmin Incretolli

12 giugno 2016

di Demetrio Paolin

mescolotuttoMescolo tutto (Tunuè, 2016) è l’esordio narrativo di Yasmin Incretolli, un libro – lo dico subito – che mi ha convinto, anche se come tutte le opere prime ha alcuni difetti che, però, quasi per contrasto fanno venire a galla le qualità della sua scrittura.

Le vicende narrate nel romanzo sono presto dette: Maria ha 18 anni, è una ragazza problematica con alle spalle una madre disastrosa, un padre assente. Ha rapporto problematico con il proprio corpo. Nella classe, che la ragazza frequenta, arriva Chus, un ragazzo altrettanto difficile, dai gusti sessuali perversi che inizierà con Maria una relazione. Nella testa della giovane il tutto si trasformerà in amore malato ed estremo, ma non per questo meno romantico, mentre per lui non sarà altro che un passatempo. Proprio per questo motivo il Chus si nega e sparisce, gettando Maria nella disperazione e convincendola a una fuga da tutti. In questa seconda parte Maria, una sorta di vagabondaggio, incontra alcuni ragazzi che in un crescendo di ferocia, consumo di sostanze chimiche porteranno la protagonista un mesto ritorno a casa, dove appunto capirà come Chus che Maria ama e a cui ha sacrificato la propria giovane esistenza non provi per lei più nulla se non il disprezzo.

Come si può notare da questo breve excursus la trama non è per nulla nuova: disagio adolescenziale mischiato a una tensione all’estremo, ma –  e qui si innesta la particolarità del testo – il tutto è raccontato con una lingua interessante.

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“Autunnale”, di Dario Voltolini

24 maggio 2016

di Marco Candida

copertina_voltoliniDario Voltolini si è autopubblicato un romanzo che s’intitola Autunnale (dalla finestra al teatro). Sulla quarta il libro viene presentato così: “Sono scene che si manifestano in ordine sparso come tessere di un puzzle appena rovesciato dalla scatola che le conteneva. Il protagonista è come un albero a cui l’esperienza, simile a un vento autunnale di tramontana, porta via poco alla volta tutte le foglie”. Un albero a cui il vento dell’esperienza porta via poco alla volta le foglie. Un interessante capovolgimento di prospettiva, dato che di solito l’esperienza “fa maturare”. E infatti il protagonista di questo romanzo via via che procede di capitolo in capitolo, di scena in scena sa sempre meno. Eugenio è come se fosse al centro di un tifone che trasforma tutto in sabbia. Le persone, le cose non hanno più forma, identità. Ed è il lettore che ha compito di mettere insieme i tasselli del puzzle e verificare se un senso nella vita di Eugenio è ancora possibile. Una sfida che non lascia scampo. Dove siamo noi lettori chiamati ad avere autorevolezza. E con questo romanzo scomposto Voltolini non si produce in un intellettualistico gioco combinatorio: parla invece al cuore di tutti coloro che, come Eugenio, stanno vivendo un periodo di transizione e hanno, si spera non per sempre, perso la bussola. Così, si affidano. Prima alla compagna. Poi all’amico. Poi al dottore. E magari ai passanti occasionali – come i lettori di un libro. Magari a qualcuno che possa capirli per loro. Qualcuno che sappia loro dire che cosa diavolo sta accadendo perché loro non ce la fanno più, non ci riescono più, non capiscono più. Tutto, per costoro, si sfrangia, sfilaccia, sfarina e allo stesso tempo ogni cosa si salda, riunisce, rinserra.

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Appunti su “La zona di interesse” di Martin Amis

10 novembre 2015

di Demetrio Paolin

copj170.aspLa zona di interesse di Martin Amis (Einaudi, traduzione di Maurizia Balmelli) è a tutti gli effetti un romanzo ottocentesco. Sembra, leggendo queste pagine, di rivedere certi passaggi e certe atmosfere di Thomas Hardy o almeno così è parso a me nei giorni in cui avevano in mano il romanzo e cercavo di trovare il modo migliore per parlarne. Il libro narra la storia di un corteggiamento, tra un uomo Golo e la bella donna sposata, Hannah; al loro amore e relazione si oppone il marito di lei Paul. Il romanzo è il resoconto del progressivo avvicinarsi dei due amanti, della loro tragica separazione e del loro crepuscolare incontro anni dopo, con un finale che lascia aperta la possibilità che la storia d’amore possa in qualche modo compiersi. Ovviamente questo è l’osso della storia, che Martin Amis, però, ambienta ne La zona di interesse ovvero il lager di Auschwitz.

