Come sono fatti certi libri, 12 / “Super-Eliogabalo”, di Alberto Arbasino

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Le rose di Eliogabalo, di Lawrence Alma Tadema, 1888
(L’imperatore uccide gli ospiti di una sua cena soffocandoli
con una massa di petali di rose fatti cadere dal soffitto)

di giuliomozzi

[In questa rubrica vorrei pubblicare descrizioni, anche sommarie, di libri che – al di là della storia che raccontano o del tipo di scrittura – presentano una “forma” un po’ particolare, o magari bizzarra. Che cosa io intenda qui per “forma” mi pare, ora che ci sono undici articoli pubblicati, piuttosto evidente. Chi volesse contribuire si faccia vivo in privato (giuliomozzi@gmail.com). gm].

Gli undici articoli finora pubblicati in questa rubrica dovrebbero ormai aver suggerito alle gentili lettrici e ai gentili lettori che un “libro” è una cosa ben diversa da un “romanzo”, anche quando il “libro” contenga, in effetti, un testo che è un “romanzo”.

Se poi il “libro” contiene qualcosa che viene spacciato per “romanzo” (a es. perché fa parte di una collezione di “romanzi”, o perché reca in copertina la dicitura “romanzo”, o perché l’autore è generalmente considerato un “romanziere”, ec.) benché in realtà sia qualcosa che, per carità, al “romanzo” più o meno vagamente somiglia o allude, ma senza esserlo propriamente, e in qualche caso addirittura senza che si possa dire che cosa quel testo effettivamente sia, ec. – allora la differenza si sente ancora di più.

Alberto Arbasino è, per così dire, uno specialista nella produzione di “romanzi” che sembrano “romanzi” fino a un certo punto, pur possendendo indubbiamente alcune caratteristiche del “romanzo” (a es. il “romanzesco”), e tuttavia mancando spesso di altre (a es. un ben definito intreccio); e si può ben dire, in sostanza, che egli è molto più uno scrittore di “libri” che di “romanzi”.

Ma Arbasino è uno specialista anche nelle “riscritture”: sia perché alcune opere sue sono, in toto o in parte, esplicitamente o nascostamente, seriamente o parodisticamente, “riscritture” di altre opere o di parti di altre opere, sia perché di non poche opere proprie egli ha fornito, di edizione in edizione, più o meno ampie riscritture.

E’ il caso, per esempio, di questo “romanzo”, Super-Eliogabalo: riscrittura di una riscrittura, più volte riscritta.

Lasciamo da parte, per ora, il fatto che un Super-Eliogabalo presuppone quasi necessariamente un Eliogabalo originario, che sarà quello di Artaud (a sua volta lavoro di “riscrittura” delle poche fonti storiche su questo strambissimo imperatore romano). E proponiamo, così, senza che nessuno ce l’abbia chiesto, un assioma (con corollario):

Assioma. Più un “libro” si allontana, pur in qualche modo pretendendovi, dalla forma “romanzo”, tanto più i paratesti, specie se d’autore (o conniventi con l’autore), risultano rilevanti; in quanto forniscono al lettore, il cui desiderio istintivo di narrazione (cioè di “romanzo”) sarà dall’effettivo testo più o meno amabilmente frustrato, un “segnalibro”: qualcosa di più di una “guida alla lettura”; qualcosa di simile, se si vuole, agli “argomenti” che un tempo venivano posti in capo ai capitoli dei romanzi (Capitolo primo, ove si narra ec.), e che spesso e volentieri si prestavano (e tuttora si prestano) a un uso ironico (oltre che iconico, ma questa è un’altra storia).

Corollario all’assioma. Vi sono “romanzi” nei quali la “forma-romanzo” è così denegata che essi si riducono, in sostanza, a immensi paratesti di un’opera assente.

* * *

Ritenendoci dunque, almeno per il momento, dispensati dalla lettura del Super-Eliogabalo di Alberto Abasino (e s’intende: ritenendoci dispensati dal leggerlo, benché sia nostra intenzione – già in atto – scriverne), e cominciamo col leggere la quarta di copertina della prima edizione (Feltrinelli, 1968):

