UtN, 6 / Harlock! Harlock!

by

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di Chiara Ghiglione

[Le regole del gioco. Per chi vuole, il racconto in pdf].

Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie
(Tommaso da Celano, Vita prima Sancti Francisci, cap. XXX)

Capitan Harlock! Capitan Harlock!
Un pirata tutto nero
che per casa ha solo il ciel…

(Albertelli-Tempera, Capitan Harlock)

(24 dicembre)

“Figlio di puttana, dormi un mese e una settimana,
gran figlio di troia, qui si vive di noia”,
canticchiava il Colonnello mentre sparava in vena al letto 501 una miscela limpida, più cattiva del solito. Però ci credeva di meno, nel senso che non mollava, variava i mixaggi, leggeva, si documentava, trovava il modo di estorcere informazioni alla dottoressa, ma di spegnere quella faccia più vuota che altro, di seccare definitivamente quelle mani ridotte a diramazioni terminali sottili e trasparenti – doveva ammetterlo – non c’era verso. Sulla mensola qualcuno aveva lasciato una candelina rossa e un presepe scavato dentro un seme di avocado.
“Bella merda”,
pensò il Colonnello, e si grattò la testa rasata per due terzi.

(Previously)

Con i letti 500, 507, 509 e 511 era stato facile e obiettivamente bello, perché negarlo. Vedere quei tronchi slavati che sussultavano e rivelavano di possedere una vita nell’atto di sputarla fuori dalle gengive era stato esaltante, era bastata una siringa piantata in vene del tutto periferiche e insospettabili, un solo buco e via. Ma il letto 501 no, e il Colonnello non si dava pace. Di cognome faceva Onnis, di nome Lamberto, il 501: poco più di un metro e cinquanta, trentotto chili e novantasei anni ne isolavano il mistero nel fosso lieve del materassino antidecubito. Ci stava lavorando da mesi, il Colonnello, e i continui fallimenti lo esasperavano, soffiandogli nella testa il pensiero che i suoi ventisette anni fossero un treno che lo aveva scaricato in aperta campagna, per errore o intenzione precisa, poco importava. E dire che le aveva provate tutte: farmaci di ogni tipo in combinazioni sempre più spinte, cuscino sulla faccia, pressioni sul cuore. Niente. Lamberto Onnis resisteva a qualunque sostanza e a ogni sorta di manovra, non dormiva mai, non emetteva né suoni né versi, i respiri dovevano sbucargli da branchie segrete e laterali, perché solo così poteva trovare un senso l’assoluta immobilità del suo torace. In compenso gesticolava. Di tanto in tanto sollevava le braccia e tracciava nell’aria pisciata della stanza circoli e linee che variavano nell’ampiezza e nell’estensione e che – il Colonnello ne era certo – erano un codice o un richiamo. Un giorno, infuriato, l’OSS Gianluca Mariconda, per tutti il Colonnello, se lo era caricato in braccio come una sposa rapita e lo aveva letteralmente sbattuto dentro il cesto portaoggetti di un deambulatore recuperato nella 502: la speranza era che l’affare si ribaltasse e che Onnis Lamberto di anni novantasei picchiasse il cranio e ciao o, meglio ancora, che si polifratturasse e patisse come un cane. Invece niente, il suo culo fossile e puntuto era entrato d’incanto dentro il cesto e l’aggeggio non aveva neppure accennato a inclinarsi o a spostarsi, nonostante le quattro cazzo di ruote in gomma e la naturale pendenza di quel tratto di pavimento. Una mattina, mentre si dedicava alle costole del Signor Lamberto, al Colonnello era parso di percepire un ronzio dietro il letto, dentro il muro, e un sospetto gli si era materializzato nel fondo della gola, così aveva infilato un braccio tra testiera e intonaco, si era graffiato, aveva bestemmiato, però aveva tastato qualcosa. Aveva tolto i fermi alle ruote e applicato una forza tale da sparare in orbita letto e paziente, ma non era accaduto nulla, nessun movimento. Aveva ficcato tutta la faccia che era riuscito tra muro e testiera e lo aveva visto: letto e parete erano collegati da una sorta di flessibile. Il tubo – sempre che di tubo si trattasse – entrava nel muro in totale assenza di attacco, di raccordo, di varco visibile, era qualcosa che diventava qualcos’altro, metallo che diventava intonaco, l’uno il proseguimento dell’altro, un innesto organico, naturale. Il Colonnello aveva ritirato la faccia: il treno dei suoi ventisette anni doveva ormai aver raggiunto il mare, e lui lì, gli occhi larghi come uno sbadiglio.

