UtN, 7 / S.E.N.S.

by

loretta_lux

di Valentina Durante

[Le regole del gioco. Per chi volesse, il racconto in pdf]

Jetzt mustu blühen

Blü and gefrorner Christ
der Mäy is für der Thür:
Du bleibest ewig Todt
Blühstu nicht jetz und hier.

Ora devi fiorire

Fiorisci cristiano assiderato;
Il maggio è alle porte:
Sarai morto in eterno,
se non fiorisci qui e ora.

Angelus Silesius, Il viandante cherubico

Non so perché io mi sia deciso, in fine, a scrivere del signor E. Z..
Sono sei mesi che non compilo resoconti sui miei pazienti. Sei mesi che non prendo appunti, che non faccio copia delle cartelle cliniche, dei referti, sei mesi nei quali il mio impegno è stato indirizzato a un unico scopo: dimenticare.
Ma ci sono veramente riuscito?
Il fatto è che io non voglio, non posso dimenticare quel bambino.

Il signor E. Z., di novantadue anni, venne ricoverato d’urgenza il 18 dicembre, alle ore 16.45, per la comparsa di due episodi sincopali, il secondo dei quali complicato da un trauma cranico (che fu giudicato modesto). L’obiettività – all’ingresso – non mostrava nulla di patologico: pressione di centodieci / sessanta, polsi presenti e simmetrici, nessun tono parafonico o scoccante all’auscultazione toracica. L’ipotesi – condivisa da tutti e confermata dai primi esami strumentali – fu che la sincope si fosse prodotta secondariamente a una bradiaritmia: il signor E. Z. venne dunque sottoposto a monitoraggio elettrocardiografico continuo.
In questa prima giornata di ricovero, e in particolare durante gli orari di visita, nessuno mai riferì della presenza del bambino.
Il pomeriggio del 20 dicembre, il signor E. Z. entrò improvvisamente in stato di shock: il volto era cianotico, la respirazione alterata, il battito irregolare, le grosse vene del collo – per la congestione – apparivano fortemente dilatate. Si intervenne con: atropina, due milligrammi in bolo endovenoso; orciprenalina, zero virgola cinque milligrammi; dopamina in infusione endovenosa.
La crisi, tuttavia, non si risolse.
Venne dunque richiesto un ecocardiogramma d’urgenza: questo evidenziò un importante sovraccarico ventricolare, con masse a tipo trombotico flottanti nelle cavità destre e in vena cava inferiore. La diagnosi fu di embolia polmonare massiva.
Tutto questo accadde entro le ore 20.00, termine ultimo per gli orari di visita: anche qui, nessuna menzione venne fatta circa la presenza del bambino.
Alle ore 20.17 – visto l’importante deterioramento del quadro emodinamico – si decise di somministrare un fibrinolitico. Tutti erano al corrente del rischio collegato a un trattamento con fibrinolitico in un paziente di età così avanzata; la situazione del signor E. Z. era inoltre complicata dall’emorragia conseguente al trauma cranico. Ma la gravità del caso era tale che non ci furono dubbi: per ottenere un effetto il più rapido possibile, si praticò tenecteplase secondo peso corporeo (settantadue chilogrammi, nel signor E. Z.), bolo di quattromila unità di eparina e infusione endovenosa di eparina a ottocento unità l’ora.
Alle ore 20.34, in seguito al grave distress respiratorio, il signor E. Z. venne intubato, sottoposto a ventilazione artificiale e inviato al mio reparto. Qui fece il suo ingresso – in stato di incoscienza – alle ore 20.53.

Come lo vidi, mi colpì subito la presenza diffusa di ecchimosi: di colore blu scuro, per lo più di dimensioni comprese fra uno e due centimetri. Tuttavia in quattro punti – sull’avambraccio destro (appena sotto il gomito), sulla guancia destra, sulla coscia sinistra (appena sotto l’inguine) e poco sopra il capezzolo – la raccolta ematica superava i due centimetri: si trattava di veri e propri ematomi. Erano una conseguenza del trauma precedente al ricovero? E che trauma? Una caduta, forse, seguita all’episodio sincopale?
Furono proprio le ecchimosi a rendermi scettico circa la possibilità di includere il signor E. Z. nella sperimentazione S.E.N.S. [1] Nei miei appunti di quel giorno, annotai:

Fuor di dubbio che il soggetto sia, per età, interessante. Ma date le circostanze – il trauma cranico, in particolare, e il trattamento con fibrinolitico – non potrò mai essere sicuro che la morte, che certo giungerà nell’arco di pochi giorni, sarà determinata esclusivamente dall’invecchiamento biologico. Potrei fare qualche indagine fra i colleghi di cardiologia, ma… No, è troppo rischioso: dovrei motivare, fornire spiegazioni… so bene quanto scetticismo circoli attorno a De Grey [2] e al progetto S.E.N.S.: non farei altro che complicare una situazione che, per me, dopo quella faccenda dei protocolli anestetici (sono sicuro che mi tengono d’occhio, continuamente), è già fin troppo problematica. Finché de Grey verrà considerato un utopista o addirittura un pusillanime… Ma perché nessuno riesce a comprendere che esiste una bella differenza fra una teoria irrealizzabile e un progetto ingegneristico radicale e necessariamente speculativo!
Se un limite va riconosciuto a De Grey (certo non avvaloro in tutto e per tutto le sue teorie), è una complessiva mancanza di coraggio: perché limitarsi – nella sperimentazione – all’organismo quando è ancora in discreta o buona salute? Perché sottovalutare le potenzialità autopoietiche del metabolismo nei giorni e nelle ore che immediatamente precedono la morte?
Sono fermamente convinto – e le osservazioni degli ultimi dieci anni me lo confermano – che l’essere umano sviluppi la più grande capacità di autorigenerarsi proprio a ridosso della fine: proprio negli istanti che noi medici siamo soliti definire “senza speranza” è presente la più grande possibilità di vita.
E perché non trovare il modo per approfittare di quegli istanti? Per sfruttare quest’ultima tensione dell’organismo alla vita, tensione che raggiunge il suo apice, perché così prossima è l’incombenza della morte?

La mattina seguente, 21 dicembre, le condizioni del signor E. Z. erano immutate.
Alle ore 8.45, l’anestesista (io non ero presente) richiese una tomografia encefalica: il referto evidenziò una diffusa emorragia subaracnoidea in sede parieto-occipitale, più evidente a destra: non fu possibile stabilire se questa fosse secondaria al trauma cranico, oppure una conseguenza della terapia fibrinolitica. Nessuna variazione nelle ecchimosi.

Dalle ore 18.15 alle ore 20.00 ci furono due visitatori.
Accompagnai il bambino in gabinetto, per la disinfezione delle mani. A giudicare dalla corporatura, doveva avere sei o sette anni. Gli chiesi se sapesse leggere. Davanti al cartello, lesse:
È permesso l’ingresso a due sole persone senza possibilità di scambiarsi.
Prima e dopo l’ingresso alla sala di degenza è obbligatorio il lavaggio delle mani.
Lavare le mani con acqua e detergente e
asciugarle (prima e dopo la visita).
Frizionare le mani con Eposan gel
.
È questo il sapone? chiese.
Non aspettò risposta.
Premette l’erogatore del sapone liquido, due volte. Strofinò i palmi, uno contro l’altro. Poi il dorso della mano destra contro il palmo della mano sinistra. Poi il dorso della mano sinistra contro il palmo della mano destra. Strofinò i polsi, rimboccò le maniche del maglione, strofinò gli avambracci, arrivò fino al gomito. Sciacquò. Aveva la pelle estremamente pallida. Asciugò mani e avambracci con tre salviette di carta.
Premette l’erogatore del gel antibatterico, due volte. Strofinò i palmi, uno contro l’altro. Poi il dorso della mano destra contro il palmo della mano sinistra. Poi il dorso della mano sinistra contro il palmo della mano destra. Si aggiustò le maniche.
Lo avevi fatto altre volte? chiesi.
Non rispose.
Tornammo in terapia intensiva. Il bambino si sedette sulla sedia rimasta libera. Per i primi dieci minuti, guardò l’alberello che la caposala aveva allestito accanto all’ingresso: in polietilene verde scuro, senza palline (che avrebbero potuto rotolare a terra e causare pericolo), con tre festoni argentati che giravano tutto intorno. Poi spostò lo sguardo sul signor E. Z. e fino alle ore 20.00 (termine delle visite) non smise mai di fissarlo. Il bambino teneva le mani poggiate sopra il lenzuolo, in corrispondenza del fianco destro del signor E. Z.: i palmi paralleli, i due pollici che si sfioravano, le altre dita leggermente divaricate. Le mani erano piuttosto grandi per l’età, con dita robuste e pieghe interfalangee dorsali molto segnate. Le unghie erano squadrate e dalla lamina trasparente: non si distingueva alcuna variazione cromatica fra la pelle e la cheratina. Pensai che dovessero essere mani molto fredde.
Era certamente il nipote.
Il bambino non parlò. Né, del resto, gli vennero fatte domande. Non distolse mai lo sguardo dal signor E. Z.
All’inizio, mi sembrò che avesse occhi marroni. Poi, esaminandoli più attentamente, mi accorsi che l’iride era in realtà di due colori: un primo anello, contiguo alla pupilla, marrone chiaro; un secondo anello, concentrico, contiguo al primo ed espandentesi fino alla sclera, verde scuro. L’illuminazione modesta della stanza faceva sì che la pupilla si dilatasse, riducendo i due cerchi concentrici a strisce sottili il cui pigmento tendeva a mescolarsi, a confondersi: da qui l’illusione di una tonalità omogenea.
Non gli vidi mai sbattere le palpebre. Ma può darsi che lo facesse con movimenti impercettibili o che io non fossi sufficientemente attento.

Saprà, quel bambino, che il signor E. Z. sta soffrendo?