Questo romanzo così “diverso da tutto”
ha (letteralmente) scritto, un pezzo dopo l’altro, il proprio
                                                             [autore
mentre questi leggeva altri libri, sfogliava diversi periodici,
ascoltava musica (e le idee del tempo), visitava musei
e catastrofi, assisteva a parecchi decessi,
progettava un film smodatamente comico
su un imperatore romano con quattro mamme
(e un precettore, e un pontefice
e tanta, tanta decadenza)
che va a Ostia per un weekend-con-delitto
e dopo molti straordinari accidenti
lungo la strada, in una villa, e in un tempio
con la collaborazione di Ubu Roi e di Zarathustra
diventa dio la domenica pomeriggio.
Ma in questo plot nemico della Storia
e degli Illuminismi deliranti e delle Scienze repressive
le trame sono poi diverse, fitti e numerosi gli spessori:
griglie e cavità disparate moltiplicano
i livelli delle provocazioni culturali
sostituendo a ogni analogia fra Antichità e Attualità
(con la pretesa, magari, che si spieghino a vicenda…)
l’identità e le figure
di un repertorio limitato di combinazioni retoriche
e di un campo sfrenato d’invenzioni fantastiche.

Non mi sono confuso io con gli “a capo”: il testo è, effettivamente, in versi. E tutto suggerisce (ci saranno documenti pubblicati che lo attestano: non li conosco, e qui sto andando a spanne) che a redigerlo sia stato Arbasino stesso. Vi troviamo un certo numero di luoghi comuni e di icone di quegli anni: il testo che “scrive” il proprio autore, il rilievo dato alla ricca stratificazione del testo (“le trame sono poi diverse, fitti e numerosi gli spessori…”), la rivendicazione della provocatorietà dell’opera, il tecnicismo e l’idea di letteratura come attività combinatoria (“repertorio limitato di combinazioni retoriche”), i nomi-feticcio di Ubu Re e di Zarathustra, e così via. Manca solo che ci si scusi del fatto che, in fondo, nel “romanzo” (e la copertina porta la dicitura: Romanzo di Alberto Arbasino) una qualche trama c’è.

Che cosa succede quando, nel 1979, il romanzo esce in una nuova edizione presso Einaudi?

Super-Eliogabalo è un testo per il quale la riscrittura con integrazioni e variazioni è diretta conseguenza della struttura del testo, la struttura a frammenti mobili, che “si presta a varianti infinite, a un infinito aggiornamento e a infinite aggiunte” (Raffaello Manica); intere sezioni possono essere agevolmente anticipate o posticipate. L’aumento delle pagine nelle tre successive edizioni è progressivo, mentre la trama resta immutata. La riscrittura del romanzo del 1978 contiene parecchi aggiornamenti. La versione del Super-Eliogabalo del 1969 è basata sulla tecnica della riduzione, sul togliere, sulla descrizione cinematografica, al contrario la versione del 1978 riprende la vocazione enciclopedica già dimostrata con Fratelli d’Italia e si basa sull’aggiungere: i lunghi elenchi e le liste nominali vengono ulteriormente ampliati; le sequenze delle citazioni vengono allargate; vengono aggiunte numerose poesiole e parti completamente nuove; avviene un incremento del numero delle scene. […] Altra differenza risiede nella maggiore frammentarietà del testo: sebbene gli episodi e gli avvenimenti narrati permangano immutati, è impossibile dopo la riscrittura parlare di trama, i frammenti sono diventati autonomi, slegati fra loro, completamente indipendenti l’uno dall’altro, intercambiabili e slegati dall’obbligo di mantenere una posizione fissa all’interno dello svolgimento della materia narrata. […] Gli obiettivi che si prefigge l’autore nella riscrittura sono: un sistematico abbassamento dei livelli e l’utilizzo della tecnica dell’aggiungere materiale, tecnica che vede nella figura retorica dell’elenco la maggiore fonte di ampliamento. .

Così scrive Chiara Poloni nella sua tesi di laurea (Università Ca’ Foscari di Venezia, a.a. 2014-2015) Alberto Arbasino e America Amore. L’opera enciclopedica e la riscrittura, pp. 82-83.

E leggiamo la quarta di copertina, prendendoci la libertà di considerarla, anche questa volta, d’autore (quel “cioè proprio stronzaggine” mi pare decisivo: un imitatore non ci riuscirebbe):