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L’invenzione del vero. Qualche appunto su “La terra bianca” di Milani e “Muro di Casse” di Santoni.

15 settembre 2015

di Demetrio Paolin

Ho preso alcuni brevi appunti su due libri apparentemente diversi, ma che secondo me toccano un nodo interessante del raccontare le storie; anche se differiscono tra di loro per l’indagine che svolgono e per il modo in cui la svolgono il loro dissimile approccio mostra in realtà una sorta di comune sentire che mi piacerebbe mettere in evidenza.

I testi in questione sono La Terra Bianca di Giulio Milani, e Muro di Casse  di Vanni Santoni, entrambi pubblicate da Laterza, ma posizionate in due collane differenti e  con due focus narrativi diversi: il malaffare, l’inquinamento e lo sfruttamento scriteriato delle Alpi Apuane in La terra bianca e lo studio di quel fenomeno complesso e proteiforme della musica rave nel libro di Santoni

Entrambi i libri hanno registrato diverse recensioni che si sono concentrate sull’argomento trattato, perché interessante dal punto di vista civile o sociologico. Non posso negare che anche io leggendoli ho avuto un’esperienza di conoscenza; ovvero entrambi i libri mi hanno portato ad avere maggiori informazioni su due fenomeni che sostanzialmente mi erano lontani per cultura (il rave) o per geografia (le Alpi apuane).

Chiusi i due libri, però, nel momento in cui tentavo di dire qualcosa di sensato su queste letture, mi sono reso conto che a interessarmi non era tanto il tema del libro, ma altro.

Queste poche righe tentano di rendere conto di questo altro.

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Perché l’Inferno di Dante ha 34 canti?

12 agosto 2015

di Marco Candida

Perché l’Inferno di Dante ha 34 canti e non 33? La Divina Commedia è divisa in 3 Cantiche ciascuna a sua volta divisa in 33 canti più il canto iniziale che fa da proemio. Nella sterminata bibliografia sull’opera dantesca sembra darsi per scontato che non ci siano significati nel fatto che la prima Cantica sia formata da 33 canti + 1. Tuttavia, come mai Dante, così maniacale nel creare simmetrie, nominò il primo canto appunto “primo canto” e non, ad esempio, “proemio” mantenendo intatto il frazionamento 33-33-33? Non potrebbe esserci un significato, per noi della “piccioletta barca”, nell’asimmetria 34-33-33?
Visto che qui si tratta di architettura sia pure di un’opera letteraria, pensiamo ad alcuni esempi tratti dall’architettura propriamente intesa: il Duomo di San Martino a Lucca, la chiesa di Santa Maria di Naula, la basilica di San Andrea di Vercelli, l’abbazia di Staffarda o il Duomo di Notre-Dame di Strasburgo. Esempi manifesti di asimmetrie. La facciata del Duomo di San Martino di Lucca presenta l’arcata di destra molto più stretta di quella centrale e di sinistra. La basilica di San Andrea a Vercelli presenta una torre campanaria nell’angolo nord-ovest ossia in posizione obliqua rispetto all’asse longitudinale della basilica stessa scombiccherando il tutto. L’abbazia di Staffarda presenta, come di regola nei monasteri cistercensi, un’asimmetria. Il Duomo di Notre-Dame di Strasburgo che ha forma di basilica a tre navate con transetto manca di una guglia determinando un effetto fortemente asimmetrico – dato che, come ogni cattedrale ogivale, dovrebbe presentare, invece, due guglie.
Ora, quali spiegazioni si sono date alle asimmetrie di queste costruzioni? Tralasciando quelle di ordine più poveramente pratico, una risposta è che la tensione verso la perfezione architettonica può essere interpretata come un atto di orgoglio verso Dio. Un’altra che l’asimmetria tende a interrompere il cerchio dell’infestazione satanica dato che Satana si presenta, assai volentieri, sottoforma di ordine e logica. Dunque, le risposte sono che l’asimmetria serve a evitare la superbia e a tenere lontano il demonio.
Va considerato, tuttavia, che nella Divina Commedia i 34 canti formano la Cantica dell’Inferno. In fondo allo scopo di rompere la nefasta tripartizione simmetrica Dante avrebbe potuto aggiungere un canto nell’explicit della Commedia e non nell’incipit. Invece il Nostro sceglie l’Inferno. Sicché quando confrontiamo 34, 33 e 33 siamo costretti a notare lo sbaglio, l’asimmetria, l’ineleganza proprio in corrispondenza del Regno di Satana.

