Alessandro Zaccuri, “Lo spregio”. Appunti di lettura.

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di Demetrio Paolin

cop_zaccNe Lo spregio (Marsilio, 2016) Alessandro Zaccuri compone idealmente un altro piccolo tassello del suo personalissimo altare per il padre. Qui come nelle sue opere maggiori, penso certamente a Il signor figlio (Mondadori) ma anche a Dopo il Miracolo (Mondadori) l’autore milanese continua indefesso la sua riflessione sul nodo centrale del rapporto genitore/figlio, un vero proprio luogo narrativo per Zaccuri che s’invera anche nella sua formazione di scrittore, come aveva raccontato proprio sulle pagine di vibrisse.

La storia è presto detta. Angelo vive in un piccolo paese del comasco al confine con la Svizzera. Suo padre, soprannominato il Moro, gestisce una locanda che in realtà è il paravento per una serie di traffici poco leciti. Moro è un uomo di poche parole, ma profondamente innamorato del proprio figlio, a cui ha taciuto il fatto di non essere lui padre naturale, essendo Angelo un trovatello.  Per questo motivo l’uomo ha sposato Caterina, la cameriera del ristorante, pur non amandola per il solo fatto di poter tenere con sé questo bambino.

Angelo, che venera il padre, dopo aver scoperto la reale vita del Moro fatta di soldi con il contrabbando e la prostituzione, decide di essere come lui, anzi di essere meglio di lui e in questa folle corsa incontra Salvo, che con il padre Don Ciccio e i suoi fratelli maggiori (tutti esponenti della malavita) è stato costretto all’esilio al nord. Tra i due ragazzi nascerà un profondo legame che verrà spezzato dallo spregio che Angelo farà nei confronti di Salvo; un peccato di hybris che verrà punito nel modo più tremendo e possibile.

Come dicevamo Lo spregio  è l’ennesima parte del grande affresco sulla paternità che Zaccuri sta dipingendo in modo testardo e preciso; una pala d’altare che è composta di diverse realtà narrative. Il romanzo in questione potremmo additarlo per la lunghezza (in questo tempo di opere mastodontiche Zaccuri scrive un romanzo breve) a una tavola laterale.

Eppure c’è in queste pagine qualcosa che riluce. Intanto avvertiamo l’intima tensione tra ciò che Zaccuri ha detto e ciò che desiderava dire: il progetto del libro, la sua idea portante sono perfettamente combacianti. È una delle rare volte in cui l’intenzione e il gesto coincidono. Questo dà al libro una forza che travalica le pagine, e dona alla storia una forza esemplare che non può passare inosservata.

In secondo luogo la lingua. Zaccuri prosciuga la sua prosa senza mai perdere eleganza. Ogni parola ha una connotazione precisa, ogni episodio è necessario per comprendere il resto della vicenda. I registri si mischiano: abbiamo il comico, il drammatico, il lirico. Mai un eccesso, un compiacimento. Mi sembra che la parola adatta a descrivere questo stile sia sobrietà; uno stile che mi ha fatto pensare a esempi più legati alla poesia, in particolare a Caproni e Sereni, perché la parabola di Angelo, di questo giovane ragazzo, condannato a vivere una vita in caduta libera verso il nulla, sembra pensata dalla mente di un poeta o da quella dell’ignoto autore del libro biblico di Tobia.

Angelo è veramente un personaggio interessante, è destinato alla caduta, di cui la nascita è un simbolo. Abbandonato e trovatello, ogni suo gesto – anche il più felice – contiene in sé la sua sconfitta. Il modo disarmato con cui va incontro al suo carnefice non lo rende innocente, ma ce lo fa sentire fratello nel dolore e nella perdita. Salvo, invece, è l’opposto di Angelo fin dal nome. Lui è il salvo, il prescelto e l’eletto. Angelo rappresenta la caduta verticale di un uomo, la sua irrimediabile dannazione nonostante il lettore sappia e senta la sua intima bontà, Salvo-  di cui intuiamo la cattiveria e lo spavaldo narcisismo – alla fine si salverà, perché paradossalmente accetterà di essere quello che è. Angelo è dannato, perché come Lucifero, non accetta la sua posizione, per quanto privilegiata, lui vuole di più, vuole superare e vuole primeggiare. Da qui il peccato di tracotanza e la condanna definitiva.