Questo romanzo «a frammenti mobili» – cioè teatrini, elenchi, fumetti – composto nel ’68 e pubblicato nel ’69, si proponeva allora di interpretare il senso più autentico e profondo di quella famosa rivoluzione giovanile vivendola in una decadenza romana archetipica, raccontata con gli strumenti delle avanguardie storiche. Dunque recupero sfrenato dell’Immaginazione, contro ogni oppressione razionalistica e scientifica. Quindi spettacolini della crudeltà, rappresentazioni dada, performances surrealiste. E inoltre “sottisiers” (cioè cataloghi e inventari flaubertiani) di “bêtise” (cioè proprio stronzaggine) molto italiana tipica e molto nostra contemporanea.
«Super-Eliogabalo» è insomma il romanzo di rivolta di un giovane avventurista romano con quattro mamme «anni trenta» che si è sbagliato di epoca e di movimento. Infatti avendo scoperto Jarry e Artaud trnta di abbattere dall’interno del Potere il razionalismo autoritario dell’Impero e di smascherare l’illuminismo repressivo degli anni Sessanta con armi appartenenti piuttosto al decennio seguente: l’ironia, la creatività, la corporeità, il neo-dada, lo spontaneismo, il nonsense, il gioco, la trasgressione, il terrorismo della disseminazione, la liberazione del Desiderio, il situazionismo del Self, l’eruzione dei Bisogni, il rifiuto della Storia burocratica e delle Scienze dittatrici, la demistificazione del falso progresso industriale, i deliranti e gratificanti frullati Nietzsche-Adorno-Lacan-Totò.
Ecco, allora, la commediaccia “pop” di un weekend-con-delitto al mare, traboccante di avventure e canzoni e gags, in una frizione provocatoria e polimorfa tra Antichità e Attualità e comicità pecoreccia e iper-realistico Kitsch.
Macché pompe, macché fasto, macché cortei, macché porpore; ecco invece una famigliaccia piena di debiti accampata in uno sfascio tipicamente italiano e affaccendata soprattutto in sciocchezze… Così dopo aver fatto intendere con alcuni segnali ormai quasi afasici di «aver capito tutto» e di «non poterci far niente», l’imperatore-compagno va a finire malissimo: fatto fuori dalle quattro mamme italiane e da due vecchie aquile romane in un Tempio che è anche un grande magazzino, trionfo della Merce, dopo aver tentato un esproprio ai danni del Pontefice. Però con la collaborazione di Ubu Roi e di Zarathustra, diventerà immediatamente un dio-merce anarchico e un dio-feticcio musicale. Che carriera!

Anche qui ci sono i segni dei tempi: mi limito a rilevare che con la sequenza “Nietzsche-Adorno-Lacan-Totò” siamo in piena Estate Romana, ovvero in pieno ’77, ovvero nell’era di Renato Nicolini e del grande dibattito sull’ “effimero”.

Nel 2001 appare la terza edizione, stavolta presso Adelphi. Leggiamo ancora Chiara Poloni (p. 99):

Nella riscrittura effettuata nel 2001 per la casa editrice Adelphi, si accentuano i procedimenti di modifica visibili nel passaggio dalla prima edizione Feltrinelli alla seconda edizione Einaudi: spostamenti, sostituzione delle parti soppresse, scene aggiunte o spezzate, variazioni lessicali. Il gusto per i cataloghi, gli elenchi e gli insiemi incongrui assume un tono maggiormente ludico. Avviene un ulteriore aggiornamento lessicale, diventando ancora più essenziali e fondamentali le interazione fra lingua alta e bassa; inoltre viene preferito il termine latino al corrispettivo italiano, procedimento che riguarda perfino il nome del protagonista, che nella sua prima apparizione si muta in “Super-Heliogabalus”.

E andiamo a vedere ancora la quarta di copertina, anch’essa intuitivamente d’autore, limitandoci a notare un segnale particolarmente esplicito di quel tutto particolare Itinerarium litteraturae in vaccam che è proprio di Arbasino: il peggiorativo, che nel testo einaudiano appare solo nell’ultimo capoverso (“commediaccia”, “famigliaccia”) qui è sparato subito, nella prima riga.

Un giovanissimo Imperatore romano molto minore, con una famigliaccia molto romana piena di mamme e di debiti, scappa con tutta la troupe a Ostia per un weekend-con-delitto. Al mare si dànno spettacoli e si governa l’Impero, fra riti e orge e magie e catastrofi molto kitsch, in un thriller peplum-noir di favoriti e sacerdoti e precettori e senatori in preda alle più incresciose follies della Romanità classica e della Decadenza pecoreccia.
Composto nel fatale ’68 e pubblicato l’anno successivo, questo romanzo «a frammenti mobili» – un cabaret ’pop’ dell’Immaginazione e del Desiderio – colse a caldo il senso più autentico di quella celebre avventura giovanile: una décadence archetipica ed emblematica, vissuta a Roma con le ‘crudeltà’ e i ‘varietà’ delle migliori avanguardie storiche. Una sfrenata performance contro ogni oppressione e repressione razionalistica, politica, culturale, scientifica. Con autorevoli canzonette e fumetti e gags di Nietzsche, Jarry, Artaud, Adorno, Totò, sull’Antichità e l’Attualità. E in omaggio speciale a Flaubert, parecchi deplorevoli inventari e cataloghi di bêtise tipicamente italiana, e nostra contemporanea.
Ma chi sarà la vittima, poi? Dopo tanti straordinari equivoci e accidenti (anche lirici) lungo le strade, in villa, in spiaggia, a tavola e a letto, di giorno e di notte, il giovane imperatore-compagno (e savio teppista) diventa dio a sorpresa. Miracolando di prepotenza il Pontefice, nel Tempio-Supermarket più importante dell’Impero, con la collaborazione di Ubu Roi e Zarathustra. Che carriera!