Osservati dall’esterno, i pazienti in stato di coma ci sembrano immersi in un sonno profondissimo: i loro occhi sono chiusi, non vi sono movimenti volontari, né reazione agli stimoli esterni, né qualunque altro tipo di comunicazione apparente. In realtà, alcuni dei loro riflessi si conservano: specie per quanto concerne la sfera del dolore. Noi sappiamo che questo è vero soprattutto per la locked-in syndrome: il soggetto è perfettamente cosciente, eppure imprigionato nel corpo, del tutto impossibilitato a parlare o a muoversi. Ma non possiamo escluderlo a priori neppure per il coma propriamente detto: è per questo che tutti i pazienti ricoverati in terapia intensiva vengono sottoposti a sedazione.
Dovrebbero.
Cos’è peggio della paura? Della sofferenza?
Il non poter dire.
Provare paura e non poterlo dire. Provare sofferenza e
non poterlo dire.
Sono convinto che la disperazione generata da questa condizione di impotenza assoluta – la coscienza regredita allo stadio fetale dentro un corpo diventato guscio, una coscienza non più cosciente ma ancora capace di provare dolore – sia in grado di generare il più grande istinto di ribellione nei confronti della morte; che proprio il dolore rafforzi quelle potenzialità autopoietiche del metabolismo progressivamente indebolite dalla vecchiaia. In altre parole, ho la certezza che solamente soffrendo l’organismo umano possa sperare di accedere a quello stato di rigenerazione che da anni cerco di comprendere, per poterne riprodurre artificialmente i meccanismi.
Non si nasce, forse, circondati dalla sofferenza?
E perché, dunque, dovrebbe parer strano che – poco prima della morte – una speranza di rinascita si estrinsechi proprio nel dolore?
Inibendo il dolore non si fa altro che sottrarre all’organismo la sua unica possibilità di salvezza. Ecco perché ho buona cura – nei pazienti selezionati per la sperimentazione S.E.N.S. – di sostituire l’analgesia con un placebo perfettamente inerte.
Sono stato scoperto, un paio di volte. Ho dovuto rispondere a domande, difendermi da accuse. Sono stato costretto, in via prudenziale, a sospendere per quasi un anno la mia attività di ricerca.
Io ho la certezza che il signor E. Z. soffra: non appena interrompo l’analgesia, assisto al repentino modificarsi della pressione arteriosa, del battito cardiaco. La coscienza del signor E. Z. prova un grandissimo dolore, eppure è rinchiusa in un corpo immobile, nel suo guscio di non-coscienza.
Ma tutto questo è necessario
.

Oggi so che il bambino sapeva. Che aveva capito.

Il 22 dicembre portò due fatti singolari e improvvisi.
Il primo fu un inspiegabile cambiamento nelle ecchimosi: i lividi sull’avambraccio destro, sulla guancia destra, sulla coscia sinistra e sopra il capezzolo sinistro si erano ridimensionati di almeno un centimetro. Vi era stata inoltre – e questa era la cosa più strana – una evidente variazione nel colore: non verso il viola o il verde (come sarebbe stato normale aspettarsi, in seguito alla rottura degli eritrociti o alla degradazione dell’emoglobina), bensì verso il rosso: quasi che lo sversamento ematico si fosse appena verificato.
Il secondo fatto singolare riguardò gli occhi del signor E. Z.: in alcun modo era possibile sollevare le palpebre. Gli occhi erano chiusi, come sigillati da uno spasmo violentissimo. L’unica maniera per scoprire il globo oculare sarebbe stata quella di praticare una incisione. Naturalmente, nessuno pensò di procedere in tal senso: che gli occhi del signor E. Z. fossero chiusi o aperti, non aveva poi questa grande importanza. Prescrissi, tuttavia, un miorilassante per via endovenosa.
Alle ore 18.15, arrivarono i due visitatori, accompagnati dall’anestesista.
Il bambino, stavolta, ignorò l’alberello. Teneva in mano qualcosa. Si levò il cappotto, il berretto, li appoggiò sullo schienale della sedia (il berretto, appoggiato di sghembo sullo spigolo, cadde; venne prontamente raccolto) e mi mostrò: era una valigetta in tessuto rosso, con una chiusura a pulsante in plastica bianca. Al centro, su entrambi i lati, c’era un disegno stilizzato del bastone di Asclepio. Il bambino la aprì. La valigetta conteneva diversi strumenti medici giocattolo, in plastica di colori sgargianti: una siringa, un termometro, un paio di forbici, due flaconi per medicine (con caramelle gommose, all’interno), un fonendoscopio, un otoscopio, un braccialetto da ricovero, un blocco notes (la base in plastica rigida, i fogli di carta), una matita e la riproduzione di un tesserino medico, con la fotografia del bambino.
Il bambino si sedette e appoggiò la valigetta aperta sulle ginocchia.
Prese poi il fonendoscopio e lo appoggiò sul lenzuolo, nella zona corrispondente all’inguine del signor E. Z..
L’anestesista lanciò un’occhiata di riprovazione.
Non si potrebbe, dissi, portare oggetti. Per via dei batteri, capisci?
Il bambino non rispose.
Rimise il fonendoscopio nella valigetta, la chiuse.
Si alzò.
Mi tese la mano. La presi. Si diresse verso la porta. Mi lasciai guidare.
Entrammo nel gabinetto. Il bambino appoggiò la valigetta sopra la sedia, accanto al lavello. La aprì, tirò fuori il fonendoscopio. Si rimboccò le maniche fino al gomito. Premette l’erogatore del sapone liquido due volte, poi cominciò a insaponare il fonendoscopio cercando di penetrare in tutti gli interstizi, specie quelli che si formavano in corrispondenza delle giunture. Tutto questo durò circa un minuto. Il bambino aprì il rubinetto dell’acqua e sciacquò il fonendoscopio. Lo asciugò con due salviette di carta, facendo attenzione che non restassero zone umide. Premette l’erogatore del gel antibatterico due volte. Frizionò il fonendoscopio in tutte le sue parti – l’archetto auricolare, le olivette, il tubo, il connettore, la testina – finché il gel antibatterico non si fu completamente asciugato. Avvolse il fonendoscopio fra due salviette di carta.
Mi porse la valigetta, chiusa.
Non lo metti dentro? chiesi.
Fece di no con la testa.
Mentre srotolava le maniche, mi accorsi che la sua pelle – che ricordavo eccezionalmente pallida – si era coperta di papule rosse, leggermente rilevate. Istintivamente gli afferrai il polso. Mi guardò: gli occhi – quasi neri per la dilatazione della pupilla (questo nonostante il neon, sul soffitto, fosse molto forte) – dicevano di lasciar perdere. Premetti i polpastrelli sul polso, poi allentai la presa. Guardai la pelle: se si fosse trattato di una reazione allergica – possibilissimo, dato che il bambino aveva utilizzato sapone e gel antibatterico il giorno prima, sull’intero avambraccio – avrei visto la pelle schiarirsi, per la pressione, e poi arrossarsi di nuovo. Ma questo non avvenne: erano microemorragie puntiformi, petecchie.
Stavo per dire che sarebbe stato il caso di fare degli accertamenti. Possiamo fare un prelievo subito, qui, stavo per dire. Poi vidi gli occhi, un’altra volta: non dire niente, dicevano: né a me, né a chiunque altro.
Fino alle ore 20.00, il bambino tenne il diaframma del fonendoscopio premuto sulla zona inguinale del signor E. Z.. La valigetta era stata appoggiata per terra, visto che l’altra sedia era occupata. Nessuno disse niente al bambino e il bambino non disse niente. Solo una volta, verso le ore 19.00, chiesi se avesse il desiderio di bere qualcosa. Non rispose.
Ogni tanto, guardavo gli avambracci, sperando che il bambino scoprisse – con un movimento – una porzione di pelle. Ma questo non accadde.
Ogni tanto, il bambino sollevava gli occhi dal signor E. Z., dal lenzuolo, dal fonendoscopio, e mi guardava. Sapevo, sentivo che stava cercando di dirmi qualcosa. Questo qualcosa era una domanda:
come fai, tu, a non provare pietà?

Non provo alcuna pietà per i miei pazienti.
Svolgo il mio lavoro, così come ci si aspetta da me, addirittura – laddove mi riesce – al di sopra delle aspettative. Utilizzo, questo è vero, alcuni pazienti per la mia sperimentazione: ma si tratta solo di una piccolissima parte (non è facile soddisfare tutti i prerequisiti) e, oltre a questo, sempre di soggetti molto anziani.
Che male c’è a ricavare il più possibile da un organismo che non ha più nulla da dare?
Qui – come in tutte le unità di terapia intensiva – i corpi giovani vengono considerati serbatoi di organi: anche quando non c’è prospettiva alcuna di salvezza, si riserva loro il massimo delle cure: è una seconda possibilità per la vita, si dice.
Ma a me non interessa quel tipo di vita, me ne interessa un’altra: quella che si sta spegnendo, che è giunta
naturalmente alla fine del suo corso. Io voglio dimostrare quanto sia innaturale quel naturale, voglio liberare l’organismo umano dall’irrazionale ineluttabilità della fine.
E poi.
Non è vero che io non provo pietà.
La mia – che in effetti esiste – è una pietà mediata non dai sentimenti, bensì dal raziocinio, da uno sforzo intellettivo puntualmente indirizzato. A ben vedere, non faccio altro che riprodurre, nel mio rapporto con i pazienti selezionati per il S.E.N.S., la strategia di sopravvivenza della specie impostasi grazie all’evoluzione.
L’organismo umano invecchia. Si ammala.
Poi – invecchiando, ammalandosi – muore.
La natura, preoccupandosi della sopravvivenza della specie, ha visto nella evoluzione una strategia da preferire alla conservazione del singolo individuo: ogni essere umano è una macchina biologica perfettamente programmata per la riproduzione, ma è privo della capacità di ripararsi integralmente e conservarsi indefinitamente una volta raggiunto il suo completo sviluppo. Nell’essere umano l’autopoiesi perfetta è riscontrabile solo a livello di specie: non è importante che l’individuo – nella sua singolarità, nella sua contingenza – venga preservato; laddove vi sono sufficienti opportunità per la trasmissione del patrimonio genetico di specie, il patrimonio genetico del singolo perde ogni valore .
Io vivo dunque come colui che obbedisca a regole
intrinsecamente naturali. [3] I pazienti mi forniscono materiale di studio: mi occorre vederli nel loro disgregarsi, anzi: nel loro tentativo – inconscio, invisibile a chi non sa vedere – di resistere seppur brevissimamente alla disgregazione.
Non posso provare pietà per loro come singoli, perché questo mi impedirebbe una pietà più grande: quella per la specie umana come ideale.
È questo ingiusto? deprecabile?
Sono convinto di no: perché solo arrivando a comprendere i meccanismi di quella autopoiesi perfetta, io sarò capace, un giorno, di trasformarli in principio rendendoli, finalmente, conoscenza a disposizione di tutti
.

