Torquato Tasso e l’oseleto (dall’Antologia maniacale)

by

Torquato Tasso

di giuliomozzi

Antologia maniacale. Ovvero: quei testi sui quali torno in continuazione, a prescindere dal loro valore effettivo (più o meno riconosciuto). Vedi gli altri. [gm]

Torquato Tasso. Un madrigale.

Ecco mormorar l’onde
e tremolar le fronde
a l’aura mattutina e gli arboscelli,
e sovra i verdi rami i vaghi augelli
cantar soavemente
e rider l’orïente:
ecco già l’alba appare
e si specchia nel mare,
e rasserena il cielo
e le campagne imperla il dolce gelo,
e gli alti monti indora.
O bella e vaga Aurora,
l’aura è tua messaggera, e tu de l’aura
ch’ogni arso cor ristaura.

Questo madrigale di Tasso – che ne scrisse un’infinità, oltre a un’infinità di sonetti e un numero ragguardevole di canzoni – è un coacervo di luoghi comuni e di accostamenti prevedibili.

Che cosa fanno le onde? Mormorano, ovviamente.
E le fronde? Tremolano.
E gli arboscelli? Pure (qui c’è un iperbato, cioè una dislocazione innaturale delle parole: la costruzione retta sarebbe: ecco le fronde e gli arboscelli tremolare a l’aura mattutina).
E i rami come sono? Verdi.
E gli uccelli (augelli) come sono? Belli (vaghi: ma la parola vago, etimologicamente legata a vagare, contiene un’idea di instabilità, di – appunto – volatilità).
E come cantano, questi uccelli? Soavemente, manco a dirlo.
E l’oriente, il luogo dove il sole sorge, che fa? Ride, come faceva già dai tempi di Omero.
E l’alba che fa? Appare.
E giunta sul mare, che fa? To’, vi si specchia.
E il cielo che fa? Si rasserena (qui, secondo me e qualche commentatore che ho sottomano, Tasso usa rasserena come verbo intransitivo; il soggetto grammaticale è il cielo).
E la fresca umidità mattutina (il dolce gelo), che fa? Ma imperla le campagne di rugiada, poffarbacco!, e in qualità di foschia produce quel certo colore dorato dei monti lontani.

Capite: non c’è nulla, qui, che non venga dal repertorio. Eppure – e, azzardo, forse per la densità stessa dell’accumulo – questo madrigale è sopravvissuto meglio di tanti altri, che oggi non si leggono più. Questo nelle antologie c’è, sistematicamente. Sarà che Claudio Monteverdi l’ha messo in musica (ma non è l’unico madrigale del Tasso che Monteverdi abbia messo in musica). Sarà che le antologie si compilano copiando le altre antologie.

Quanto a me, non esito: a me questo madrigale pare molto bello. Mi dà la sensazione – che non so argomentare razionalmente – che il povero Torquato Tasso a questo mondo qui, a queste aurore ridenti e a questi vaghi uccelli, ci credesse davvero: come i bambini credono alle favole, come tanti credono a padre Pio, come tanti parlano seriamente dei loro amici di Facebook. Quest’incanto standard è una realtà che si sovrappone alla realtà percepita, come quando guardiamo la persona amata e ci pare bellissima – anche se, di norma, non è tale. Ovviamente noi non siamo matti e sappiamo entrare e uscire da questi sogni; Torquato era matto abbastanza un po’, e forse per lui questi sogni riuscivano ad avere una consistenza, una palpabilità più forte che i nostri sogni per noi.

Così che questo testo tutto di repertorio a me suona, e mi scuso per la formula così ingenua, sincero. Tanto che ci credo anch’io, a questo incanto standard, al modo in cui tutti crediamo in ciò che facciamo nel momento in cui col nipotino giochiamo a facciamo che eravamo.

