Tullio Avoledo su “L’antagonista” di Edoardo Zambelli

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di Tullio Avoledo

[Tullio Avoledo, da poco in libreria con il nuovo romanzo Chiedi alla luce, ha letto L’antagonista di Edoardo Zambelli e ci ha fatto la cortesia di scriverne. Grazie. gm]

cop_antagonistaAvvertenza preliminare: non sono un recensore. Sono un lettore, quindi ciò che sto scrivendo non è una recensione, ma una semplice serie d’impressioni di lettura.
Seconda avvertenza: leggo pochissima narrativa. Divoro saggistica e poesia, ma leggo pochi romanzi, e meno ancora racconti. Così non so fino a che punto sono un giudice attendibile, rispetto a chi, magari per professione, legge tipo venti romanzi al mese.
Nelle due settimane di vacanza dalla scrittura che mi sono concesso per riprendermi da due festival, ho letto tre libri molto belli. Uno solo di questi era un romanzo, ed è L’antagonista di Edoardo Zambelli.

L’autore è giovane, maledetto lui. Anche se non troppo giovane, quindi ritiro il maledetto.
E’ anche maledettamente bravo, e stavolta l’avverbio lo lascio. Mi è capitato solo una volta di leggere un’opera prima altrettanto affascinante, e quel libro era Pugni di Pietro Grossi. Anzi, non era nemmeno ancora un libro, era un dattiloscritto in cerca di editore, fattomi leggere da un’amica. Sono stato contento quando Pietro, non per merito mio, ha trovato un editore.
Sono ancora più contento che l’abbia trovato Edoardo Zambelli, e che L’antagonista sia uscito dal cassetto (o dovunque lo tenesse) per arrivare ai lettori. E’ un libro potente, un libro che emana una strana energia, una specie di luce nera che illumina i nostri giorni purgatoriali.

Purgatorio è la prima parola che ho annotato, leggendolo. Sarà per il mestiere intimamente punitivo del protagonista, un trentatreenne sfatto e apatico, costretto senza più il minimo istinto ribelle a recensire positivamente film che aborre, su una di quelle riviste on line che stanno sostituendo progressivamente l’informazione. Web content editor è il pomposo nome che qualcuno dà alla sua professione, che è quella di vincenzomollicare ogni nuovo film, compreso l’orripilante muccinata La ricerca della felicità, come gli fa notare con sorpresa Erika.

Chi è Erika?
Un attimo. Ci arrivo.

Abbandonato dalla moglie (la sequenza del tradimento svelato, tra silenzi e disgusto, sembra girata da Bergman), il protagonista decide di dare una sterzata alla sua vita e si rifugia in un villaggio turistico al mare, in pieno inverno, per compiere l’azione idealmente salvifica della scrittura, a lungo rimandata, di un romanzo. Il grigio che l’uomo ha dentro è il grigio di un lavoro in cui per organizzare la tua assenza ti basta un giro di mail, il grigio della pioggia che accompagna il viaggio, che è un viaggio alla ricerca di un nuovo senso alla sua vita ma si rivelerà una discesa nell’assurdo, tra strani segnali che arrivano distorti dal passato e un presente assurdo, fatto di gesti straniati, di scortesie, di cibo pessimo. Lo stesso progetto del romanzo sembra inconsistente: il protagonista ha solo un’immagine: una ragazza che passeggia lungo una spiaggia deserta e un uomo che la osserva da una finestra. Un’immagine su cui si costruirà un romanzo nel romanzo.
Il gioco di specchi tra realtà e finzione finisce per catturare il lettore, come la mosca della scena iniziale che zampetta sul caos dell’effetto neve di un televisore.

Avevo trentatré anni, e una mosca su un televisore sembrava saperne molto più di me sulla mia vita.

Per scoprire il senso della vita il protagonista finirà per immergersi nel passato. Forse Vilko, il custode del villaggio turistico, non custodisce solo quello. Forse è il guardiano di una porta. Personaggi apparentemente banali sembrano usciti dai confini della realtà, e ambienti apparentemente normali – un bar, una spiaggia, un centro commerciale – si velano di ombre sinistre e minacciose.

Uscii e andai verso l’altro bar. Incredibile, il barista sembrava la fotocopia di quell’altro, solo con una decina d’anni in più. Teneva una mano poggiata sul bancone. Aveva dita tozze, piene di tagli. Al posto delle unghie c’erano schegge informi decorate con filetti di sangue coagulato.

Questi personaggi apparentemente secondari, quegli inservienti così scontati e normali che normalmente, appunto, li diamo per scontati, senza guardarli davvero, sono la cosa che più mi ha messo paura, nel romanzo. Molto più delle apparizioni misteriose di uomini e animali, quello che mi ha spaventato sono le commesse sgarbate, il caffè pessimo, le brioches immangiabili com’è immangiabile il cibo nell’oltretomba dei sumeri, il fango e l’acqua immonda di cui si nutrono i morti. Il cibo è un segnale secondo me importante, in questo libro, almeno quanto le intrusioni di età passate, evocate come antiche ere geologiche: il bar “in qualche modo antico, con i flipper, i gagliardetti dei mondiali di Italia ’90 ancora appesi alle pareti, la radio sintonizzata su una stazione che trasmetteva canzoni italiane degli anni Ottanta”. Il passato è una terra dimenticata in cui il protagonista ritorna, immergendosi in una provincia sonnolenta che sembra un paradiso perduto e invece è una trappola, dolce come l’odore della frutta marcia, o della carta moschicida. La ricerca del motivo per cui Erika, un vecchio amore del protagonista, si è suicidata, diventa la ricerca di qualcosa di più, su cui non intendo anticipare nulla. Credo che ognuno possa, e anzi debba, leggere a modo suo questo libro che più che misterioso mi sembra misterico, trovare da solo quel “qualcosa di più”, che io ho interpretato a modo mio, e non dirò come, per rispetto dell’autore e del lettore.
Posso dire solo che questo è un libro potente. Un oggetto magico come il gioiello che ne La svastica sul sole di Philip Dick fa viaggiare il signor Tagomi in un’altra dimensione, in un universo parallelo distorto e terribile, che si rivela poi essere il nostro.