Alle ore 23.15, le ecchimosi sul corpo del signor E. Z. erano completamente scomparse.
Feci eseguire un ecocardiogramma transtoracico e transesofageo: si evidenziò la totale regressione delle formazioni trombotiche, con un miglioramento sensibile del quadro di sovraccarico destro, ormai quasi risolto. Il corpo del signor E. Z. stava guarendo a una velocità che sarebbe stata impressionante anche per un organismo di venti o trent’anni.
Non c’era nessuna spiegazione plausibile: da sola, la terapia con fibrinolitico non avrebbe mai potuto arrivare a tanto. L’anestesista era sbalordito. Lo ero anch’io, ma cercai di ridimensionare: non volevo che altri s’interessassero al caso più del dovuto, non doveva succedere. Avevo per la mani qualcosa di stupefacente, e dovevo muovermi con attenzione: non avrei ripetuto gli errori fatti in passato. Non ci fu motivo, peraltro, di motivare la sospensione dell’analgesia, perché il signor E. Z. non sembrava più averne bisogno: dai valori pressori e del battito cardiaco era evidente che non provava alcuna sofferenza.
Eppure non si risvegliava.
Inoltre – e nonostante la endovenosa di miorilassante – la contrattura delle palpebre non accennava a risolversi: il signor E. Z. sembrava una crisalide perfettamente chiusa, all’interno della quale stava succedendo qualcosa di inspiegabile. Di meraviglioso.

Il 23 dicembre mi organizzai – nonostante non fosse di mia competenza – per fare nuovamente il turno serale. Avevo bisogno di vedere il bambino.
I visitatori arrivarono alle ore 19.00 e le due sedie davanti al letto vennero occupate. Il bambino – come di consueto – stava seduto sulla sedia di destra.
Stavolta non aveva con sé la valigetta. Pensai che si sarebbe limitato, come già il primo giorno, a fissare il signor E. Z. per tutto il tempo. Infatti, appoggiò le mani sopra l’inguine e le tenne lì, le dita leggermente divaricate, senza muoverle. Il letto ungueale – visibile attraverso la trasparenza della cheratina – aveva assunto una colorazione cianotica. Le maniche del maglione gli scendevano fino a coprire l’ulna: non riuscivo a vedere nemmeno uno spicchio di pelle, non potevo sapere se le petecchie si fossero riassorbite (cosa teoricamente impossibile) o se avessero perlomeno mutato intensità.
Alle ore 19.30, notai che il bambino faticava a restare seduto. Sollevava le natiche, alternativamente, come chi senta la forte impellenza di vuotare la vescica. Nessuno diceva niente. Dopo circa venti minuti, immaginando che non ce la facesse più, lo presi per il braccio.
Devi andare in bagno?
Mi guardò, ma senza ostilità.
Si alzò dalla sedia e si lasciò condurre fuori. Dissi all’anestesista che sarei tornato entro una decina di minuti. Uscendo, sfiorai con la coscia un ramo dell’alberello: sentii le foglie di polipropilene, i festoni sintetici, frusciare debolmente.
In gabinetto (non quello del lavaggio antisettico), il bambino fece scorrere la porta con precipitazione.
Non chiuderti a chiave! dissi.
Ma sentii ruotare la serratura.
Aspettai. Ascoltai.
Pensavo avrei sentito i rumori soliti che vengono da un gabinetto: la cintura dei pantaloni slacciata, il bottone slacciato, i pantaloni fatti scendere, il getto di urina che colpisce la ceramica dei sanitari cadendo nella raccolta d’acqua sul fondo, lo sciacquone, i pantaloni fatti salire, il bottone abbottonato, la cintura dei pantaloni allacciata. Il rubinetto che si apre.
Ma non sentii, invece, nulla di tutto questo.
Solo dei mugolii, una sorta di pianto soffocato, un dolore strozzato nella voce. In mezzo a questo (coperto da questo), il getto di urina che colpiva la ceramica del sanitario con un tintinnìo; non uniforme, tuttavia: incominciava e poi si arrestava, ricominciava e poi si arrestava.
Tutto bene? dissi.
Non rispose.
Ancora quei mugolii.
Stai bene? dissi ancora.
La porta si aprì. Il bambino era pallidissimo, gli occhi sbigottiti: le pupille minuscole – nonostante la semioscurità – la sclera chiazzata da capillari.
Stai bene? ripetei.
Notai che teneva le due mani sull’inguine, i palmi stesi, uno sopra l’altro.
Ti fa male? dissi.
Mi guardò con quegli occhi slavati di sangue.
Lei dice che il nonno è malato qui, disse.
Continuava a tenere i palmi premuti sull’inguine.
Non andare in bagno col nonno, dice.
Non farti lavare, accarezzare, dal nonno.
Il nonno è malato, ha una malattia qui sotto, è molto malato, il nonno.
Si piegava leggermente sulle ginocchia, incavando la pancia, l’inguine.
Oggi ti lascio dal nonno, ma non devi restare da solo con lui: prometti.
Il nonno è malato: prometti.
Mi avvicinai. Gli presi entrambe le mani e le allontanai con delicatezza dall’inguine.
Il bambino si risollevò con il busto.
Scoprii le maniche: le braccia, il dorso delle mani, persino le dita erano cosparse di petecchie, era quasi impossibile trovare una zona di pelle intatta. Lavai le mani e le braccia del bambino con un poco di sapone liquido. Le asciugai con due salviette di carta.
Ora vieni con me e facciamo un prelievo, dissi.
Si coprì le braccia con le maniche.
No, disse.
Era mortalmente pallido.
Qualunque medico avrebbe fatto quel prelievo, immediatamente. Qualunque medico avrebbe parlato con la madre e avrebbe fatto ricoverare quel bambino, d’urgenza. Ma io non feci nulla.
Non feci quello che qualunque medico con un minimo di coscienza avrebbe fatto.
Io avevo capito: il bambino stava guarendo il corpo del signor E. Z..
Per guarirlo, stava accogliendo la malattia dentro di sé.

Noi sappiamo perché l’organismo umano invecchia e muore.
La vita è un continuo e progressivo accumularsi di danni biologici: rifiuti extracellulari; rifiuti intracellulari; cellule morte che non vengono sostituite; cellule dannose che non vengono eliminate; mutazioni nei cromosomi; mutazioni dei mitocondri; legami reciproci extracellulari fra proteine.
I gerontologi sostengono che l’unico modo per allontanare la morte sia quello di rallentare o impedire l’accumulo di questi danni. Per farlo, occorre però intervenire nel funzionamento del metabolismo, cosa che implica una perfetta (o perlomeno soddisfacente) comprensione di processi biologici molto complessi. Secondo de Grey, invece, è più semplice e sensato accettare che tali danni si accumulino e mettere a punto delle terapie che siano in grado di riparare ognuno di essi prima che raggiunga un livello patologico: sottoponendosi periodicamente a queste terapie, ognuno di noi potrebbe vivere per un tempo indefinito. [4]
Il S.E.N.S. ha già teorizzato almeno una possibile, singola soluzione per ognuno dei danni biologici. Ma io intendo spingermi oltre: cercare la soluzione complessiva, la catarsi rigenerativa che si produce pochi istanti prima della morte
.
E adesso c’è questo bambino.
Un bambino il cui corpo si sta deteriorando parallelamente alla guarigione di un altro corpo.
È possibile che questo bambino stia riparando – contemporaneamente – tutti i danni biologici che stanno conducendo alla morte il signor E. Z.? Che stia realizzando proprio quella catarsi rigenerativa che da anni sto cercando? E come ci sta riuscendo? E sarà replicabile, poi, quanto lui sta facendo, con altri soggetti, in altre condizioni, soggetti molto malati, malati da anni, sotto forma di terapia?

Io devo capire.
E, per capire, devo lasciare che le cose succedano.
Il bambino non morirà: non avrebbe alcun senso. Non è pensabile che un salvatore non riesca a salvare se stesso: a un certo punto, terminato il processo di riparazione dei danni nell’organismo del signor E. Z., il bambino provvederà a riparare i propri
.
Io non devo intervenire, in alcun modo.

Il 24 dicembre saltai il mio giorno di riposo.
Da quattro notti non dormivo che due, tre ore: studiavo, pensavo, rileggevo i miei appunti, tutti quegli appunti raccolti in dieci anni di sperimentazioni. Oppure restavo in reparto, davanti al signor E. Z.. Avevo chiesto alla caposala di spostare in segreteria l’alberello con gli addobbi.