Leggendo la storia di Angelo e come Zaccuri la costruisce ho pensato al tema libero arbitrio. Angelo sceglie? O compie quello che è il suo destino? E se il suo destino fosse cadere? Se in qualche modo nell’economia di un mondo che stentiamo capire fosse necessaria la sua caduta? L’abilità dello scrittore milanese sta nella naturalezza con cui  dirige la storia verso la catastrofe, nella capacità di trasformare una atto da “guitto” di un’azione cosmica tale da farci intuire che in quello spregio è contenuto il destino del mondo.

Lucifero doveva necessariamente cadere? E se il male fosse necessario al creato: se fosse stato deciso che il male debba essere nel mondo? Se quindi il peccato originale  e la caduta fossero in realtà non una conseguenza libera, ma  il risultato di una imposizione ?

La risposta a queste domande sta nella figura del Moro. Moro è un personaggio pieno di silenzi, di cose che non conosciamo tranne una: ama suo figlio. L’amore per suo figlio è totale, è un amore che non viene mai enunciato. Sappiamo che è così, sappiamo che per salvare il figlio arriva a offrirsi al suo posto. È un uomo che però non riesce a fare pace con il figlio, che non riesce a dire quello che sente. Nei romanzi di Zaccuri ci si trova sempre questa sorta di incomunicabilità tra padre e figlio. Esiste un amore che per essere dichiarato necessita di una tragedia.

La tremenda fine di Angelo porta il Moro a caricarsi su di sé il peso d’essere padre, non è più una scelta esterna, quasi costretta (il ritrovamento del piccolo fagotto abbandonato nella legnaia al freddo), ma diventa comprensione del proprio destino.

Proprio nella chiusa del romanzo sta secondo me la grande trovata narrativa e speculativa. L’autore ha costruito il Moro con alcune caratteristiche e che ci potrebbero far pensare a un explicit tragico. Il Moro potrebbe assurgere a vittima sacrificale (come il protagonista di Gran Torino di Eastwood), ma la scelta sembra, invece, prediligere un tono minore, quasi una deviazione rispetto la corsa furibonda, che caratterizza le ultime pagine. Mi pare che ciò avvenga non tanto per ragioni di fabula, quanto per ragioni teologiche sottese al romanzo, ghermito di rimandi alle Scritture, trasversali e indiretti, ma forse per questo ancora più potenti.

Il Moro potrebbe vendicarsi, e invece ci viene presentato in fuga, un ultimo viaggio verso la Svizzera, dove raggiunge una banca, in cui ha aperto un conto milionario per il figlio. Il Moro decide di intestarlo alla moglie, alla donna che ha sposato solo per coprire il ritrovamento di Angelo, una donna che nonostante tutto ha imparato ad amare. In quel gesto l’uomo dichiara tutto il suo amore per Angelo; infine come svuotato di forze torna alla macchina, dove s’accascia e muore.

È in questa scena finale che si nasconde il cuore speculativo del romanzo. Se il Moro fosse l’immagine di Dio che vede un suo figlio cadere nel male, finirci dentro senza poter in nessun modo opporsi, anzi tentando di opporsi ma senza possibilità? Cosa farà Dio dopo la morte del proprio figlio? Se fosse il Dio dell’antico testamento avremmo la vendetta, ma appunto Zaccuri ci presenta un Dio che guarda impotente il figlio morire (c’è  in questa riflessione un implicito rimando ai dipinti del Trono di grazia); un Dio decide di amare ciò che resta, di amarlo fino alla fine. Il profeta Amos, nel libro omonimo parlando della salvezza, dice che dalla gola del leone se ne salverà solo un resto. Ovviamente diverse sono le interpretazioni di questa frase, ma se “resto” fosse ciò che rimane dopo lo sfacelo della morte? Se quindi Dio ama quello che rimane di noi, dopo la morte? Ovvero se Dio ci amasse quando diventiamo aminoacidi? Se il suo amore fosse tutto compreso nel nostro diventare cibo per piante e vermi, nel nostro essere atomi infine?