(24/25 dicembre)

Il Colonnello aveva fretta, il 501 no. Era passata mezz’ora. Niente. Neppure la nuova miscela era servita. Lamberto Onnis, a guardarlo da quell’angolazione, era un mozzicone di betulla, grigio e bianco, tenue come un acquerello. L’OSS Gianluca Mariconda doveva scappare, lo aspettavano in parrocchia per la recita della vigilia. Ci teneva. Ah, sì, ci teneva un bel po’. Non sapeva risolversi, ma continuava a ripetersi che la questione andava affrontata quella sera. Uscì dalla stanza e si guardò intorno: nessuno. Il sì e no delle intermittenze lo infastidiva, c’erano palle, palline, e anche – chissà perché – coni gelato che piovevano dalle volte del soffitto e i pannelli di vetro che chiudevano l’antico chiostro – la RSA era stata un convento, prima – replicavano parzialmente quel carnevale di luci e lucine, oltre il quale il Colonnello la vide e rimase inchiodato. Era la notte. Superata la barriera dei riflessi colorati e recuperata una visione da tempo ordinario, era possibile piantare gli occhi dentro il buio che premeva sul soffitto in vetro – il chiostro era una saletta ricreativa, adesso – come nel più tenace degli assedi. Era il buio delle risaie e delle pinete, antico, solido, incurante: come fosse arrivato fin lì, nel cuore della città, davvero non si capiva. Mancavano quasi due ore alla recita. Doveva agire. Rientrò nella 501, strappò via dal letto Lamberto Onnis, se lo caricò in spalla, prese l’ascensore e salì al nono piano. Sudava. Quando aprì la portafinestra, per poco non fu steso dall’odore del mare, che gli bucò naso e cervello, come un chiodo sparato da diosadove. Con la mano libera – con l’altra teneva per la maglia del pigiama il 501, schiaffato, la testa penzoloni, sulla sua spalla destra – con la mano libera cercò un sostegno, perché pensava che le ginocchia lo avrebbero tradito, e trovò qualcosa, ma non seppe immaginare cosa.
“Cazzo!”,
disse,
“Ma che cazzo?”,
gli uscì poi. Dal nono piano dell’ex convento delle Suore della Misericordia il Colonnello contemplava il niente, e lo calpestava, perché non era terrazza la consistenza che sentiva sotto le scarpe. Poteva darsi che lì davanti ci fosse ancora la città, e addirittura il mare, e prima le banchine e le gru del porto. Poteva darsi. Neppure una luce. Un lampione. Una fottuta luminaria natalizia. Ci fu un momento in cui si sentì Capitan Harlock, nero su sfondo nero, “un pirata tutto nero/ che per casa ha solo il ciel”. Il tempo stringeva. La notte sembrava aver sputato fuori un angolo della terrazza e lì il Colonnello scaricò il 501. Difficile dire quale fosse l’origine di quella parvenza di luce che sembrava originarsi direttamente dal buio, un grumo circoscritto, isolato, inspiegabile.
“La stella cometa, cazzo”,
pensò il colonnello, poi sputò nell’aria e si massaggiò la testa. Si sedette vicino a Lamberto Onnis, di anni novantasei, che senza un’ombra di turbamento aveva assunto la sua posizione consueta: ginocchia leggermente piegate, mani incrociate sul petto, testa sollevata come se ci fosse un cuscino a sostenerla, occhi aperti e fissi, torace immobile. Forse faceva freddo. Forse era tardi per la recita della vigilia, ma non importava, un altro oste di Cesarea lo avrebbero trovato, la parte non era un granché, una paio di battute, perché lui, Gianluca Mariconda, ne aveva davvero poca, di memoria. Si inginocchiò e si piegò sul 501, il tempo doveva essere scivolato giù per qualche scarico perché un suono di campane, e poi un altro e un altro ancora dicevano inequivocabilmente che era nato il Salvatore. Per la prima volta guardava Lamberto Onnis con gli occhi del corpo. Da mesi la mente giocava, non si arrendeva, elaborava programmi di annientamento e quel cazzo di treno che niente, era arrivato a destinazione senza di lui, senza il Colonnello, e comunque tutto era rimasto nella testa. In quel momento, sulla terrazza, dentro un’unghia di luce, l’OSS Gianluca Mariconda realizzò quanto il suo corpo e quello del 501 si fossero toccati, strofinati, scambiati squame di pelle, in quei mesi. La carne. Gli occhi che guardavano altra carne.
Trascinò Lamberto Onnis per i talloni, dentro il buio, nel punto esatto in cui la terrazza diventava niente, e gli si chinò accanto, poi dalla tenebra estrasse una mano, lo accarezzò e non ci fu bisogno d’altro.