La visione del bambino, quel giorno, quando i due visitatori arrivarono, mi lasciò stupefatto. Il corpo era magro, emaciato, quasi che si fosse prosciugato – in poche manciate di ore – all’interno dei vestiti. La faccia era smunta, livida, la pelle trasparente: sotto il mento si allargava un collare di microemorragie puntiformi che presumibilmente continuava più in basso, lungo tutto il torace. Anche il dorso delle mani, le dita, erano cosparse di petecchie. Respirava con fatica, aprendo ampiamente la bocca a ogni inspirazione, come succhiando un’aria impossibile.
Si sedette, sulla sedia di destra (la madre aveva, come al solito, occupato la sedia di sinistra). Spalancò gli occhi, per fissare il corpo del signor E. Z. coperto dal lenzuolo: ma sembrava che questo gesto gli costasse enorme fatica; di tanto in tanto strizzava le palpebre, ritmicamente, come chi sia oppresso da una forte luce.
Non era necessario che veniste anche questa sera, volevo dire.
Non lo dissi perché, in realtà, io pensavo fosse necessario.
Il bambino sta male, pensavo, ma è solo questione di poco tempo: il signor E. Z. presto si risveglierà, e tutto sarà finito. O comincerà, in fine.
In effetti, non c’erano motivi perché lo stato comatoso si prolungasse ancora a lungo: il corpo del signor E. Z. era un corpo sano, ormai, la pressione, il battito, gli elettroliti, la saturazione, tutto era nella norma; e non nella norma di un novantaduenne, ma in quella di un sessantenne, di un cinquantenne. Solo quegli occhi, impossibili da aprire: quelli soltanto rappresentavano una anomalia; ma si sarebbero aperti anche loro, le palpebre si sarebbero ammorbidite, poi dischiuse, bastava solo avere un poca di pazienza.
Il bambino appoggiò le mani sopra l’inguine del signor E. Z.: i suoi palmi stavano esattamente sopra l’organo sessuale. Lo lasciai fare, gli avrei lasciato fare tutto: lui era qui per resuscitare Lazzaro, lui sapeva cosa era bene e cosa no, per il signor E. Z. e anche per se stesso. E poi la madre non diceva nulla.
Alle ore 19.30 il bambino si alzò. Si avvicinò al viso del signor E. Z., gli passò una mano dalla fronte alla base del collo. Poi mi guardò. La pupilla era minuscola e l’iride rosata: il pigmento verde, quello marrone, erano scomparsi.
Ho sete, disse.
Vuoi che ti prendo qualcosa dal distributore? Oppure preferisci il bar?
Il bar, disse.
Gli presi una mano: era asciutta, freddissima.
Al bar, non volle sedersi. Appoggiò gambe e glutei al calorifero, sotto la finestra, e resto così, in piedi.
Cosa vuoi? dissi.
Acqua.
Nient’altro?
Fece di no con la testa.
Acqua, dunque.
Con una fetta di limone.
Arrivo subito.
Mi avvicinai al bancone, per ordinare.
Pensai – mentre aspettavo che il barista preparasse l’acqua e un macchiato – che mi sarebbe piaciuto parlare con il bambino.
Vieni, gli dirò – pensai – dopo aver appoggiato sul tavolo il mio macchiato e il suo bicchiere d’acqua.
Vieni, ti voglio raccontare di mia madre.
Mia madre è morta, venti anni fa, è morta lentamente.
Conosci il morbo di Huntington?
Di questo è morta mia madre, dopo essere stata malata vent’anni, è morta lentamente.
Non c’erano cure, non ci sono neppure oggi.
Lei, mia madre, è morta, in fine, il 22 marzo, alle ore 14.25, in un pomeriggio senza pioggia e senza sole, un pomeriggio che non faceva né troppo caldo né troppo freddo, un pomeriggio come tanti, un pomeriggio senza niente.
Lei è morta, ma era già morta anche prima: perché mia madre non camminava non parlava non comprendeva non produceva
pensiero: non c’era più nessun tipo di vita,
nella vita di mia madre.
Me la ricordo, io, lei, sdraiata sopra questa coperta verde, sopra questo lenzuolo verde (coprivamo il letto con coperte verdi, con lenzuola verdi, così che il sangue si vedesse subito – risaltasse – nel caso lei si fosse ferita in modo involontario): articolava suoni e gesti senza intenzione senza significato, masticava l’aria, dilatava, sbigottiva gli occhi verso un punto inesistente.
Accettava la siringa che io o l’infermiera o il medico o chiunque – qualunque persona, non aveva importanza – le infilava in bocca: la siringa le iniettava una poltiglia biancastra come calce, fin dentro l’esofago, perché mia madre era incapace di deglutire, di accogliere del cibo, a meno che non le venisse imposto.
Mia madre per vent’anni non ha vissuto – ed è morta, troppo tardi – per colpa di una mutazione genetica: l’alterazione di un singolo gene, tanto minuscola, che neppure la si poteva, la si può, visualizzare al microscopio. Noi medici la chiamiamo misfolding proteico. Noi medici abbiamo sempre dei nomi per tutto. Noi medici non abbiamo cure per tutto, ma i nomi sì, i nomi ci sono sempre. Mi-sfol-ding pro-te-i-co: vedi? è anche difficile da pronunciare. A noi medici piace usare nomi difficili, ci dà importanza, ci sentiamo importanti quando siamo in realtà impotenti, perché non abbiamo cure per tutto, non abbiamo le cure per ciò che vorremmo curare.
Misfolding proteico, dicevo: una proteina non riesce a raggiungere la sua conformazione nativa. Un errore quasi invisibile.
Sarebbe bastato correggere quell’errore.
Vieni, gli dirò – pensai – dopo aver appoggiato sul tavolo il mio macchiato e il suo bicchiere d’acqua. Vieni, e lo farò allontanare dal termosifone, invitandolo dolcemente a sedersi davanti a me.
Non ci furono il tempo e il modo.
Mentre pagavo, vidi arrivare – dalla porta a vetri – l’anestesista.
Mi disse che il signor E. Z. era morto.
Portai il bicchiere d’acqua al bambino, spiegai rapidamente, tornai in terapia intensiva. Avevano appena avvisato la Direzione Sanitaria: si aspettavano, ora, il medico legale e il neurologo.
Mi avvicinai al viso del signor E. Z.: appoggiai pollice e indice sulla palpebra destra, provando a sollevarla. Si aprì, stavolta, senza opporre resistenza. Gli occhi del signor E. Z. sembravano verdi, ma in realtà erano di due colori: un primo anello, contiguo alla pupilla, verde scuro; un secondo anello, concentrico, contiguo al primo ed espandentesi fino alla sclera, marrone chiaro. Allontanai le dita.
È morto bene, dopotutto, disse l’anestesista.
Adesso c’era solo da accertare la persistenza dello stato, per le successive sei ore.
Alle ore 2.07 il signor E. Z. venne dichiarato ufficialmente morto.

Il bambino morì alle ore 2.14 (ufficialmente, alle ore 8.14).
Alle ore 9.17 mi si presentò un pensiero.

È possibile che quel bambino abbia sacrificato se stesso non per strappare alla morte il signor E. Z. (cosa oggettivamente impossibile), ma per salvarlo? Che abbia – lui, un corpo giovane, un corpo sano, un corpo fatto per la vita – rinunciato a vivere semplicemente per liberare quell’uomo dalla sofferenza?
Tutta la vita di quel bambino, in cambio di pochi giorni.
E gli ultimi giorni di un individuo abietto e senza speranza, di un condannato.
È possibile, Dio mio, è possibile?

È morto bene, dopotutto, ha detto l’anestesista.

Questo pensiero entrò dentro di me con una violenza inaccettabile.
Io piansi: per la prima volta, in quel reparto, davanti ai miei colleghi.
Davanti a un corpo morto.

Ho interrotto la sperimentazione S.E.N.S. il 25 dicembre.
Ho eliminato tutti i resoconti archiviati nel mio computer, bruciato tutti i referti cartacei. Ho bruciato anche i taccuini, dopo aver rimosso la custodia rigida rivestita di pelle sintetica. Ho gettato il libro di de Grey. Ho cancellato gli appunti che prendevo al telefono, tramite registrazione vocale.
Sarebbe meglio distruggessi anche questo documento, una volta terminato.
Non penso ci riuscirò.

Il 27 dicembre ho fatto richiesta di trasferimento in un’altra struttura sanitaria. Ho lasciato il reparto di terapia intensiva dell’Ospedale di A. il 19 gennaio. Credo che nessun collega fosse particolarmente dispiaciuto, né particolarmente contento: alla fine, la mia presenza per quindici anni in quel reparto è stata tutto sommato ininfluente.
L’ultima sera, prima di andarmene, ho preso un caffè al bar, assieme all’anestesista.
Abbiamo parlato del più e del meno. Vi è stato anche un accenno al caso del signor E. Z.. L’anestesista ricordava bene ogni cosa, nei minimi dettagli: primo ricovero, accertamenti, diagnosi, terapie, decesso. Ricordava anche la figlia, che venne a far visita al signor E. Z. tutte le sere, notte di Natale compresa.
Assieme al bambino, dissi io.
L’anestesista mi guardò, dubbioso.
Che bambino?
Il figlio della donna, il nipote del signor E. Z..
L’anestesista vuotò rapidamente la sua tazzina di caffè. Appoggiò il cucchiaino sul tavolo, la parte concava rivolta verso il basso.
Devo andare, disse, porgendomi la mano.
La strinsi.
Buona fortuna, disse.

Non aveva mai visto nessun bambino.

[1] Strategies for Engineered Negligible Senescence.
[2] Aubrey David Nicholas Jasper de Grey, biogerontologo; attualmente Chief Science Officer alla SENS Research Foundation.
[3] Si veda: Ending Aging: The Rejuvenation Breakthroughs that Could Reverse Human Aging in Our Lifetime, di Aubrey de Grey, con Michael Rae, St. Martin’s Press, 2007.
[4] Gli obiettivi del progetto S.E.N.S. sono stati perseguiti, fino a marzo 2009, dalla Methuselah Foundation. Successivamente, dalla SENS Research Foun-dation. Nel 2014 la SENS Research Foundation ha registrato ricavi pari a 1.831.830 dollari e spese pari a 5.157.451 dollari.