Dio non ti può risparmiare dalla morte, ma ti ama anche dopo la tua scomparsa di un amore così forte, così tenero da condurLo alla morte per consunzione. Questo pensiero – Dio che ama così stato l’uomo da non sacrificare solo il proprio figlio, ma anche se stesso – è una vertigine di senso,  eppure con immagini semplici e
familiari Zaccuri ci porta dentro questo abisso, come solo gli scrittori di talento sanno fare.

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19 Risposte to “Alessandro Zaccuri, “Lo spregio”. Appunti di lettura.”

  1. anna maria bonfiglio Says:

    Come sempre, Demetrio convince. Una bellissima recensione che suscita interesse e suggerisce la lettura.

  2. Ma.Ma. Says:

    Premetto che la passione che si legge nelle tue recensioni per certi libri, Demetrio, è quasi palpabile, per cui è un piacere leggerle. Però… ecco, sì, – per dirla direttamente – avrei un paio di “sassolini”… 😉
    Per far capire da dove nasce la “mia conclusione”, faccio un elenco di annotazioni dei miei pensieri, unendone alcune man mano che vado avanti:

    – leggerò bene anche la formazione dello scrittore che magari mi si apre una prospettiva diversa, ma per ora – ho gettato solo uno sguardo veloce al link – non ho trovato riferimenti religiosi (cioè non mi sembra sia cresciuto a pane e vecchio testamento, ma può essermi sfuggito);

    – vedo la copertina che ritrae un angelo (Lucifero, immagino per forza);

    – il protagonista si chiama Angelo, per cui penso che sia giustificata;

    – non capisco però se Angelo sia un nome casuale oppure legato davvero all’immaginario religioso dell’autore; e di conseguenza non so – non avendo letto il libro – se anche la copertina non sia “una speculazione” (non commerciale ma di pensiero) oppure se “rappresenti” davvero la narrazione: in pratica mi sorge un dubbio, una diffidenza;

    – “penso” che nelle scritture religiose – immagino – siano già state raccontate tutte le storie, per cui chi le conoscesse a menadito potrebbe “sempre” trovare un paragone significativo (speculare) tra le storie di “oggi” e quelle là;

    – so – credo di sapere per quel che ho potuto leggere fino a oggi – che tu, Demetrio, sei “portato” per l’indagine speculativa delle storie che possano in qualche modo rimandare a una qualche lettura religiosa; (perdonami se sbaglio);

    – non so quindi se, leggendo questo libro (di cui gli stralci della trama non mi “intrippano” davvero), una come me ci vedrebbe tutta questa gran cosa. O meglio se la metafora sia davvero così evidente;

    – potresti dirmi che in fondo non importa, anzi: che è proprio per questo che servono certe recensioni, che ti permettono di andare oltre. E io risponderei che è verissimo. Anzi: aggiungerei che questa recensione – in questo caso – avrei voluto leggerla dopo aver letto il libro per “capire” qualcosa in più;

    – ma proprio per questo sono giunta alla conclusione che, avendomi dato non solo molto ma “di più”, mi è caduto l’interesse di leggere il libro stesso. Anche perché se non ci trovassi tutta ‘sta gran cosa, mi deluderebbe, e trovarcela… sarebbe qualcosa di “già appreso”.

  3. demetrio Says:

    Ma.Ma credo che le tue perplessità, che mi paiono interessanti, dicano molto su quel discorso che Giulio aveva imbastito sulla “letteratura cattolica”. In questo senso io leggendo il libro di Alessandro ho avuto chiaro che fosse un romanzo sulla caduta, sul libero arbitrio e sullla “morte per amore” di Dio. Mi rendo anche conto che questo immaginario per me così chiaro può creare due tipi di reazione a chi legge la mia recensione a) questo libro parla di cose che non mi interessano b) questo recensione mi toglie la voglia di leggere il libro perché anticipa ciò che io voglio scoprire.

    Potrebbe essere una pecca non del libro, perché il libro è molto bello, ma del recensore che forse qui più che in altre parti è come se fosse stato chiamato in causa in prima persona e si fosse messo a dialogare indirettamente con l’autore del libro.