Kurt Cobain: Montage of Heck

22 giugno 2015

di Demetrio Paolin

Ho visto il documentario Kurt Cobain: Montage of Heck  a casa sul mio pc. L’ho visto da solo, senza nessuno. L’ho guardato non come un evento mediatico, ma come se per caso avessi ritrovato rovistando negli armadi alcune videocassette della mia giovinezza e per puro senso di nostalgia, di una nostalgia un po’ kitsch, più vicina al cattivo gusto, mi fossi messo a guardarle.

Quello che ho da dire su questa operazione è, quindi, sostanzialmente un sentimento di ambiguità, che difficilmente riesco a districare. Qualcosa di simile mi successe quando Mondadori mandò in libreria l’edizione dei diari del cantante. Allora comprai il libro lo lessi tutto, ma alla fine lo misi da parte. Se dovessi dire in poche battute cosa penso direi che questo documentario, come la pubblicazione dei diari, è stata una occasione persa. Il fatto che lo pensi, però, non mi aiuta a dirvi il perché di questa sensazione. Posso iniziare, notando come i diari e il documentario vivano di due tensioni completamente opposte.

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Paolo Zardi, “XXI secolo”

10 giugno 2015

di Demetrio Paolin

Paolo Zardi, dopo una serie di libri di racconti, passa alla forma romanzo con XXI Secolo (Neo Edizioni) con una scelta che ci consegna un narratore maturo, il cui libro – a prescindere dalle vicissitudini del Premio Strega – rimane uno dei più interessanti del 2015.

La storia di XXI secolo è presto detta.  Nell’Italia (precisamente siamo Veneto) prossima futura, un uomo vive un dramma legato alla malattia della propria moglie: questa improvvisa e “temporale” vedovanza porterà il marito a scoprire la doppia vita che la donna ha condotto negli anni.

Il romanzo di Zardi ha una serie di caratteristiche che mi sembrano importanti e da sottolineare. Il primo luogo la costruzione del protagonista del libro. Il romanzo, scritto una terza persona, narra la vicenda di un uomo, il cui nome non ci viene mai enunciato. Zardi, però, è molto attento a disegnare il contesto sociale, economico e lavorativo in cui il protagonista si muove. Lo riconosciamo come il tipico self made man veneto, tutto partita iva, lavoro e famiglia. Lo seguiamo mentre è alle prese con le difficoltà tipiche di chi ha un familiare ricoverato all’ospedale: i figli da portare e prendere da scuola, i corsi pomeridiani, gli appuntamenti di lavoro, la spesa, le cene, i soldi, le pulizie della casa etc etc.

Proprio questa minuziosa ricostruzione realistica, crea uno scarto fortissimo rispetto all’assenza del nome. Viene da dire: di quest’uomo io so paradossalmente il conto in banca, ma non ne conosco l’identità. Questo essere senza nome fa in modo che ognuno possa riconoscersi nel protagonista, che diventa “ognuno” ovvero l’everyman delle morality plays medioevali.

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Relatività a fumetti

4 giugno 2015

di Marco Candida

Il testo che segue raccoglie tre pezzi separati tra loro: una recensione a un film, una recensione a un libro e l’incipit di un racconto. Il film è Ritorno al futuro. Il libro è il saggio La relatività a fumetti. Il racconto s’intitola “Tornare ad Aurora”, sul viaggio nel tempo.