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21 Risposte to “UtN, 7 / S.E.N.S.”

  1. Maria Cristina Vezzosi Says:

    Bell’accostamento tra la filosofia della decadenza cellulare e l’occulto potere taumaturgico. Perfetto il linguaggio tecnico e credibile il rovello del clinico con colpo di scena finale.

    Tuttavia ho trovato alcuni punti stridenti.

    Il primo corsivo sono appunti scritti ma lo stile “esclamativo” è da discorso di getto: un medico parla e ancor più scrive un sintetico “medichese”.
    L’uso del corsivo mette questi appunti scritti sullo stesso piano dei corsivi successivi che invece sembrano pensieri del protagonista.

    Hai scritto due volte “In gabinetto”: ci si riferisce a un gabinetto specifico quindi si scrive “al” quando ci si reca e “nel” quando vi si entra.

    L’abbondanza di spiegazioni e note tecniche non rende semplice la lettura: mentre le descrizioni asettiche delle terapie e dei trattamenti sono indispensabili non lo è il tono da pubblicazione scientifica nelle divagazioni dei pensieri: le descrizioni minuziose sono inappropriate a rappresentare lo scontro tra la razionalità e la coscienza del medico.

    Della madre mi sono accorta a tre quarti del discorso, quando hai scritto “(la madre aveva, come al solito, occupato la sedia di sinistra)”. Anche se è ovvio che il bambino venga accompagnato non è scontato (ci furono due visitatori.).

    L’acronimo SENS funzionerebbe anche se fosse inventato (un racconto “realizza” i suoi contenuti): le note a piè pagina sono spoetizzanti.

    Comunque prendi i miei modesti e infimi suggerimenti con lo spirito giusto: nelle mie intenzioni sono accorgimenti per rendere quasi perfetto un racconto bello, dove i due livelli di narrazione – l’asettico e distaccato del medico in servizio, l’insicuro e inquieto dell’uomo nelle sue elucubrazioni – introducono delicatamente il senso dello spirito di sacrificio e una poetica del rimpianto e del rimorso che nascono di fronte all’impotenza contro l’ineluttabile.

    Perché quando uno dei propri cari muore lentamente con dolore tutti si pongono la stessa domanda e la risposta è sempre la stessa: no, non si poteva fare di più per alleviare le sue sofferenze.

  2. Maria Cristina Vezzosi Says:

    La sound sculpture mi inquieta: ho lo stomaco debole. Ma in musica sono ancora meno preparata che in letteratura.

  3. Pallante Says:

    Il linguaggio scientifico appesantisce moltissimo la lettura ma capisco che è una scelta giustificata. Poi ci sono alcuni passaggi ossessivi, quando il Bambino si disinfetta le mani (ma capisco anche questo), poi quando il bambino non risponde alle domande, meglio non scrivere niente che scrivere “Non rispose”. Come al solito anche qui mi sono sfuggite alcune dinamiche e non ho compreso in pieno il finale (ma questo conferma ancora una volta la mia stupidità).

  4. Valentina Durante Says:

    Maria Cristina, Pallante: grazie per le impressioni di lettura, che mi sono molto utili.
    Provo a motivare (non a difendere) alcune scelte.
    Anzitutto: questo racconto si appoggia a due classici: nella forma, al racconto: “La verità sul caso di Mister Valdemar” di Poe; nel contenuto, al romanzo “Frankenstein, il moderno Prometeo” di Mary Shelley (l’uomo che – attraverso l’ingegno e la ricerca scientifica – pretende di sostituirsi a Dio, di dare la vita o di negare la morte).
    Il linguaggio scientifico utilizzato è – nella mia idea – una attualizzazione del linguaggio di cui si è servito Poe: cercavo lo stesso tipo di realismo (la prima volta che lessi quel racconto, in terza media, ero convinta si trattasse di un fatto realmente accaduto). Leggiamo, in Poe:
    “Il polmone sinistro era da diciotto mesi in uno stato semi-osseo o cartilaginoso e perciò inetto a qualunque funzione vitale. Il destro nella parte superiore era ugualmente ossificato, seppure non del tutto, mentre la parte inferiore non era più che un ammasso di tubercoli purulenti. Esistevano varie profonde caverne, e in un punto si notava anche una permanente aderenza alle costole.
    Questi fenomeni del lobo destro erano relativamente di data recente. L’ossificazione aveva progredito con rapidità straordinaria, un mese prima non se ne era osservato nessun indizio; l’aderenza non era stata scoperta che negli ultimi tre giorni.
    Indipendentemente dalla tisi si sospettava un aneurisma all’aorta; ma i sintomi d’ossificazione rendevano impossibile la diagnosi precisa su questo punto. Era opinione dei due medici che Valdemar sarebbe morto il giorno dopo, domenica, verso la mezzanotte.”
    Ovviamente, quella terminologia è molto tecnica se rapportata a *quel* periodo. Io non ho fatto altro che tentar di ricreare lo stesso effetto realistico con un linguaggio rapportato al *nostro* periodo.
    A questo realismo contribuiscono le note: che sono volutamente spoetizzanti. Qui la lezione mi viene da Borges: che inventa le note per dare un’illusione di veridicità a informazioni anch’esse inventate. Le mie note sono reali, perché debbono aggiungere realismo a una vicenda non solo inventata, ma che contiene palesi elementi sovrannaturali.
    Ma il testo è volutamente faticoso per un altro motivo: io cercavo una corrispondenza tra forma e contenuto. Questo è un racconto che parla di salvazione. Perché una salvazione si produca non basta un salvatore: occorre anche una disponibilità ad essere salvati. E questa disponibilità richiede sempre un certo sforzo. Volevo che questo sforzo interessasse anche il lettore, non solo il protagonista.
    Il testo nei corsivi sono trascrizioni di un monologo interiore. M’interessava esibire fin da subito una voce narrante scissa: esporre una certa emotività (il porsi domande), ma anche un tentativo del protagonista di rassicurarsi da solo. Le spiegazioni estremamente razionali che il narratore dà a se stesso indicano semplicemente che: lui per primo non è convinto di ciò che sta facendo. Questa sbrecciatura pone le premesse per un arco di trasformazione del personaggio che – in un racconto, data la brevità – non può articolarsi con grande respiro. Ma un arco di trasformazione graduale (e con presupposti iniziali) deve esserci: a me non convincono, in narrazione, le folgorazioni improvvise e i ribaltamenti privi di una qualche giustificazione pregressa.
    Le descrizioni ossessive sono volute. L’ossessività ha una cerca componente rituale e questo racconto – come detto – coincide con una salvazione: un rituale di accompagnamento alla morte (per il signor E. Z.) e un rituale di accompagnamento alla vita (per il medico protagonista).
    “Della madre mi sono accorta a tre quarti del discorso”. Anche questo è voluto. Si deve intuire (ma solo intuire) la presenza di qualcuno che accompagna il bambino per il semplice fatto che occupa uno spazio e interagisce il minimo indispensabile (a un certo punto, raccoglie il berretto). Perché? Perché volevo creare un forte contrasto fra la persona realmente esistente (la madre) e di cui il medico sembra quasi non accorgersi e la persona probabilmente non esistente (il bambino) che cattura invece l’attenzione del medico per tutto il tempo. È lo stesso espediente utilizzato da Robbe-Grillet nella “Gelosia”, per inserire la figura del marito (che viene pienamente svelata solo alla fine).
    Mi rendo conto che questo genere di scrittura mette poco a suo agio il lettore.
    Mi rendo anche conto che il risultato di certi tentativi può non essere così riuscito.
    Ma certa difficoltà e pesantezza sono – come detto – meditati e voluti.
    Grazie ancora (e scusate la pedanteria).

  5. Pallante Says:

    Cara Valentina, grazie per la spiegazione. Però il fatto che tu abbia spiegato tutte le tue scelte (sottolineando come siano riferite ad autori che hanno la storia della letteratura ecc ecc), non le giustifica. Dire: questo è voluto, questo è voluto, quest’altro pure ecc, non tramuta magicamente in positivo l’opinione iniziale. Ad es. Dici che il testo è volutamente difficoltoso (eh, l’ha fatto anche Poe, perché lui sì e io no?) ma questo non lo cambia in godibile, non ai miei occhi. Mi spiego? Certe volte gli scrittori dovrebbero avere la forza di abbassare la testa e di venir incontro al lettore. Una volta un ragazzo (che scribacchiava cose davvero complicate e artificiose) mi disse: “voglio che il lettore metta lo stesso impegno e senta la stessa fatica nel leggere quanta quella che ho patito io nello scrivere.” A mio parere, niente di più sbagliato. Non voglio fare polemica, solo che dato che mi si dà l’opportunità di dialogare direttamente con l’autore, voglio sfruttarla. Con simpatia. E ripeto che il linguaggio scientifico ha anche senso utilizzarlo ma non in modo così morboso. Scorrevo le rughe e non capivo nulla, per me erano frasi vuote. Peccato.

  6. Valentina Durante Says:

    Pallante: l’incipit del mio commento diceva: “Provo a motivare (non a difendere) alcune scelte.”
    Ho, per l’appunto, motivato, non difeso. Un testo può piacere o non piacere: tutto qui.
    Io non penso che esista una soglia media di difficoltà superata la quale un testo diventa inutilmente faticoso o assolutamente non godibile: perché i livelli di godibilità e la percezione di difficoltà variano da lettore a lettore. E poi: non ho mai sostenuto che il mio testo è difficoltoso “perché così ha fatto anche Poe”. Ho semplicemente legato alcune scelte lessicali (e il loro utilizzo “morboso”) a ciò che ha fatto un altro autore (precedente a me, immensamente più bravo di me) e che reputavo pertinenti dato il tema e il modo in cui io ho deciso di svilupparlo. Non si scrive (questa è una mia idea, ma non solo mia) nel vuoto cosmico, ma sempre – volenti o nolenti, consapevoli o meno – in relazione a una produzione pregressa.
    Ma, ripeto, il succo della questione è solo uno: un testo può piacere o non piacere.
    A te questo testo non è piaciuto (per limiti del testo, nel relazionarsi a te, come lettore): e io non ci vedo nulla di male.
    Con altrettanta simpatia, davvero.

