Note di lettura: “Neghentopia” di Matteo Meschiari.

by

di Luigi Preziosi

Difficile definire Neghentopia di Matteo Meschiari, uscito da qualche mese presso Exorma. Certo ne è il contenuto distopico, per la rappresentazione proiettata in un futuro indefinito e particolarmente drammatico, di un mondo collassato, popolato da un’umanità ridotta al minimo delle sue funzioni vitali e tesa ad una mera quanto precaria sopravvivenza. Il testo è poi impostato come una sceneggiatura cinematografica. Ne deriva una prosa scarnificata, ma paradossalmente di non facile decifrazione: il rigoglioso fiorire di immagini lascia intuire la particolare densità concettuale che le ha generate. Ma tentare di incasellare il libro in un qualche genere narrativo canonico è ulteriormente complicatoper la compresenza di forme espressive eterogenee. Innanzitutto, la narrazione è splendidamente accompagnata dalle suggestive illustrazioni di Rocco Lombardi, evocanti, in piena coerenza con il testo, una rappresentazione purgatoriale del mondo, immerso in una foschia che intorbidisce insieme il paesaggio e le menti degli uomini. Ancora: il libro andrebbe letto ascoltando la musica che il testo, tra parentesi, di volta in volta propone: si va da Patti Smith a Ernst Reijseger, da Brian Eno a Schoenenberg. La dimensione musicale, nel suo complesso e per i riferimenti scelti, aumenta ulteriormente il senso di spaesamento che dalla parola scritta promana.

L’ambientazione nel futuro è palese, ma l’incombere del grigiore che pare opacizzare la pagina induce al dubbio che ciò che il libro rappresenta sia un tempo verso cui si sta già ora degradando, il prolungarsi inevitabile di un adesso, nel quale stentiamo a cogliere i prodromi della catastrofe che ci aspetta.

In un tempo postumo, post – apocalittico, dove tutto si è già compiuto e l’inevitabile è già avvenuto, si gioca il destino di alcuni sopravvissuti. Il protagonista della storia, Lucius, è un ragazzo che, in un vagabondaggio non privo di una meta precisa che si svelerà solo nel finale, percorre spazi sconfinati, pianure e deserti, e città sfigurate da eventi passati non detti ma che si intuiscono terribili, non solo per i disastri materiali che hanno provocato, ma anche soprattutto per il deperimento del senso di umanità che hanno determinato nei superstiti. Lucius stesso ne è la prova vivente: assassino spietato commette una serie di omicidi durante il suo viaggio verso il nord, senza che ne vengano esplicitati i moventi. Risente di improvvisi crolli fisici e soffre di amnesie. Non ricorda gli atti compiuti nell’immediato passato, e non ha quindi coscienza piena del presente e delle ragioni dei suoi comportamenti: palese riverbero, sul comportamento del personaggio, di una condizione collettiva di decadimento.

L’umanità descritta da Meschiari pare scivolata nello smarrimento di quella consapevolezza di sé, che normalmente dovrebbe derivare dalla memoria di ciò che si è stati. Il ragazzo è accompagnato da un passero, che ogni tanto prende il volo per poi ricomparire nei momenti decisivi del viaggio, e ne commenta le azioni, le discute a volte: una sorta di grillo parlante, privo della moralità collettivamente condivisa del suo antenato collodiano, essendo il mondo futuro di Meschiari un insieme di destini di sopravvissuti solitari, ferocemente individualisti. Il viaggio ha come meta Neghentopia, una sorta di deserto al confini del mondo, dove la terra può dissolversi sotto la cupezza del cielo. Lì Lucius compirà la sua missione, incontrando la Bestia, creatura (posto sia lecito definire in questo modo una qualche entità vivente di cui, considerato il contesto, l’essenza creaturale è per lo meno dubbia) della quale si avverte la presenza fin dall’inizio del viaggio e che si intuisce rappresentare una raffigurazione esemplare del disastro cosmico che si delinea sempre più chiaro durante il percorso.

Il testo è intenzionalmente difficile, a volte aspro, non indulge ad alcuna lusinga per ingraziarsi il lettore: “nessun lieto fine … Come avevo fatto in Artico nero anche qui non voglio rassicurare o dare speranza. Voglio fare paura”: così l’autore, antropologo di professione, in un’intervista reperibile su Zest. Nella sua essenzialità, ha però squarci di prosa scintillante, con ampio ricorso a rappresentazioni paesaggistiche, utili non solo ad indirizzare il lettore verso lo stato d’animo di volta in volta più adeguato alle vicende raccontate (in fondo, una sceneggiatura, per definizione, traduce la scrittura in visione), ma anche a definire la angolazione del tutto particolare a cui l’autore orienta la narrazione. Le descrizioni, infatti, indugiano, con intenzionale attenzione ai dettagli, sulle devastazioni subite dall’ambiente, contenitore universale della vita, insistendo sull’espansione di sacche di aridità in un mondo a mano a mano più sterile, e quindi incapace di riprodursi e di eternarsi. “ La flora e la fauna sono allo stremo. La polvere è ovunque”: così una delle frasi poste in esergo al libro, rivelatrice di una visione non antropocentrica della natura. L’uomo non è fuori dal campo narrativo, ma lo sguardo sul mondo supera di gran lunga la contemplazione del suo destino. Ne deriva un rapporto uomo – natura tematizzato secondo valori apprezzati da quell’ecologia letteraria sviluppatasi negli Stati Uniti a partire dalla fine degli anni ‘70, interessata a scandagliare le connessioni tra la responsabilità ambientale e la letteratura (tematiche attualmente in fase di relativa diffusione anche in Italia: per un approccio critico relativo alla nostra letteratura, si può approfondire la materia almeno con i recenti Ecologia Letteraria, di Serenella Iovino e Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa, di Niccolò Scaffai). Ne è segnale la drammatizzazione del rapporto tra umanità e natura, enfatizzata attraverso l’adozione della prospettiva straniante di un mondo in cui l’uomo non sia più il centro dell’esistente, in coerenza con alcuni presupposti della ecologia letteraria. “La sostanza del discorso ecologico consiste infatti nel mettere in discussione i paradigmi tradizionali attraverso cui percepiamo e rappresentiamo la natura: i più comuni tra questi paradigmi sono la relazione asimmetrica basata sul controllo della natura da parte dell’uomo; l’idealizzazione edenica del paesaggio; la distinzione rigida ed esclusiva tra naturale e artificiale”: così Scaffai, nel testo prima citato. Si tratta per l’appunto dei paradigmi di percezione della natura che Meschiari contesta in Neghentopia.

Il paesaggio non è quindi sfondo, ma parte essenziale della narrazione, rende il senso della desolazione e dell’abbandono, che è non solo cifra esistenziale del giovane protagonista, assassino senza memoria, ma anche e prima di tutto tratto caratteristico delle sue vittime. Non si intravedono infatti scampoli di innocenza residua nel mondo di Neghentopia: la colpa collettiva di aver degradato la terra pare incombere sulla immemore umanità che vivrà il tempo descritto da Meschiari. Da questo particolare angolo visuale, non c’è un vero stacco temporale tra noi che stiamo leggendo e quel tempo futuro. Neghentopia si presenta allora come la descrizione di una prolungata agonia di cui, senza accorgercene, già portiamo i segni: la nostra inconsapevolezza è già il sintomo dell’oblio che progressivamente anestetizzerà le coscienze, come la smemoratezza di Lucius dimostra.

Tag: , , , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...