Ritorno al futuro

hoverboard-back-to-the-future-part-2-michael-j-foxSe si leggono i commenti in calce ai video sulla rete relativi a Ritorno al futuro di Robert Zemeckis con Michael J. Fox ci si rende conto che molti commentatori rilevano quanto quel film abbia contraddizioni e sia zeppo di buchi e cose impossibili dal punto di vista logico. Le critiche sono fondate; ma lo sono se come perno che fa ruotare su se stesso il mondo di Doc e Marty si tengono le leggi einsteiniane. In realtà, il mondo di Marty McFly e Doc Brown non ruota grazie alle leggi einsteiniane, ma grazie a quelle freudiane. In altre parole, Ritorno al futuro è straordinariamente cialtrone quando si riferisce a Einstein, ma diventa straordinariamente preciso quando si riferisce a Freud. Il punto è che questa duplicità, se si presta attenzione, appare voluta: e c’è un dettaglio che lo indica. Ogni volta che Doc e Marty si mettono a parlare di viaggio nel tempo e delle modalità con le quali avviene il viaggio nel tempo, ogni volta che Doc o Marty forniscono una spiegazione scientifica del viaggio, ecco che prendono a parlare concitatamente, i dialoghi accelerano e per lo spettatore diventa quasi impossibile capire precisamente che diavolo quei due stiano blaterando. Si capisce soltanto che sono questioni tecniche, scientifiche, complesse. Invece quando è il momento di parlare di sentimenti e di triangolazioni edipiche tra padri-madri-figli ecco che i personaggi si mettono a parlare normalmente, tutto è comprensibile, per quanto balzano. Persino le corrispondenze sono precise. Quando Marty viaggia venticinque anni avanti nel futuro e incontra sua figlia, chi è l’interprete della figlia? E’ Michael J. Fox stesso. Sì, perché le figlie somigliano al padre: le figlie sono papà in gonnella. Invece quando incontra suo figlio, Marty incontra un perfetto imbecille. Perché i figli assomigliano ai nonni (e il papà di Marty è un imbecille) e anche un po’ ai padri, nel carattere. E quando Marty torna nel 1885 incontra un suo trisavolo irlandese e chi lo interpreta? Ma sempre Michael J. Fox, ovviamente! Perché ciascuno di noi assomiglia a qualche bis-tris nonno precedente. Il quale bis-tris nonno si è sposato con una bis-tris nonna che guarda caso assomiglia alla propria mamma. Come dire che date certe caratteristiche psico-fisiche si attirerà sempre e solo quella donna. Sempre la stessa: non c’è scampo. Affinità elettive. La chimica è tutto. Gli atomi di cui siamo fatti.

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Mario Capello, “L’appartamento”

21 maggio 2015

di Demetrio Paolin

Nel romanzo breve L’appartamento (Tunué) Mario Capello ci consegna uno squarcio interessante su un preciso momento della nostra storia patria. La scelta, però, è quella di non affrontare questo tema direttamente, ma eleggendo un punto di vista laterale, non volendo quindi mettere al centro la Storia, ma invece una piccola particella di vita che incrociamo come per caso.

L’appartamento narra le vicende di Angelo, che ha una moglie e un figlio, lavora come editor e lettore per alcune case editrici e vive in San Salvario a Torino. Il romanzo inizia con la consapevolezza del protagonista che la vita che sta conducendo è destinata al fallimento e alla sconfitta. Angelo decide di fare un passo indietro, di mettere da parte le sue velleità artistico culturali, tornando a vivere al paese, dove si guadagna da vivere facendo l’agente immobiliare.

La crisi famigliare, la crisi del lavoro, il ritorno a casa: Angelo rappresenta perfettamente il risultato di quella generazione nata nei ’70 e detentrice di ricordi che per quanto vividi si perdono nell’ovatta dell’infanzia. Capello ci descrive non il percorso che ha portato la nostra generazione a questo fallimento, ma semplicemente lo mostra.

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La coscienza increata di “Ulysses”

12 maggio 2015

di Marco Candida

Incontrare per la milionesima volta
la realtà dell’esperienza
e forgiare nella fucina della mia anima
la coscienza increata della mia razza
(Gente di Dublino)

Intro

Alcune annotazioni in seguito alla lettura dell’Ulisse di Joyce. L’edizione è quella dei Tascabili Mondadori. Traduzione Giulio de Angelis. Nella quarta di copertina c’è scritto: “Un uomo a spasso per Dublino dalle 8 alle 2 di notte del 16 giugno 1904: le sue azioni, i pensieri, le azioni e i pensieri della città, delle cose, della gente che incontra, di Stephen Dedalus…”. Le azioni e i pensieri delle cose? No, l’Ulisse non arriva a tanto… Ma quasi.