  7. donatella Says:

    Complimenti Valentina, ho trovato il racconto molto intenso. Nel sacrificio del bambino che muore per un nonno indegno e nel morire bene del nonno (cosa significano gli occhi chiusi? che sta rivedendo dentro di sè la sua vita, forse?) ho intuito il sacrificio del Figlio per salvare l’uomo, non per niente è un racconto di Natale. Magari non è affatto così, ma il fatto che un racconto offra più possibilità di interpretazione lo rende ancora più suggestivo. Brava, brava davvero!

  8. Maria Cristina Vezzosi Says:

    A me il testo piace ma i difetti ci sono e vanno oltre i miei gusti personali e concordo con Pallante: farlo apposta è un difetto, non un pregio (l’ho scritto pure in un commento a “Vieni più vicino”). Non puoi non tener conto delle difficoltà di lettura, non si deve confondere la gravità concettuale con la pedanteria dello stile: il testo deve scorrere, anche quello più infarcito di concetti e locuzioni complesse.

    Io però parlo di coerenza dell’insieme non di estetica narrativa: le lungagnate tecniche hanno un senso nello spazio razionale dei momenti professionali del protagonista, ma perdono credibilità nel flusso irrazionale del pensiero.

    Nessuno pensa cose del tipo:

    “I pazienti mi forniscono materiale di studio: mi occorre vederli nel loro disgregarsi, anzi: nel loro tentativo – inconscio, invisibile a chi non sa vedere – di resistere seppur brevissimamente alla disgregazione.”
    “I gerontologi sostengono che l’unico modo per allontanare la morte sia quello di rallentare o impedire l’accumulo di questi danni. Per farlo, occorre però intervenire nel funzionamento del metabolismo, cosa che implica una perfetta (o perlomeno soddisfacente) comprensione di processi biologici molto complessi. Secondo de Grey, invece, è più semplice e sensato accettare che tali danni si accumulino e mettere a punto delle terapie che siano in grado di riparare ognuno di essi prima che raggiunga un livello patologico: sottoponendosi periodicamente a queste terapie, ognuno di noi potrebbe vivere per un tempo indefinito. [4]”

    La prima cosa che mi hanno insegnato è di non aver paura di tagliare (oltre che Checov è il massimo esempio di scrittore di racconti perché niente di quello che scrive è superfluo ma tutto è funzionale ai fini della narrazione).

  9. Valentina Durante Says:

    Donatella: grazie, intanto.
    Guardare è un modo per costruire relazioni. Gli occhi chiusi indicano una chiusura che non è solo visiva, ma anche relazionale. Alla fine, il bambino perde i propri occhi (il pigmento si scolora) per donarli al signor E. Z.: è il perdono che lo reintegra nella società umana. Gli occhi del signor E. Z. si aprono.
    La tua interpretazione è corretta: il bambino è il Figlio; volevo che fosse non un racconto di Natale, ma il racconto del Natale.

    Maria Cristina: io non ho sostenuto che il testo è privo di difetti, tutt’altro. Ho semplicemente motivato delle scelte. Le scelte possono essere corrette, la loro applicazione imperfetta o maldestra: ed è quest’ultima che va sanzionata.
    Il difetto sta – mi par di capire – in certa pesantezza del testo e nella mancata coerenza rispetto alle attese.
    Tu dici: “Nessuno pensa cose del tipo” eccetera. Ma nel testo quelle cose non sono pensate, bensì scritte (gli appunti che il protagonista ha preso durante quei giorni di dicembre). Dunque il primo problema è dato dal fatto che i corsivi non vengono interpretati come testi scritti, bensì come monologo interiore o “flusso irrazionale del pensiero” (cosa che non sono). Questo è il primo difetto.
    E ancora: “Nessuno pensa cose del tipo” eccetera. Ma nessuno dedica dieci anni della propria vita cercando di immagazzinare l’energia vitale dei novantenni in stato di coma prima che vadano al Creatore. Dunque il secondo problema è dato dal fatto che io non sono stata abbastanza brava da portarti ad attuare una sospensione di incredulità: ossia da farti ritenere necessarie certe ossessività, certe pedanterie, certi tecnicismi che non sono coerenti con la tua realtà (intesa come esperienza personale) ma dovrebbero esserlo con la realtà del personaggio interno al testo (che è completamente fuori registro). Questo è il secondo difetto.
    Come si possano migliorare questi due difetti, non so: ci devo pensare. Non credo sia sufficiente un semplice taglio (sono perfettamente d’accordo con te sulla necessità di tagliare tutto ciò che non è funzionale ai fini della narrazione).
    In sostanza: ti sto dando ragione, ma prendendo la cosa da un lato diverso. Non so se sono riuscita a spiegarmi…

  10. mariagiannalia Says:

    Avrei voluto non aver letto i vostri commenti prima di scrivere, a mia volta, i miei. Ma la tentazione è stata forte e le opinioni espresse, interessanti. Tuttavia non ho modificato il mio parere rispetto a questo racconto.
    Ho notato che tutta la struttura si tiene molto bene e le due parti ( narrativa e descrittiva dei monologhi in corsivo) sono perfettamente funzionali l’una all’altra, come anche il linguaggio e il lessico specifico. Anzi l’uso insistito di tale lessico contribuisce alla verisimiglianza di quanto narrato, creando quell’ambientazione realistica in cui il lettore viene immesso fin dall’incipit. E’ vero, c’è qualche ridondanza che poteva essere evitata senza nulla togliere alla coerenza del testo ( ad es. la descrizione molto minuziosa del lavaggio delle mani del bambino ), ma l’uso del registro linguistico che procede costantemente per buona parte del racconto, quasi fino alla fine, senza variazioni significative, sia nella parte narrativa che in quella descrittiva del pensiero del protagonista (in corsivo), rafforza il senso della finzione tanto da non permettere al lettore alcuna distrazione rispetto alla materia narrata. Questa lettura, confesso, mi ha preso molto, credo grazie proprio a questa tipologia di registro. La suspanse si scioglie solo alla fine e non attraverso un coup de théâtre,come spesso avviene nei racconti, ma gradualmente attraverso il pensiero stesso del protagonista che mentre narra, dà conto di chi sia il salvatore e chi il salvato:
    “Ho interrotto la sperimentazione S.E.N.S. il 25 dicembre.
    Ho eliminato tutti i resoconti archiviati nel mio computer, bruciato tutti i referti cartacei. Ho bruciato anche i taccuini, dopo aver rimosso la custodia rigida rivestita di pelle sintetica. Ho gettato il libro di de Grey. Ho cancellato gli appunti che prendevo al telefono, tramite registrazione vocale.”
    Infine ho ascoltato l’installazione sonora da youtube: è un’idea dell’autrice o di Mozzi? L’ho trovata geniale!

  11. Giulio Mozzi Says:

    Sia la foto in alto sia il rinvio all’installazione sonora alla fine sono indicazioni dell’autrice. Valentina Durante ha um’immaginazione piena di immagini, come si può notare anche dando un’occhiata a altri due suoi pezzi pubblicati qui in vibrisse: un racconto della serie Le lettere delle eroine e una lista di dieci opere “indipensabili” della letteratura giapponese. Tutte le immagini sono scelte da lei.

    Trovo un po’ curioso un aspetto della discussione. Il racconto di Valentina è – abbastanza palesemente, direi – esemplato su due classici della letteratura normalmente considerata “fantastica”, e in particolare di quella letteratura “fantastica” che fa un uso significativo di scienza e/o pseudoscienza (aggiungerei anche, absit injuria verbis, E.T.). Ricordiamo però che parecchio di ciò che era “scienza” centocinquant’anni fa è oggi tranquillamente rubricato come “pseudoscienza”; e che la stessa scienza, all’epoca di Poe e della Shelley, aveva – almeno nella percezione popolare – un’aura con forti ricordi di magia, alchimia, apprendista stregone e quant’altro; e la medicina e in generale le scienze biologiche erano, rispetto alle scienze “dure” quali matematica e fisica, decisamente arretrate (per fare un esempio: ai tempi di Poe e della Shelley le donne morivano così spesso di “febbri puerperali” – cioè di infezioni contratte durante il parto per mancanza d’igiene – che la popolazione maschile in Europa era circa il 70% del totale).

    Il punto non è quindi se la presenza di linguaggio scientifico sia o non astrattamente sia giustificata; il punto è se il linguaggio scientifico riesce a raggiungere effetto poetico.

    Per esempio, se io tentassi di spacciare il brano seguente come brano di un racconto di Poe:

    Il corpo era magro, emaciato, quasi che si fosse prosciugato – in poche manciate di ore – all’interno dei vestiti. La faccia era smunta, livida, la pelle trasparente: sotto il mento si allargava un collare di microemorragie puntiformi che presumibilmente continuava più in basso, lungo tutto il torace. Anche il dorso delle mani, le dita, erano cosparse di petecchie. Respirava con fatica, aprendo ampiamente la bocca a ogni inspirazione, come succhiando un’aria impossibile,

    credo che più d’uno ci cascherebbe. Certo, il fatto che si possa presentarlo come traduzione da Poe aiuta, ma – tanto per dire – l’abbondanza di parole appena un po’ discoste dall’italiano parlato qualunque (emaciato, smunta, collare, petecchie), il gusto ben temperato per le figure (“come se si fosse prosciugato”, “un’aria impossibile”) e la sensazione di precisione che il tutto emana: tutto qui dentro “fa Poe”. Valentina, per quel che ne so, potrebbe anche aver prelevato un capoverso autentico da Poe (operazione in ogni caso legittimissima).