Non vorrei aggiungere altro se non l’invito a leggerlo, questo libro.
Ma devo aggiungere almeno una cosa. La scrittura di Zambelli mi ricorda qualcosa. Una specie di retrogusto. Come in un vino c’è chi riesce (o dice di riuscire) a sentir tracce di fragola, o di nocciola, o di ribes selvatico, e un mio amico enologo addirittura una “schiena di vetro” (una cosa che non riesco proprio a immaginare, se non nel fatto che ti tirino un bicchiere alle spalle), nelle pagine de L’antagonista ho sentito tracce di due film non necessariamente belli (non faccio il web content editor) ma che mi hanno lasciato una traccia dentro: La prima notte di quiete di Valerio Zurlini e Una pura formalità di Giuseppe Tornatore. Ma ho sentito anche l’aroma per niente polveroso di grandi romanzi letti da ragazzo, tra cui due libri per me indispensabili come Pedro Paramo di Juan Rulfo e Gli addii di Juan Carlos Onetti. Questa, almeno, è stata la mia impressione degustando il libro di Zambelli. Soprattutto Onetti. E poi, dal profondo di letture vecchie di oltre quarant’anni, il profumo di un grande libro italiano ingiustamente dimenticato, Casa d’altri, e l’impronta inimitabile (o così almeno pensavo) del suo autore, Silvio D’Arzo.
Magari mi sbaglio, magari Zambelli non ha mai letto D’Arzo (il contrario, quantomeno, è sicuro). Ma sento nel raccontare di Edoardo “lo stile di chi è straniero dovunque”, come Gianni Celati definì la scrittura di D’Arzo in un memorabile intervento a un seminario internazionale sul romanzo, una decina d’anni fa.

Che il mondo sia una scena dove ci si sente in casa d’altri, o come in una camera d’affitto dove niente ci appartiene, vuol dire che si è prodotta una frattura nel modo di interiorizzare i luoghi per sentirli ‘nostri’. Così ci si trova disadattati anche ai posti più familiari, senza più l’illusione che esista un territorio davvero ‘nostro’ – il solido terreno dell’identità garantita da un orizzonte tutto noto e familiare. Quell’illusione ai nostri tempi esiste solo come retorica d’una ascesa sociale, arma pubblicitaria nell’anonimato di massa. L’adesione a un luogo ora si dà piuttosto come esilio in uno spazio separato, dove si affronta la faticosa esperienza d’essere individui (…). Il che significa più o meno che il nostro posto è soltanto là dove si è capitati per caso, «come altri abitano una stanza d’albergo». Visti in questa luce, i moderni sembrano degli esseri patetici che non trovano più la strada di casa, condannati «ad aggirarsi fra luoghi e memorie che non sono loro», con «quella loro mancanza di radici, quella loro eterna e assoluta estraneità a tutto, a tutti; ed anche a loro stessi».

Così Celati su D’Arzo.
E lo stesso, secondo me, si potrebbe dire di Zambelli:

Stando così le cose, il narratore non può raccontarci altro che gli effetti d’una incertezza, d’uno stato d’indeterminazione, come un detective che spia invano le mosse di una persona pedinata. L’aspetto cruciale del racconto sta nella posizione del narratore, impossibilitato ad agire e costretto a portarsi addosso il pathos dell’irrimediabile. (…) L’esperienza del limite non consiste in un’azione per cambiare le cose, bensì in un’esperienza che sospende l’azione, rendendo i personaggi narranti come storditi o fissati su una visione che ha dell’inenarrabile. Ma anche il lettore non può più essere il placido spettatore che aspetta soltanto di sapere come va a finire la storia, perché qui c’è solo un canovaccio sui limiti dell’irrimediabile, e stati sospesi consegnati a una visione. Perciò questo genere di racconti postula un lettore nuovo, non il lettore-spettatore che vuole identificarsi con qualche personaggio, ma il lettore-visionario che nella condizione d’irrimediabilità intravede l’invischiamento nella «lunga serie di giorni senza nome. Anno per anno, tutta quanta una misera storia quotidiana».

E il romanzo rivelatore e salvifico che il protagonista voleva scrivere?
L’ha scritto.

Credo sia proprio L’antagonista.

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2 Risposte to “Tullio Avoledo su “L’antagonista” di Edoardo Zambelli”

  1. Maria Luisa Mozzi Says:

    Accidenti, anche Lei signor Avoledo è maledettamente bravo! Mi ha fatto ordinare una cariolata di libri che non avevo messo in conto di leggere in questo periodo.
    🙂

  2. Maria Luisa Mozzi Says:

    Il romanzo di Edoardo Zambelli è incredibilmente bello.
    Leggetelo, leggetelo.

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