Che relazione ci sia poi tra il Super-Eliogabalo di Arbasino e l’Eliogabalo di Artaud, anche questo possiamo apprenderlo, o quantomeno intuirlo, senza leggere una riga del “romanzo” (posto che quello di Artaud sia un “romanzo”). Per la celebre serie delle interviste impossibili, infatti, Arbasino scrisse un’intervista a Ludwig II di Baviera, qui magistralmente interpretata da Arbasino stesso (l’intervistatore) e da Carmelo Bene (Ludwig II di Baviera):

Ma che c’azzecca, direte voi, Ludwig II di Baviera con Eliogabalo? Eh, ci azzecca, ci azzecca. Provate solo a leggervi le paginette in Wikipedia dedicate a quest’ultimo (meticolosamente articolata in paragrafi: Luxuria convivialis, Luxuria rerum culinarium, Luxuria sensuum, Luxuria ostentationis, Ioci, e, per finire, Meretricibus mulieribusque sympathia) e quella dedicata a der Märchenkönig, il “re delle fiabe”, colui che – secondo una definizione dello stesso Arbasino, sparsa da qualche parte nel mare magnum di Fratelli d’Italia – realizzò la sintesi hegeliana di rococò e falegnameria. Insomma: due personaggi splendidamente camp. Come spiega molto semplicemente Mauro Giori in Culturagay.it, annodando tutti i fili che ci interessano:

La figura di Eliogabalo (o Elagabalo), così come ci è stata tramandata, ha rappresentato a lungo la quintessenza dell’eccesso sessuale, che peraltro una lunga tradizione ha associato alla decadenza di Roma. Ma, stando ai racconti degli storici, particolarmente di Cassio Dione Cocceiano, Eliogabalo si spinse ben oltre le “solite” orge romane, sposando e divorziando da cinque donne e persino da un uomo (dopo aver avuto una lunga relazione con uno schiavo), prostituendosi truccato da donna e indagando presso medici la possibilità di farsi operare per cambiare sesso. Fu imperatore per soli quattro anni, dal 218 al 222, quando fu assassinato, ma in compenso è rimasto nei secoli l’emblema dell’eccesso, stimolando in particolare l’immaginario decadente di fine Ottocento. E come poche altre eccentriche figure storiche (si pensi a Ludwig II), ha finito con l’essere canonizzato da una certa cultura omosessuale in cerca di avi da rammemorare, finendo protagonista di numerosi dipinti e lavori letterari (basti ricordare lo spassoso Super-Eliogabalo di Arbasino) (vedi).

Peraltro, è lo stesso editore attuale di entrambe le opere (Artaud e Arbasino: Adelphi) a suggerire figurativamente la relazione che le lega. Osserviamo le copertine:

Più da vicino. L’immagine sulla copertina dell’Eliogabalo di Artaud è un mosaico trovato nella città di Pella, nella cosiddetta “casa di Dioniso”, raffigurante – si presume – Dioniso che cavalca una pantera:

Il Super-Eliogabalo di Arbasino reca una figura assai simile, un’incisione proveniente dal libro di Vincenzo Brenna e Franciszek Smuglewicz Vestigia delle Terme di Tito e loro interne pitture, pubblicato da Ludovico Mirri a Roma nel 1776 (all’epoca veniva identificato come “Terme di Tito” l’edificio ora noto come “Domus Aurea”, risalente al periodo neroniano). Il soggetto è probabilmente un Bacco, con tanto d’anfora di vino, ma più modestamente a cavallo d’un cavallo.

L’eccesso, insomma. E, a questo punto, non vi pare di saperne, di questo Super-Eliogabalo di Arbasino, quanto basta per fare a meno di leggerlo? (Quello di Artaud, senza Super-, per chi volesse, è qui).