  4. Ma.Ma. Says:

    Sai che hai ragione? C’entra molto con la questione sulla “letteratura cattolica”… ma in questo caso da parte del lettore e non dell’autore. Forse tra voi scrittori vi conoscete: tu sai se l’intenzione di Zaccuri coincida con la tua “interpretazione”? (Capisci il senso della mia domanda, vero?)

  5. demetrio Says:

    Sì, capisco. Ma io penso di intuire le intenzioni di Alessandro perché ho letto molto di lui, perché ovvio ci ho parlato, e ci collaborato insieme a qualche progetto. Tipo di questo romanzo io non sapevo neppure l’esistenza, nel senso non ho letto nessuna pagina prima, né sapevo che lo stesse scrivendo, ma quando l’ho letto ho avuto chiaro che fosse un libro perfettamente “conforme” a ciò che io penso della scelta narrativa di Zaccuri.

  6. Ma.Ma. Says:

    Bene. 😀 Grazie.

  7. Alessandro Zaccuri Says:

    Cara Ma.Ma, questo non è il primo libro che scrivo e anche negli altri, sinceramente, mi pare di non aver parlato d’altro. Demetrio, bontà sua, l’ha dato per scontato. Mi permetto di ricordarlo.

  8. Giulio Mozzi Says:

    Ma il romanzo è anche pieno di inseguimenti e sparatorie.

  9. Ma.Ma. Says:

    Dici a me, Giulio? Per questione di gialli, avventura e azione? Se è per questo è pure vicino a “casa”… Ma sai, nell’ultimo anno un tipo un po’ strano (originale) da diversi punti di vista, ecco mi ha un po’ influenzato sulle letture e ora quelle cose lì che prima apprezzavo sono diventate un po’ tanto normali… nin so. Che dici?

  10. Ma.Ma. Says:

    Dici a me, Giulio? Per questione di gialli, avventura e azione? Se è per questo è pure vicino a “casa”… Ma sai, nell’ultimo anno un tipo un po’ strano (originale) da diversi punti di vista, ecco mi ha un po’ influenzato sulle letture e ora quelle cose lì che prima apprezzavo sono diventate un po’ tanto normali… nin so. Che dici?

  11. Ma.Ma. Says:

    Oh, vedo solo ora il commento dell’autore. (Scusi). Sa, io ignoro un sacco di cose e – spero non ne abbia a male – non avendo mai letto nulla di suo non ne avevo idea. Men che meno avevo idea del tipo di conoscenza che intercorre tra Demetrio e lei, anche se lo sospettavo (lo ammetto). Tuttavia, da quanto ho capito, in questo romanzo non sarebbe così esplicito (il contenuto religioso o biblico) per uno che non abbia una buona conoscenza delle sue opere. Cercherò di recuperare qualche sua lettura. Così capirò da me 🙂

  12. Magda Guia Cervesato Says:

    Do qui per scontata la questione “letteratura cattolica” in cui A. Zaccuri rientra a pieno titolo, come do per scontata la lettura biblica che ne dà Demetrio.
    E la mia impressione giungendo al finale è stata: ok, Moro e’ il Dio del Nuovo Testamento – non quello vendicativo del Vecchio – “che guarda impotente il figlio morire … Un Dio che decide di amare ciò che resta, di amarlo fino alla fine”. E fin qui, tutto bene. Ma quando Demetrio introduce quell’abisso di senso (il “resto” come cibo per piante e vermi E basta MA poi, dopo la virgola: “nel nostro essere atomi infine”) a me girano in mente due cose, una conseguente dell’altra:
    1. Che o D. si contraddice nel giro di una virgola secondo un dato credere/sentire (cattolico), oppure che le due opzioni non sono ne’ confermabili ne’ contraddicibili secondo altri credi/convincimenti (atei); e dunque, in ogni caso, che quella affermazione sia (aiutatemi a trovare un aggettivo 🙂 … strampalata.
    2) Che dunque D. si spinge in un abisso che più che un abisso e’ una provocazione; gratuita. Una forzatura del suo immaginario in materia.
    Cioè: Cristo risorge nella carne e vivra’ pienamente in Dio come corpo nuovo e celeste, se posso riassumere così ciò che ci viene tramandato (anche perché come diceva giustamente Alessandro sotto il post sulla letteratura cattolica, la risurrezione della carne e’ il boccone dottrinale più ostico da digerire in fede et in fiction). Pertanto che Dio muoia per consunzione da troppo amore insieme a Suo Figlio e i Suoi Figli, a me appare come un’arditissima (o meglio: insensata) speculazione.
    Ad Alessandro chiederei: tu come leggi questa porzione di lettura paoliniana, sia rispetto al romanzo che a prescindere?