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16 Risposte to “UtN, 6 / Harlock! Harlock!”

  1. Maria Cristina Vezzosi Says:

    Che marpione, il Mozzi: sta un giorno in silenzio per poi farci vomitare addosso questo scorrettissimo racconto.

    Inchiodata come il Colonnello di fronte alla rivelazione della notte, l’ho letto di un fiato e vedevo il 501 sballottato da Gianluca Mariconda, OSS frettoloso e poco accorto, che sguaina l’anima all’ultimo secondo (ho un mio pantheon di vario personale sanitario).

    Dura lotta, nella mia personale classifica, con “Quella ragazza”.
    Io non conto niente ma se potessi ti farei subito una proposta editoriale senza contributi e/o copie omaggio per l’autore.

  2. Amanda Melling Says:

    Questi racconti vengono apprezzati o meno anche in base al gusto personale. Questo proprio non mi piace 🙂 ma innegabimente brava.

  3. Luciana Says:

    Bingo! Questo racconto è il Bingo, lo stratosferico della sestina. Appena mi riprendo, commento.

  4. Maria Cristina Vezzosi Says:

    Non è un reato, Amanda, avere gusti personali e nemmeno un fatto eccentrico. Comunque sono una principiante passibile di correzione quindi sono pronta a seguire i suggerimenti di analisi del testo che chiunque vorrà/potrà darmi. Finora ho letto i racconti cercando di valutarne la leggibilità, la credibilità, la coerenza, lo stile e il contenuto.

  5. Maria Cristina Vezzosi Says:

    Dimenticavo l’attenzione alla lingua e l’imprevedibilità di linguaggio.
    Qui tutto è, per dirla con Luciana, stratosferico.

  6. Pallante Says:

    Complimenti. Stile esplosivo dalla piena fino all’ultima frase. Non ho capito però la fine. Cosa è successo? Alla fine il Colonnello è riuscito nel suo intento o ha avuto pietà?