    Ora: regge il confronto, con il brano già citato, per esempio, questo qui?:

    La vita è un continuo e progressivo accumularsi di danni biologici: rifiuti extracellulari; rifiuti intracellulari; cellule morte che non vengono sostituite; cellule dannose che non vengono eliminate; mutazioni nei cromosomi; mutazioni dei mitocondri; legami reciproci extracellulari fra proteine.
    I gerontologi sostengono che l’unico modo per allontanare la morte sia quello di rallentare o impedire l’accumulo di questi danni. Per farlo, occorre però intervenire nel funzionamento del metabolismo, cosa che implica una perfetta (o perlomeno soddisfacente) comprensione di processi biologici molto complessi.

    Rispondo: no, non regge il confronto. Benché Valentina abbia adoperato qualche parola di lingua comune (danni, rifiuti, morte, accumulo); benché abbia raccontato l’accumulo con l’accumulo (vedi l’elenco nel primo capoverso); l’effetto è molto più di gergo scientifico. L’insuccesso, tuttavia, non dipende da Valentina o dal suo impegno o dal suo talento: dipende dal fatto che il gergo scientifico attuale, rispetto a quello dei tempi di Poe e Shelley, è molto molto più demetaforizzato. Un medico che conduca l’esame obiettivo di un paziente può ancora lasciarsi sfuggire dalle labbra – è buona pratica dire ad alta voce ciò che si osserva, per ricordarlo meglio – qualche espressione metaforica: ma uno che traffica con i farmaci, no.
    E va anche detto che il lettore comune può avere un sentimento drammatico, che so, di una respirazione affannosa; ma è difficile che lo abbia di una mutazione mitocondriale. (Io ce l’ho: ma io sono figlio di biologi, e il cambiamento di destino di un vivente, e talora di un’intera specie, per effetto di una mutazione è un fatto che mi è familiare da decenni).
    La poeticità – o la bellezza, se preferite – di un passaggio come questo non può dunque, o può a stento, o può solo presso pochi lettori, emanare dal puro e semplice linguaggio: può emanare dalla tensione narrativa, questo sì, e quindi dagli espedienti (primo fra tutti, lo ricordo, il rallentamento) che la incrementano. E qui direi che non c’è dubbio: di tensione ce n’è parecchia, in questo racconto; e permane, credo, anche quando se ne riconoscano le ascendenze e i tòpoi (o luoghi comuni).

    (Riassunto del racconto: Se foste stati, a quel tempo, soldato romano, e se vi fosse balenata l’intuizione che quell’ennesimo poveraccio da inchiodare a un palo era la vittima sacrificale, avreste avuto il coraggio di inchiodarlo, consapevoli della sua purezza e innocenza, anzi proprio perché puro e innocente, nella speranza di cooperare a un qualche misterioso progetto di salvazione?).

  12. C.P. Says:

    In questi racconti di Natale c’è, a livello tematico, una deriva geriatrico-ospedaliera, chiaramente dovuta a uno dei vincoli posti (presenza di un personaggio non marginale molto anziano). Anche se il personaggio anziano contrapposto al giovane è un topos letterario diffuso e antico, a giudicare da questi racconti si direbbe che la rappresentazione dell’anziano, che una volta era incentrata sulla relazione del personaggio con gli altri, sulla saggezza e l’esperienza in contrasto con l’impulsività giovanile, tanto da farne spesso una figura di aiuto o, al contrario, sulla sua cattiveria, ora sia concentrata quasi esclusivamente sulla malattia e sul corpo. Un corpo inerte da maneggiare, da accudire, da uccidere o da guarire. E’ solo un’impressione da verificare.

  13. Amanda Melling Says:

    Premetto che nonostante sia estremamente specialistico a me nel complesso è piaciuto, proprio per la freddezza linguistica che accarezza l’ignoto. Ma, come scrive C. P., i racconti hanno preso una deriva ospedaliera e geriatrica. Cavoli, possibile che se si pensa a un anziano bisogna sempre metterlo nel letto, su una sedia a rotelle o in ospedale? Attualmente “Il rumore” rimane il mio racconto preferito come lettrice (di pancia), e “La ragazza” quello di testa, perché stilisticamente è perfetto. Io qui ci vedo estrema coerenza, un racconto curato nei dettagli (con i limiti, appunto, della scienza moderna che ha perso i valori della metafora). Quindi complimenti, nessun appunto da parte mia.

  14. Amanda Melling Says:

    C.P. Questo è molto triste, significa che anche noi che siamo qui a fare il concorso, in fondo abbiamo perso il valore dell’anziano come insegnante, come conoscitore di segreti, o passaggio iniziatico tra i mondi (che con questo tema c’era da sbizzarrirsi). Non sono sciamani, non sono nonne che raccontano la vita, non sono guaritrici di campagna, non sono vecchietti burberi osservatori di gioventù ai margini del parco cittadino, solo pezzi di carne. E se persino gli artisti (di cui gli scrittori fanno parte) perdono la magia dentro a una vita matura, non rimane che l’agonia… però questa agonia è come una collana che ci sta bene con la gonna della crisi, lo stivale della politica, l’orologio del tg… almeno dove prende forma l’opera, l’artista può cercare di fare l’alchimista, tramutare la merda (ciò che vede l’occhio ordinario) in oro (uno spiraglio di bellezza).

  15. Maria Cristina Vezzosi Says:

    Sono d’accordo con Amanda (anche se sul piscio ci ho ripensato: se non lo metti in un racconto su un gerontocomio dove lo puoi collocare? Forse anche nelle storie sull’asilo nido) che si dispiace di questa rappresentazione dell’anziano come accozzaglia di cellule morte perché il mio esempio è la mia nonna materna, morta a 105 anni che fino ai 95 è andata sulla spiaggia e fino agli 85 mi prendeva “a cavalluccio” e trotterellava per il corridoio. Mi ha insegnato a fare la maglia e l’uncinetto imparati in tarda età, al momento della pensione, dopo una vita passata nei campi.

    Tornando al racconto, ripeto che mi è piaciuto molto ma io comprendo il medichese e mi sono immaginata che per altri potesse essere come per me il tentativo di leggere “Il nome della rosa” cercando di tradurre i brani in latino: alla fine l’ho mollato per sempre.

    Amanda… ma ‘sto binomio merda/oro?

  16. Valentina Durante Says:

    Grazie ancora a tutti per le impressioni di lettura: per me, che non ho mai pubblicato, queste “comparse” su Vibrisse sono un’opportunità preziosa per mettermi in discussione e poter migliorare. Dunque: Maria Cristina, Pallante, Mariagiannalia, Amanda: grazie, davvero.
    Mariagiannalia: Come ha spiegato Giulio, io lavoro molto – nel mio processo di immaginazione – con prestiti dalle arti figurative. Che mi piace, anche, esplicitare. L’immagine di copertina è una foto di Loretta Lux. Loretta ritrae i bambini in una maniera che è poetica, inquietante e straniante al contempo: pensavo funzionasse bene come apertura. Quella alla fine, invece, è una installazione sonora di Michele Spanghero: l’ho scoperta per caso, proprio mentre scrivevo, e ho pensato che dialogasse ottimamente con il testo. Ho chiesto pertanto a Giulio di inserirla (se possibile).

    Giulio: grazie per il contributo, che mi ha permesso di capire meglio qual è forse il limite principale del racconto. Forse questo testo ha fallito nell’entrare in relazione con il lettore. Ho scritto avendo come punto di riferimento il mio gusto: e a me la terminologia medico-scientifica piace proprio tanto. Vuoi per certi suoni (“microbioma” o “nevrilemma” – a esempio – hanno suoni bellissimi). Vuoi perché le trovo immaginifiche (espressioni come “tono parafonico o scoccante” o “in vena cava inferiore” mi fanno immaginare un mucchio di cose). Vuoi perché sono parole spesso vergini, in letteratura: dunque fresche, succose (quando devo usare parole come “luna” o “rosa” un poco ho i sudori freddi). Vuoi perché, semplicemente, fanno parte del mio vissuto. Io ho generalizzato questa visione personale e forse, in questo, ho sbagliato.
    Il primo estratto che hai citato non proviene da Poe, ma la frase “Respirava con fatica, aprendo ampiamente la bocca a ogni inspirazione, come succhiando un’aria impossibile” contiene dei prelievi da: “Anatomia patologica del corpo umano o descrizione con figure in litografia colorite delle diverse alterazioni morbose di cui il corpo umano è suscettibile di J. Cruveilhier: Volume 4, del 1841” (perché, ogni tanto, vado a leggermi dei trattati medici ottocenteschi in cerca – appunto – di belle parole).
    Il riassunto del racconto è perfetto. La domanda da cui origina è: cosa significa, realmente, per un uomo, farsi strumento di Dio? E mi è nata da una riflessione ascoltata in un’intervista ad Alda Merini. La Merini diceva press’a poco che: la grandezza della figura di Maria sta in un’unica espressione: “Figlio unigenito”. In sostanza, Dio (così la Merini) dice a Maria: non solo avrai un figlio che ti sarà tolto, ma non potrai averne altri. Ora, dall’ignorante biblista che sono, non so valutare la fondatezza di questa interpretazione, però mi ha molto colpito. E da qui sono nati i primi ragionamenti.