    Il resto della recensione a me pare grandioso (anche se credo che un eccesso di lettura teologica non aiuti troppo la causa della diffusione del libro), e leggero’ Lo spregio.

  13. Alessandro Zaccuri Says:

    Ma nella teologia cristiana è proprio Dio che muore in croce: le persone della Trinità sono in relazione continua tra loro (logos, legame), quindi non c’è un padre che guarda morire un figlio, perché la morte del Figlio sta nell’amore del Padre e coincide con l’avvento dello Spirito. Sto cercando di dire che le persone sono diverse, ma la sostanza è una, il che costituisce un sesto grado dal punto di vista anche narrativo. Lo spregio è un romanzo, è attraversato da questo e da altri elementi teologici, ma accetta in sé il rischio della contraddizione. Detto questo, Guia, il libro si può leggere anche senza teologizzarlo. Mi permetto solo di dire che una interpretazione come questa di Demetrio permette di superare l’equivoco di una resa finale, incondizionata, senza redenzione. Ma di questo riparliamo quando hai letto anche tu, va bene?

  14. Demetrio Says:

    Ciao a me interessa molto questa cosa. Dio che è Cristo e di Cristo che è anche uomo. C’è un momento in cui Cristo si sente solo uomo e quindi la sua kenosi è totale? C’è un momento in cui Dio smette di pensare se come Cristo?
    Io ho intuito nel romanzo di Alessandro questo. Poi so che il mio cedere è vicino all’eresia e al l’insensatezza… Ma corro il rischio. Non si è insensati per troppo amore?

  15. Demetrio Says:

    Errata corrige. ” pensare a Sé come Cristo “.

  16. Magda Guia Cervesato Says:

    Alessandro, e’ proprio avendo presente che le persone sono diverse ma la sostanza e’ una che il mio sconcerto si e’ impennato all’ ipotesi di Demetrio (“tremenda e oltraggiosa”, come l’ha definita lui stesso altrove): se così è e Dio muore con Se stesso e il Figlio per troppo amore, tanti saluti a salvezza vita eterna eccetera. Poi fortunatamente (😀) riporti l’attenzione sul romanzo, sul rischio di
    contraddizione in esso accettato e ci mancherebbe, su un’interpretazione – quella del recensore – che permette di superare l’incresciosa opzione di una resa definitiva senza redenzione dettata, immagino, dalla trama. E mi farò un’idea in proposito solo leggendo.

    Ma e’ proprio nella microscopica enormità del merito di quell’eresia saltatami addosso sul finale del pezzo che desideravo un cenno. Dunque grazie Demetrio per aver accolto quel salto. Le tue domande qui sopra mi sembrano sensatissime qualora poste in relazione al romanzo e a una sua possibile lettura teologica (che però, ragiono ora, non finisce per accreditare quello scenario di resa totale che vorrebbe forse scansare?). Qualora invece poste al di fuori della storia recensita… Ma non stai davvero intendendo questo Demetrio, giusto? (faccina con gli occhi strabuzzati)

  17. Demetrio Says:

    Magda sì, intendo quello che ho scritto. (faccina normale da lunedì mattina)

  18. “Lo spregio”, di Alessandro Zaccuri – Il sito personale di Edoardo Zambelli, scrittore Says:

    […] Una lettura molto bella (e credo anche più profonda della mia) l’ha data Demetrio Paolin qui. Io, per parte mia, l’ho letto come una crime novel, e credo di poter dire che questa, per quanto […]

  19. “Una crime novel, o forse una favola”. Edoardo Zambelli su “Lo spregio” di Alessandro Zaccuri | vibrisse, bollettino Says:

    […] Una lettura molto bella (e credo anche più profonda della mia) l’ha data Demetrio Paolin qui. Io, per parte mia, l’ho letto come una crime novel, e credo di poter dire che questa, per quanto […]

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