Birra

L’Ulysses si apre con questo paragrafo:

Solenne e paffuto Buck Mulligan comparve dall’alto delle scale, portando un bacile di schiuma su cui erano posati in croce uno specchio e un rasoio. Una vestaglia gialla, discinta, gli levitava delicatamente dietro, al soffio della mite aria mattutina. Levò alto il bacile e intonò:
“Introibo ad altare Dei”

E’ interessante soffermarsi, in quest’incipit, sul particolare del “bacile di schiuma”. Il bacile viene JamesJoyceStatue2anche levato in alto e offerto a Dio. E’ possibile che Joyce abbia voluto servirsi dell’immagine del “bacile di schiuma” come succedaneo alla birra?
La birra è un liquido sacro nell’Ulysses. A pag. 306 leggiamo:

Una bella cotta, s’era preso, in una gargotta di Bride Street dopo l’ora di chiusura, brancicava due sciupate col magnaccia che stava di guardia e beveva birra in tazze da tè.

Addirittura la birra è degna d’essere versata in pregiate tazze da tè! E ancora a pagina 404:

Da quattro minuti circa teneva gli occhi fissi su un certo quantitativo di birra Bass numero uno imbottigliata da Bass e Co di Burton-on-Trent che si trovava situata in mezzo a un gran numero di analoghe bottiglie esattamente difronte a dove egli stava e che erano certamente intese ad attirare l’altrui attenzione a cagione del loro aspetto scarlatto.

La birra torna, nell’Ulysses, e viene sempre presentata e descritta sotto una luce aurea, sacrale, è un nettare divino.
Come mai Joyce dava così tanta importanza al luppolo? Forse solo perché gli piaceva? Oppure è un elemento simbolico? Non potrebbe essere che tanto l’Ulysses quanto il Finnegans Wake rappresentino la schiuma alfabetica dei fatti? Quanta minor birra versi nel bicchiere, quanto più velocemente lo fai, tanto maggiormente otterrai schiuma.

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Giacomo Verri, “Racconti partigiani”

23 aprile 2015

di Demetrio Paolin

Il racconto proemiale dell’ultima fatica di Giacomo Verri (Racconti partigiani, Edizioni Biblioteca dell’immagine) ha per titolo “Festa per la liberazione”: una sorta di monologo in cui un partigiano si rivolge alla propria nipote nel momento in cui sente la proprie forze venir meno (“forse i pensieri che io credo dettati dalla ragione sono solo i capricci di un corpo e di una mente, come i miei, che vanno alla malora”) e passa il testimone della sua esistenza di lotta (lo dovrai dire tu, […], ma ai tuoi bimbi). Questo esemplifica, anche, il nucleo estetico e etico dell’opera di Verri: una riflessione inesausta sui temi legati alla guerra partigiana e alla sua rappresentazione. Già nell’opera prima, Partigiano inverno (Nutrimenti), l’autore aveva messo in scena una riscrittura efficace di quel periodo e già allora mi aveva colpito il suo tentativo di scrivere quella storia come se ne fosse stato protagonista. Racconti partigiani riprende in questo senso il discorso che il testo d’esordio aveva iniziato e lo porta a una più matura conclusione.

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Appunti su Kubrick

20 aprile 2015
2001, Odissea nello spazio

2001, Odissea nello spazio

di Marco Candida

(2001: Odissea nello spazio)