    Circa la domanda: perché, da dove viene, questa visione patologica della vecchiaia nei racconti inviati? Provo a offrire qualche spunto di riflessione.
    La popolazione anziana è in costante aumento: dunque sono sempre più frequenti le situazioni in cui un ottantenne, un novantenne ha bisogno di cure e assistenza continue. Ci sono felici eccezioni (pensiamo solo al “Grande Vecchio”, Gillo Dorfles, che a cento e passa anni se ne va a visitare la Biennale), ma la norma è questa. Un volta questa non era la norma: perché le persone morivano prima (mediamente); perché difficilmente si riuscivano a gestire simultaneamente più malattie croniche fino a tarda età (o si moriva o si invecchiava in relativa buona salute); perché dei vecchi ci si curava meno. Romanticismi letterari a parte, nella società contadina dell’Ottocento / primi Novecento vecchi e bambini piccoli erano spesso lasciati a loro stessi (due fratelli di mia nonna paterna sono morti uno sbranato dai maiali, l’altro affogato in un canale di scolo). Oggi – nella società reale – ci sono un rispetto e una attenzione per l’infanzia e la vecchiaia un tempo impensabili: a Montebelluna (città dove sono nata e vivo) non erano rari, nell’Ottocento, gli appelli della Deputazione Comunale ai “villici” perché non lasciassero gli “infanti” e i “vecchi” in balìa degli animali domestici. Che vi sia dunque una grande consapevolezza del corpo anziano come corpo che necessita di cure (cure che una volta non venivano offerte), con tutte le conseguenze (anche faticose) del caso, mi sembra – oggi – abbastanza comprensibile.
    E poi: questa visione non così idilliaca del vecchio non riguardava solo la società contadina. Vi invito a dare un’occhiata – a esempio – a questa pubblicità americana degli anni Cinquanta. Promuove il Thorazine, un tranquillante (negli Stati Uniti si può fare pubblicità anche a farmaci che necessitano di prescrizione medica), con questa frase: “Tiranno in casa? Thorazine aiuta a controllare l’anziano agitato e bellicoso”.

    È solo un esempio: ce ne sarebbero molte altre, di pubblicità simili (vi risparmio quelle per le donne in menopausa).
    E anche: dobbiamo metterci d’accordo sul significato di “vecchiaia”. Quando si è vecchi, oggi? E quando si era vecchi, una volta? Penso al mio settore (mi occupo di marketing e pubblicità). Venti anni fa, il target “anziano” partiva da 60 anni. Oggi parte da 80 anni. I Baby Boomers (sessanta-settant’anni) sono un target giovane: lavorano, consumano, viaggiano, fanno sport, si divertono, hanno relazioni, spendono, anche più delle generazioni precedenti. Nel rapporto che JWT (una delle più grandi agenzie di comunicazione americane) ha lanciato, pochi giorni fa, sulle cento tendenze per il 2017, ci sono anche gli “Hipster Boomers”: sessanta-settantenni che influenzano le tendenze e i consumi più dei ventenni (il target attualmente considerato più depressivo è quello dei trenta-quarantenni).
    E una volta? In una scena del Campiello di Goldoni (Atto I° – Scena II), donna Pasqua e donna Catte fanno commenti sulla reciproca età:

    CATTE
    Eh, no gh’è mal. E i mii
    Quanti ve par che i sia?
    PASQUA
    Sessanta e va.
    CATTE
    I xe manco dei vostri, in verità.
    PASQUA
    Se no gh’avè più denti!
    CATTE
    Cara fia,
    Per le flussion i me xe andadi via.
    Oh, se m’avessi visto in zoventù!
    PASQUA
    Come!
    CATTE
    Seu sorda?
    PASQUA
    Un poco, da sta recchia.

    Ebbene: si danno, reciprocamente, delle sessantenni; e hanno poco più di quarant’anni.
    Riassumendo, sembra a me: che l’anziano che una volta suggeriva, consigliava, sfidava, spronava, fungeva da mèntore eccetera coincide oggi con una persona che nessuno si sognerebbe di definire “anziana”. E che la persona che oggi noi tutti definiamo “anziana” è – tranne le felici eccezioni – una persona di età estremamente avanzata che ha bisogno di essere accudita, con tutte le problematiche correlate.
    Sono solo spunti, eh: nessuna pretesa di esaurire qui la questione.
    (scusate: ho scritto moltissimo, accidenti a me :-()

  17. Ezio Says:

    L’installazione sonora è meravigliosa e sono contento che, grazie a questa scelta, ho potuto scoprire il canale di Youtube dove trovarne ancora. Come in altre occasioni, Valentina è una fonte inesauribile di precisione e contemporaneità.
    Concordo con Giulio, nell’interrogarsi: “il punto è se il linguaggio scientifico riesce a raggiungere effetto poetico”. Lui dice che non regge il confronto, mentre io trovo che lo supera.
    Il linguaggio e i termini usati (veri o meno, forse ha importanza per uno specialista, ma per me no – e conoscendo Valentina son sicuro che sono veri e coerenti) mi trasmettono un senso di esclusione che è già rifiuto dei vivi e dei sani, ti spara subito fuori – o se vogliamo – dentro il protagonista incosciente. La metafora ti vuole attirare, far capire: questo tecnico ti respinge.
    Idem per il pensiero del medico: siamo certi che non ci siano persone che pensano davvero di pensare così? Io no, io incontro spesso dei pazzi che pensano cosa sia giusto e cosa bisogna fare! Dopo dieci anni di esercizio e conferme, ne diventano ancora più sicuri. Voi come siete messi?
    Valentina, sei molto conciliante e gentile, ma sei la prima a sapere che il tuo è un racconto di grande valore e ricco, fosse anche solo per il grande lavoro di documentazione (o finzione) che hai fatto.
    Anch’io una cosa però te la contesto: non ho trovato necessario il finale, là dove il bambino risulta un’apparizione. Avrei preferito che la famiglia tornasse nell’anonimato. Eccellente.

  18. melaniaceccarelli Says:

    Cara Valentina, ho commentato tutti i racconti che ho letto e ci tengo a commentare anche il tuo. Quando, alla fine, il bambino si chiude in bagno e il medico sente i gemiti da fuori la mia angoscia era estrema, la pietà per il bambino immensa. Il racconto ha raggiunto lo scopo, con me. Ho però dovuto leggerlo in tre tappe tanta era la freddezza e la distanza che sentivo dalla prima parte e da tutte le descrizioni mediche che io penso siano, banalmente, troppe. L’effetto di rallentamento e quindi tensione che dà l’accumulo, secondo me, deve essere dosato per non essere percepito come eccessivo e quindi noioso. Ho continuato a leggere perché ti conosco e so chi sei. La spiegazione di Giulio poi, mi trova parzialmente d’accordo, penso che anche il linguaggio medico “moderno” , volendolo, possa essere reso poetico. Magari scegliendo appositamente cosa dire e cosa nascondere.

  19. Valentina Durante Says:

    Ezio: grazie per quanto hai scritto. Sono felice che l’installazione di Michele Spanghero ti sia piaciuta: fa cose molto belle, secondo me. Hai indovinato: il lavoro di ricerca è stato consistente. Mi sono basata su di un caso clinico reale che ho leggermente modificato per arrivare allo scopo (diciamo che ho aumentato un pochettino l’estensione dell’emorragia). Quanto al finale: sai che avevo il dubbio pure io? Ancora grazie, davvero.

    Melania: grazie mille anche a te per le impressioni di lettura. Mi sembra che questo racconto abbia suscitato reazioni controverse, proprio per questa presenza insistita di un linguaggio tecnico-specialistico. Non so che dire: non riesco proprio a immaginare, ora, quale potrebbe essere un bilanciamento ideale. Proverò a ragionarci su, magari a fare qualche sperimentazione (non S.E.N.S.) con altri testi. 🙂

  20. Ezio Says:

    Sì, Valentina – non conoscevo Spanghero e mi ha fatto ritornare in Mente Giacinto Scelsi, (e Cage) ma in una forma più ariosa (giustamente e godibilmente), grazie all’ironia delle installazioni e delle performance.
    Il bambino come apparizione mi è apparso ridondante perché doppione di un ‘miracolo’ – il risveglio che è avvenuto nel medico – grazie ad un’esperienza che ci hai mostrato in una finta soggettiva (è giusto? se no mi pento)..
    Diverso mi sarebbe stato se la voce narrante fosse stata del vecchio, che avesse ottenuto una visione.

  21. Valentina Durante Says:

    Ezio: sì, è giusto.
    Diciamo che con questo racconto ho tentato un esperimento (a proposito di sperimentazione). Volevo costruire un testo dove i vari riferimenti e prelievi fossero, nella loro singolarità, immediatamente riconoscibili (infatti Giulio scrive che: “è – abbastanza palesemente, direi – esemplato su due classici della letteratura normalmente considerata “fantastica”): Mister Valdemar di Poe; Frankenstein della Shelley; Borges (le note); la storia del Natale (l’incarnazione del Salvatore); ma anche, banalmente, “Canto di Natale” di Dickens: perché in questo racconto si produce un cambiamento nel medico che riceve un “dono della vita” da chi possiede meno di lui (perché, come bambino, gli è inferiore per età, intelletto, conoscenze, eccetera). Volevo però che questi stessi elementi, considerati nel loro complesso, concorrendo, cioè, a fare sistema nell’opera, non potessero essere perfettamente intesi nella loro simultaneità e relazione. Provo a spiegarmi con un paragone, ché mi riesce meglio. Matisse ha scolpito “La serpentina” avendo in mente un ideale di “trasparenza ideazionale”, cioè di un pieno e immediato significato dell’opera d’arte. E questo, nei singoli elementi della scultura, è riuscito a ottenerlo. Ma se la piena comprensione dei singoli elementi (dunque dei pieni in relazione con i vuoti – basta dare un’occhiata alla statua per rendersi conto di questo incredibile lavoro di pieni e vuoti) è di fatto possibile, la comprensione dell’opera nel complesso è interdetta, perché manca sempre qualcosa. “La serpentina” non la si può mai vedere tutta in una volta, qualunque sia il punto di vista: occorre girarci attorno e guardare questa specie di fisarmonica spaziale mentre si apre e si contrae, senza sosta. Ecco, il mio ideale è stato questo (da qui, il desiderio di amplificare l’esperienza di fruizione con la scultura sonora di Spanghero). Poi certo: Matisse è Matisse e io sono io. Però queste sono occasioni utili anche per fare dei tentativi, e vedere come va.

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