  7. Luciana Says:

    Questo potente racconto tratta un tema di grande attualità (sono cronache anche di questi giorni le uccisioni degli anziani negli ospedali o negli ospizi), ma non è soltanto il tema a renderlo così bello, è tutto l’insieme. Commentarlo non facile, ci provo come posso.
    Nessun altro personaggio dei racconti che ho letto qui finora ha una caratterizzazione così marcata e splendida, come lo è quella del Colonnello, e ciò che la rende tale è la scrittura, lo stile usati.
    Ritrovo parole e frasi che sono lanciate nell’aria come frecce e come tali colpiscono, almeno me. Il racconto ha una topografia ben specifica, sta dentro a pennello in quel cerchio che ho nominato in un altro commento, non si divaga qui, lì devono stare i personaggi, dentro quel cerchio e obbligati a gestire l’esistenza in quello spazio ristretto: la stanza, il chiostro, il soffitto decorato a Natale, la terrazza che è il vuoto. È tutto qui lo spazio, ma all’interno di questa geografia accade ciò che accade (la vita e la morte).
    Il Colonnello – già il nomignolo è un programma – non ci viene descritto appieno ma io lo vedo benissimo, perché si carica sulle spalle il vecchietto come fosse un fuscello (quindi è un energumeno di fisico e di fatto), vedo la sua stupidità, o meglio quell’essere beota, cretino, ma l’esserlo così bene che poi la vicenda gli ruota facilmente intorno. Leggendolo, non ho potuto fare a meno di pensare alla Banalità del male di Hanna Arendt.
    I già morti dei letti 500, 507, 509 e 511, sono letti, non persone. Fa una grazia, il Colonnello, a chiamare talvolta per nome il signor Lamberto Onnis, ma lo fa solo perché il vecchietto s’incaponisce a vivere, non ne vuole sapere di morire e a nulla valgono i tentativi del nostro. (Lì dentro c’è un mondo intero che noi ignoriamo, ma l’autrice ci ha fatto la grazia di aprirci per qualche istante la porta, perché lo potessimo intravedere.)
    Ci sono frasi e metafore scolpite nella roccia: “Onnis, poco più di un metro e cinquanta, trentotto chili e novantasei anni -ne -isolavano -il mistero -nel -fosso -lieve -del -materassino -antidecubito.”
    “Che i suoi ventisette anni fossero -un -treno -che -lo -aveva -scaricato -in -aperta -campagna”, è l’alienazione del nostro, forse indotta dal luogo, da quel luogo che un tempo si chiamava invece il Convento della Misericordia, ma qui della misericordia se ne è persa qualsiasi traccia e tutto appare normale, uccidere i vecchi è normale! per il Colonnello e forse anche per gli altri.
    Ma il vecchio è più vivo del Colonnello, non si fa uccidere, anzi: “Per la prima volta guardava Lamberto Onnis con gli occhi del corpo.” Certo, lo guarda con gli occhi del corpo, perché altri occhi (sentimenti) il Colonnello non ne ha. “La carne. Gli occhi che guardavano altra carne.”
    Però le campane han suonato e il nostro le ha udite, questa volta le ha udite.
    E così quel vuoto totale di senso, quella povertà di spirito e mente, in un altro vuoto fisico (la non terrazza) diventa una carezza, una carezza per il vecchio e per se stesso.
    I miei complimenti.
    Scusate la lunghezza del commento.

  8. Eliana Says:

    Scritto divinamente, complimenti!

  9. Maria Cristina Vezzosi Says:

    Appunto, Luciana…

  10. mariagiannalia Says:

    Sono sicuramente una voce fuori dal coro, e non me ne vogliate per questo. Faccio mio quanto dice Amanda a proposito del gusto personale.
    Il linguaggio utilizzato in questo racconto a me è sembrato un po’ barocco e pieno di effetti speciali non necessari. La storia narrata viene soffocata dalle espressioni iperboliche che riescono a descrivere solo in superficie il personaggio. Per es. “Ci stava lavorando da mesi, il Colonnello, e i continui fallimenti lo esasperavano, soffiandogli nella testa il pensiero che i suoi ventisette anni fossero un treno che lo aveva scaricato in aperta campagna, per errore o intenzione precisa, poco importava ” : questa metafora dovrebbe dare conto della caratterizzazione del protagonista. Ma cosa vuol dire di preciso? E’ vero che viene ripresa nella chiusa (…”e quel cazzo di treno che niente, era arrivato a destinazione senza di lui, senza il Colonnello, e comunque tutto era rimasto nella testa.), ma anche qui, io, da lettrice, non capisco bene: perché? Si sente un fallito a ventisette anni? Non ha trovato nessun’altra occasione migliore di questa? Ha fallito la carriera come attore (…un altro oste di Cesarea lo avrebbero trovato…,)? E per questo si realizza come Dio elargendo la morte a suo piacimento?

    Un’ultima incoerenza descrittiva: …” e i pannelli di vetro che chiudevano l’antico chiostro – la RSA era stata un convento, prima – replicavano parzialmente quel carnevale di luci e lucine, oltre il quale il Colonnello la vide e rimase inchiodato.”, se si tratta di un ex convento, come la mettiamo con i nove piani che il colonnello, con il 501 in spalla, attraversa in ascensore per scaraventare quella larva d’uomo nella notte e così finalmente liberarsene? Mah!