Ma per farvela tornare basterà, suppongo, qualche fotografia. La prima e l’ultima pagina, per esempio, e magari un paio in mezzo. L’edizione è la prima feltrinelliana, l’unica che abbia sottomano adesso:

* * *

E mentre ringrazio Luciano Pagano, Daniele Duso e Manuela Mazzi che hanno cortesemente sopperito alle momentanee carenze della mio biblioteca – quando si ha l’abitudine di prestare i libri, può succedere di trovarsi senza-, vi lascio, piacevolmente, con un po’ di musica:

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13 Risposte to “Come sono fatti certi libri, 12 / “Super-Eliogabalo”, di Alberto Arbasino”

  1. Stefano Trucco Says:

    La tua ammirazione (si può dire? O semplice rispetto, o interesse…) per Arbasino mi lascia sempre un po’ perplesso. Vi vedo così distanti caratterialmente, anche solo sugli scopi della letteratura…

    (io ho amato tantissimo l’Alberto di Voghera, e gli voglio bene ancor oggi dopo un periodo di freddezza – lui e Umberto Eco)

  2. Giulio Mozzi Says:

    Stefano, se apprezzassi solo il mio simile – non potrei fare il mestiere che faccio.

  3. Stefano Trucco Says:

    Chiaro. Ma mi viene una curiosità: ti è mai capitato di incontrarlo?

  4. Ma.Ma. Says:

    Giulio ricordi il difficile, complesso, eccetera? Questo libro, tra quali lo inseriresti?

  5. Giulio Mozzi Says:

    Complesso. Ma non difficile. Basta non pretendere di capire tutto, e ci si diverte un sacco.

  6. Ma.Ma. Says:

    Merci. (Allora ci riprovo 😉 )

  7. gian marco griffi Says:

    Gran libro.

  8. Fiammetta Palpati Says:

    Ho pensato, primariamente, che una struttura simile sottopone, volutamente, ad un’esperienza di lettura disgregante, dismogenea, disarticolata (perché iperarticolata) – diciamo dionisiaca, per rimanere in tema – tanto quanto lo sono la figura e gli eventi e le atmosfere che ne costituiscono l’oggetto della narrazione, col loro essere storia, e storie di storie controverse, sfaccettate, mistificate, strumentalizzate. Cioè che il testo agisca in modo analogico o omologico.
    Secondariamente mi sono detta – e stupita di – quanto c’è di apollineo in questa esibizione e super-esibizione (quale è ogni riuso) di proverbiali eccessi, e sfrenatezze, e immoralità, in questa mitografia di ambientazione capocottesca. Quanta inibizione di ogni spontanea manifestazione di ebbrezza creativa c’è nel mettere insieme frammenti mobili nel voler rappresentare l’emblema di ogni decadenza.
    Ma se è vero che ogni riuso è per il mito vitale, è vero anche che ogni trasformazione porta con sé una degradazione, una qualche misura di entropia che le copertine di Adelphi – l’una per Artaud e l’altra per Arbasino, l’una con Dioniso e l’altra con Bacco – mi sembrano contenere (ammesso che le identificazioni delle figure a cavallo siano corrette e, soprattutto, ammesso che il bacchico possa considerarsi “anche” una forma degradata del dionisiaco). Una parabola perfetta, mi sembra, per un giovane imperatore che, partito dall’Oriente, ha cercato di imporre una forma di monoteismo solare e ha finito con l’essere restituito ad un pantheon romano capocottesco.
    Ma è grazie all’intervista impossibile – con la quale si apprezza facilmente l’agilità storica dell’Arbasinopensiero – che ho avuto la sensazione di apprezzare la compiutezza di un baccanale sulla spiaggia di Ostia.
    Grazie per la utilissima rubrica, per questo articolo, e per i singoli contributi.

  9. Fiammetta Palpati Says:

    E poi mi ha ricordato “Più segreti degli angeli sono i suicidi” di Gian Marco Griffi (a naso, perché non mi è ancora arrivato)

  10. Turi Totore Says:

    Ho aspettato un po’ di giorni perché non mi volevo assumere la responsabilità di essere quello pedante. Adesso mi tocca: manca un erre nel titolo. Ma è risaputo che tu e le erre …

  11. Giulio Mozzi Says:

    G’azie, Tu’i.

  12. Fiammetta Palpati Says:

    Vabbe’, visto che Turi ha rotto il ghiaccio: manca una erre anche nella seconda riga del secondo paragrafo. Sempre sul povero Abasino.

  13. Giulio Mozzi Says:

    G’azie, Fiammetta.

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