Certo: si può anche non apprezzare. Nel 1886 Gabriele D’Annunzio, ancor giovine ma già famosetto, pubblicò a puntate in un periodico una raccolta di poesie tra l’erotico e il decadente (gli pareva il gusto più alla moda di quel tempo) intitolata Isaotta Guttadauro, ovvero Isotta Gocciadoro Immediatamente qualcuno (non mi ricordo chi) ne mise fuori in un altro periodico una parodia intitolata Risaotto al pomidauro. Ecco: quel ristaura finale e in punta di verso, per quanto etimologicamente giustificabile, rischia di farci, a noi del 2018, quell’effetto là (e forse lo faceva già all’epoca, almeno ad alcuni).

Ma, soprattutto, diversamente da Torquato Tasso, noi abbiamo letto Luigi Meneghello (leggo dal libro Jura, il cui sottotitolo è: Ricerche sulla natura delle forme scritte):

L’uccellino in quanto creatura della lingua scritta aveva una specie di monopolio delle attività ufficiali degli uccelli, almeno nella loro forma diminutiva. Andava a ficcarsi in tutte le manifestazioni riconosciute della cultura, dettati, componimenti, libri di lettura, nei quali ultimi gli piaceva farsi fare il ritratto “sui rami del melo” o in volta per l’aria. Era un vero e proprio operatore culturale, indaffaratissimo, con appariscenti funzioni di rappresentanza, dir bene del Creato, fare le riverenze al Signore, avvertire la gente che era arrivata la Buona Stagione (la gente lo sapeva già).
Invece l’oseleto sul terreno della cultura era un po’ il figlio della serva, privo di un suo status e poco interessante per la gente istruita. Nessuno gli dava le poesie da imparare a memoria, pareva tempo perso. Andava in giro a beccolare, sempre esposto al rischio che riuscissimo a posargli un granello di sale sulla coda (non ci riuscimmo mai). Non lo si vedeva «svolazzare» come l’altro, il suo modo preferito di spostarsi era «zolar-via». E intanto i cacciatori, fischiando, colmavano di pallini le rosse cartucce…
In cambio però l’oseleto ha una qualità che all’uccellino, guarda un po’, manca: è vivo.

E, più precisamente, e proprio al caso nostro:

Scrivendo, ci si andava a inserire in una sfera in cui vigeva un diverso criterio di realtà, e le cose significate dalle parole avevano caratteristiche nuove rispetto al parlato.

Un diverso criterio di realtà. Ecco. Se volessimo leggere questo madrigale del Tasso avendo nella mente e nella sensibilità un criterio di realtà come quello che usiamo per tagliare il pane o sostituire una lampadina fulminata, faremmo torto a Tasso e al madrigale. E anche, forse, a un bel pezzo della tradizione poetica occidentale.

E ora, ascoltate la messa in musica di Monteverdi.

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2 Risposte to “Torquato Tasso e l’oseleto (dall’Antologia maniacale)”

  1. Giò Says:

  2. Ma.Ma. Says:

    Sono di parte, lo so, ma in merito alla frase “Così che questo testo tutto di repertorio a me suona, e mi scuso per la formula così ingenua, sincero.” a me non pare essere per niente ingenuo definire un testo sincero, anzi, semmai coraggioso in certi casi. Tanto più che ogni volta che provo io stessa a usare questo termine per descrivere un libro genero curiosità e disorientamento: in tanti non colgono il senso, pare. O così dicono. È anzi questa definizione (e il paragrafo che viene prima) ad aiutarmi a capire il tuo punto di vista in modo da “sentirlo”. Ho riletto più volte, oggi, queste righe, perché so sempre più possiilbilità, e l’ho fatto cercando di levarmi di dosso il disturbo che certe immagini di perfezione mi davano, calandomi nei panni della bambina (se non a Disneyland) nei prati di montagna, dove c’era libertà e la natura era padrona, invadente e sfacciata come qui viene descritta: ho risentito certi odori belli, aiutata anche dal ronzio di una mosca che mi ha catapultata tra le vacche al pascolo. Un incanto. Possibile. E sì, non forzato per convincere il lettore; sincero. Merci. (Poi non significa che diventerà la mia preferita ^_^ per ora resto con l’orologio e lo specchio nel cuore)

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