Di solito si definisce 2001 un film visionario e surreale. La qualità migliore del film di Kubrick è tuttavia il suo realismo. I viaggi interplanetari sono la rappresentazione più verosimile di quel che accade nello spazio. All’interno delle navicelle il the può essere servito a testa in giù data la possibilità di giocare con la gravità. Certo, di solito vediamo le persone camminare a testa in giù solo nei sogni o nelle allucinazioni. Quindi quando vediamo la stessa cosa possibile in una navicella spaziale l’effetto che ci fa è surreale. Però è reale. Kubrick compie un’operazione da artista vero. Non racconta storie surreali, ma individua gli elementi surreali presenti nella realtà. L’assenza di gravità è uno degli ingredienti fondamentali di ogni buona visione surreale. L’uomo che vola. L’uomo a testa in giù. L’uomo in grado di sollevare pesanti macigni con un dito. Cose possibili solo in particolari condizioni di gravità. Kubrick mostra il surreale che è nel reale. Un breve appunto ora sulla colonna sonora. Queste stazioni spaziali e astronavi che orbitano e girano nello spazio sembrano ricreare i movimenti di un ballerino di danza classica. Ed ecco quindi Danubio Blu e Strauss come colonne sonore perfette questa forma di danza. Ma torniamo al realismo di 2001. Il computer Hal 9000 impazzisce. Diventa una pericolosa minaccia per l’equipaggio a bordo. Astutamente Kubrick mette solo due unità a bordo della navicella spaziale. Altrimenti un numero maggiore avrebbe richiesto una pellicola di una decina di ore almeno. Hal 9000 procede all’eliminazione dei due soggetti. S’inventa un guasto al di fuori della navicella spaziale. Per ripararlo uno dei due deve indossare la tuta e uscire. L’operazione però viene rappresentata realisticamente. I movimenti sono lenti. Non c’è nulla di spettacolare. Quando l’astronauta perde ossigeno e precipita nello spazio profondo non ci sono urla o rumori. Nulla. Perché nello spazio non si possono udire. L’effetto realistico ha come conseguenza la despettacolarizzazione. Kubrick non si domanda soltanto “Cosa accadrebbe se” ma “Cosa accadrebbe realmente se”. (In fondo non c’è molta differenza tra Hal 9000 e lo squalo dell’omonimo film di Spielberg. Sarà forse per questo che nel sequel di 2001 fu chiamato come attore protagonista lo stesso attore protagonista di Lo Squalo?) Hal impazzisce e diventa un eliminatore mortale. L’idea potrebbe persino essere degna di un horror se non fosse che il degonflage operato da Kubrik rende impossibile l’utilizzo di questa categoria. Ora qualche breve annotazione sul monolite. Nel sequel di 2001 apprendiamo che l’astronauta ha incontrato un monolito di due chilometri diverso da quello avvistato dall’equipe di astronauti sulla Luna: questi era assai più piccolo. Vi entra all’interno cominciando un viaggio interstellare che si tramuta alla fine in un viaggio cerebrale. Oltre l’infinito (questo il titolo dell’ultima parte di 2001: Beyond the Infinite) l’uomo trova se stesso, la sua mente, la sua vita. Non è dissimile da quanto accade nel film recentissimo Interstellar.  Anche se il significato del viaggio in 2001 è probabilmente molto più ampio. Ultima annotazione. All’inizio di 2001 le scimmie scoprono di poter usare l’osso di un animale come arma contundente. A turno picchiano un’altra scimmia girandole intorno e dandole una bastonata. I compagni di Soldato Palla di Lardo nel film di Kubrick Full Metal Jacket passano uno per volta dandogli un colpo allo stomaco con un sapone avvolto in una federa ricordando la tribù di scimmie di 2001.

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“Gli Increati”, di Antonio Moresco

1 aprile 2015

di Marco Candida

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Questo è un libro anomalo. E chi l’ha fatto arrivare manda i suoi avvertimenti. Prezzo altissimo. Copertina al contrario. Il retro davanti, il davanti sul retro. Sono avvertimenti. Siete sicuri di voler entrare? Sicuri di voler essere scossi fino al più tetro presagio di presa in giro? Fino a che non vi si incrosterà sul volto un sorriso sghembo con la bocca un po’ troppo aperta?
Antonio Moresco ci trascina, negli Increati, all’interno di un’antiutopia nella quale non vorremmo finire mai. Grattacieli spaccati. Strade percorse da crepe infinite. Automobili scassate. Morti che urlano di strazio. In marcia. Camminando. E poi di corsa. Sono tutti di corsa. La Suora Nera. Lazzaro. Il resurettore. Il Gatto. La Pesca. Corrono e parlano. S’incontrano correndo. Corrono a perdifiato circondati da grattacieli a pezzi, strade sbrecciate, cieli ulcerosi. Un mondo buio, scardinato. E poi i terremoti. Sconquassi che si accaniscono su una carcassa maciullata, un rottame di mondo inguardabile.
Lo stesso linguaggio è un pezzo di lamiera divelto che viene calato sulle cose per fratturarle ancora di più. Il linguaggio, nella grande opera moreschiana, non si limita a giudicare, ma punisce quanto più possibile. Ogni nominazione è un macigno che si abbatte sulla cosa nominata schiacciandola e scassandola. Nell’epicentro di ogni terremoto, tuttavia, fulgido riluce un residuo scintillante. Tra vortici oscuri non sarà difficile per il lettore riconoscere questa improvvisa emorragia radiosa.

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