  11. amandamelling Says:

    Maria Cristina…ti rispondo volentieri. Ho delle parole che mi rimangono indigeste in diversi generi letterari. Sono “vibratore” e “New York” nei romanzi rosa, “le reni” e “rizza” negli erotici, e nel genere che vuole essere duro come l’uomo che non deve chiedere mai, quando ci mettono “siringa”, “vena” e “piscio”. Quì c’è aria pisciata, ma è uguale. Per me è no.

  12. Giulio Mozzi Says:

    Naturalmente bisognerebbe mettersi lì con un po’ di pazienza a contare i “prelievi” e i “calchi” (suppongo soprattutto prosodici) da García Márquez.

  13. Many Kazem Goudarzi Says:

    Il Colonnello è un bruto ben descritto. Anche Onnis è un personaggio interessante nella sua impossibilità. Mi rimangono alcuni punti non chiari: il tubo tra letto e parete; che succede nel finale; il collegamento con Capitan Harlock. Io avrei sviluppato di più questi elementi.
    Pur apprezzando lo stile e l’ambientazione mi rimane l’impressione che si potesse raccontare di più.

  14. Maria Cristina Vezzosi Says:

    Sulle parole indigeste (e anche altri luoghi comuni) sono con te Amanda. Può darsi che mi sia fatta intortare (oddio che ho scritto?) dal tono: sono una principiante in tutto, non faccio editing e certi particolari mi sfuggono. Posso dire però che questo racconto l’ho letto di getto senza l’impressione che mancasse qualcosa, gli altri (escluso “Quella ragazza” e ora anche “S.E.N.S.”) no.

  15. Luciana Says:

    Ogni racconto dà delle informazioni e degli indizi, volutamente, altri li lascia in sordina per lasciare libertà d’interpretazione al lettore. Quando poi il finale è aperto, nel senso che non è dichiaratamente esplicito, può essere ancora più bello, perchè in questo modo si attivano immaginazione, fantasia, nonchè “aspirazioni” (nel senso vorrei che questo racconto finisse così) nel lettore. Forse è un nostro pregiudizio volere una spiegazione sul finale e anche sui vari dettagli proposti. Vedi il tubo interconnesso all’intonaco, quel tutt’uno così ben amalgamato ma così altrettanto di poco senso (per noi che leggiamo). Ieri ci sono scivolata via su quel dettaglio capendolo anch’io poco, ma oggi ci son ritornata. E ritornandoci ecco che mi si riattiva la mente e si ripercorre la storia. Oggi, mentre facevo il presepe, quel tubo ad esempio m’è parso un collegamento con l’aldilà, con il mondo oltre, quello della divinità, quello della spiritualità. E attraverso questo pensiero ho avuto un’illuminazione: e se il vecchio Lamberto non fosse altro che il Gesù Bambino, che resiste a torture, che si rifiuta di morire perchè ha una missione da compiere? Salvare il Colonnello. Beh, molto probabilmente non è così, tuttavia questo pensiero mi ha allietata, giusto per dire come l’interpretazione dei dettagli, e a volte anche dello stesso tema di un racconto non si già pre-formato, ma sia possibile di varie interpretazioni. E questo è davvero forte!
    Per la paesaggistica. La RSA era un convento, ma nei secoli le cose cambiano, del sito antico restano magari le fondamenta soltanto, magari un chiostro, e delle diciture negli annali. A Ferrara, mi viene in mente, c’era la chiesa degli Angeli, già del Belfiore, ne han fatto un’abitazione e, facendola, hanno trovato le ossa degli Este.

  16. Many Kazem Goudarzi Says:

    Eppure non penso che sia un pregiudizio volere che una parte essenziale di un racconto sia aperta, o che venga lasciata indefinita. Certamente è questione di stile, ma a me è venuto il dubbio che l’autrice abbia avuto questa illuminazione (il tubo), ma che poi non abbia avuto modo di svilupparla. E personalmente non penso che Gesù bambino abbia bisogno di tubi. Io sono un lettore totalmente privo di immaginazione e ho bisogno che mi venga spiegato tutto, anche in modo inverosimile, ma ne ho bisogno; per questo mi è dispiaciuto che alcuni aspetti del racconto siano stati solo accennati.

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